
Le classi medie sono state, com’è storicamente riscontrabile, il vero soggetto sociale e politico del Novecento, protagoniste di «una delle grandi rivoluzioni sociali della storia», come uno storico americano ha rilevato. Certamente in Italia, soprattutto nel secondo Novecento, i ceti medi sono stati elemento di equilibrio sociale e politico, avendo peraltro conquistato come massa uno status che non ha precedenti nella nostra società. Negli anni del secondo dopoguerra c’è stata un’ampia e profonda metamorfosi sociale, di cui è facile avere contezza se si risale all’Italia rurale e proletaria degli anni Venti-Trenta-Quaranta e se ne raffronta le condizioni di vita con quelle dagli anni Settanta al Duemila. In quegli anni abbiamo avuto quella trasformazione che, per esempio, negli Stati Uniti era già avvenuta nel primo dopoguerra del Novecento. Ci sono due libri che documentano e spiegano esemplarmente il fenomeno americano: Colletti bianchi - La classe media americana (White Collar) del sociologo Charles Wright Mills (edito da Einaudi nel 1951 in Italia) e Il grande passo (Big Change) del giornalista e saggista Frederick Lewis Allen, che fu direttore dell’importante rivista statunitense Harper’s Magazine (edito in Italia da Longanesi nel 1954). Quello di Mills è un testo classico di studi sociali, splendida testimonianza di importanti momenti della storia del Novecento. Il grande passo di Allen delinea brillantemente le trasformazioni avvenute negli Stati Uniti durante la prima metà del Novecento. Vi sono tra l’altro pagine bellissime che ricostruiscono la grande crisi del 1929, che determinò un tracollo economico e finanziario di vaste proporzioni e durata in tutto il mondo. Del magnifico saggio di Mills vale citare quelle che egli chiama le «quattro possibilità principali» del ceto medio. Le riassumo:
1) il ceto medio continuerà a crescere in numero e potenza. «È destinato a essere la futura classe dirigente… sarà la classe dominante; la prossima epoca sarà la sua»;
2) sarà «uno dei principali fattori di stabilità nell’equilibrio generale tra le diverse classi». Come elemento importante «favorirà il perdurare della società capitalistica di tipo liberale». Il suo diffondersi «arresta l’aumento della proletarizzazione», facendo da cuscinetto tra lavoro e capitale. Sarà «lo stabilizzatore, l’armonizzatore della società»;
3) «per carattere sociale e per vedute politiche» il ceto medio è borghese. È «la materia prima umana per movimenti conservatori» («reazionari e anche fascisti», aggiunge Mills) «alleati naturali e truppe d’urto della grande manovra capitalistica»;
4) «il nuovo ceto medio seguirà il classico schema marxista»: col tempo potrebbe diventare «omogeneo al proletariato in tutti gli aspetti importanti… Un sottile strato superiore passerà forse alla borghesia…».
Queste valutazioni di Wright Mills sono datate 1951, cioè più di mezzo secolo fa, e però contengono alcune verità o almeno constatazioni alquanto obiettive. Assai problematica, in verità, è la previsione contenuta nel quarto punto, quella che afferma l’omogeneizzazione del ceto medio al proletariato, fenomeno che però non si può neppure del tutto escludere. Particolarmente fondato è il rilievo della crescita in numero e potenza del ceto medio, che del resto persino Marx aveva previsto. Il filosofo di Treviri, autore dei tre volumoni del Capitale (il primo è del 1867, l’ultimo del 1894), nella sua Storia delle teorie economiche mette in evidenza, in polemica con David Ricardo, il massimo esponente, insieme con Adam Smith, della scuola classica di economia, «il costante accrescimento delle classi medie», che accusa peraltro di gravare «come un peso sulla sottostante base lavoratrice» e di accrescere invece «la sicurezza e la potenza sociale dei diecimila soprastanti», cioè la grande borghesia, oggi si direbbe i «poteri forti». Assai esplicativo per avere ben chiara l’importanza sociale e politica dei ceti medi è questo brano con cui Mills introduce il suo Colletti bianchi: «Con il loro assurgere a importanza numerica, essi hanno sconvolto le previsioni dell’Ottocento, secondo le quali la società si sarebbe divisa in imprenditori e salariati. Col loro stile di vita di massa, hanno trasformato il sapore e il tono dell’esperienza americana». Conviene qui citare anche Max Weber, il grande sociologo tedesco che fu tra i primi a definire il significato di «ceto», e cioè quell’insieme di persone che appartengono a identiche classi sociali e hanno eguali condotta di vita, educazione e cultura. Il ceto medio, in sostanza, ha costituito nel Novecento la massa sociale che ha ridotto notevolmente l’abissale distanza che una volta separava i ricchi dagli altri cittadini, determinando anche un progressivo attenuarsi delle differenze nel modo di vita, fino ad affermare uno standard di vita comune. Del fenomeno s’è avuto riscontro soprattutto negli Stati Uniti. In Italia il fenomeno s’è affermato soprattutto nella seconda metà del Novecento, che ha visto la realizzazione di un insieme di modificazioni sociali e di conseguenza anche culturali, che hanno dato consistenza a una centralità decisiva dei ceti medi nel sistema politico, facendo sì che essi diventassero elemento di equilibrio sociale e politico, garanti per circa mezzo secolo della tenuta del regime democratico. Va aggiunto che questo fenomeno ha anche provocato una positiva secolarizzazione della società, determinandone una modernizzazione spontanea, immunizzandola dagli estremismi.
Una classe politica accorta e responsabile deve saper valutare l’importanza di un simile fatto storico, attenta inoltre ai rischi che possono venire da un impoverimento economico e dal conseguente declassamento sociale dei ceti medi, da cui possono discendere gravi tensioni e perciò ripercussioni preoccupanti in ambito politico. Merita qui di citare un’enunciazione piuttosto istruttiva che traggo dal David Copperfield di Dickens: «Rendita annuale venti sterline, spesa annuale diciannove sterline, risultato felicità. Rendita annuale venti sterline, spesa annuale venti sterline e mezzo, risultato povertà». Fatte le differenze contabili e di valuta, questa annotazione dickensiana fotografava i diversi stadi dei nostri ceti medi: quello conquistato nella seconda metà del Novecento e quello verso il quale essi rischiano di regredire. Attenzione, ne può venire una massa di nuovi poveri capace di far saltare gli equilibri politici conquistati. Vien da chiedersi se non considerare come possibile quel che, come teoria estrema, Mills annota nel suo Colletti bianchi, e cioè che il ceto medio, seguendo il classico schema marxista, possa diventare omogeneo al proletariato. Poniamo attenzione ad alcuni dati che forniscono ricercatori seri. Il 10% delle famiglie italiane, qualcosa come cinque o sei milioni di individui forse più secondo taluni, hanno subito una diminuzione di reddito senza precedenti. Dirigenti, impiegati, tecnici, operai, anche professionisti, personale a reddito fisso, insomma, registrano un calo di potere d’acquisto che va dal 12-13 fino al 20%. Una vera decimazione. Non è ovviamente un fenomeno insorto repentinamente, da un anno all’altro, come si vorrebbe far credere da taluni commentatori politicamente interessati. Va covando, invece da qualche lustro. È un fatto che i redditi delle classi medie italiane sono oggi tra i più bassi d’Europa. L’inflazione ha svolto la sua parte, ma certamente è stata l’introduzione dell’euro a far esplodere la crisi. Insomma, come negare che il ceto medio in Italia sta vivendo una crisi che ne sta determinando non solo l’impoverimento economico, ma anche l’avvilimento sociale, un fenomeno, si direbbe, di bradisismo inverso a quello che nel Novecento ne ha affermato la preminenza sociale e politica per la sua estensione nella società e ne ha fatto il principale baluardo di un sistema politico e di vita? Non c’è, credo, analisi in grado di contraddire l’esistenza di un simile fenomeno. È una realtà in fieri, anzi già in stato di avanzamento, su cui soprattutto la classe politica deve saper riflettere.