
Sergio Romano afferma di non essere un «filosofo della storia», tuttavia ha lo sguardo da storico delle idee e non solo dei fatti, e quindi, se questa sottile distinzione è concessa, storicizza interpretando e non solo descrivendo. Egli deve fare così in generale, perché le idee non possono essere affrontate se con con spirito ermeneutico, ma soprattutto ha dovuto farlo in questo libro, che tratta appunto della «storia di un’idea», quella dell’«Europa».
E dunque, su questa base, propone nuove prospettive, lancia ipotesi e istituisce analogie. Detto in breve, dopo una ricognizione macrostorica del contesto geoculturale in cui è germinata l’idea di Europa, e dopo un «rapido viaggio attraverso l’Europa degli Stati», l’ambito in cui le sue interpretazioni si ripercuotono in modo maggiormente concreto sulla realtà attuale è quello della costruzione dell’Unione europea.
Tracciata un’analogia fra quella situazione di paralisi istituzionale in cui si trovò il Sacro romano impero fra la morte di Carlomagno fino ben oltre la pace di Vestfalia e la situazione di pesantezza decisionale dell’attuale fase dell’Unione europea, l’autore pone un doppio vincolo storico: l’Unione economico-monetaria non è costruibile senza entrare nella modernità avanzata; l’innovazione è possibile solo accollandosi i relativi costi sul piano delle trasformazioni sociali e culturali. Ue e modernità, innovazione e trasformazione sono elementi inscindibili di un unico grande processo, quello di rafforzamento dell’Ue nel mondo globalizzato. Ricco di connessioni e di proiezioni, scritto con una nitidezza lessicale che coniuga una straordinaria capacità saggistica con altrettanto rigore concettuale, il libro dell’ex-ambasciatore è di grande interesse, sia per gli appassionati di storia sia per gli specialisti di europeismo. Questo libro ci svela anche, implicitamente, che forse l’epoca delle grandi narrazioni non è finita, perché esso racconta le disavventure dell’idea di Europa, che nasce nelle nebbie istituzionali del Medioevo e che incomincia a farsi, cartesianamente, chiara e distinta proprio nel Diciassettesimo secolo, con i pensatori che ne hanno anticipato la missione storica di pacificazione e di unione. E proprio nel concetto di unione, Sergio Romano individua il perno di qualsiasi teoria e prassi dell’Europa futura. Se dunque l’Unione è ciò che fa la forza dell’Europa, e se la decisione è l’unica via per raggiungere l’Unione, la forza è la condizione di possibilità dell’Unione europea. Una Ue debole sarebbe pertanto una contraddizione logica oltre che un aborto politico, economico e culturale.
Con una leggera sopraelevazione emotiva rispetto alla mirabile freddezza che caratterizza in generale le sue analisi storiche, Romano dichiara di sperare che i popoli degli Stati europei abbiano ancora un «soprassalto di fierezza». Siamo d’accordo, ma dove possono trovare le motivazioni per questo scatto d’orgoglio se non nella sfera del pensiero e dello spirito? E dove vive lo spirito dell’Europa se non nell’idea di Occidente, in quell’idea cioè che accomuna, attraverso norme e valori, popoli diversi identificati nella loro differenza rispetto a quelli non-occidentali? La forza dell’Ue risiede nel suo radicamento occidentale, perché è solo nella potenza dell’Occidente che risiede la possibilità dell’Europa. Quella rinascita dell’Europa che Sergio Romano auspica può accadere solo nel rafforzamento dell’Occidente: rifiutarne l’unità solo perché esso è guidato dalla superpotenza americana significa abdicare alla possibilità stessa di sopravvivenza dell’Europa.
Sergio Romano, Europa. Storia di un’idea, dall’Impero all’Unione, Longanesi, 227 pagine, 15,50 euro