
Sarà meno facile, dopo il caso Buttiglione e la vittoria di Bush nelle elezioni presidenziali americane, parlare spassionatamente di unione fra omosessuali, aborto, fecondazione assistita. Parleremo invece soprattutto di valori, famiglia, diritto alla vita, radici cristiane. E temo che perderemo di vista, dall’alto di questi voli pindarici, le ragioni delle discussioni che hanno impegnato in questi anni i parlamenti e i governi di tutte le democrazie «mature». A costo di apparire riduttivo e banale cercherò di scendere d’un paio di gradini. Per molti secoli, dopo la diffusione del cristianesimo in Europa e nelle Americhe, la sessualità è stata nobilitata e santificata dalla procreazione. Gli uomini sapevano che il sesso aveva le sue leggi e non ubbidiva a quelle delle Chiese. Sapevano che erano rare le famiglie in cui la regola della procreazione non venisse sistematicamente aggirata o trasgredita. Ma il principio, con una buona dose di ipocrisia e duplicità, fu considerato un indispensabile pilastro della società umana. Dai dialoghi dell’Aretino a Fanny Hill, Memoirs of a Woman of Pleasure (il romanzo di John Cleland apparso a Londra nel 1749), dalle opere del marchese de Sade alle Memorie di Casanova, apparse per la prima volta in tedesco nel 1822, la letteratura erotica ha rappresentato uno dei generi più diffusi e consumati della cultura europea. Ed è difficile immaginare che i lettori di quei libri credessero sinceramente nell’insegnamento ecclesiastico. Ma circolava sous le manteau e veniva ufficialmente considerata, nella migliore delle ipotesi, una bizzarria letteraria. Sappiamo da tempo che la situazione è cambiata. Divulgata, esibita, commercializzata e insegnata nelle scuole di molti Stati, la sessualità è considerata ormai un bene di consumo, un bisogno, un diritto e in alcuni casi persino una terapia. La pillola è in farmacia, i presidi distribuiscono preservativi nelle loro scuole, i ministeri della Sanità raccomandano il «sesso sicuro». Vi è almeno un Paese europeo (l’Olanda) in cui gli handicappati hanno diritto a una prostituta, due volte al mese, fornita e pagata dalle autorità sanitarie. Vi sono carceri che permettono ai detenuti di ricevere il partner nella privacy di una cella «coniugale». La procreazione, d’altro canto, ha cessato d’essere un obbligo ed è divenuta un diritto che la madre può esercitare discrezionalmente quando ha soddisfatto altri piaceri e appagato altre ambizioni.
È ancora possibile, in queste circostanze, condannare l’omosessualità in una parte del mondo che si compiace della sua ascendenza greca e sorride senza scandalizzarsi dell’inclinazione di Socrate per i giovani ateniesi? Se la sessualità ha divorziato dalla procreazione e il piacere è un diritto, con quali argomenti cercherò di impedire o scoraggiare le unioni omosessuali? Qualcuno sosterrà tuttavia che il problema non è questo: possiamo cancellare l’omosessualità dal codice penale, ma non possiamo e non dobbiamo tollerare che queste unioni vengano riconosciute e protette dalla legge. È una posizione rispettabile, ma poco realistica. Lo Stato non è un pulpito, una cattedra, un dispensatore di principi morali. Nella sua versione liberale è soltanto un agente del traffico, attento a evitare che le passioni si scontrino e che le ideologie si taglino la strada. Nella sua versione democratica è il custode dei principi e dei valori correnti. Ma non può dimenticare che la sua principale funzione, in ambedue i casi, è quella di protettore dell’ordine. Se le unioni omosessuali rappresentano un fenomeno marginale e irrilevante, lo Stato può ignorarle. Se divengono statisticamente rilevanti, deve dare una risposta ad alcune domande. Che cosa accadrà della pensione di un partner al momento della morte? Chi disporrà dei suoi beni mobili e immobili? Chi risponderà dei debiti contratti dai partner per la loro vita comune? Come verranno divisi i beni in caso di separazione? Chi potrà autorizzare il ricovero, l’interdizione o l’intervento chirurgico di uno dei partner? Chi avrà il diritto di stargli accanto negli ultimi momenti della sua vita? Può lo Stato permettere che ogni unione omosessuale produca, prima o dopo, una piccola cascata di litigi, contestazioni legali, pronunce giudiziarie? Per evitarli occorre qualcosa di più di un semplice contratto di diritto civile. Il matrimonio di cui parlano certi omosessuali è soltanto una provocazione o la fissazione di qualche coppia militante e frustrata. Ma diventa una richiesta insistente se lo Stato non riesce a regolare le unioni con una legge. Il governo francese può tranquillamente rispondere «già fatto», il governo italiano rischia di attestarsi su una trincea da cui dovrà, prima o dopo, ritirarsi.
La fecondazione artificiale è parte dello stesso problema. Se la sessualità è lecita senza procreazione, non si comprende perché la procreazione, quando la scienza lo permette, non debba essere lecita senza sessualità. Esiste una regola di cui è opportuno essere consapevoli. Se la scienza apre una strada e permette di fare cose sino a quel momento impossibili, gli uomini, prima o dopo, le faranno. Esistono dubbi e riserve, naturalmente. È giusto che la fecondazione avvenga con il seme di un estraneo? È saggio che il bambino apprenda, crescendo, di avere per padre un seme ignoto, scelto nel campionario di una clinica specializzata? Confesso di non avere convinzioni nette. Mi piacerebbe che lo Stato rinunciasse a occuparsi del problema e lo lasciasse alla coscienza degli interessati. Ma se è davvero indispensabile che se ne occupi dovrebbe limitarsi a fare il notaio. Mi spiego meglio. Se constata che la grande maggioranza della società prova per la fecondazione eterologa un’invincibile ripugnanza, dovrà proibirla. Ma se si accorge che le resistenze lasciano il posto a una sorta di generica riprovazione farà bene a permetterla. Temo che il referendum proposto dai radicali non sia il modo migliore per sbrogliare la matassa. Se la legge verrà abrogata i no potrebbero essere la somma di due posizioni diverse: quella di coloro che vorrebbero una legge più liberale e quella di coloro per cui persino la legge approvata in Parlamento è troppo tollerante. Spetta quindi al governo, in ultima analisi, assumersi la responsabilità d’interpretare le tendenze della pubblica opinione. Lo farà, inevitabilmente, tenendo conto del proprio elettorato e delle istituzioni a cui esso attribuisce una sorta di magistero. Il governo di centrodestra ha adottato una legge che teneva conto entro certi limiti delle posizioni della Chiesa cattolica. Il centrosinistra potrebbe correggerla e renderla più permissiva. Ma farà bene a ricordare la raccomandazione di un uomo politico diessino, Pier Luigi Bersani, in una recente intervista. «Il centrosinista deve guardare avanti, ma deve tenere anche le orecchie a terra. Ci sono delle strade percorribili, altre che non lo sono. E non lo dice Buttiglione, lo dice la nostra gente».
Resta la questione dell’aborto, vale a dire un problema che è collegato al problema della sessualità senza procreazione e per certi aspetti (la sorte degli embrioni «supernumerari») a quello della fecondazione artificiale. Non so se si tratti di un omicidio, ma la soppressione di un feto o di un embrione suscita in me gli stessi sentimenti di disagio provati, se ho ben capito, da Giuliano Amato. Ma non posso dimenticare che vi è stata in Europa negli ultimi duecento anni una rivoluzione femminile. È cominciata nei salons della Parigi prerivoluzionaria. È continuata nelle case di Baath e nelle ville della campagna inglese durante i decenni che vanno dalla rivoluzione industriale al regno di Victoria. È scesa nelle piazze di Londra quando le suffragette hanno chiesto il voto alle donne. Ha coinvolto i ceti popolari quando le donne hanno sostituito gli uomini nelle fabbriche durante la Grande guerra. Ed è salita sulle barricate, metaforicamente, durante la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta negli Stati Uniti e in Europa. Le donne hanno conquistato diritti che apparivano, appena cinquant’anni fa, difficilmente raggiungibili e vogliono la «parità». Ma la parità non può essere soltanto formale e legale. La donna può competere con l’uomo soltanto se riesce a ridurre il suo maggiore handicap, se può opporre alla «irresponsabilità» maschile il diritto di amministrare la propria fertilità. Piaccia o no, l’aborto, in questa prospettiva, è sinonimo di libertà. È certamente lecito considerare l’aborto un omicidio. Chi ne è convinto e si batte per abolirlo sappia, tuttavia, che non potrà più dichiararsi contemporaneamente favorevole ai diritti delle donne. Le due posizioni sono incompatibili: o l’una o l’altra.