
Shulim Vogelmann, all’età diciott’anni, parte da Firenze per andare a imparare l’ebraico a Gerusalemme. Ne parla come di «una vacanza», di «un anno di pausa», tra la maturità e l’università. Invece gli succede, con semplicità e senza tormenti, di restare in Israele, di completare gli studi, di finire con il fare l’aliyà e quindi di prestare il suo servizio militare. Il tutto non in un lontano periodo pionieristico, ma nella normalità dei nostri tempi. Anche se in un passaggio drammatico, tra il 1997 e il 1992, mentre sfumava il sogno della «pace impossibile» con i palestinesi, mentre la parola guerra tornava a diventare la realtà del terrorismo, cioè Mentre la città bruciava. Che è appunto il titolo di una narrazione diaristica che ha un motivo di interesse in più rispetto a quelli ormai generalmente riconosciuti agli scritti di giovani autori: in questo caso c’è una delle risposte alla domanda un po’ in ombra, ma pur sempre presente, su cosa significhi oggi essere ebrei. Il Novecento ha disegnato l’identità dell’ebreo al negativo. Dal punto di vista storico le tracce da seguire sono indiscutibili e sono state lasciate dall’ideologia e dalla politica. Così come - sempre al negativo - è indiscutibile la nitida immagine scolpita dall’anti-israelianismo e dal nuovo antisemitismo europei, a cui si sommano gli anatemi del fanatismo islamista che ha disegnato il profilo sommario del nemico. Ma l’ebraismo, se troppo spesso risente di questo peso e si accomoda nella trincea scavata dagli altri, continua a essere alla ricerca di una spiegazione di se stesso. È vero che in larga misura tende a coincidere con Israele - sia per la minaccia che lo circonda sia seguendo i mille rivoli di quello che si può ormai definire il post-sionismo - ma è anche vero che questa è un’equazione scontata e soprattutto inadeguata a rappresentare una diaspora vissuta al plurale. Plurale sotto ogni punto di vista, religioso, culturale, politico e perfino etnico. Del resto a testimoniarlo c’è una vasta discussione. Al plurale però va vista anche questa coincidenza con Israele. E se l’interesse di un libro si misura con i problemi che pone, la lettura delle pagine scritte da Shulim Vogelmann ne è densa. Con un vantaggio: non ci sono risposte in cui ingabbiare la realtà, non c’è la soluzione del quiz. C’è il racconto di un ragazzo italiano - la cui famiglia ha attraversato il Novecento europeo Mentre la città bruciava - che trasporta il suo indistinto ebraismo in Israele, vivendovi gli stessi dilemmi personali e politici che probabilmente avrebbe vissuto a casa sua a Firenze. Con la differenza sottolineata da molti episodi, di cui due sembrano esemplari: la partecipazione a una fiaccolata di protesta contro la politica di Sharon interrotta dalla strage di un kamikaze palestinese in una strada vicina e la decisione un po’ tormentata di far lì la naja, in tempi di guerra. È la differenza di un’esposizione personale, scelta con naturalezza. Per il resto non ci sono troppe spiegazioni e, fortunatamente, non c’è neppure una rivendicazione di identità totalizzante, anche perché nel diario c’è una persona che certamente cambia, ma che resta in fondo se stessa. C’è solo un breve monologo finale, pronunciato a una coetanea fiorentina, in cui si spiega la scelta della cittadinanza israeliana con una sensazione di libertà e di normalità, accumulata in cinque anni vissuti nella terra delle lontane radici in cui «non devo rinunciare agli altri valori per me fondamentali, perché Israele è un Paese democratico e liberale». Tutto qua, nell’ebraismo di un ventenne.
Shulim Vogelmann, Mentre la città bruciava, Giuntina, 255 pagine, 12 euro