
La polemica che Piero Craveri, dalle colonne dell’inserto culturale del Sole-24 Ore, e Massimo Teodori, dal settimanale Il Corriere della Sera Magazine, hanno voluto indirizzare al mio più recente lavoro, Le spie del regime, mi induce a tornare su alcuni aspetti della vicenda relativa a Max Salvadori, che rappresenta per Craveri il vero nervo scoperto, origine della sua reazione. Egli infatti contesta soprattutto i risultati della ricerca in forza dei quali ho incluso Salvadori tra quegli antifascisti che, a un certo momento, ebbero un cedimento verso il regime, giungendo a stipulare con esso una sorta di compromesso, che volle dire, per lui, l’interruzione di fatto per più di due anni, dal settembre 1939 agli inizi del 1942, di qualsiasi atto ostile verso il regime mussoliniano e l’avvio di una campagna di sostegno a esso condotta con molto abilità e discrezione, le cui modalità vennero di volta in volta concordate con la polizia. Tutto ciò quando, appunto nel settembre 1939, i suoi compagni esuli negli Usa, Salvemini, Borgese e altri, valutando la tragedia in cui stava sprofondando il mondo, decidevano di inasprire il conflitto con il fascismo, fondando la «Mazzini Society». L’intesa con il regime non venne scoperta dai suoi compagni di esilio, poiché Salvadori seppe celarla dietro la cortina fumogena di un dissenso politico con la leadership di «Giustizia e Libertà». A voler essere precisi, quel cedimento del settembre 1939 era stato preceduto da un altro dopo il suo arresto, avvenuto il 21 luglio 1932 e l’assegnazione al confino del 19 settembre successivo. Già nel corso degli interrogatori subiti il 24 luglio e il 3 agosto 1932, Max Salvadori aveva assunto un atteggiamento che tendeva a scaricare sui compagni arrestati insieme a lui le maggiori responsabilità dell’organizzazione e dell’attività del nucleo romano di «Giustizia e Libertà». Egli aveva cercato di prendere le distanze dall’organizzazione clandestina di cui faceva parte ponendo l’accento sul suo patriottismo, che lo aveva indotto a rientrare in Italia nel 1929 per laurearsi e soprattutto per compiere il servizio militare. Aveva elencato a chi lo stava interrogando le sue passate pubblicazioni di orientamento nazionalistico in riviste e periodici specializzati, come L’Oltremare, L’Azione clericale, La Vita italiana, in cui esaltava i destini coloniali dell’Italia e le giuste ambizioni egemoniche del fascismo nel mar Mediterraneo. A tal riguardo, ricordava ai suoi carcerieri la sua connotazione di liberal-nazionalista e la pubblicazione dell’opuscolo L’Unità del Mediterraneo che era appunto un peana alle rivendicazioni coloniali italiane. È da sottolineare un particolare curioso: tutta questa produzione «filofascista» venne opportunamente e discretamente depennata dalla lista della sua produzione bibliografica da parte degli studiosi che parteciparono al convegno tenuto su di lui ad Ascoli Piceno nel 1992.
Nelle sue deposizioni, Massimo Salvadori, pur ammettendo la sua partecipazione all’organizzazione di «Giustizia e Libertà» a Roma, aveva attribuito al suo ruolo un’importanza del tutto secondaria, non esitando a scaricare le maggiori responsabilità su alcuni dei suoi compagni di cospirazione, come Giannotti, De Sanctis e Belloni. Giunse al punto di aggiungere spontaneamente, a interrogatori conclusi, alcuni importanti dettagli omessi nei precedenti interrogatori che servirono a indirizzare le attenzioni della polizia politica su un compagno sfuggito alla retata. Infatti, in data 7 settembre 1932, il Salvadori rendeva noto alla polizia che a Napoli era attivo nell’organizzazione «certo Tagliacozzo, già aderente di gruppi liberali». L’informazione consentì alla polizia d’identificare Enzo Tagliacozzo, allora professore di liceo ad Avellino, e d’intensificare la vigilanza nei suoi confronti. Già il 7 settembre, cioè un paio di mesi dopo il suo arresto, Salvadori inviava a Mussolini una supplica con la quale implorava la grazia. Dal tono e dai contenuti della supplica trapela un complessivo atteggiamento di aderenza ai postulati e all’opera che andava conducendo Mussolini, verso il quale il confinato si mostrava generoso di riconoscimenti e di giudizi adulatori. Lo stesso giorno in cui aveva compromesso Tagliacozzo, Salvadori inoltrava a Mussolini il seguente atto di sottomissione al fascismo:
Eccellenza! Perdoni l’ardire che un oscuro recluso si prende di rivolgersi all’Eccellenza Vostra, ma la sicurezza di poter essere udito dalla Sua Clemenza mi induce a scrivere queste poche righe a chi attualmente regge e governa con mano forte e sicura l’Italia! Recatomi in Svizzera al principio del 1924, dimorai all’estero sino alla fine del 1920 (sic! ma vuole scrivere 1929), terminando a Ginevra i miei studi; vissuto per parecchi anni in mezzo agli stranieri, che non sempre con occhio favorevole vedevano la rapida ascesa dell’Italia, compresi l’inutilità di lotte partigiane, e come al di là delle Alpi non vi potessero essere altro che italiani, al di fuori e al di sopra di qualsiasi tendenza di parte, e solo deferenti all’Idea della Nazione e al Governo che impersona e rappresenta la Nazione stessa. Seguendo lo sviluppo logico di queste mie idee, che mi portavano a guardare con disprezzo qualsiasi tendenza al cosmopolitismo e all’internazionalismo, decisi, alla fine dei miei studi, di rientrare in Italia per poter lavorare nel mio Paese e, nel limite ristretto delle mie forze e della mia capacità, contribuire allo sforzo che la Nazione, sotto la guida dell’E.V. sta compiendo per acquistare nel mondo quel posto che le assegna la nobiltà delle sue tradizioni e l’energia del suo popolo. Rientrato in Italia e trovandomi in una situazione piuttosto delicata, quale figlio di un uomo (il prof. Salvadori) considerato da molti esiliato per motivi politici, mi tenni per lungo tempo lontano da qualsiasi contatto di carattere politico, unicamente interessandomi di svolgere attività di italiano. È così che sotto la guida di S.E. De Stefani, mi dedicai allo studio delle discipline economiche e in particolare a quelle dei problemi di carattere coloniale, pubblicando su giornali e riviste numerosi articoli con i quali, unitamente a quanto si viene compiendo da altri, tentavo portare il mio modesto contributo allo sviluppo di quella coscienza coloniale che ci potrà fare assegnare territori non occupati dall’ingordigia di altre Potenze. È così che, inoltre, diedi alle stampe un breve lavoro (L’Unità del Mediterraneo) nel quale, partendo dall’idea imperiale di Roma, dall’Eccellenza Vostra rimessa in primo piano, contrapponevo all’ideologia dell’Unione degli Stati europei, propugnata al di là delle Alpi, l’ideale di un blocco di Stati mediterranei, riuniti intorno a Roma, centro di civiltà e progresso. Eccellenza! a questo punto, pochi mesi or sono, avvenne un fatto del quale, al primo momento, non realizzai tutta la gravità e che mi allontanò dal retto cammino, nel quale mi ero sin’allora mantenuto. Prestai facile orecchio alle insinuazioni di un messo dei fuorusciti, compiendo così un atto che era in aperto contrasto con quanto avevo fatto precedentemente. Lo sbaglio fu di breve durata; realizzai ben presto l’enormità da me commessa, e non sapendo come altrimenti sciogliermi dall’intricata situazione, nella quale ero venuto a trovarmi, decisi di abbandonare Roma per non avere più rapporti con gli avversari del Governo Nazionale. Troppo tardi! l’occhio vigile della P.S. mi aveva arrestato. Non so ora quale destino mi attenda e quale sarà la punizionenper il mio atto inconsiderato; mi rivolgo però alla clemenza della Eccellenza Vostra, affinché nel giudizio che sul mio operato verrà pronunciato, si tenga conto che nel caso mio non si tratta di un animo indurito in una stolta opposizione al Regime. Vorrei sperare che l’Eccellenza Vostra considerasse che il fallo di un momento, del quale amaramente mi pento, è stato indice di debolezza e di irriflessione, e nulla ha tolto all’amore profondo che io sento per la mia Patria, alla quale desidero dedicare tutte le mie energie, e all’ammirazione per l’opera che Vostra Eccellenza à compiuto e va diuturnamente e assiduamente compiendo per l’elevamento spirituale e materiale della Nazione.
Massimo Salvadori - dott. in scienze politiche
Inoltre, con una dichiarazione formale, in data 29 marzo 1933, Salvadori s’impegnava, qualora fosse stato liberato dal confino, a «non svolgere attività segreta di qualsiasi genere contro l’attuale Governo». A seguito di questo doppio cedimento, Salvadori, il 17 luglio 1933, riotteneva la libertà, gli venivano cioè condonati quattro dei cinque anni che avrebbe dovuto trascorrere al confino. A metà settembre del 1933, egli riusciva a espatriare, grazie alla sua doppia cittadinanza italo-inglese; essendo nato a Londra nel 1908, egli era infatti in possesso del passaporto inglese. Si trasferiva a Londra, dove riprendeva la sua attività antifascista. Le notizie del suo rinnovato attivismo politico irritarono Mussolini, il quale prese l’iniziativa di far giungere a Dino Grandi, allora ambasciatore a Londra, tramite Bocchini, copia fotografica dell’atto di sottomissione che Salvadori gli aveva indirizzato dal confino, accompagnandolo con l’avvertenza di «dare la massima possibile pubblicità alla lettera inviata dal Salvadori a S.E. il Capo del Governo e ciò allo scopo di mettere nella giusta luce la losca figura del Salvadori stesso». Grandi prometteva che avrebbe smascherato il «losco messere», il quale «va attualmente agitandosi perché la sua prosa continui a essere accolta su questa stampa e perché gli sia dato modo di penetrare, per continuarvi naturalmente la sua ignobile propaganda, in ambienti quali l’Institute of International Affairs che raccoglie quanto c’è di meglio fra gli studiosi di politica internazionale contemporanea». La lettera di Grandi è del 21 dicembre 1933. Il 21 marzo 1934, Grandi riferiva di aver dato, «in via riservata e amichevole», comunicazione dell’atto di sottomissione di Salvadori ad alcuni giornali inglesi, tra cui il Daily Telegraph, e di averne fatto pervenire una copia al Royal Institute of International Affairs. Concludeva infine la sua manovra facendolo pubblicare in fac-simile da L’Italia nostra, organo dei fasci italiani in Gran Bretagna, che annunciava per il numero successivo una replica di Max Salvadori. L’iniziativa di Grandi serviva a rendere impraticabile la «piazza inglese» per qualsiasi iniziativa politica di Salvadori, che nel luglio successivo si vedeva pertanto costretto a lasciare Londra e a trasferirsi in Kenia. Del tutto fantasiosa appare, alla luce dei documenti disponibili, la versione della vicenda che fornì Salvadori nella sua autobiografia del 1990: che cioè oppresso dai sensi di colpa per una «letterina» - dietro a questo termine quasi innocuo egli definisce nelle sue memorie il documento di sottomissione - spedita a Mussolini dal confino di Ponza con la richiesta di grazia, egli avrebbe di sua spontanea volontà confessato ai dirigenti di «Giustizia e Libertà», Rosselli, Lussu, Tarchiani e Sforza, la sua debolezza. Come si è detto, egli venne in realtà pubblicamente smascherato da Grandi. Non è affatto superfluo sottolineare come la versione della sua spontanea confessione della cosiddetta «letterina» sia stata inserita nell’autobiografia del 1990 ma non sia presente in quella del 1951, quando erano ancora viventi tre dei quattro testimoni giellisti.
Rientrato in Inghilterra alla fine del 1936, Salvadori prese a girare tra Svizzera, Francia e Spagna; nell’autunno del 1937, tornò in Svizzera, e, nel gennaio 1938, si recò negli Stati Uniti per un lungo ciclo di conferenze. Dopo alcune brevi permanenze in Europa, egli, nel dicembre 1938, prendeva a risiedere stabilmente negli Stati Uniti, iniziando a insegnare al Saint Lawrence, un piccolo college di Canton, una cittadina dello Stato di New York. A questo punto prese evidenza un aspetto dell’iniziativa politica e personale di Salvadori a dir poco curioso e che rappresenta, se raffrontato all’atteggiamento degli altri leader antifascisti esuli, una vera e propria anomalia: la persistente ricerca di contatti epistolari con la polizia fascista, che si svilupparono poi in una sorta di intesa che rende difficile non annoverare Salvadori tra i collaboratori della stessa polizia. Il 15 maggio 1939, Salvadori scriveva al capo della polizia, il potente Arturo Bocchini, pregandolo di concedere alla madre un passaporto, anche per pochi mesi, allo scopo di consentire all’anziana signora di visitare la sua famiglia ormai residente negli Stati Uniti. La lettera termina: «Vi sarei riconoscente se potete prendere in considerazione questa mia richiesta». Un mese dopo, Salvadori inviava una nuova lettera a Bocchini, con la stessa preghiera, ma questa volta inseriva nella lettera due ritagli di giornale che riproducevano la notizia e il testo di due sue conferenze. Salvadori scriveva: «Colgo l’occasione per accludere due ritagli di giornali che riportano discorsi da me fatti ultimamente. Essi Vi possono mostrare quale è l’attitudine che io ho adottato nei confronti di problemi europei che interessano il pubblico americano». Dopo queste due lettere, improvvisamente, alcuni mesi dopo, nel settembre 1939, con l’esplodere della guerra in Europa, Salvadori prendeva direttamente e di nascosto degli altri esuli antifascisti residenti negli Usa contatto con l’ambasciatore italiano a Washington, il quale comunicava immediatamente la notizia a Bocchini: «Noto Massimo Salvadori si è presentato questa Ambasciata e ha dichiarato che prescindendo da ogni pregiudiziale di regime egli sente che nel presente momento come italiano ha il dovere di mettersi a disposizione suo Paese specie poi se l’Italia dovesse essere coinvolta in un conflitto. Egli ha detto di ritenere di poter rendere dei servizi. Sembra che già da qualche tempo sia in relazione con S.E. Bocchini e ha pregato informare medesimo che egli partirà tra due giorni per Londra ove però ritiene preferibile astenersi dal recarsi alla R. Ambasciata. Potrebbe vedere funzionari della R. Ambasciata o altri in luogo da fissargli». La comunicazione terminava con la richiesta a Bocchini di far sapere se questi era dell’avviso a Londra di far avvicinare Salvadori dal responsabile dell’ufficio informazioni dell’ambasciata o ritenesse «più opportuno di incaricare persona di propria fiducia».
Bocchini rispondeva celermente all’ambasciatore «che i contatti con il Salvadori Paleotti Massimo saranno presi direttamente da questo Ministero». Le istruzioni dirette di Bocchini a Salvadori furono immediate. Bocchini declinò l’ipotesi di un incontro in Inghilterra e indicò la Svizzera come il Paese più favorevole per un incontro e fornì immediatamente a Salvadori un indirizzo convenzionale al quale da quel momento egli doveva far giungere la corrispondenza: Adriano Menghi, Via Trieste 42, Ascoli Piceno. Infine da quel momento Bocchini doveva essere indicato nella corrispondenza come il sig. H.G. Roberts. Da allora prese l’avvio un’intensa corrispondenza tra Max Salvadori e il «caro Adriano»; chi si occupava di compilare fisicamente le lettere di risposta a Salvadori era Tullio Mango un funzionario della polizia politica, mentre era cura dell’Ovra locale trasmettere rapidamente a Roma le lettere di Salvadori che giungevano all’indirizzo convenzionale di Menghi. L’incontro in Svizzera fu preparato da tre lettere di Max Salvadori ad Adriano Menghi: una da Londra in data 18 ottobre 1939, un’altra da Parigi in data 2 dicembre 1939 e infine l’ultima da Ginevra del 6 dicembre 1939. Fu quindi un incontro elaborato in tre mesi e voluto dallo stesso Max Salvadori; una vicenda ben diversa da come la descrisse fugacemente Salvadori, che nella sua autobiografia accenna a una visita «inaspettata» di un messo del capo della polizia. Salvadori ebbe difficoltà a raggiungere la città svizzera considerato lo stato di guerra della Francia e la difficoltà quindi a ottenere un visto per attraversarla. Ma alla fine vi riuscì e il 6 dicembre poteva scrivere da Ginevra che «dato che desidero incontrare te o Roberts prima del mio ritorno negli Stati Uniti e che non mi posso trattenere in Svizzera che per un periodo assai limitato, ti prego di comunicare al più presto - possibilmente per telegramma - in quale località della Svizzera francese o tedesca e quando ci possiamo vedere». Poiché la risposta da parte della polizia fascista tardava, Salvadori inviò un telegramma al solito indirizzo avvertendo che avrebbe atteso «all’albergo Cornevin fino a venerdì 15». In realtà, l’emissario di Bocchini era già in viaggio. Si trattava di Enrico Gozzi, un abile ed esperto fiduciario della Polpol, che giunse a Ginevra martedì 12 dicembre. Recatosi all’albergo Cornevin seppe che il «Salvadori era uscito alle ore 16 ma che aveva lasciato detto che sarebbe ritornato presto. Invece non rientrò che alle ore 20. Lo abbordai subito e salii nella sua stanza». Il tenore del colloquio tra i due è contenuto in una lunga relazione che Gozzi di ritorno dalla missione stese per Bocchini. Salvadori aveva abbozzato sulle prime una premessa, cioè che il «suo atteggiamento verso il Regime Fascista rimane del tutto immutato». A quel punto Gozzi gli aveva fatto presente che era «partito da Roma con l’impressione precisa che mi sarei trovato dinanzi a uno risanato o per lo meno in via di guarigione e che perciò la sua premessa mi stupiva assai e che stando così le cose prevedevo che il nostro colloquio sarebbe stato brevissimo».
Salvadori volle chiarire cosa intendeva per «atteggiamento», e fece la storia dei suoi ultimi anni. Riferì di avere ottenuto dall’università americana in cui insegnava un anno di congedo, che scadeva nel settembre 1940, per andare a lavorare in una fabbrica di aereoplani. Il lavoro gli aveva permesso il viaggio in Europa. A Londra gli avevano offerto un buon posto al ministero della Pubblica Istruzione. Entrò quindi nel merito della questione. In un momento «in cui l’Italia poteva essere implicata in una guerra, non importa contro chi, egli come italiano e come ufficiale del R. Esercito si sentiva in dovere, lasciando da parte ogni spirito partigiano, di fare tutto il possibile per il bene del suo Paese. Egli intende svolgere in questo momento - tanto nel caso che accetti la proposta di Londra quanto nel caso ritornasse in America - una buona propaganda in favore dell’Italia. E ha fatto osservare che tale propaganda sarà più efficace in quanto che fatta da uno che notoriamente non è fascista. (......) Per questa sua pubblicazione come pure per una serie di articoli che egli intende pubblicare su giornali inglesi e americani, articoli che tratteranno anche il corporativismo, al quale egli aderisce in pieno, nonché per soddisfare un suo vivo desiderio, quello di esporre a persona responsabile del Governo il vero suo stato d’animo mette come unica sua condizione quella di essere ricevuto per un breve colloquio, o da S.E. Pavolini o da S.E. Bottai i quali per il posto che occupano e per la loro preparazione sono in grado di impartirgli esatte direttive (.....). Ha detto che tutta la sua divergenza col Regime consiste in una sola cosa: vorrebbe che il Regime accordasse “un po’ più’ di libertà di critica a qualche aspetto del fascismo. Il giorno che si potrà ottenere questo, egli - e come lui moltissimi altri - darebbe la sua piena adesione al Fascismo». Alludendo agli altri leader antifascisti in esilio, Salvadori li definì «dei fossilizzati e degli esaltati». Chiese che venisse restituito il passaporto alla madre per consentirle di uscire dall’Italia per un breve periodo e per poterla incontrare a Briga. Salvadori si trattenne a Ginevra fino al 21 dicembre nell’attesa di una risposta da Roma che servisse a orientarlo nel suo nuovo atteggiamento, e soprattutto che gli indicasse la possibilità di incontrare a Roma qualche autorevole gerarca. Il 21 dicembre, in mancanza di notizie da Roma, spediva una lettera al solito indirizzo, comunicando che a causa della scadenza del permesso di soggiorno si vedeva costretto a lasciare la Svizzera per rientrare in Inghilterra. Il 30 dicembre, Salvadori riceveva a Londra una lettera da Bocchini: «Caro Max, sono lieto del nostro recente incontro e ho riflettuto su quanto mi hai detto a voce. La mia decisione è molto semplice: prendi accordi con S.E. Bastianini, al quale puoi presentarti».
Il 17 gennaio 1940, Salvadori veniva ricevuto da Bastianini, ambasciatore italiano a Londra. A Bastianini Salvadori ripeté le stesse cose dette a Gozzi. Egli dichiarò di «approvare la politica del Duce che non è affatto legata, come lui e altri ritenevano, a interessi stranieri, ma serve soltanto l’Italia». Per questo egli «vorrebbe rendersi utile all’Italia, facendo della buona propaganda negli ambienti politici e intellettuali da lui frequentati e a mezzo di giornali e riviste che gli hanno aperto le porte». Riconobbe con l’ambasciatore «di aver constatato all’estero che il fascismo ha ridato a tutti gli italiani l’orgoglio nazionale e la coscienza delle loro capacità». Una settimana dopo vi fu un altro incontro, al quale Salvadori si presentò con uno scritto sulla politica estera del fascismo, «destinato a essere diffuso, alla maniera inglese, in migliaia di copie indirizzate per posta ad altrettanti indirizzi». Nello scritto Salvadori manifestava «la piena comprensione della politica estera del Duce», e ricordava a Bastianini i vecchi articoli da lui scritti per la rivista Oltremare, in cui erano espresse le speranze «di vedere l’Italia conquistare il suo Impero e riprendere in Europa il posto». Con una successiva comunicazione del 31 gennaio 1940, Bastianini inviava a Roma uno scritto di Salvadori, che il giovane aveva iniziato a far circolare negli ambienti che frequentava. Nel frattempo, il 28 gennaio, la polizia fascista, come gesto di apprezzamento per il nuovo atteggiamento del giovane, restituiva in effetti il passaporto alla madre Giacinta Galletti. Con una lettera dell’8 febbraio, Salvadori chiedeva alla polizia un nuovo favore. Che venisse consentito al padre Guglielmo, rientrato in Italia nell’ottobre del 1934, dopo un esilio decennale trascorso in una cittadina svizzera, di poter recuperare mobili e valori lasciati in Svizzera al momento del suo rientro in Italia. L’autorizzazione fino ad allora negata veniva ora concessa grazie a un intervento della polizia politica, che scrivendo al direttore generale delle dogane, faceva allusivamente presente che «per un complesso di delicate ragioni di servizio sarebbe opportuno, sempreché possibile, di venire incontro a un desiderio del conte prof. Guglielmo Salvadori Paleotti circa una questione doganale e più precisamente in ordine al ritorno in Italia, in franchigia, di certi mobili che il prof. Salvadori ha lasciato anni fa in Svizzera». Nel contempo, sempre su sollecitazione di Max Salvadori, la validità del passaporto della madre veniva estesa alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti. Nel contempo, la sorella di Max, Joyce Lussu, allora residente a Parigi, chiedeva di nuovo al consolato italiano il rilascio del passaporto fino ad allora negato. Il console informava il capo della polizia, esprimendo parere favorevole, ma Bocchini replicava prontamente che «la recente attività del noto Massimo Salvadori Paleotti è e deve essere considerata strettamente riservata; la sua posizione politica ufficiale non è pertanto minimamente modificata. In considerazione di ciò e del fatto che sua sorella Salvadori Paleotti Gioconda è tuttora l’amante di Emilio Lussu, col quale convive e del quale condivide le idee, questa Divisione non ritiene sia il caso di modificare l’atteggiamento contrario assunto dalla Polizia nei riguardi del rilascio del passaporto a favore della Salvadori stessa». Insomma, la concessione del passaporto a Joyce, argomentava Bocchini, avrebbe inevitabilmente sollevato inopportuni interrogativi e sospetti tra gli esuli.
Il primo luglio 1940, Salvadori si presentava all’ambasciata italiana a Washington chiedendo il rilascio del passaporto italiano. Con una successiva lettera al solito «Adriano», egli spiegava che il «possesso di un passaporto valido mi darebbe maggiore libertà di movimento e mi permetterebbe, nel caso di un inasprimento delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Italia, di ritornare in Patria». Nella lettera ribadiva alcuni punti fissi delle sue opinioni riguardo la guerra, cioè che «qualsiasi atteggiamento si possa avere nei riguardi degli avvenimenti attuali, è dovere di ognuno - all’estero soprattutto - di evitare qualsiasi azione che possa essere interpretata come un tentativo tendente a intaccare la solidità della compagine nazionale. Era necessario al contrario «contribuire al rafforzamento dell’Italia, al fine di aumentarne la capacità di resistere contro il dilagare del germanesimo trionfante, reso ancora più baldanzoso dagli ultimi inaspettati successi». Terminava auspicando che il regime prendesse in considerazione l’ipotesi di un’amnistia generale per gli antifascisti esuli, allo scopo di «dimenticare un passato diventato ormai preistorico e di eliminare rancori e diffidenze che oggi non hanno più significato alcuno». E per ribadire le sue convinzioni in politica estera, scriveva una nuova lettera il 19 luglio, con cui riteneva «giusto e utile che l’Italia realizzasse le proprie aspirazioni nel bacino del Mediterraneo», mentre riteneva «altrettanto utile che la Germania non realizzasse le proprie nel Mare del Nord, sì che restino nell’Europa Settentrionale due Potenze che si neutralizzano a vicenda». La lettera veniva portata all’attenzione di Mussolini, il quale laconicamente rispondeva che sulle linee della politica estera abbozzata da Salvadori, questi poteva muoversi nelle conferenze che teneva per l’amnistia, Mussolini concludeva sbrigativamente con il commento «dopo la guerra». Il 4 settembre 1940, Salvadori riotteneva il passaporto. In quella circostanza egli ribadiva all’ambasciatore a Washington la sua volontà di «astenersi da qualsiasi atto che possa risultare (o essere sfruttato) ingiurioso contro l’Italia», e rendeva nel contempo noto che di recente aveva rifiutato «la collaborazione alla rivista antifascista Mondo che si pubblica a New York», esprimendo il desiderio di rientrare presto in Italia. È da sottolineare che la rivista Il Mondo, diretta dall’antifascista Giuseppe Lupis, era l’organo ufficiale della «Mazzini Society». L’atteggiamento defilato di Max Salvadori riceve una conferma dalla assenza del suo nome dalla lista degli iscritti alla «Mazzini Society», dove invece appaiono i nomi di tutti i maggiori esuli antifascisti negli Usa.
Il comportamento di Salvadori, per quanto dissimulato, venne notato dagli elementi della colonia italiana dei fuorusciti, suscitando non pochi malumori e sospetti. I rapporti con Lussu si fecero molto tesi, anche perché, nel ruolo di cognato, Lussu veniva a essere investito dai compagni delle responsabilità dell’atteggiamento di Max Salvadori. In alcune carte della polizia emerge nettamente il clima di forte tensione venutosi a creare tra Salvadori e i compagni. La polizia riceveva conferma da alcune relazioni fiduciarie provenienti da spie attive negli ambienti giellisti, che registravano l’amarezza di Lussu «per via delle accuse e delle diffamazioni fatte contro il cognato Salvadori». Era lo stesso Salvadori a fare un quadro completo dei contraccolpi inevitabili del nuovo atteggiamento assunto nei confronti del regime fascista e quindi nei confronti dei compagni esuli, quando, nel novembre 1941, scrisse una lunga lettera a Mussolini, protestando per l’arresto subìto dalla madre Giacinta con relativa assegnazione al confino per un paio di anni. Salvadori, ricordava i meriti maturati nei confronti del fascismo e i passaggi più significativi del suo nuovo atteggiamento. «Rifiutai le numerose offerte che mi vennero fatte di dirigere programmi radio, di collaborare a riviste e giornali, di partecipare in comitati e organizzazioni. Se avessi accettato una qualsiasi di queste offerte, la mia situazione nei confronti delle autorità americane si sarebbe grandemente migliorata. Feci sapere ad alcuni che erano in Francia che avrebbero fatto bene a tornare in Italia. Ho cercato di moderare la violenza di altri e di indurli ad adottare un atteggiamento più sereno. Ho consigliato alcuni giovani, non ebrei, recentemente arrivati, di tenersi lontano da coloro che si erano irrigiditi in una posizione passata e trapassata. Alcuni dei miei vecchi conoscenti si adirarono con me perché rifiutavo di collaborare con loro. (...) Intanto mi era stato offerto di fare lo spoglio della stampa e delle trasmissioni radio in diverse lingue e di scrivere delle note per giornali americani. Per quanto tale lavoro non fosse di mio completo gradimento accettai, mettendo però in chiaro che ero disposto a scrivere critiche del nazional-socialismo ma che rifiutavo assolutamente di scrivere cosa alcuna che avrebbe reso difficile l’opera moderatrice che - a mio parere - stava allora svolgendo il Governo italiano». L’intervento di Max Salvadori su Mussolini ebbe qualche effetto, poiché se fino a quel momento le proteste della madre, arrestata nell’agosto 1941 erano cadute nel vuoto, in coincidenza dell’arrivo della lettera la polizia politica aprì un’inchiesta che terminò con l’immediato rilascio dell’anziana donna. La posizione defilata di Max Salvadori in questi due anni americani trova un’autorevole e definitiva conferma, nel gennaio 1942, da parte dell’ambasciatore italiano a Washington, che, richiesto di un parere complessivo sull’atteggiamento tenuto da Salvadori negli Usa, riferiva che «il prof. Salvadori-Paleotti, durante la sua permanenza negli Usa, si è astenuto da qualsiasi azione antitaliana, mostrando anzi, nei contatti che ha avuto occasione di mantenere con la predetta Rappresentanza, di essersi ravveduto nei suoi sentimenti verso il Regime». Sicché il ministero dell’Interno poteva modificare il genere di provvedimento da prendere nei suoi confronti alla frontiera, dall’arresto alla semplice «perquisizione e segnalazione».