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La mia vita tra Stalin e Hitler

LIBERAL BIMESTRALE
di Ernst Nolte
Liberal n. 27 - Dicembre 2004-Gennaio 2005

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cop27La particolarità della situazione mi è chiara. Di norma, soltanto dopo la sua morte o dopo la fine della sua carriera intellettuale, l’opera complessiva di un autore diventa tema di saggi, rievocazioni o libri, che però provengono ovviamente da colleghi specialisti o, talvolta, da pubblicisti. Il fatto che l’autore stesso si impegni nella valutazione della sua opera è invece molto raro e può suscitare una sensazione di disagio, poiché non è esclusa la possibilità che ne risulti un autorispecchiamento non privo di vanità o addirittura un’autoglorificazione. Tuttavia, nel nostro caso, la cerchia di questo simposio è talmente ristretta e consiste in modo talmente palese di autori che già ora o in un futuro non lontano possono guardare alla loro opera nel suo insieme, che questo rischio non è poi così grande. Inoltre, fin d’ora balzano agli occhi alcuni vantaggi: difficilmente un altro studioso conosce l’opera di un autore così bene come l’autore stesso, e con sicurezza nessuno è così intimamente connesso con quelle concrete circostanze di vita che, soprattutto per l’opera di uno storico o di un filosofo della storia, possono essere state decisive in questo o in quell’altro punto. Nel nostro contesto, gli altri partecipanti, da un lato hanno familiarità con l’opera dell’autore in questione e dall’altro vivono e lavorano in ambiti vicini ma nondimeno diversi da quello dell’autore, così che le loro prese di posizione assumono un valore inestimabile per l’autore stesso. Una delle prime questioni in comune a cui dare risposta potrebbe dunque essere la seguente: può essere adatto un concetto di «opera nel suo insieme» che non venga riempito da un’aggiunta di indagini scientifiche specialistiche ma che sia paragonabile a un albero che anno dopo anno da un’unica radice fa crescere il tronco e fa spuntare molti rami di diversa grandezza? 
Devo iniziare con una circostanza legata alla mia vita, che avevo citato in una nota al mio libro Esistenza storica e che potrebbe giustificare la tesi secondo cui l’opera complessiva sarebbe segnata, dall’inizio alla fine, da un’esperienza d’infanzia che avrebbe implicato una spinta verso una direzione politica proveniente dai genitori, la quale avrebbe agito in modo tanto accecante quanto illuminante. Nel 1930 avevo sette anni, ma ero già un assiduo lettore di giornali, e già allora ero partecipe di tutto ciò che i giornali riferivano e che si raccontava in casa. Leggevo degli sconvolgenti avvenimenti nella Russia sovietica; vedevo le grandi manifestazioni pubbliche che i comunisti e i nazionalsocialisti inscenavano nella piccola città al confine con il territorio della Ruhr dove ero cresciuto; ero sconvolto nel vedere i camion drappeggiati di rosso, dai quali uomini in uniforme gridavano «Fronte rosso», e più tardi i nazionalsocialisti gridavano «Heil Hitler!». Ma per i miei genitori e per me i comunisti erano in primo piano, perché nelle cittadine industriali avevano un seguito particolarmente numeroso e più ancora perché essi erano apertamente ostili alla Chiesa e alla religione. Un giorno, in una sala d’attesa di un medico, mi capitò fra le mani una rivista illustrata in cui era raffigurato il facsimile di una pagina di un giornale ateo sovietico. Il testo tradotto e soprattutto le caricature mi impressionarono talmente, che mi proposi di scrivere un «libro» che avrebbe dovuto intitolarsi Un’onda bolscevica dalla Russia alla Germania. Ne uscì un quaderno di scuola di circa una trentina di pagine, scritto in modo del tutto infantile, che fu, se si vuole, il mio primo prodotto letterario e l’inizio di tutta la mia opera. 
Con questa constatazione avrei potuto smascherarmi agli occhi di alcuni critici, poiché essa riguarda una sorta di decisione preliminare in riferimento a certe priorità, e la priorità, l’importanza maggiore, viene qui attribuita chiaramente al comunismo. Sembra quindi inevitabile supporre che la conseguenza era una simpatia, forse sotterranea, per il nazionalsocialismo. Ma in realtà le cose erano assai più complicate. Mio padre, insegnante di scuola, era stato catturato al fronte e fatto prigioniero di guerra dai francesi, e non mi sfuggì l’esclamazione che di quando in quando egli pronunciava: «Se non fossi un cattolico, sarei un comunista». E quando, la sera del 30 gennaio 1933, la virulenta fiaccolata del partito vincitore sfilò dinanzi a casa nostra, mio padre disse: «Questa gente non cederà più il potere finché non avrà perduto la sua guerra». Dunque, come si vede, non si può parlare affatto di «simpatia». Piuttosto, bisognerebbe affrontare la questione di quale rapporto ci fosse tra questi due minacciosi e pericolosi movimenti, poiché era chiaro che essi non erano semplicemente nemici l’un l’altro. Questo problema non trovò in me, allora, alcuna articolazione «letteraria», e trascorsi in una sorta di quasi ritiro i dodici anni del Terzo Reich, guerra inclusa, durante la quale a causa di un relativamente lieve difetto fisico potei, come pochissimi maschi della mia generazione, dedicarmi allo studio. Provenendo da una famiglia non accademica, lo studio dell’inglese, della letteratura tedesca e della filosofia fu per me un’esperienza inedita. E questo studio portò al secondo fondamentale evento della mia giovinezza: l’incontro con Martin Heidegger nell’estate del 1944, che a causa di circostanze fortuite connesse alla guerra fu più intenso di quanto normalmente avrebbe potuto essere. Fu stabilito che la mia dissertazione avrebbe avuto come tema Plotino, ma la fine della guerra stravolse questo progetto, perché fece di Heidegger una persona messa al bando, e mi costrinse a ritornare alla mia città natale e a diventare professore di scuola. Mi dedicai però a una vasta e approfondita lettura delle opere di Marx, perché volevo conoscere bene il pensatore che la propaganda nazionalsocialista aveva denigrato e accusato come nessun altro. E quando, nel 1950, Heidegger poté finalmente rientrare all’Università, abbandonai l’insegnamento e ritornai a Friburgo. Tuttavia, dopo la nomina a professore emerito, Heidegger non accettò più nessun dottorando, e quindi stesi la mia dissertazione con l’ultimo allievo di Husserl, Eugen Fink, sul tema: «Autoalienazione e dialettica nell’Idealismo tedesco e in Marx». Dopo di che, dovetti rientrare nei ruoli dell’insegnamento e nel corso del decennio successivo portai a poco a poco - senza la benché minima intenzione di carriera accademica - le esperienze fondamentali, ma del tutto non spettacolari, della mia vita in un unico contesto: bolscevismo, nazionalsocialismo, Marx e Heidegger. Nel maggio del 1963 uscì il mio libro Faschismus in seiner Epoche (che letteralmente tradotto sarebbe “Il fascismo nella sua epoca”), e le conseguenze furono eccezionali: agli inizi del 1963 ero un perfetto sconosciuto, alla fine del 1965 il mio libro era tradotto o in via di traduzione nelle principali lingue occidentali, e io divenni professore di Storia moderna all’Università di Marburg. 
Già con il titolo, Faschismus in seiner Epoche (il titolo dell’edizione italiana fu I tre volti del fascismo) prendeva posizione nei confronti delle grandi questioni del nostro tempo, perché se il fascismo aveva plasmato una sua propria epoca, allora non sembrava giusta la definizione di Lenin e dei suoi adepti secondo cui proprio in quell’epoca l’umanità sarebbe entrata nel periodo finale della sua «preistoria», cioè nel periodo della rivoluzione proletaria mondiale. Il mio concetto però non aveva un senso polemico, ma solo un senso constatativo orientato alla comprensione degli eventi. Tuttavia, un’attenzione molto maggiore fu suscitata dall’uso del concetto di «fascismo», che in Occidente era diventato, dall’inizio della guerra fredda, del tutto inutilizzabile e che valeva come parola d’ordine della propaganda comunista. Una certa vicinanza alla concezione marxista era in realtà inconfondibile, poiché le prime parole della mia definizione sostenevano chiaramente che il fascismo era un antimarxismo, ma alla frase subordinata che la chiariva si poteva attribuire addirittura un carattere polemico: «un antimarxismo che tentava di annientare l’avversario mediante la formazione di un’ideologia radicalmente opposta e tuttavia vicina, e mediante l’applicazione di metodi quasi identici e tuttavia caratterizzati in senso peculiare». L’inclusione nella «teoria del totalitarismo» sembrò dunque pienamente offerta. Ma d’altra parte la mia definizione affermava il contrasto fra marxismo (e di fatto si trattava del comunismo nel senso del comunismo sovietico) e fascismo in modo molto più forte di quanto avvenisse nella concezione ampiamente identificante del totalitarismo espressa da Hannah Arendt e Carl J. Friedrich. E il momento della narrazione e dell’analisi storica aveva una conformazione più forte: la prima parte del libro, dedicata all’Action française, poteva anche essere letta come mera informazione sui destini di questo piccolo partito guidato da Charles Maurras, dai suoi inizi all’interno dell’Affare Dreyfus fino alla sua fine con l’eliminazione dopo la sconfitta del regime di Vichy nel 1945. Ma il capitolo sulla storia era soltanto una parte della parte, e le restanti parti sulla «prassi» e sulla «dottrina» dell’Action française deviavano considerevolmente da ciò che normalmente ci si aspetta da una narrazione storica. E soprattutto, veniva proposta nuovamente e in maniera sconcertante una «definizione» che evocava in modo addirittura evidente la memoria di Heidegger: «Maurras significa la resistenza letteraria e politica contro la trascendenza e, insieme a ciò, la difesa incondizionata dello Stato autarchico e sovrano, guerriero e aristocratico, dell’Ancien regime come paradigma per tutte le epoche della Francia». La sussunzione dell’Action française sotto al concetto di «fascismo» non rimase priva di critiche, e in alcune recensioni fu attaccata come il tentativo partigiano di un uomo di sinistra, che voleva attribuire al conservatorismo una precisa colpa dichiarando la sua vicinanza al fascismo. Ma contro questa accusa parlava il fatto che il fascismo non veniva affatto da me concepito come un concetto indifferenziato, e che l’Action française, in quanto «prefascismo», veniva molto chiaramente distinta dal «fascismo normale» italiano e soprattutto dal «fascismo radicale» di Hitler. Inoltre, l’analisi della teoria e perfino della persona di Maurras lasciava trasparire tanta «empatia» - cioè un atteggiamento di partecipazione interna che può essere rivolto, nella storiografia politica, anche a un avversario ideologico e politico -, che sembrava essere riconoscibile la tendenza principale dello storicismo tedesco, protesa in modo eccessivo verso una «oggettività» mai realizzabile perfettamente. 
Ma altrettanta empatia, nel senso appena indicato, era dedicata a Mussolini, personalità centrale della seconda parte del libro. Infatti, a lui veniva attribuita un’importanza storica mondiale, perché prima di divenire, sotto l’influsso della prima guerra mondiale, «Duce del fasciscmo», era stato un marxista genuino e figura guida del Partito socialista italiano. Ovviamente, questa tesi presuppone che fino al 1914 Mussolini sia stato realmente un marxista e non un sindacalista romantico, e proprio perciò la mia tesi non fu quasi accettata in Italia. Ma come poteva il fascismo essere opera di «agenti del capitalismo», se quasi tutte le sue personalità di spicco, prima della guerra, avevano fatto parte della «sinistra»? Qui potrebbe diventare visibile una seconda e del tutto diversa intenzione partitica dell’autore: e cioè il fatto che egli abbia voluto, almeno parzialmente, porre in reciproco e interno collegamento ciò che apparentemente è del tutto contrapposto, ossia la sinistra socialista e la destra fascista. Comunque sia, una cosa però era per l’autore fuori di dubbio, vale a dire il fatto che fra il socialismo di sinistra, di provenienza leninista, del Partito socialista italiano del primo dopoguerra e il partito nazionalfascista di Mussolini c’era una rapporto di azione e reazione, e con ciò un «nesso causale». Per esempio, come potrebbe essere compresa altrimenti una frase di Errico Malatesta, il quale diceva che la sinistra avrebbe dovuto un giorno pagare con lacrime di sangue il terrore che in quel momento stava esercitando nei confronti della borghesia, se non fosse andata fino in fondo nel suo compito? Ma altrettanto rilevante è probabilmente l’osservazione aggiuntiva, secondo cui per Malatesta la cosa più triste sarebbe stata vedere come al compimento della sua profezia avessero preso parte uomini che egli un tempo aveva tenuto in massima considerazione. E fra questi il principale fu Mussolini, l’unico che poteva permettersi di sostenere un «duello con Lenin», nel quale le osservazioni «antisemite» sui compagni di battaglia di Lenin giocavano un certo ruolo non secondario. Palesemente, uno dei motivi principali dell’autore consisteva nel sottolineare sempre di nuovo gli elementi inattesi e i paradossi che vengono rimossi tanto da un’interpretazione partigiano-antifascista quanto da un’interpretazione partigiano-fascista. Ora ci si può chiedere: un tale punto di vista «al di sopra delle parti», empatico, si manifesta anche nei confronti di Adolf Hitler e del nazionalsocialismo, che costituiscono la terza parte del libro? La risposta deve necessariamente essere «no», se si prende sul serio il fatto che per la prima volta nella saggistica tedesca sul nazionalsocialismo l’«annientamento degli ebrei», «Auschwitz», viene attribuito al nucleo più interno del nazionalsocialismo e a partire da lì viene poi respinto. Insieme alla caratterizzazione della guerra contro l’Unione Sovietica come «la più mostruosa guerra di conquista, di schiavizzazione e di annientamento» che la storia moderna conosca, il libro si inserisce immediatamente nella preistoria del cosiddetto movimento del ’68 e dei successivi modi di manifestarsi del «superamento del passato». E un’inconsueta definizione del regime hitleriano come «dispotismo totalitario della salvezza» corrisponde alla medesima tendenza di giudizio. D’altra parte, la personalità di Hitler, nel suo carattere fondamentalmente «infantile», «monomaniaco» e «medianico» viene analizzata con quella interna partecipazione. E la «paura», che gli viene attribuita come emozione di fondo, viene considerata, come nel caso di Maurras, non come un contrassegno volgare, ma come un modo sintomatico di sentire, esteso più o meno variamente a tutti i livelli, una sensibilità in cui si manifesta l’opposizione alla trasgressione moderna dell’ordine tramandato con tutti i suoi elementi caratteristici: propensione alla guerra, volontà di sovranità del singolo Stato e interno antagonismo, ma anche amore per la «civiltà». Si tratta di una forma di opposizione che nel caso del nazionalsocialismo si dovrebbe definire come «resistenza pratica e violenta contro la trascendenza», come resistenza contro il passaggio a una nuova situazione, possibilmante «post-istorica». Ma nessuno eccetto Hitler ha visto l’origine del processo universale in un gruppo di uomini, e nessun crimine si è meritato il nome di misfatto metafisico o trascendentale più del tentativo di arrestare questo passaggio mediante l’annientamento fisico di un determinato gruppo umano, cioè degli ebrei. Questa interpretazione fu molto ben fondata grazie alla scoperta di uno scritto fino a quel momento del tutto sconosciuto di Dietrich Eckart, il primo e più importante mentore di Hitler, nel quale sotto il titolo Il bolscevismo da Mosè fino a Lenin veniva riprodotto un colloquio fra lui e Hitler al quale dev’essere attribuito un alto grado di autenticità. Con lo scopo di conseguire un giudizio conclusivo, concetti come «eccedenza» e «ipercorrispondenza» acquisivano un significato centrale. 
Se le riflessioni nelle quali compaiono concetti come quello di «trascendenza» sembrano troppo «speculative» o «heideggeriane», la quinta e ultima parte del libro mostra invece come esse si possano ben collegare con le idee di Kant, Marx, Nietzsche e Max Weber. Ma al tempo stesso diventa imprescindibile chiedersi dove si possa collocare un libro che non appartiene in modo univoco alla storiografia né in modo inequivocabile alla filosofia. Era però altrettanto evidente che esso potesse diventare radice di un albero con molti rami. Con la saggezza dell’analisi retrospettiva si può dire ciò che segue: il rapporto interno ed esterno fra marxismo e fascismo era chiaramente delineato, ma tuttavia c’era una chiara sproporzione nella trattazione delle due ideologie e dei loro rispettivi movimenti, che poteva essere superata solo da un libro sul marxismo. L’importanza del bolscevismo tanto per Hitler quanto per Mussolini era esposta in modo inequivocabile, ma la «guerra civile» ideologica e realmente storica che ne risultò era soltanto abbozzata. Il fatto che per Hitler il bolscevismo fosse «ebreo» era elaborato in modo scientifico senza le frasi insultanti che di solito lo accompagnano, ma restava da chiedersi se l’«antisemitismo» di Hitler, come suggerisce la descrizione autobiografica del Mein Kampf, possedesse un carattere autonomo oppure se esso, solo dopo gli eventi storici più recenti, fosse diventato per Hitler la «chiave» per comprendere il bolscevismo. Le affermazioni «storico-filosofiche» dovevano essere condotte ben al di là dei semplici accenni, e forse fu proprio questo che suscitò in me il desiderio di scrivere alcuni testi che fossero pienamente inquadrabili o nel campo della scienza storica oppure in quello della filosofia. Per molti anni mi dedicai al faticoso inserimento nella routine dell’attività accademica, e fino al 1974 pubblicai solo due libri, che servivano a completare quello su I tre volti del fascismo: il libro sui movimenti fascisti e la raccolta di testi, accompagnata da una esauriente introduzione, intitolata Teorie sul fascismo. In questo modo mi venne affibbiata la definizione di «esperto del fascismo». Ma, allora come nei decenni successivi, non volevo essere rinchiuso in una cerchia di esperti e in una scuola scientifica particolare, ma desideravo dedicarmi alla crescita dell’albero di cui ho detto, e in un certo modo restare ancora un «dilettante», un amante del dischiudimento di territori per me nuovi e della riflessione su di essi. Così nacque il successivo, consistente, libro: La Germania e la guerra fredda, del 1974, scritto sotto la spinta di un impulso attuale, e cioè il ferimento e la sorpresa nel vedere come importanti settori dei giovani universitari tedeschi, dopo un breve periodo di transizione, si fossero schierati a favore dell’«altra» delle due parti impegnate nella guerra fredda, cioè a favore della Ddr e del comunismo. Questa presa di posizione faceva constatare, come scrissi allora, «il tramonto dello Stato nei sentimenti dei gruppi più attivi della sua gioventù universitaria». Risalendo molto indietro nella storia, cercavo di capire tale fenomeno, e collegai l’idea che la guerra fredda appartenesse al genere delle lotte, totalmente o parzialmente determinate dall’ideologia, fra Stati o gruppi di Stati, con la nascita degli Stati Uniti d’America intesi come il «primo Stato della sinistra». Elaborai i caratteri principali della sinistra estrema in base all’esempio della Rivoluzione francese, e giunsi alla conclusione che essa aveva come scopo la distruzione di ogni struttura precedente e che nelle battaglie dell’epoca rivoluzionaria «essa rimase sempre soltanto progressista, perché essa è soltanto del tutto retriva». 
Da questo punto di partenza, la storia della guerra fredda veniva raccontata fin dal suo inizio con la formazione della coalizione di guerra, i cui tratti caratteristici erano analizzati in un ampio capitolo intitolato «La Repubblica federale di Germania e la Repubblica democratica tedesca al centro della guerra fredda», come - mutatis mutandis - dieci anni prima erano state indagate, in un capitolo del libro del 1964, Le strutture di due Stati monopartitici. Ma il modo di procedere era molto peculiare: c’era un capitolo sugli «Episodi sconcertanti: la prima guerra fredda intracomunista e la guerra semifredda intraoccidentale»; un altro capitolo era dedicato ai «Paralleli illuminanti: Giappone, Austria, Cina, Corea», e un terzo a Israele sotto al titolo di «Paralleli e contrasti». In un certo senso era presente l’intero mondo, nel modo in cui esso era di fatto collocato nel grande conflitto, e alla fine ci fu posto anche per una previsione concreta, che molto dopo sembrò rivelarsi sbagliata, cioè che con il riconoscimento della Ddr l’obiettivo statale di una «riunificazione occidentale» fosse diventato inconcepibile. Ma più importante di ciò era la constatazione conclusiva, secondo la quale con la guerra fredda tutte le ideologie che allora sopravvivevano si sarebbero sostanzialmente indebolite e che nessuno Stato dell’epoca presente sarebbe un’anticipazione di ciò che l’umanità si sarebbe trovata dinanzi nel futuro. Il titolo La Germania e la guerra fredda recava con sé un carattere eccessivamente limitativo; un titolo come La sinistra nella storia e l’era della guerra fredda sarebbe stato meglio, ma sarebbe stato anche troppo prolisso e oscuro. In quegli anni nemmeno io mi accorsi che si trattava in un certo senso di un’anticipazione del libro intitolato Esistenza storica. Del tutto diversamente dal caso del libro I tre volti del fascismo, questo non fu preso in considerazione dagli specialisti di quella disciplina che allora era ancora in elaborazione, e pensando al suo modo di procedere la cosa non fu affatto sorprendente. Ma molto sdegno suscitò la tesi, che istituiva un collegamento con il libro su I tre volti del fascismo e che forse non fu allora chiarita in modo abbastanza approfondito, secondo la quale ogni importante Stato dell’era attuale che si sia posto un fine eccezionale ha avuto «la propria epoca-Hitler». Ancora più denso di conseguenze fu il fatto che la recensione molto negativa pubblicata sull’American Historical Review da un influente ebreo tedesco emigrato negli Stati Uniti mi accusasse di ritornare al nazionalismo tedesco, perché da un giorno all’altro per gli intellettuali americani, i quali avevano riservato un’accoglienza estremamente amichevole al libro su I tre volti del fascismo, io non esistei più, tanto che non rientrai più nella vita intellettuale degli Stati Uniti. 
Il successivo ponderoso libro Marxismo e Rivoluzione industriale ebbe un destino analogo: non fu tradotto in altre lingue e non ebbe nemmeno una seconda edizione. Resta tuttavia il più dotto dei miei lavori, e si inseriva bene in un ampio e riconosciuto ramo della letteratura storiografica, cioè nel quadro del rapporto che Marx ed Engels ebbero con i loro precursori. La risposta consueta a questo problema aveva da tempo un carattere fissato addirittura in forma dogmatica: gli antesignani di Marx ed Engels sarebbero i primi socialisti francesi, gli economisti nazionali inglesi e i filosofi dell’idealismo tedesco. Ma già l’introduzione di quel libro indicava una considerevole diversità rispetto alla consuetudine («La questione aperta: Marx, Engels e i loro precursori inglesi»), mentre la prima parte forniva un quadro assai dettagliato di questi precursori, tra i quali i Tories ovvero i conservatori ebbero storicamente un ruolo altrettanto importante dei liberali, degli economisti nazionali e dei primi socialisti: i conservatori Robert Southey e Richard Oastler, Samuel Taylor Coleridge e Thomas Carlyle; i liberali Richard Cobden e Charles Babbage, Andrew Ure e William Cobbett; gli economisti David Ricardo, Thomas Malthus, Robert Torens e George Ramsay; i primi socialisti Piercy Ravenstone, Robert Owen, William Thompson e James «Bronterre» O’Brien. Da questo quadro si comprendono alcuni fatti: quanto la rivoluzione industriale sia stata osservata da molti lati, sebbene lo strato principale e guida della nazione, la classe cioè dei proprietari terrieri (gentry), a malapena la considerò; come quasi tutte le maggiori teorie, perlomeno nelle loro linee essenziali, fossero state elaborate già molto prima; e infine, ma non da ultimo, quanto forte fosse la somiglianza iniziale del conservatorismo e del primo socialismo. Considerando tutto ciò, si può dire che, «quando Marx ed Engels entrarono in scena, le più importanti riflessioni erano già state espresse, le interpretazioni e le teorie fondamentali già tracciate, i postulati rilevanti già presentati e le principali previsioni già avverate». Tuttavia, nella seconda metà del libro, dedicata a Marx ed Engels, gli apporti dei due «fondatori del socialismo scientifico» non venivano affatto sminuiti, nonostante in base all’analisi precedente anche il concetto di «socialismo scientifico» perdesse notevolmente di originalità e nonostante l’effetto dell’«utopia» - cioè dell’orientamento verso una «società primigenia priva di scambio, di denaro e di apparati» - venisse sottolineato come un ordinamento comunitario che si opponeva direttamente non solo alla «società borghese» ma alla società storica civile in generale. Ancora una volta veniva qui posto un nesso con la tematica dei Tre volti del fascismo, mostrando che già nell’Inghilterra premarxista e addirittura tendenzialmente negli stessi Marx ed Engels c’era una connessione fra «antisemitismo» e «anticapitalismo». Poiché analizzando Marx ed Engels il libro tematizzava anche quegli approcci teorici che di regola vengono tralasciati: il «nazionalismo pangermanico», la concezione della «lotta di classe» fra i popoli, la critica vitalistica alla civilizzazione e perfino il «razzismo», non è del tutto incomprensibile il fatto che in quel mio libro i marxisti vedessero un attacco contro Marx ed Engels, nonostante i capitoli in questione avessero, in rapporto alla vasta e molto comprensiva interpretazione dell’opera di Marx ed Engels nel suo insieme, soltanto una minima estensione. In realtà raramente mi è capitato di leggere una recensione che lasciasse così palesemente vedere l’intenzione non solo di «distruggere» un libro, ma anche di ucciderlo nel senso letterale del termine e di sottrarlo alla discussione, come quella che Eric Hobsbawm dedicò a questo libro.
Nel 1963 non c’era ancora, almeno non nella Germania federale, una «concezione stabilita» in base alla quale il libro su I tre volti del fascismo potesse essere criticato e attaccato. C’era piuttosto una sorprendente coincidenza di vedute di quasi tutte le correnti intellettuali verso un giudizio positivo, e ciò anche perché io avevo preso più seriamente e avevo collocato in un più ampio contesto storico il fascismo e il nazionalsocialismo di quanto accadeva normalmente fino a quel momento. Ma quanto più, in modo paradossale principalmente sotto l’impressione suscitata dalla guerra degli americani in Vietnam, in Germania si estendeva una tendenza al «superamento del passato» che consisteva sostanzialmente in accuse e spesso anche in insulti, tanto più sospetto doveva apparire il postulato dello sforzo di oggettività anche in riferimento al fascismo e al nazionalsocialismo, sebbene fosse collegato con una sottolineatura della singolarità della «soluzione finale della questione ebraica» che ancora per molto tempo - e proprio da parte della sinistra marxista - non sarebbe diventata la concezione prevalente e perfino assoluta. In base a tutto ciò, non era inconcepibile l’esplosione della cosiddetta «polemica degli storici», che nel suo nucleo emotivo si accese esclusivamente dopo la pubblicazione, sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 6 giugno del 1986, del mio articolo «Il passato che non vuole passare». Nel clima intellettuale sorto nel frattempo in Germania, espressioni come le seguenti rappresentavano provocazioni senza precedenti: «Non commisero i nazionalsocialisti, non commise Hitler un crimine “asiatico” forse soltanto perché essi stessi e i loro compari si ritenevano potenziali o reali vittime di un crimine “asiatico”? L’“Arcipelago Gulag” non era precedente ad Auschwitz? Lo sterminio di classe dei bolscevichi non era forse il prius logico e fattuale dello sterminio di razza dei nazionalsocialisti?». Non nego che quell’articolo fosse anche effetto di un’idea che si faceva via via più netta, che cioè i giovani studenti e i loro più anziani docenti desideravano dimenticare o addirittura rimuovere quella che era stata un’esperienza fondamentale della generazione della quale io ero uno dei membri più giovani, vale a dire la potente minaccia del bolscevismo, unica base a partire dalla quale poteva scaturire qualcosa come una riflessione sul nazionalsocialismo come «re-azione», reazione fallita perché «eccessiva», ma niente affatto fondata su mere fantasie. E proprio in considerazione di tutto il fanatismo e dello sdegno che quell’articolo aveva scatenato bisogna aggiungere che la sua conclusione fu praticamente trascurata: «Un ampio confronto che consista soprattutto nel ripensamento della storia degli ultimi due secoli dovrebbe certamente portare il passato, di cui qui si tratta, a “passare”, come si addice a ogni passato, ma dovrebbe anche proprio attraverso ciò appropriarsene». 
Sul libro del 1987 (La guerra civile europea 1917-1945. Nazionalsocialismo e bolscevismo) non devo aggiungere qui nulla, tranne il fatto che quando scoppiò la polemica fra gli storici esso era quasi terminato, ma includeva anche qualche spunto di quella polemica giornalistica e gli dava risposta. Diversamente dal caso del libro sulla guerra fredda e il marxismo, è sufficiente un’unica frase per delineare la sua posizione nel quadro di tutte le mie opere: avendo introdotto la storia del bolscevismo, il baricentro si era spostato dal tema del «fascismo» a quello della «guerra civile», che diventò decisiva sia per le sorti di entrambi i movimenti e dei loro rispettivi regimi sia per il destino dell’Europa. Questo libro, così come i documenti della polemica fra gli storici, fu tradotto in molte lingue e fu recensito e commentato in molti luoghi. Pertanto può essere considerato come conosciuto. Soltanto una frase però desidero qui sottolineare, una frase tratta dal capitolo «Genocidi e “soluzione finale della questione ebraica”» e che fu completamente trascurata in tutta la polemica contro il presunto «atteggiamento minimizzante» e il presunto «livellamento» che sarebbero stati praticati nel mio libro: «E tuttavia i genocidi di Hitler appartengono a un’altra categoria…». Nell’ultima sezione, prima delle riflessioni conclusive, devo riconoscere un fallimento. Dal 1989 ho espresso a più riprese il desiderio di «tornare di nuovo alla filosofia». Mi sono infatti dedicato a temi filosofici, ma, indipendentemente da quanto elevato o basso si valuti il contenuto dei miei libri sul pensiero storico nel Novecento, su Nietzsche e su Heidegger, essi sono nel migliore dei casi opere storico-filosofiche, che non penetrano fino alle problematiche autenticamente filosofiche, ma che nonostante la loro estensione si connettono strettamente con tutte le mie opere dal 1963 al 1989. Perciò essi sono - ancora una volta nel migliore dei casi - collocabili sotto il concetto di «pensiero della storia» nella sua differenza rispetto a quello di «filosofia della storia», e possono essere considerati come parti di una «versione storico-genetica» della teoria del totalitarismo. Parerga in senso storiografico sono le rielaborazioni pubblicate o in via di pubblicazione in Italia delle mie prime lezioni sulla storia dell’Europa dal 1848 al 1918 e sulla Repubblica di Weimar come «democrazia non consolidata fra Lenin e Hitler». Non è un parergon il libro Controversie, ma balza agli occhi che si tratta di una prosecuzione fin nei minimi dettagli dei Tre volti del fascismo. Inoltre, almeno con una frase voglio menzionare il fatto che dopo I tre volti del fascismo è diventata per me molto importante la considerazione dell’aspetto attivo e universale del «popolo più antico della Terra», cioè degli ebrei. 
Appartiene alla mia opera nel suo complesso, di cui è nel contempo la definitiva conclusione, il libro Esistenza storica, pubblicato nel 1998, come 35 anni prima I tre volti del fascismo, dall’editore Piper di Monaco di Baviera, che nel frattempo, grazie alla Fondazione Liberal e all’editore Le Lettere, nel 2003 è stato tradotto in italiano. Anche riguardo a questo lavoro posso limitarmi a una frase soltanto: qui è inserito tutto l’insieme della mia opera in forma abbreviata e concentrata, e la dilatazione rispetto a essa si estende alla storia nella sua totalità, dall’epopea di Gilgamesh fino alla prima guerra dell’Iraq, e dalla preistoria fino alle attuali analisi sulla «post-istoria». L’impulso che mi ha guidato è del tutto analogo alla mia primissima impostazione teorica: già negli anni Trenta divenni conscio in maniera sempre più forte del fatto che in quanto cattolico io appartengo, dinanzi al bolscevismo e perfino al nazionalsocialismo, ai «perdenti della storia», ma da ciò non scaturì alcuna aggressività né nei confronti di ciò che un tempo mi era familiare e amato né nei confronti dei suoi avversari, bensì solo una profonda tristezza, che tuttavia includeva la convinzione che ciò che è caduco non scompare semplicemente, ma conserva una peculiare forma di diritto di fronte alle semplificazioni dei vincitori. Oggi l’Occidente stesso, che non si può più definire «cristiano», sembra trovarsi dinanzi al tramonto dentro una «civilizzazione universale» che tutto livella. Quando il volume Esistenza storica potrà essere preso in esame in quanto tale, in quella occasione sarà più visibile la struttura di questo tramonto e diventerà più comprensibile il passaggio a qualcosa di altro. Ma poiché il trapassare del tempo e delle cose viene constatato «con tristezza», a ciò si può collegare la convinzione che i resti della storia possono essere più ricchi e, in una profonda trasformazione, più densi di futuro di quanto i più militanti fra i vincitori di oggi, gli ideologi egualitaristi della sinistra estrema, con i loro sempre identici obiettivi, ritengano. Essi strapperanno ancora vittorie, e tuttavia si imprigioneranno sempre di nuovo nella multiforme realtà, che in quanto realtà finita ci sfida sia all’amore sia all’odio - anche se l’ancora improbabile diventasse vero e l’umanità intera trovasse, con l’edonismo degli individui divenuto universale, una definitiva fine biologica. Vorrei concludere con un’ulteriore confessione e una preghiera. In tutti i temi che appartengono a un ambito specialistico scientifico ho tentato con molta accuratezza di conoscere o di ricordare l’elemento essenziale nei documenti e nella bibliografia. Ma chi lavora a un’opera omnia deve soprattutto seguire la propria linea e non può assumere troppe cose dall’ambito circostante che non gli appartiene in senso stretto. In questo senso, spesso non ho preso in considerazione - o le ho coinvolte in misura insufficiente - proprio quelle opere che sono sussumibili sotto il concetto di «pensiero storico del presente». Di esse, voi, signore e signori, conoscete probabilmente molto più di quanto conosca io, e perciò desidero pregarvi di farmi partecipare alla discussione su questo vostro sapere. 

(Traduzione dal tedesco di Renato Cristin)
 

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