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L’ultimo dei Moicani

LIBERAL BIMESTRALE
di Darwin Pastorini
Liberal n. 27 - Dicembre 2004-Gennaio 2005

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cop27Il calcio è cambiato, è diventato scienza e affare, ha perduto, ormai da tempo, la sua vena romantica, la sua magia. Non è più un sogno fanciullo, ma - come intuì Thomas Stearns Eliot, premio Nobel per la Letteratura nel 1948 - «un elemento fondamentale della cultura contemporanea». Sono cambiati i numeri sulle maglie, maglie che non raccontano più i ruoli e gli uomini, e stanno scomparendo i giocatori-bandiera. A resistere è Paolo Maldini, figlio d’arte, suo padre Cesare fu difensore di valore e, in epoca recente, allenatore anche della Nazionale (oltre che del Paraguay!): una bellissima figura di persona e di atleta, a quasi 37 anni un esempio di bravura, classe, lealtà. Maldini ci riporta al football dei breriani «principi della zolla», al tempo del calciatore-simbolo. È cresciuto nel Milan e nel Milan chiuderà la sua prestigiosa, inimitabile carriera. Un terzino fluidificante, e all’occasione un insuperabile centrale difensivo, dai numeri impressionanti, che parlano da soli: più di 750 partite ufficiali disputate con la casacca rossonera (126 presenze e sette gol in azzurro). 21 i trofei conquistati: 7 scudetti, 1 Coppa Italia, 3 Supercoppe di Lega, 4 Coppe dei Campioni, 4 Supercoppe Europee e 2 Coppe Intercontinentali. Il debutto in Serie A risale al 20 gennaio 1985, allenatore il Barone Liedholm: sedicesima giornata, Udinese-Milan 1-1, Paolo in campo al 46’ al posto del centrocampista Battistini. Ma Maldini è stato molto di più dei nudi numeri: ha mostrato il volto elegante e pulito del nostro calcio nel Bel Paese e all’estero. Mai una polemica fuori luogo, un’entrata assassina, un «gioco sporco». Anche la sua vita privata è stata (ed è) a prova di gossip. Il campione del Milan è sposato dal ’94 con la venezuelana, ex modella, Adriana Fossa Blanco. I due, che si sono conosciuti in una discoteca milanese, hanno due figli: Christian, di otto anni, e Daniel, di tre. Ora, la vita di Paolo Maldini è diventata persino un film, realizzato dalla casa di produzione FilmMasterClip. Prenderanno parte al lungometraggio, personaggi come Franco Baresi e Frank Rijkaard, Zvonimir Boban e George Weah, Sandro Mazzola e Giampiero Boniperti. Paolo smetterà il 30 giugno 2006, al termine dell’attuale contratto. Resterà nel mondo del football, ma non come allenatore: «Troppo stress, troppa fatica». Di sicuro. Silvio Berlusconi gli chiederà di entrare nei quadri della società, come dirigente di prestigio. Qualcuno sussurra: avrà la vice-presidenza. Maldini, però, adesso pensa soltanto a giocare, e a portare nella bacheca milanista altri scudetti, altre coppe. «La voglia di correre e divertirmi non mi passerà mai, il prato verde è la mia seconda casa, la mia seconda culla». 
Papà Cesare è stato il primo maestro del figlio e il primo, ovviamente, ad accorgersi del talento del precocissimo Paolo. Una storia dal sapore di favola. Il piccolo Maldini frequenta la quinta elementare al Leonardo. La sorella maggiore, Donatella, torna a casa con alcune fotografie, e le mostra a papà Cesare. Questi, rimane a bocca spalancata. Per la prima volta, si rende conto della predisposizione del figliolo: «Una illuminazione. Il modo di calciare, lo stile, la corsa. Sì, questo sarà il mio erede al Milan!». Il ragazzino cresce bene. Il provino nelle giovanili rossonere è positivo. Fausto Braga, il responsabile, sorride a Cesare: «Sicuro, Paolino farà strada. Potrebbe diventare una buona ala». Maldini junior è al settimo cielo: un’ala, come il suo idolo Roberto Bettega. Attenzione: non è juventino, tifa per il Milan, ma Bettega è il suo calciatore preferito. Paolo Maldini fa subito il fenomeno: nei Pulcini, negli Allievi, nella Primavera. Nils Liedholm s’accorge di quel giovanotto elegante e forte, dotato di un’eccellente tecnica di base. Il 28 settembre 1984, il primo approccio con i titolari. Amichevole a Cassano d’Adda. Il debuttante prende il posto di Filippo Galli, davanti a papà Cesare e alla cantante Loredana Bertè. Nasce un difensore. Un difensore moderno. A sedici, l’esordio in A. Subito promosso. A pieni voti. Ventunesima stagione al Milan. Ne ha visti passare di avversari, Paolino. Sul più forte di tutti, non ha dubbi. E come potrebbe essere altrimenti? «Maradona. Un genio. Imprevedibile. Una forza della natura. Chi mi ha fatto soffrire, soffrire veramente, è stato, però, Pagano del Pescara. Dribbling e fantasia. Non riuscivo a fermarlo, ad arginarne l’azione». Tanti allenatori. Tutti estimatori di Maldini. Da Sacchi a Capello, per finire ad Ancelotti. Sorride Paolo Maldini: «Posso dire che il Milan di Fabio Capello era perfetto. Forza fisica, potenza, qualità del gioco: roba da mettere in crisi qualsiasi avversario! Però, non potrò mai dimenticare Liedholm. Fu lui a dirmi, per la prima volta, “scaldati, tra poco debutti in serie A”. Mi tranquillizzò subito, come soltanto lui sapeva e poteva fare: “È un gioco, soltanto un gioco”, mi ripeteva. Una lezione che ho appreso, immediatamente. Sacchi? Un personaggio mai banale».
In Nazionale, Paolo Maldini non è stato fortunato. Soprattutto, per quanto concerne i mondiali. Tre volte buttato fuori dai rigori! Nel ’90 con l’Argentina in semifinale, nel ’94 con il Brasile in finale, nel ’98 (con papà Cesare in panchina) con la Francia ai quarti. La squadra che ricorda con affetto e tenerezza è quella dell’Europeo dell’88 in Germania, l’ex under 21 vincitutto: Maldini, Vialli, Mancini, Giannini. Il pallone come spettacolo allo stato puro. L’esordio a 19 anni, in amichevole. Spalato, Hajduk Stadion, 31 marzo 1988: Jugoslavia-Italia 1-1, ct Azeglio Vicini. Maldini rileva Francini del Napoli al 53’ della ripresa. Ha «chiuso» da capitano, dopo i disastrosi mondiali nippo-coreani, segnati dalle nefandezze dell’arbitro Moreno e dagli errori tecnico-tattici di Giuan Trapattoni. Il Trap lo avrebbe voluto in Portogallo, agli Europei. Ma Paolino è rimasto fermo sulle sue decisioni: basta con l’azzurro, è scoccata l’ora degli emergenti. Paolo Maldini, dunque, non ha intenzione di abdicare. Dirà basta alle soglie dei quarant’anni. Il Milan di Ancelotti non può prescindere dal suo calciatore-totem, dal più amato dalla tifoseria. Il figlio di Cesare rappresenta un miracolo di giovinezza. Riesce tuttora a coprire la fascia di competenza, la sinistra, con l’impeto di un ventenne. E a dare il buon esempio, sempre e comunque. Il suo nome è, ormai, leggenda. La leggenda del figliolo di Cesare, che fin dalla quinta elementare mostrava meraviglie ed estro. Chiudiamo con la poesia che gli ha dedicato Fernando Acitelli (La solitudine dell’ala destra, Einaudi): Eccessivo come la natura. / Sotto i riflettori del calcio / osi presentarti con la bellezza / dalla tua parte. / Gioioso facciatosta. / In fondo, sei esterno e sinistro / al mondo. / Se ti reclama il cinema o la moda, / tu in campo rispondi da eroe / ma nelle pause tradisci / l’amore / cult-movie. / Così Pulp Fiction o Forrest Gump / lo vediamo anche in un tuo sorriso, / in una tua smorfia verso la panchina.
 

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