
Maturano con lentezza, le cose, nella Res Publica Studiorum. Il primo giorno del giugno del 1459 Enea Silvio Piccolomini, il grande umanista divenuto dall’anno precedente Papa Pio II, apriva a Mantova una «dieta» che per certi versi si può considerare il primo atto della coscienza identitaria dell’Europa moderna, profondamente radicata nella sua duplice appartenenza alla Chiesa romana e alla compagine dell’impero «romano-germanico» e delle aree a esso in vario modo collegate e connesse. Un’Europa cristiana, dunque: o - e non è proprio la stessa cosa - una «cristianità europea», ben distinta dalle cristianità orientali: un punto d’arrivo della lenta e in parte implicita elaborazione del concetto medievale di Europa, e qualcosa che si può considerare al tempo stesso propedeutico all’Europa di oggi - quell’Europa la Costituzione della quale è stata siglata dai capi di Stato e di governo a Roma il 29 ottobre 2004 - ma rispetto a esso profondamente diverso. E non è certo un caso se, nella cristianità europea di allora, uno dei caratteri identitari forti era la lotta contro il pericolo turco, mentre nell’Europa laica (e dalle contestate radici cristiane) di oggi, il problema dell’annessione della Turchia è una delle questioni fondamentali. Complessità dei percorsi storici. E lentezza degli itinerari degli studiosi e delle relative infrastrutture editoriali.
Un gruppo di studiosi, fra i quali era protagonista il nostro grande e compianto Alberto Tenenti, pensò a indire sul «Congresso di Mantova» del 1459 un Convegno di studi che in effetti si celebrò quasi un anno dopo la scadenza dell’anniversario che s’intendeva onorare e gli Atti del quale non sono arrivati nelle librerie se non di recente. Il Congresso era stato indetto da Pio II per indurre i capi della cristianità latina a vendicare lo smacco della conquista turca di Costantinopoli nel 1453 e addirittura per liberare la Nuova Roma e, in prospettiva, la stessa Città Santa il recupero della quale era almeno formalmente l’obiettivo di qualunque crociata.
L’impresa voluta da Pio II non si fece mai; nello sconforto derivato dalla constatazione ch’essa era impossibile, il Papa giunse a scrivere una lettera a Maometto II (o meglio, a redigere una lettera ai capi della cristianità sotto forma di epistola al sultano), di recente valorosamente studiata da Luca D’Ascia; poi, nel 1464, partì egli stesso - già anziano e malato - per il porto di Ancona, dove avrebbe voluto mettersi direttamente in mare a capo di una flotta: ma nella città marchigiana incontrò la morte. Arnold Esch, commentando la crociata del Papa-umanistico nella Prolusione al convegno mantovano del 2000, la definiva «un sogno».
Ma, a proposito di quel Papa, di quel momento storico e di sogni, c’è ben altro. Lo ha sottolineato Alessandro Scafi dell’Università di Bologna, mettendo ottimamente a frutto la sua esperienza di ricercatore presso il Warburg Institute. Ancora sotto l’impressione della caduta di Costantinopoli, nel maggio del 1453, alla fine di quell’anno il Piccolomini, allora vescovo di Siena, dedicava al cardinale Juan de Carvajal un curioso scritto il Dialogus de somnio quodam, nel quale - utilizzando appunto il diffuso topos del sogno come scenario occasionale per considerazioni politiche, letterarie ecc. - egli immaginava di esser condotto in spirito in paradiso per assistere a una riunione solenne indetta dall’imperatore Costantino per salvare Costantinopoli. Il testo di questo scritto, pur diffuso a stampa nel 1475, era rimasto fino a oggi praticamente inedito. L’edizione di questo straordinario testo, grazie al fin troppo esclusivo editore Aragno, riempie davvero una lacuna nelle nostre conoscenze sull’Europa del Quattrocento, la storia della crociata e la letteratura piccolominiana.
Il sogno di Pio II e il viaggio da Roma a Mantova, Atti del Convegno internazionale, Mantova, 13-15 aprile 2000, Olschki, 600 pagine, 59 euro; Enea Silvio Piccolomini, Dialogo su un sogno, Aragno, 387 pagine, 15 euro