
Si può dire che Pansa sta cominciando a fare scuola, e talvolta i risultati sono davvero buoni. Come nel caso di Dario Fertilio e del suo ultimo lavoro, La morte rossa. Storie di italiani vittime del comunismo, che ci presenta venti storie di altrettante vittime del regime sovietico. Sono personaggi che attraverso tormentati percorsi esistenziali avevano aderito al movimento comunista e per vari motivi si erano rifugiati in Urss, nel Paese da loro inizialmente considerato il «paradiso del proletariato». Povere vite schiacciate dai due mostri scaturiti dalla storia del Novecento: il fascismo e il comunismo. Fu per sfuggire al primo che molti di costoro si gettarono nelle braccia del loro giustiziere, il totalitarismo staliniano, che in una sorta di cannibalismo ideologico finì per massacrare moltissimi di quei militanti comunisti che all’idea del comunismo avevano sacrificato talvolta i loro beni più preziosi, la patria, la casa e la famiglia.
Finiti in ingranaggi più grossi di loro, talvolta ignari che per la brutale tirannide staliniana bastava una sola parola detta con leggerezza per concludere tragicamente la propria esistenza, questi personaggi, tutti con un passato di lotta coerente al fascismo, terminarono le loro povere e nomadi esistenze o in un gulag, o davanti a un plotone d’esecuzione, o finiti dalla lama di qualche sicario.
Fertilio ispira i venti racconti «romanzati» alle scarne ma significative annotazioni biografiche relative a questi personaggi e alla loro morte che sono emerse dopo la caduta del regime sovietico, grazie al materiale documentale che è cominciato ad affiorare dagli archivi della polizia politica segreta.
Certo la fine di questi venti nostri connazionali, descritta con grande partecipazione e con rapidi ma efficaci tocchi dalla penna di Fertilio, rappresenta solo una minuscola particella dell’immenso crimine staliniano, ma il merito dell’autore è quello di aver riunito nel suo lavoro una sorta di campionario delle vittime che finisce per restituirci assai bene la precarietà della vita umana nell’inferno sovietico. Di questi venti ritratti, rimane scolpito nella memoria quello del triestino Valentino Moz, tradito dalla stessa compagna, o quello del milanese Ugo Citterio, che con grande coraggio non cessa mai di gridare ai suoi aguzzini la propria innocenza, e quando anche venga piegato dalle torture fisiche e alla fine costretto ad ammettere reati che non ha commesso, accompagna le ammissioni al giudice con l’inventario delle piaghe procurategli dalla tortura; una denuncia estrema dell’estorsione subìta. Mi ha poi ha molto colpito il caso del fiorentino Bonciani, poiché protagonista di un episodio drammatico che ho affrontato nel mio ultimo lavoro sulle spie del regime, cioè l’assassinio della spia dell’Ovra Armido Cadente, un dirigente di spicco dell’organizzazione clandestina comunista di Firenze, portato a termine su ordine del «centro estero» del Pci da tre militanti comunisti. Sapevo che i tre, tra i quali vi era Bonciani, dopo l’omicidio si erano rifugiati a Mosca ma ignoravo la successiva tragica fine del Bonciani stesso, che ora ci viene raccontata con grande efficacia narrativa da Fertilio. Accusato dai dirigenti comunisti italiani esuli a Mosca di essere un bordighiano veniva, a sua volta, attirato in una stanza di albergo e finito a coltellate. Resta aperto un interrogativo: sapevano di questi omicidi, e in che misura ne erano responsabili, i vertici comunisti italiani esuli a Mosca?
Dario Fertilio, La morte rossa. Storie di italiani vittime del comunismo, Marsilio, 384 pagine, 17 euro