archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Filosofia del terrorismo

LIBERAL BIMESTRALE
di André Glucksmann
Liberal n. 27 - Dicembre 2004-Gennaio 2005

Torna al sommario
cop27Quando Hitler prese il potere, due filosofi vollero elaborare la filosofia del nazismo: Levinas, da un lato e Leo Strauss, dall’altro. Non terminarono mai la loro opera, poiché al nazismo venne posto termine prima che riuscissero a elaborarne la filosofia. Poi vi fu il totalitarismo, e si cercò di formularne la filosofia o lo spirito. Questo significa che per affrontare il tema della filosofia del terrorismo, è necessario porsi nel lungo periodo, cioè prendere parecchio le distanze. Intendo dire che, se ci basiamo sulle informazioni quotidiane per dire che il terrorismo è un successo o un fallimento assoluto, ci sbagliamo. Se si ha il tempo di elaborare una filosofia del terrorismo, significa che avremo subìto il terrorismo per almeno due o tre generazioni, a essere ottimisti. Non corrisponde a quanto previsto. Il presidente Bush ha dichiarato che la guerra è stata condotta bene, ma che il dopoguerra in Iraq, il periodo successivo alla vittoria in Iraq, non corrisponde a quanto previsto. Credo che ciò palesi l’esigenza di una filosofia del terrorismo. Se leggete il resoconto dell’inchiesta svolta dal Senato americano, vedrete che si parla di una lotta che riguarderà varie generazioni. Pertanto, non intendo tratteggiarvi la filosofia del terrorismo, bensì sottoporvi il quadro riassuntivo di un libro che non ho ancora scritto - benché dopo i fatti di Manhattan ne abbia già pubblicati tre in merito - e che forse non scriverò mai, perché quando avremo posto la parola fine al terrorismo io sarò morto e sepolto da parecchio tempo, e così anche voi, per quanto, spero, non per mano del terrorismo.

Per iniziare, alcune definizioni. Cosa chiamiamo terrorismo? Vi è terrorismo quando degli uomini armati aggrediscono degli uomini disarmati e li aggrediscono deliberatamente. Due precisazioni si impongono. Gli uomini armati possono non vestire uniformi, oppure vestire uniformi. Vi può essere, infatti, terrorismo da parte di uomini in uniforme. Fornirò due esempi per non urtare la suscettibilità di nessuno. Il primo esempio è quello di Napoleone che qualificava la guerriglia spagnola e russa terrorismo, mentre era l’esercito di Napoleone a essere terrorista, come testimonia Goya. Il secondo esempio è quello, naturalmente, dell’occupazione dell’Europa da parte di Hitler, il quale tacciava di terroristi coloro che resistevano. Ebbene, a essere terroristi e sequestratori erano precisamente i soldati in uniforme nazista. Si può quindi essere uomini in uniforme, si può essere uno Stato, ed essere terrorista. È questo il primo punto. Il secondo punto è dato dal termine «deliberatamente». Si tratta di un’aggressione deliberata contro dei civili. Vedi i sequestri di persone, le auto-bombe che esplodono per strada, le bombe umane, ecc. ecc... «Deliberatamente» significa che non è possibile lavarsene le mani e dire che le guerre sono tutte uguali e che tutti gli interventi militari si equivalgono. È vero che qualsiasi azione militare fa strage di civili, ma non li uccide deliberatamente. Gli attentati terroristici uccidono deliberatamente dei civili in quanto civili, uccidono bambini in quanto bambini, uccidono donne in quanto donne. Oggi, ci corre l’obbligo di constatare che il terrorismo non è una novità: ne parlava Dostoevskij. Da sempre, gli anarchici hanno fatto esplodere bombe dentro i caffè. Che cosa c’è dunque di nuovo? Ci sono due cose. Innanzi tutto che il terrorismo è un fenomeno mondiale; che siamo passati dall’epoca delle bombe H, le bombe a idrogeno, all’epoca delle bombe-umane. Questo l’abbiamo visto a Manhattan. Abbiamo visto che per una somma irrisoria, equivalente al prezzo di un appartamento di otto vani a New York, Roma o Parigi, degli uomini armati di Keter possono compiere stragi simili a quelle di Hiroshima. È sintomatico infatti notare che l’area devastata di New York è stata chiamata Ground Zero perché Ground Zero ha rappresentato l’ultima tappa sperimentale prima di Hiroshima con l’esplosione di una piccola bomba; la gente ha immediatamente capito che in mano all’umanità tutta vi era oramai un potere devastante. Fino a Manhattan, il potere di devastazione nucleare era, in definitiva, nelle mani di una data potenza; oggi, un potere di devastazione analogo a quello nucleare è in mano di qualsiasi persona. Esso è stato democratizzato. Perché dico questo? Perché quando si è capaci di far esplodere un aereo sul Pentagono e sulle Twin Towers, si è in grado di far altrettanto contro obiettivi devastanti, come le centrali nucleari o altri obiettivi sensibili.

In primo luogo il terrorismo è divenuto un problema mondiale e un’arma mondiale, e in secondo luogo - e questo è forse ancora più importante - il terrorismo è divenuto un mezzo psicologico di lotta. Nelle guerre normali, classiche, anche durante il secondo conflitto mondiale e anche durante la guerra fredda, vi erano campi di battaglia e lì si decidevano le guerre. Clausewitz diceva che era sul campo di battaglia che si misuravano le forze morali - o immorali - e le forze fisiche, le forze morali attraverso la forza fisica. Il terrorismo è esattamente l’opposto. Si tratta di ottenere risultati concreti con mezzi psicologici. L’esempio ci viene da Manhattan, ma anche da Atocha, la stazione di Madrid ove sono stati uccisi civili per conseguire un risultato non conseguibile con le armi, e cioè il ritiro del contingente spagnolo dall’Iraq. Siamo di fronte a un cambiamento a causa del quale non è più il campo di battaglia il terreno in cui gli eserciti si affrontano, bensì la testa di ogni uomo di questo pianeta. A partire da Atocha, abbiamo assistito a una campagna terroristica contro il sistema democratico, contro il potere elettorale, visto che l’attentato di Madrid ha dimostrato come nell’arco di tre giorni, chi faceva esplodere i treni nelle stazioni otteneva maggiori risultati che non con sei mesi o due anni di campagna elettorale, di incontri porta a porta, di meeting, di dibattiti televisivi. Ricorderete che il risultato elettorale atteso da tutti gli istituti di sondaggio era a favore di Aznar, e nello spazio di tre giorni il risultato è stato sovvertito. Non sarebbe stato sovvertito senza gli attentati. Ci troviamo, quindi, di fronte a una campagna a livello mondiale che dimostra quanto il terrorismo sia più forte degli incontri porta a porta, delle discussioni, dei dibattiti. Il terrorismo, allora, non è solo far esplodere i treni nelle stazioni, bensì sgozzare - ad esempio - qualcuno e filmare l’evento, con calma, prendendo tempo. Quelle immagini parlano a tutti. Ricordate Antigone. Antigone si è alzata e ha detto: una volta morte, le persone hanno diritto alla sepoltura. Tutte. Che si tratti di nemici o amici. Ora, quello che si osserva nell’assassinio, nello sgozzamento degli ostaggi è che anche da morti essi non hanno diritto al silenzio, al cordoglio, occorre che siano insultati e che le loro sofferenze facciano presa sulle popolazioni. Qui, ci troviamo di fronte a un terrorismo che è lotta psicologica, e che - in un certo senso - va a sostituire le classiche battaglie fra eserciti.

Seconda definizione, a proposito di nichilismo. Credo sia questa la filosofia del terrorismo: il nichilismo. Con delle precisazioni, tuttavia, perché non è semplice formulare un’ipotesi nichilista. Cos’è il nichilismo? Sintetizzando al massimo, si può dire che con il nichilismo tutto è permesso. Abbiamo il diritto, ci prendiamo il diritto di uccidere dei civili, di uccidere dei bambini, di uccidere dei passanti, di uccidere chiunque. Tutto è permesso. È questo il motto, il leitmotiv del nichilismo. Questo ci insegna molto. Dire che l’essenza del terrorismo è il nichilismo significa che non si può ricondurre il terrorismo a un fanatismo religioso. Equivale a dire che è qualcosa che va al di là, che travalica una guerra di religione. Quando ci ostiniamo a sostenere che non attacchiamo l’Islam, bensì l’islamismo, due sono le implicazioni. Che il terrorismo, da un lato, è qualcosa di più esteso e, d’altro lato, che è qualcosa di più circoscritto. È qualcosa di più esteso in quanto fra terroristi religiosi, terroristi atei, terroristi cinici, terroristi gangster, vi sono fenomeni di alleanza. L’esempio tipico è quello del famoso dottor Khan, quel dottore pachistano che trafficava in armi di distruzione di massa con Paesi comunisti, sunniti e sciiti. Vi sono altri esempi dai quali avremmo potuto trarre insegnamento. Quello della banca Bbci, che negli anni antecedenti il 1990, promuoveva traffici di sostanze nucleari fra Brasile, Argentina, Libia, per conto del Pakistan dove aveva sede e con il sostegno dei Paesi del Golfo, ecc... In base all’ipotesi nichilista, abbiamo a che fare con qualcosa che va completamente al di là delle guerre di religione, che supera ampiamente i conflitti ideologici. Il nichilismo rappresenta il nocciolo comune, il leidos - direbbero i filosofi greci - l’idea guida del terrorismo islamico, ma anche del terrorismo nord-coreano e del terrorismo narco-marxista del Sud-America. Tale travalicamento non è solamente un superamento delle barriere religiose, è anche un superamento delle barriere ideologiche. All’inizio, quando vi era Milosevich, si diceva: è un marxista. Non è vero. Era un marxista, ma anche un razzista, un nazionalista estremo, alleato di gente con una mentalità molto vicina a quella nazista. Assistiamo a un ventaglio di opzioni ideologiche, di contatti fra Al Qaeda e il Baas, tra Al Qaeda e Saddam Hussein. Potete osservare che in poco tempo questi contatti si sono saldati completamente, che in quindici giorni - il tempo dell’arrivo degli americani - gli uomini di Saddam Hussein, a quanto pare laici, atei e quant’altro, e gli uomini di Al Qaeda, che passano per religiosi, si sono intesi perfettamente. Ci troviamo quindi di fronte a un fenomeno nichilista ove l’idea di distruggere per distruggere perviene a riunire attorno a sé gente con opzioni e ideali quanto mai contrapposti.

Ma il terrorismo è anche qualcosa di più circoscritto. È qualcosa che va oltre la connotazione religiosa che gli si dà. Vi ricordo che le prime vittime del terrorismo islamico sono stati dei musulmani, che i primi ad avere lottato contro il terrorismo islamico e contro la nebulosa di Al Qaeda sono stati gli algerini: le donne algerine, i giornalisti algerini, buona parte dell’esercito algerino e quanto rimaneva dello Stato algerino. Gli algerini affermano, con ragione, che hanno lottato da soli - perché nessuno intendeva capirne le ragioni - dieci anni prima dell’attentato a Manhattan. Abbiamo, quindi, a che fare con qualcosa di più esteso, ma anche di più circoscritto: non si può infatti parlare di guerra fra civiltà, di guerra fra religioni o fra culture religiose, semplicemente perché il terrorismo nichilista fa implodere tutti gli universi antichi e tradizionali. E in particolare, oggi, fa esplodere il cosiddetto mondo musulmano. Non ci troviamo dunque nell’ambito di una guerra di religione: non sono le guerre di religione che dobbiamo evitare, bensì dobbiamo lottare contro il nichilismo per difenderci dagli attacchi che il esso ci sferra. Cosa significa questo? Cerchiamo di approfondire l’analisi. Prendiamo un esempio, non direttamente un esempio di contrapposizione fra Occidente e Islam. A questo arriveremo, ma la cosa è più complessa. Prendiamo Beslan. Siamo portati a rimuovere quell’orrore al quale abbiamo assistito. Ricordate quei bambini in mutandine, coperti di sangue che correvano qui e là, presi tra due fuochi? È stato il sequestro più terribile e più folle della storia dell’umanità. Il sequestro di un numero imprecisato di bambini, spaventosamente brutale, sordido e crudele. Ebbene, ripercorriamo quell’avvenimento. Credo che non potremo dimenticarlo, così come non possiamo dimenticare il ragazzino ebreo che esce dal buco del ghetto di Varsavia, la cui foto appare ancor oggi sui giornali, così come non possiamo dimenticare la foto di una bambina sotto il napalm in Vietnam. Avremo sempre presenti - credo sia un simbolo della nostra epoca - quei piccoli che correvano spaventati, quando potevano correre perché non erano morti, in mutandine, nel più assoluto sgomento dei genitori e di tutti noi, incapaci di capire cosa stesse succedendo. Scopriamo così che il nichilismo comporta tre elementi. Innanzi tutto, siamo di fronte a degli assassini che prendono in ostaggio dei bambini, che sanno benissimo che sequestrandoli li condannano a morte, che li obbligano a bere le loro urine e così via. Questo è il primo tassello. Si tratta di gente come Basaiev, che dieci giorni dopo si è assumento la paternità del sequestro, sempre che sia vero. Si tratta di gente incurante della vita e della morte, incurante di se stessa e degli altri. Incurante di se stessa, in quanto nel prendere degli ostaggi sa perfettamente di diventare a sua volta ostaggio del proprio sequestro e si condanna molto verosimilmente a morte diventando bomba-umana. Ma anche incurante della vita e della morte degli altri, visto che è gente capace di condannare a morte dei bambini. Questo è il primo stadio, il primo livello del nichilismo. Il secondo livello è quello che abbiamo visto, e cioè un esercito in uniforme che spara nel mucchio nel caos più totale, poiché la maggior parte dei bambini è alla fin fine morta sotto il fuoco russo. Neanche questo è imputabile al caso. Nel sequestro al teatro della Dubrovka, i morti erano anche lì per lo più imputabili a soldati in uniforme, ai corpi speciali della polizia russa. È il secondo stadio. E così, come i primi sono totalmente imperdonabili, assolutamente non scusabili e disumani, anche i secondi lo sono altrettanto, poiché per qualsiasi poliziotto, per qualsiasi giornalista occidentale vi sono altri metodi per trattare un sequestro: si cerca di stancare i sequestratori, si cerca di salvare il maggior numero di vite umane. Non c’è bisogno che ve lo spieghi. Gli esempi sono un po’ ovunque. Poi c’è un terzo livello che corrisponde a noi. A noi che non abbiamo criticato, né in occasione dei fatti della Dubrovka, né in occasione dei fatti di Beslan, il comportamento delle truppe russe, pur sapendo benissimo che non è così che va gestito un sequestro per salvare la vita degli ostaggi. Vi è pertanto una complicità da parte nostra, una complicità da parte delle democrazie occidentali. E questi tre livelli costituiscono l’attuale struttura del nichilismo. Vi sono persone che uccidono in assoluto: chiamiamoli i nichilisti estremi, quelli che non hanno più il senso della vita e della morte, né per se stessi, né per gli altri. Vi sono poi quelli capaci di mentire: ricordatevi quanto detto circa il numero degli ostaggi. Si diceva: «Sono i ceceni», oppure «non sono i ceceni». Anche Putin ha dichiarato: «Non c’è la mano di un ceceno», e anche Sergei Ivanov, il ministro della Difesa russo, ha affermato: «Non c’è l’ombra di un ceceno». Tutto ciò era falso. Le autorità russe hanno affermato tutto e il contrario di tutto e questo ha avuto un effetto, poiché i genitori i cui bambini erano sotto sequestro non hanno creduto più alle autorità e hanno imbracciato un fucile o qualsiasi altra cosa, per andare a salvare i propri figli, seguiti dalle forze speciali russe pronte a sparare nel mucchio. Questa menzogna è, dunque, a sua volta, un modo terroristico di uccidere la gente. In terzo luogo, vi è la nostra passività, il nostro modo di dire: «Ebbene, sì, siamo tutti d’accordo, tutti gli Stati sono d’accordo per intervenire contro il terrorismo», senza però che vi sia una critica da governo a governo nei confronti di quello che si comporta male e continua a farlo. Credo che qui stia il vero problema del nichilismo: è una struttura complessa che chiama in causa tutti noi. 
Vi ricordo che la guerra in Cecenia dura da dieci anni e che la seconda offensiva è iniziata nel 1999 con un ultimatum. Si trattava, secondo alcune autorità russe di 700 terroristi da neutralizzare, secondo altre autorità russe di 2000. Un ultimatum venne lanciato contro la città di Grozny, capitale della Cecenia, che originariamente contava 400 mila abitanti, e che, secondo lo Stato Maggiore russo, sarebbe stata rasa al suolo in tre giorni se i terroristi non si fossero arresi. In effetti, Grozny non venne rasa al suolo in tre giorni, bensì in tre mesi, in un modo assolutamente impietoso. Siamo di fronte a un’aggressione da parte di forze armate contro civili inermi, contro gli abitanti di una città, cosa che non succedeva più dai tempi di Varsavia, rasa al suolo da Hitler nel 1944. Quello che è successo agli inizi del 2000 è avvenuto nel silenzio mondiale più totale. Vi è qui qualcosa di inquietante, qualcosa che ci dovrebbe preoccupare perché rimanda a uno scenario che conosciamo: lo scenario afghano. Ricordate? La Russia - all’epoca si trattava dell’Unione Sovietica - ha attaccato l’Afghanistan, l’ha occupato, l’ha raso al suolo, ne ha distrutto tutte le strutture non solo sociali, ma anche mentali. Il risultato è stato un deserto, gente disperata, gangster, fanatici religiosi, talebani… Il risultato è stato Bin Laden e Manhattan. E ciò che avviene in Cecenia, rasa al suolo, devastata, martirizzata - 40 mila sono probabilmente i bambini morti in Cecenia a causa della guerra - è un nuovo scenario afghano, ove rischiamo di creare il terreno favorevole a un terrorismo terribile. Perché chi è capace di uccidere dei bambini - i vari Baseiev e le truppe russe lo hanno dimostrato - è capace di qualsiasi efferratezza. L’Occidente potrebbe dire: «Trattate con gli indipendentisti che condannano quei fatti». È quel che farebbe qualsiasi Paese occidentale. Qualsiasi Paese occidentale direbbe: «Ma noi non abbiamo raso al suolo Belfast per la presenza di quello stesso numero di terroristi. Non abbiamo raso al suolo la capitale dei Paesi Baschi per quello stesso numero di terroristi: duemila, sembrerebbe. Quindi, fermatevi! Trattate con gli elementi moderati, con coloro che da sempre condannano la presa di ostaggi, le aggressioni contro i civili, e così via». Dico che questa è la struttura nichilista. Perché la chiamo «nichilista»? Al riguardo leggete un capitolo di Così parlò Zarathustra intitolato «Le tre metamorfosi». Secondo Nietzsche, il nichilismo è qualcosa di positivo, qualcosa da oltrepassare, ma che è positiva. Egli sostiene che nelle varie tappe dell’umanità, vi sono tre stadi: lo stadio del cammello, colui che accetta tutto; lo stadio del leone, colui che rompe tutto; e lo stadio del bambino, colui che è al di sopra e al di là del bene e del male. Ritengo che Nietzsche abbia così definito i nostri tre modi di accettare oggigiorno la crudeltà. Lo stadio del cammello corrisponde a noi. Accettiamo che gli Stati regolino i problemi e diciamo: Amen! Lo stadio del leone è quello delle autorità che si permettono di mentire, che si pongono al di là del vero e del falso. È il caso, ad esempio, di Putin nei confronti della Cecenia. E lo stadio del bambino, dell’innocenza, dell’affermazione santa è lo stadio corrispondente al terrorismo assoluto, estremo. Riprendendo Nietzsche, abbiamo il nichilismo passivo che corrisponde a noi; il nichilismo attivo che corrisponde agli istigatori, a coloro che creano il terreno fertile per un terrorismo forsennato, terrorismo che è paragonabile allo stadio del bambino. Cos’è il bambino? Il bambino è l’adulto che si comporta come un bambino e che crede di poter andare al di là della distinzione fra la vita e la morte. Tutto questo ha a che vedere con la filosofia? Sì. Esiste una metafisica denominata «metafisica speciale»: è la metafisica che ci definisce di fronte a Dio, di fronte al mondo e di fronte a noi stessi. Il nichilismo può essere definito in base a questi tre elementi. Di fronte a Dio, poniamo il bambino: il bambino divino, il creatore, l’affermazione santa. Di fronte al mondo, vi è il leone: colui che intende ricreare il mondo ex nihilo, che distrugge tutto per creare un mondo nuovo; e di fronte a noi stessi siamo il cammello: accettiamo tutto da noi stessi e dagli altri. Cosa vi è in comune? La definizione del relativismo, non un relativismo rispetto al bene e ai valori, ma un relativismo rispetto al male. Si dice «non c’è male». Il cammello accetta tutto, il leone distrugge tutto e il bambino fa quello che vuole. Non c’è male, non è necessario trattenersi di fronte a quello che è male. È questa cancellazione del male che ci porta ad accettare passivamente o attivamente le stragi di bambini. Questo cancellare il male è per noi la peggior minaccia odierna e costituisce la vera filosofia del terrorismo. La vera filosofia del terrorismo non consiste nell’asserire che non vi è bene, bensì che non vi è male. Ed è proprio quello che si verifica. Per quanto attiene al rapporto con Dio, troviamo religiosi che sono estremisti e che affermano di avere ricevuto da Dio una missione e di esserne i luogotenenti. Vi sono poi degli assassini che non hanno un Dio. Vuoi che mi sostituisca a Dio, vuoi che Dio mi deleghi i suoi poteri? In entrambi i casi, però, ho il diritto di uccidere chi voglio.

Il Ventesimo secolo è stato molto fortunato. Ha conosciuto Hiroshima e Auschwitz. Ma ha saputo quale distinzione fare tra i due eventi. Da un lato, vi era il deterrente nucleare e la minaccia tecnica di una devastazione assoluta; dall’altro, vi era lo spirito di annientamento totale di una parte dell’umanità; e quando si è capaci di annientare una parte dell’umanità - dalla culla alla morte - si è capaci di annientare poco alla volta l’umanità intera. E, in effetti, non c’è stato solo il genocidio degli ebrei: sul finire del Ventesimo secolo c’è stato il genocidio dei tutsi che è avvenuto anch’esso nel silenzio mondiale più assoluto. La fortuna del Ventesimo secolo, e la sfida che oggi dobbiamo affrontare, sta nel fatto che il Ventesimo secolo ha distinto la capacità tecnica di devastazione assoluta dalla capacità oso dire morale, in ogni caso psichica e mentale, di distruzione assoluta. Ciò che è apparso evidente con Manhattan e con il terrorismo è il congiungimento di queste due capacità in una sola, cioè la fusione della capacità distruttiva di Auschwitz e di Hiroshima. Qui sta il pericolo del terrorismo, ed è contro questa minaccia che dobbiamo lottare. Ma se continuiamo ad avere il comportamento nichilista che non è quello del fare, ma del lasciar fare (trattandosi di democrazie), favoriamo l’incontro di queste due capacità, che sono alla portata dei terroristi. Per questo siamo costretti a ritenere che tutto si giocherà nel Ventunesimo secolo sulla testa di ognuno di noi. E la testa di ognuno di noi è la testa, ad esempio, della popolazione cecena che non deve sentirsi completamente isolata di fronte all’esercito dei 150 milioni di abitanti del nostro pianeta... Ma è anche la testa di coloro che vivono nelle bidonville, che non debbono sentirsi isolati quando lottano per conquistarsi un po’ di umanità. Credo che abbiamo a che fare con qualcosa che occuperà tutta la nostra vita, almeno spero, perché se non occuperà tutta la nostra vita, occuperà la nostra morte! 



(Traduzione dal francese di Bianca Scauri)
 

web agency Done Communication