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Acrobazie letterarie tra Borges e Calvino

LIBERAL BIMESTRALE
di Maria Pia Ammirati
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

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cop26_thVi è stato un tempo, nemmeno troppo remoto, nel quale era possibile mettersi al volante da Ginevra a Kabul per concludere, poi, il lungo viaggio in India attraversando frontiere oggi invalicabili senza problemi, se non quelli delle pessime strade e dei guasti meccanici riparati in modo rocambolesco. È, infatti, una tiepida mattina del giugno 1953 quando lo scrittore e fotografo Nicolas Bouvier, nato nel 1929 e scomparso nel 1998, riceve una lettera dall’amico pittore Thierry Vernet che lo invita a Belgrado, dove si era recato a esporre i propri quadri. Matura così, da parte dello scrittore svizzero, l’idea di «raggiungerlo negli ultimi giorni di luglio con il bagaglio e la vecchia Fiat rimessa a posto, per continuare poi verso la Turchia, l’Iran, l’India, e forse ancora più in là… avevamo davanti a noi due anni. Il programma era vago, ma in casi simili l’essenziale è partire»; il che avviene affidandosi alle qualità meccaniche di una piccola vettura, le cui targhe ginevrine verranno perse nel deserto dell’Iran, in uno dei tanti difficili tracciati affrontati da una Topolino in versione berlinetta e del tipo «500 B», prodotta nel 1948-49 come evoluzione della prima Topolino del 1936 che - progettata dall’ingegner Dante Giocosa - fu allora la più piccola automobile del mondo costruita in grande serie. Con un motore di appena 569 cc di cilindrata, per una potenza di 13 cavalli e una velocità massima di 85 chilometri orari; poi aumentati nel tipo B a 95 chilometri, con un motore capace di erogare 3 cavalli in più e a trazione sull’assale posteriore. Limiti che verranno, tuttavia, sopperiti dalla leggerezza di soli 600 chili e dalle ridotte misure di 321 centimetri in lunghezza e di 127 in larghezza. Caratteristiche che permettono all’utilitaria torinese di vincere le più dure salite con una tecnica davvero singolare, perché «quando il pendio si faceva troppo ripido, il guidatore di turno tirava la levetta dell’aria, saltava fuori anche lui e aiutava la macchina spingendo con la spalla, continuando a guidare attraverso il finestrino», come succederà sugli alti valichi tra l’Anatolia e la Persia. O di riuscire, dopo un grave guasto al cambio, a caricare la piccola vettura sul cassone di un qualsiasi camion di passaggio per raggiungere la città di Quetta, in Pakistan, «dove i meccanici firmano, in un ammirevole lavoro di improvvisazione, a colpi di cacciavite una riparazione particolarmente riuscita».
Ma se l’automobile è il necessario mezzo di locomozione, non è certo la velocità a ispirare il senso del procedere: «Col tettuccio aperto, viaggiammo placidamente a venti all’ora attraverso paesaggi che hanno l’accortezza di non cambiare senza avvertirti, attraverso notti di luna piena cariche di prodigi e in un silenzio così perfetto che un solo colpo di clacson fa trasalire.
Ci priviamo d’ogni lusso, eccetto il più prezioso: la lentezza».
Nel viaggio che durerà i due anni previsti e da ripercorrere attraverso l’affascinante scrittura di Nicolas Bouvier (La polvere del mondo, edizioni Diabasis, 277 pagine, 18 euro), in un libro scandito come una galleria di personaggi e di luoghi che raggiunge il culmine «quando il viaggiatore scorge Kabul, le montagne viola fumiganti d’un sottile strato di neve, gli aquiloni che si librano nel cielo autunnale sopra il bazar, e pretende di essere arrivato in capo al mondo».
 

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