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Gay sì, etero no

LIBERAL BIMESTRALE
di Anselma Dell'Olio
Liberal n. 27 - Dicembre 2004-Gennaio 2005

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cop27Nel Sessantotto, lo spirito del tempo sosteneva che the personal is political: e perciò partirò dal mio percorso personale. Il personale è politico non solo nel senso che se un uomo batte la moglie, il problema è sociale e non esclusivamente privato, ma anche nel senso che tutto quello che ci succede nutre le nostre scelte politiche. Penso che nella sostanza quest’affermazione sia vera, e che la vita delle nostre idee e convinzioni risiede, come per la Legge, non nella logica ma nell’esperienza, come sosteneva l’insigne giurista americano Oliver Wendell Holmes. Sono nata intellettualmente e spiritualmente alla politica con il femminismo detto della Seconda ondata, risorto, dopo quello delle suffraggette, a metà degli anni Sessanta. Sono una co-fondatrice di N.O.W., la National Organization for Women, a New York. Frequentavo tutti i gruppi, anche quelli più estremisti, come Redstockings e Radical Feminists, ma ero, in ogni caso, bollata come una «borghese». Portavo la minigonna, mi truccavo gli occhi e vivevo uptown. N.O.W. era l’unica associazione nel movimento aperta agli uomini, ed era per il matrimonio, purché egualitario. I gruppi più radicali no, demonizzavano l’istituzione come «lager di lusso», come «prostituzione legale». Si diceva che il matrimonio era sì un sistema di sostegno: «le donne sono il sostegno, gli uomini il sistema», e via di questo passo. Pur essendo una bourgeiose, ero più sensibile al richiamo della ribellione, anziché alla riforma del matrimonio. Mia madre mi aveva avvertito sin da piccola: «Divertiti bene prima di sposarti, perché dopo la cerimonia, la festa è finita». Avevo chiaro che potevo anche diventare una moglie-mantenuta di lusso, ma prendere marito avrebbe sempre significato mettersi sotto padrone.
Sin dall’infanzia mi dichiaravo nemica della «moglitudine», della casalinghità. Giuravo che la mia vita da grande si sarebbe svolta lontano dalle responsabilità domestiche, che avrei «vissuto in albergo e pranzato al ristorante», piuttosto che occuparmi delle mansioni noiose, ripetitive e rigorosamente non retribuite, che cadono inevitabilmente sulle spalle delle mogli. A mia madre, che mi diceva anche «vivrai dove e come decide tuo marito, e te lo farai piacere», io rispondevo: «allora non mi sposo». Diventata femminista durante i miei vent’anni, mi sono subito riconosciuta nella posizione anti-matrimonio. Non che credessi di distruggerlo, ma intendevo legittimare la scelta di non entrarci. Le esperienze dei miei fratelli, molto più grandi di me, hanno solo confermato la mia convinzione: insieme hanno totalizzato sei matrimoni, alcune convivenze, 11 figli e molti casini legali ed emotivi, per loro stessi e per i miei genitori. Negli anni a seguire, ho civettato con l’idea di accettare la proposta di un fidanzato o l’altro che aveva voglia di formalizzare il nostro rapporto libero. Ma alla fine ricorrevo a una ruvida battuta che circolava tra noi femministe, zitelle fiere: «No, grazie. Come certi animali, non posso accoppiarmi in cattività». Arrivata all’età in cui generalmente ci si annoia di qualunque scelta fatta in gioventù, anticonformista o meno, ho incontrato un uomo che mi ha fatto cambiare idea. Credeva, e crede, fortemente nelle istituzioni, compresa quella matrimoniale. Paradossalmente è stata proprio questa sua posizione «conservatrice» che ha finito per convincermi. I suoi e i miei genitori hanno avuto matrimoni giovanili, riusciti, durati per tutta la vita. Nel riflettere se scegliere tardivamente la strada più conforme alla società, l’essere tutti e due il risultato di unioni solide ha avuto il suo peso. Se il mio fidanzato mi avesse proposto di sposarci sull’onda dell’innamoramento, come conseguenza di quello «stato nascente» di cui scrive Alberoni, non mi sarei fidata. Mi sono resa conto che sotto tutte le sovrastrutture ideologiche, covavo un’idea grave del matrimonio, per la vita coniugale intesa come progetto, come scelta definitiva. Non avrei gradito un atteggiamento superficiale, o con riserve mentali, che anche se non esplicito è sempre percepibile, e basato sulla reversibilità del passo. Ho capito, o credo di aver capito, che la mia ostilità a farmi mettere la corda al collo aveva anche a che fare con una sorta d’insospettato rispetto per l’istituzione stessa; per la capacità di due persone di esprimere pubblicamente un progetto e di reggere l’urto di scosse e terremoti, d’alti e bassi, che la vita inevitabilmente riserva anche alla coppia più devota.
Oggi ci si domanda se va difesa l’istituzione del matrimonio eterosessuale, rispetto all’affermazione dei nuovi diritti. Se si arriva al riconoscimento delle coppie di fatto, deve riguardare solo quelle eterosessuali o anche quelle omosessuali? Intanto ribalterei la domanda: se si arriva al riconoscimento delle coppie di fatto, deve riguardare solo le coppie omosessuali o anche quelle eterosessuali? Il mio ragionamento parte dalle mie esperienze d’attivismo per una più equa partecipazione delle donne nella vita sociale, politica ed economica delle nazioni. Le donne americane e inglesi hanno cominciato a organizzarsi per ottenere il voto nel 1830, durante un convegno a Londra a favore dell’abolizione della schiavitù. Le attiviste presenti erano state relegate in piccionaia, in un apartheid che è stato uno choc, una scossa elettrica, che le ha obbligate a prendere coscienza che loro lottavano per la liberazione di tutti gli schiavi, ma anche perché il diritto al voto fosse allargato ai soli maschi di colore. Allora, one man one vote andava inteso letteralmente: un voto per ogni maschio maggiorenne. Oggi ci sembra fin troppo ovvio che le donne - almeno in Occidente - dovessero avere il diritto di votare. Eppure ci sono voluti circa cent’anni perché le donne inglesi e americane l’ottenessero. Dico cento anni. E un’altra ventina d’anni per le donne europee. Il premio per i ritardatari più incalliti va alla Svizzera, che lo ha riconosciuto solo negli anni Settanta del Novecento, impiegando la bellezza di 140 anni perché potessero votare le sue cittadine… Questo per ricordare che i cambiamenti sociali, per quanto giusti e sacrosanti, richiedono tempo, a volte moltissimo tempo, e persino delle guerre. Per l’abolizione della schiavitù ci sono voluti anni di lotta e infine una sanguinosa e lacerante guerra civile negli Stati Uniti; il voto alle inglesi e alle americane è arrivato quasi come un’arrière-pensée qualche anno dopo la Grande guerra, in tardivo riconoscimento del contributo femminile allo sforzo bellico. Per le cittadine europee è arrivato soltanto dopo gli sconvolgimenti della seconda guerra mondiale. Il movimento per i diritti civili dei gay, se non vado errata, è cominciato verso la fine degli anni Sessanta. Le cose cambiano in fretta, nel mondo contemporaneo, ma fino a che punto? Mi sono chiesta se davvero il riconoscimento delle unioni civili sia una minaccia per il matrimonio tradizionale, tra uomo e donna, e sono arrivata a questa conclusione: mentre una protezione giuridica per le coppie stabili omosessuali è in sé e per sé una difesa del matrimonio eterosessuale, una conferma che questa forma di consolidamento d’un progetto di vita è valida e desiderabile, non si può dire lo stesso per il Pacs delle coppie di sesso diverso. Di più, nonostante una mia istintuale avversione (lo confesso) per il matrimonio omosessuale, gli argomenti usati contro l’anomalia non mi convincono. E non mi convincono per ragioni storiche. Gli argomenti usati ricalcano pericolosamente quelli scagliati, a suo tempo, contro la concessione del diritto di voto alle donne: distruggerà il matrimonio come istituzione, disgregherà la famiglia e ne decreterà la morte, le donne s’induriranno e perderanno le qualità femminili come dolcezza e compassione, gli uomini s’indeboliranno e smetteranno di proteggere e sostenere i famigliari più indifesi, provocherà un allentamento del contratto sociale, causando un incremento di delinquenza giovanile e della prostituzione e la svalutazione d’ogni valore morale e civile, portando all’imbarbarimento progressivo della società. L’uguaglianza per i neri, poi, avrebbe provocato tutto questo e anche di peggio: l’imbastardimento delle razze e la bestialità.
Non sottovaluto le preoccupazioni di chi paventa l’avanzare dei diritti per i nuovi soggetti, in parte sono anche mie. Mi rendo conto che ogni apertura sociale porta ansie non tutte prive di fondamento. La Guerra civile e l’abolizione della schiavitù hanno distrutto per molti decenni l’economia del meridione degli Stati Uniti e decretato la morte di uno stile di vita pieno di grazia, cultura, civiltà ed eleganza di cui gli europei, francesi in testa, tanto lamentano la mancanza negli americani. E non solo i bianchi del Sud hanno sofferto come conseguenza del nuovo ordine. Anche gli ex-schiavi, buttati all’improvviso sul mercato del lavoro in uno stato di libertà e uguaglianza più teoriche che pratiche, in un territorio devastato, si sono trovati allo sbaraglio in una società in cui, anche laddove i cittadini avevano fortemente sostenuto l’abolizionismo, pregiudizi e discriminazioni sopravvivevano intatti. Era la prima esperienza di quel sentimento verso l’integrazione dei neri, che i progressisti più corretti scoprivano di serbare appena la teoria arrivava a toccare la loro vita personale, contenuto nell’acronimo nimby, not in my backyard, ossia: non dietro casa mia. L’uscita delle donne dall’alveo famigliare, il loro farsi cittadine attive, lavorare e guadagnare, insieme ad altri fattori ha contribuito a cambiare, non sempre in positivo, la qualità della vita. Il peso del doppio lavoro delle donne, dentro e fuori la famiglia, ha portato a una riduzione di quelle attenzioni e cure che ingentilivano la vita delle generazioni antecedenti al voto. È qualcosa di cui tutti sentiamo la nostalgia, ma nessuna persona di buon senso vorrebbe tornare indietro, nonostante tutto. Probabilmente è troppo presto per il matrimonio gay in Italia, come lo è negli Stati Uniti; e in cuor mio credo ci sia una recondita speranza che la questione si chiuda con il Patto civile di solidarietà. Francamente non vedo come glielo si possa negare il Pacs, in buona coscienza. È già legge in tanti Paesi europei, tra i quali quel faro di civiltà e di democrazia che è la Gran Bretagna. Riconfermo, però, la mia opinione che né il matrimonio, né tanto meno il Pacs per persone dello stesso sesso, sono una minaccia per il matrimonio tradizionale tra uomo e donna. Al contrario, è la conferma della bontà dell’istituzione. Non è saggezza popolare che «il più sincero dei complimenti è l’imitazione»? C’è una corrente di pensiero che s’incontra presso numerose persone «evolute» nei confronti dell’omosessualità, la quale respinge sdegnata la prospettiva della coppietta omosessuale in grembiule e pantofole, con tendine alle finestre e fiori sul balcone, un mese al mare e la settimana bianca. Sono anch’io affezionata a un’idea romantica, anarchica, controcorrente e fieramente anticonformista di quell’amore che «non osa pronunciare il proprio nome». (Almeno in passato, e oggi ancora per parecchi individui e coppie, in provincia e in città.) Sovente i refrattari sono persone raffinate, colte, artisti e intellettuali, che inorridiscono di fronte alla voglia di «normalizzazione» che invece sembra ardentemente desiderare la maggior parte degli omosessuali. Non sono insensibile a questo sentimento, ma in democrazia bisogna ascoltare i diretti interessati.
Secondo Andrew Sullivan, autore del libro Praticamente normali, la coppie gay sarebbero più tolleranti verso la necessità di avere storie parallele, pur restando in un rapporto stabile e duraturo. Per alcuni, questo costituirebbe una minaccia per il matrimonio tra uomo e donna; per altri, potrebbe portare finalmente all’accettazione di una pratica tanto comune quanto ipocritamente condannata. Non sono certa io stessa se sia un bene o un male, e sono consapevole che è impossibile prevedere tutte le eventuali conseguenze della normalizzazione delle coppie gay. Considero, però, che almeno il Pacs sia inevitabile, per una semplice questione di giustizia e di protezione giuridica alle quali le coppie stabili hanno diritto. Ci saranno poi le esperienze della Spagna e d’altri Paesi che riconoscono o riconosceranno a breve il matrimonio vero e proprio. Ne terremo conto. Dove invece vorrei erigere un virtuale muro di difesa a protezione del matrimonio tra uomo e donna, è nei confronti del Pacs per le coppie eterosessuali. Le unioni civili hanno senso per i gay, poiché oggi è impedito loro di sposarsi. Se un domani le coppie dello stesso sesso potranno convolare a giuste nozze, sono per l’eliminazione del Pacs. Trovo insensato che un uomo e una donna che convivono, e magari hanno o pensano di avere dei figli, debbano esigere dallo Stato una protezione giuridica equiparabile al matrimonio. Non ho sentito un solo argomento, non dico convincente, ma neanche sostenibile, a favore di un obbrobrio legislativo come il Patto di solidarietà civile per gli eterosessuali. A me pare una presa in giro, uno sberleffo intollerabile. Se è così importante subentrare in un contratto d’affitto, o avere il diritto d’intervenire in casi d’ospedalizzazione, che si sposino, un uomo e una donna. Tre anni sono troppi per divorziare? Si battano per cambiare la legge, e dichiarino che la loro «unione civile» non è altro che un incivile «matrimonio light», un modo per sentirsi meno vincolati e dunque meno impegnati verso il partner e l’eventuale prole. Sarebbe una grottesca variazione della Legge coranica che permette a un uomo di liberarsi di una o più delle tre o quattro mogli concesse, pronunciando le parole «ti divorzio, ti divorzio, ti divorzio». Quest’ultima riflessione mi porta alle guerre culturali (e non solo) oggi in atto nel mondo, e al cosiddetto scontro di civiltà tra integralismo musulmano e democrazie occidentali. Come ci dobbiamo porre di fronte alla contrapposizione tra sharia e democrazia? Qual è il comportamento giusto per proteggere e favorire i nostri principi di tolleranza, d’inclusione e di diritti delle minoranze, e per segnalare, marcare, rivendicare il nostro modo di vita, di farci comunità? Non tenerne conto mi sembra una follia: o politica dello struzzo, o superbia distruttiva. Non approvo la legge francese contro i simboli religiosi nelle scuole, che ha come bersaglio principale il copricapo per le studentesse musulmane. Apprezzo, però, il tentativo, per quanto sbagliato, di correre ai ripari, di arginare i possibili guasti d’un Islam integralista in espansione, con un arcipelago di comunità sempre più irrequieto e proditorio, piantato nella pancia delle civiltà occidentali. Non ci sono risposte facili e buone per tutti i casi. Ma all’Islam che perseguita i gay, e li considera una mala pianta da estirpare alla radice, abbiamo il dovere di dare un segnale forte, e subito, che testimonia la diversità della nostra convivenza civile. Non solo la difesa del matrimonio tradizionale, ma forse di tutto quello che abbiamo più caro, passa per il riconoscimento delle unioni gay; e passa per il matrimonio, e soltanto il matrimonio, per le unioni eterosessuali. Poiché tolleranti e aperti sì, con judicio, ma scriteriati mai.
 

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