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La famiglia è il nostro grande prodigio (anche quando è in crisi)

LIBERAL BIMESTRALE
di Sergio Belardinelli
Liberal n. 27 - Dicembre 2004-Gennaio 2005

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cop27Ci vorrebbe un «prodigio», dice Nora, la celebre protagonista di Casa di bambola, mentre il marito la implora di non abbandonarlo. E il «prodigio» è questo: «Dovremmo trasformarci tutti e due a tal punto che la nostra convivenza diventi matrimonio». Dopodiché Nora se ne va, «si sente il tonfo di una porta che si chiude» e cala il sipario. Per certi versi è curioso che uno dei drammi più corrosivi nei riguardi del conformismo familiare borghese si chiuda facendo balenare una così prodigiosa speranza, diciamo pure, una comprensione del matrimonio, capace addirittura di ricondurlo senza mezzi termini alla sua natura «sacramentale». Ma evidentemente sta proprio qui la vera bellezza del dramma e la grandezza del suo autore, Henrik Ibsen. Niente viene taciuto di ciò che può rendere squallida e insopportabile una relazione coniugale: le ipocrisie, i tradimenti, le incomprensioni. Eppure, proprio quando tutto sembra irrimediabilmente finito, ecco balenare la possibilità che tutto venga riscattato, il «prodigio» di una trasformazione radicale, grazie alla quale la convivenza diventi matrimonio. A centoventicinque anni dalla prima rappresentazione di Casa di bambola, la vita familiare ha subito innumerevoli trasformazioni. L’antico modello borghese - la madre in casa ad accudire i figli e il padre fuori a provvedere al loro sostentamento - praticamente non esiste più; lo stesso può essere detto della sudditanza della donna che rappresentava il vero pilastro di quel modello. Come aveva già intuito George Simmel all’inizio del secolo appena trascorso, il «movimento verso l’individualità», tipico della moderna società industriale, avrebbe poco a poco mandato in frantumi quella sorta di armonia prestabilita che regnava sulle famiglie del passato. Non a caso, le odierne relazioni familiari, al pari di gran parte delle altre relazioni sociali, sembrano dipanarsi pirandellianamente «a soggetto». L’ingresso della donna nel mondo del lavoro, una maggiore parità nelle relazioni tra uomo e donna, l’istituzionalizzazione del divorzio, il controllo delle nascite, le tecnologie della riproduzione hanno trasformato profondamente i contorni della cosiddetta famiglia tradizionale; si parla con sempre maggiore insistenza di pluralizzazione delle forme familiari; la famosa cellula fondamentale della vita sociale sembra essere diventata tutt’al più una cellula nemmeno tanto importante della vita individuale; la logica del desiderio posta al di sopra di ogni altra logica spinge a mettere le cosiddette «coppie di fatto» sullo stesso piano di quelle fondate sul matrimonio, i matrimoni eterosessuali sullo stesso piano di quelli omosessuali, e via di seguito. Tutto sembrerebbe insomma far pensare che siamo di fronte a una sorta di tracollo epocale del modello di famiglia fondato sul matrimonio eterosessuale. Eppure questa è soltanto una parte della verità. 
A guardar bene nella concreta realtà in cui viviamo scopriamo infatti che, sul fronte della famiglia, l’individualizzazione di cui parlava Simmel ha prodotto anche qualcos’altro: una maggiore attenzione alla dignità e ai diritti della donna, una maggiore consapevolezza da parte dei coniugi in ordine alle loro responsabilità nei confronti di se stessi, dei figli e dell’intera società; una maggiore attenzione alla qualità delle relazioni interpersonali nel matrimonio; maggiore rispetto e maggiore gratificazione nel rapporto di coppia; un nuovo apprezzamento nei riguardi della stabilità del rapporto coniugale. Di questo la cultura dominante non sembra rendersi conto, ma i dati statistici lo attestano in modo pressoché inequivocabile. La stragrande maggioranza delle persone guarda ancora con grande favore al matrimonio, alla messa al mondo dei figli, al vivere in una coppia eterosessuale; i giovani percepiscono con profondo timore l’idea di non riuscire a realizzare questi obbiettivi e collocano una vita matrimoniale riuscita tra le loro aspirazioni più alte. Inoltre, e questo a mio avviso è particolarmente importante, la struttura complessa della società in cui viviamo non sembra affatto implicare la necessaria crisi della famiglia tradizionale, diciamo pure, la crisi della coppia eterosessuale unita da un patto pubblico (religioso o civile); piuttosto direi che ne accresca il bisogno, come luogo privilegiato in cui vengono coltivati determinati «capitali sociali». Il nostro mondo sembra invero aver perduto ogni interesse per la famiglia di cui sto parlando; a volte sembra persino fare di tutto per indebolirne le funzioni, relegandola nell’ambito privatissimo dell’affettività e delle soddisfazioni intime. Eppure mai come oggi la qualità delle relazioni familiari è stata tanto decisiva per il benessere e la felicità degli individui e della stessa società. Più la società si fa individualista, pluralista, eticamente neutra, lasciando che gli individui decidano da soli del proprio «bene» e della propria «felicità», e più si fa pressante l’esigenza di un «prodigio» nel senso del dramma da cui siamo partiti; l’esigenza cioè di un «luogo» in cui le relazioni umane siano improntate alla gratuità, al dono, alla fiducia, al rispetto reciproco, alla responsabilità, alla volontà di resistere alle avversità, diciamo pure, a un amore capace di coinvolgere la totalità della persona. Tutti «capitali», questi, di inestimabile valore. Trovo pertanto assai poco saggio che le semplici «unioni di fatto» vengano messe sullo stesso piano della «famiglia» o che addirittura si autorizzino i matrimoni omosessuali al pari di quelli eterosessuali, incluso l’eventuale diritto ad adottare bambini. A questo proposito vorrei anzitutto sgombrare il campo da un possibile equivoco. Se è vero che la persona umana deve essere il centro e il cuore di ogni società, allora non deve certo scandalizzare che, per i motivi più diversi, alcune persone decidano semplicemente di «convivere», senza alcun vincolo di tipo sociale o religioso; né deve scandalizzare che anche alle cosiddette «unioni di fatto» venga in qualche modo riconosciuto il carattere di una formazione sociale della personalità umana. Stante il pluralismo delle idee e degli stili di vita che caratterizza ormai la nostra società, mi pare che non ci sia molto da ridire sul diritto che tutte le persone hanno di vivere, e quindi anche di «convivere», come e con chi meglio credono. Ciò, a dire il vero, potrebbe anche incrementare oltre misura il disordine individuale e sociale; resta comunque il fatto che in una società liberale e pluralista si ritiene, a mio avviso giustamente, che questo disordine sia preferibile a un ordine imposto con la forza, contro la volontà degli interessati. Nulla da eccepire dunque, almeno sul piano socio-politico, che un uomo e una donna decidano di convivere, senza contrarre alcun impegno di fronte alla società; nulla da eccepire nemmeno quando si tratta di coppie omosessuali. Sono semplicemente segni della liberalità della nostra cultura e delle nostre istituzioni. Ma il discorso cambia di molto, allorché si pretende che queste «unioni di fatto» debbano essere messe a tutti gli effetti, de iure, senza nemmeno distinguere tra unioni eterosessuali e omosessuali, sullo stesso piano della famiglia che la nostra Costituzione (art. 29) definisce «società naturale fondata sul matrimonio». Sebbene infatti tale pretesa allarghi lo spazio di libertà di alcuni individui, non è affatto scontato che promuova per questo una società più liberale; alla lunga ne intacca piuttosto l’ordine normativo e le istituzioni sociali indispensabili alla sua sussistenza. Con questo non voglio dire ovviamente che una famiglia fondata sul matrimonio sia sempre, a priori, un’istituzione «buona». Sappiamo tutti quali tragedie si consumano nelle cosiddette famiglie perbene. Mi sembra tuttavia, lo ribadisco, che proprio una società liberale e pluralista, quale è la nostra, abbia particolare bisogno di persone, le quali mettano su famiglia con adeguata consapevolezza ministeriale, direbbe il magistero della Chiesa; di persone cioè che affrontino la «convivenza», non con lo spirito della cultura debole oggi dominante, bensì con lo spirito di chi intende impegnarsi in un «matrimonio», come direbbe la protagonista di Casa di bambola. 
Poco sopra dicevo dei «capitali sociali». Da un po’ di tempo a questa parte se ne parla con una certa insistenza. Incominciamo finalmente a renderci conto che la ricchezza di una comunità non può essere misurata esclusivamente in termini, diciamo così, economico-utilitaristici. Accanto ai beni economici e quasi come una sorta di loro condizione di possibilità, esistono anche altri beni, definiti «relazionali», quali la reciprocità, la gratuità, la fiducia, senza i quali è piuttosto difficile costruire relazioni e istituzioni sociali all’altezza di una tradizione culturale basata sull’inviolabile dignità e libertà dell’uomo. Ebbene, pur con tutti i limiti che oggi come ieri gravano sulla famiglia tradizionale fondata sul matrimonio, mi sembra che proprio in ordine alla produzione di questi capitali, che sono ovviamente sociali e individuali insieme, l’istituzione familiare non abbia equivalenti funzionali di sorta. Molto probabilmente è questo il motivo per cui oggi si ricomincia a sentire un po’ ovunque un grande bisogno di famiglia, e la famiglia dove vivono molti figli, i genitori e magari anche i nonni, da segno di arretratezza culturale, sta diventando nell’immaginario collettivo una sorta di status symbol da ostentare persino sui rotocalchi. Attenzione comunque, per concludere, a non cadere in nuove, inopportune idealizzazioni. Le favole sessantottine sul superamento della famiglia, allora considerato imminente, hanno avuto quanto meno un merito: quello di smascherare le favole sulle «belle famiglie di una volta». Non ha senso sognare il ritorno all’antica armonia prestabilita, né hanno senso certi stucchevoli romanticismi che fanno dell’amore soltanto passione e spontaneità. Se vogliamo che accada il «prodigio» che trasforma una «convivenza» in «matrimonio», dobbiamo fare appello alla responsabilità delle persone, alla loro volontà di costruire giorno per giorno qualcosa che è impegnativo, difficile, ma proprio per questo anche bello e gratificante. La famiglia insomma come un compito e una sfida.
 

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