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La conversazione infinita del troppo analitico Rorty

LIBERAL BIMESTRALE
di Emanuele Severino
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

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cop26_thIl filosofo Richard Rorty non ama la filosofia che intenda «fondare» le proprie affermazioni e in La filosofia e lo specchio della natura (1979) si dichiara d’accordo con Wittgenstein, Heidegger e Dewey: essi «“lasciano da parte”, piuttosto che “argomentano contro”» la filosofia metafisica e fondativa. Per questo filosofo esiste quindi un modo autentico per criticarlo: quello, appunto, di «lasciarlo da parte» e non di «argomentare contro di lui».
Ovviamente, per lui anche Heidegger, Wittgenstein e Dewey dovrebbero riconoscere che il modo autentico di criticarli consiste nel «lasciarli da parte» e non di argomentare contro di essi. Nella «Nota introduttiva» al libro, Diego Marconi e Gianni Vattimo osservano che in sostanza Rorty sostiene che «è più interessante vivere in un mondo in cui la conversazione è aperta, che non in un mondo dove il sapere … tende a eliminare la conversazione trovando una volta per tutte la verità ultima». Non è facile stabilire per chi tutta questa faccenda sia «più interessante». Indubbiamente per Rorty. Ma i teologi cristiani trovano più interessante Sant’Agostino di Rorty; e quelli islamici il Corano, anche se Rorty ha aspramente criticato Bush per l’invasione dell’Iraq.
Chi si sentiva a disagio per non poter leggere in lingua inglese La filosofia e lo specchio della natura di Rorty, ora può stare tranquillo, perché il suo bisogno è stato soddisfatto dall’edizione Bompiani di questo libro. Rorty, da parte sua, ignora anche il nome di Croce e Gentile, che agli inizi del secolo dicevano molto bene - e Gentile con ineguagliabile radicalità - quel che Rorty dice con faticose complicazioni imputabili alle sue origini di filosofo analitico. Solo che Croce e Gentile (per il collega Rorty aggiungerò che si tratta di filosofi italiani a cavallo del Diciannovesimo e Ventesimo secolo) non dicevano che ha valore quel che interessa a qualcuno (non erano pragmatisti come l’americano Rorty), ma, purtroppo per loro, argomentavano rigorosamente contro il tentativo della filosofia tradizionale di proclamare «una volta per tutte la verità ultima», interrompendo scortesemente la «conversazione» di cui sopra. E si sentirebbero a casa loro sentendo Rorty affermare che l’uomo non deve contemplare come in uno specchio la realtà esterna, ma deve creare, anzi «edificare», «responsabilmente» o, anche, «poeticamente» il suo mondo; e che è «terrificante» che ci siano risposte «vere o false per ogni domanda», perché questa comodità «eliminerebbe ogni possibilità che si dia qualcosa di nuovo sotto il sole» e si verrebbe a «bloccare il flusso della conversazione».
Anche per Rorty (come per tutti gli altri) tutto è in discussione fuorché il «flusso», il «divenire» delle cose. Di tutto si può fare a meno, fuorché dell’esigenza che «si dia qualcosa di nuovo sotto il sole». L’antica sapienza trovava doloroso ma a suo modo interessante che sotto il sole non ci fosse nulla di nuovo. Rorty, al seguito di tutta la filosofia degli ultimi due secoli, trova interessante l’opposto. Ma - chiediamogli - l’innovazione del mondo esiste solo perché qualcuno trova interessane la sua esistenza?

Richard Rorty, La filosofia e lo specchio della natura, Bompiani, 797 pagine, 30 euro
 

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