
Il lungo conflitto esploso nella Casa delle libertà sulla riforma fiscale è rivelatore di un problema molto più profondo degli altri che hanno scosso l’alleanza nell’ultimo anno e mezzo - la famosa, interminabile «verifica» apertasi dopo le sconfitte elettorali nelle amministrative del 2003 e provocata da ragioni tattiche, come gli equilibri all’interno del governo, dalla preoccupazione circa la tenuta del rapporto con l’elettorato e da un’incertezza strategica sul futuro del centrodestra e della sua leadership. Sulla riduzione delle aliquote Irpef, peraltro prevista dal programma del 2001, la difficile partita ingaggiata da Silvio Berlusconi con una parte dei suoi alleati ha avuto un segno diverso. Ha messo in luce la sopravvivenza di differenze culturali, di identità storiche, di visioni dei rapporti sociali. È già accaduto, in questa legislatura, quando l’atto simbolico della sperimentazione sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ebbe l’epilogo di una ritirata, essenzialmente perché prevalse - quella volta all’interno di An - la priorità della ricerca di un dialogo, di natura quasi concertativa, con il sindacato. Altre spie si sono poi accese in questi anni. La sofferenza con cui l’Udc votò l’inizio della missione «Antica Babilonia» non era solo una distinzione tattica, sotto la pressione dell’ondata pacifista, che coinvolgeva anche tanta parte del mondo cattolico, rifletteva soprattutto un Dna, il richiamo a un sistema di valori ereditato da cinquant’anni di storia democristiana, che combinava la solidarietà atlantica con l’appeasement. Per non parlare poi di un altro episodio, la trasversalità del voto parlamentare a proposito della legge sulla fecondazione assistita, in cui se è vero che Forza Italia ha lasciato libertà di scelta è anche vero che è riesplosa nella maggioranza, più ancora che nell’opposizione, una fiammata polemica tra l’anima laica e quella cattolica. Non è anche questa l’eredità di una storia? Ma, per risalire al vero precedente, bisogna tornare indietro di un decennio, quando il primo governo Berlusconi venne messo in crisi dal combinato disposto della «spallata sindacale» e del rifiuto della Lega di sostenere la riforma delle pensioni. Fu allora che si vide che il centrodestra era un’alleanza non amalgamata, fortemente distinta tra le sue componenti e avviata a una rapida rottura non per motivi tattici o di piccolo cabotaggio elettorale, ma perché aree culturali e politiche così diverse - l’appena nata Forza Italia, la Lega nella fase della sua maturità, An sulla strada dell’autorevisionismo e il Ccd erede della tradizione popolare - stentavano a stare insieme e a fissare dei comuni traguardi per il completamento della «transizione italiana». Al punto che lo spauracchio del ’94 ha continuato a pesare non poco sull’azione del secondo governo Berlusconi. Dal 2001 in poi, a oscurare le differenze è stato probabilmente il timore di scoprire ancora una volta che la Casa delle libertà fosse più un’alleanza elettorale che un’organica coalizione politica. Ogni motivo di frattura è stato affrontato con cautela e ha finito per incanalarsi lungo la personalizzazione dei dissidi, da una parte «il sub-governo Fini Follini» e dall’altra Giulio Tremonti. Ma il cuore del problema è rimasto lo stesso: la sopravvivenza non tanto di generiche «anime diverse» e di «sovranità politiche», ma di culture lontane fra loro. Forse avvicinate sia da ragioni tattiche, sia dalle gabbie delle leggi elettorali, sia dalla forte maggioranza del centrodestra alla Camera e al Senato e dalla fluidità interna dei suoi partiti, sia da motivi più forti, come la svolta dell’11 settembre o l’accentuazione del declino europeo di fronte alle strette della globalizzazione, ma pur sempre lontane fra loro. E, nel loro insieme, lontane anche rispetto all’immagine originaria della Casa delle libertà: cioè la novità del sistema politico italiano, capace di imprimere una svolta di segno liberale nella storia di un Paese sostanzialmente bloccato.
Più nitida, nel decennio 1994-2004, è stata la difficoltà del centrosinistra di presentarsi come l’altro vero pezzo del bipolarismo italiano. Se si pensa alla sua origine, dopo la crisi del vecchio sistema dei partiti, l’atto di nascita fu contrassegnato dal predominio del Pds su alcuni cespugli e dal patto con Rifondazione. Fu semplicemente poco più della continuità della vecchia sinistra legata al Pci, rivitalizzata dall’implosione del Psi e della Dc, dopo la travagliata stagione degli anni Ottanta - tra la fine del consociativismo e la chiusura del secolo del comunismo. Se si pensa alla nascita dell’Ulivo e al suo successo del 1996, si trattò dell’affermazione di un ibrido, con la leadership di Romani Prodi scelta per parlare sia all’elettorato cattolico e moderato sia agli altri grandi poteri che formano una democrazia, ma con il peso dominante della Quercia, dei neo-comunisti e del collateralismo sindacale. Anche in questo caso fu poco più della continuità delle vecchie visioni consociative, con una sola novità: le costrizioni dei parametri di Maastricht e l’obbiettivo euro. Se si pensa poi alla rovinosa stagione dei governi D’Alema e Amato, è difficile non vedervi il tentativo di sancire l’esistenza di un bipolarismo fondato sulla contrapposizione tra uno schieramento - il centrosinistra - schiacciato sulla pura e semplice gestione dell’amministrazione e del potere e un altro schieramento semplicemente da prevenire con l’argomento della demonizzazione. E proponendosi come garanzia di continuità, sul piano interno e nei rapporti con l’Europa. Se si pensa, infine, agli anni dell’opposizione, l’unità del centrosinistra è stata sostenuta dal puro e semplice movimentismo e dall’esaurimento progressivo della cultura riformista. La stessa difficoltà di trovare un nome alla coalizione - prima Ulivo, poi nuovo Ulivo, poi Uniti nell’Ulivo, poi Grande alleanza democratica, poi semplicemente Alleanza… - è rivelatrice di una mancanza di identità e di chiarezza di intenti.
L’eterna querelle sulla leadership - tra Prodi e D’Alema, tra Amato e Rutelli, tra Prodi e ancora Rutelli - non testimonia solo una competizione al vertice secondo le classiche regole della politica - quelle tanto contestate nella fiammata girotondina - ma la fragilità di vincoli e legami, se non quelli resi necessari dalla legge elettorale maggioritaria. Allo slogan «uniti per vincere» non corrispondono né un progetto né una comune visione dell’orizzonte verso cui dirigersi. Corrisponde soltanto la comune difesa di due elementi. Il primo è rappresentato dalla bandiera della continuità. Continuità dell’equilibrio fra i poteri dello Stato, di cui l’alleanza con le associazioni dei magistrati è l’emblema più nitido. Continuità degli assetti costituzionali, nonostante una lunga elaborazione sulle riforme necessarie. Continuità del Welfare, sempre più inteso come meccanismo di redistribuzione e non di promozione delle responsabilità. Continuità negli assetti della comunicazione e dell’informazione. Continuità nella visione di affidare alla spesa pubblica la priorità assoluta. Continuità nelle scelte verso l’Europa, nonostante la crisi politica ed economica del continente. E si può continuare a lungo. Il secondo elemento è rappresentato dalla nascita di una cultura populista: l’inseguimento delle aree e dei ceti sociali di cui la sinistra è la tradizionale rappresentante si è progressivamente trasformato in una sorta di ideologia. È sparita l’idea del ruolo della politica come strumento di azione di governo e anche di opposizione. Le varie vagues del decennio - il giustizialismo, il pacifismo, l’antagonismo sociale, l’antiberlusconismo - hanno schiacciato le leadership e hanno marginalizzato un riformismo sempre più debole.
È ancora possibile parlare di bipolarismo tra destra e sinistra? I sistemi politici occidentali si trascinano dalla storia del Novecento questa contrapposizione e la rilanciano costantemente agli appuntamenti elettorali e nelle assemblee rappresentantive. Organizzazioni internazionali - soprattutto quella popolare-democristiana e quella socialista - riflettono automaticamente su scala planetaria la contrapposizione tra i due schieramenti egemoni. Negli Stati Uniti repubblicani e democratici, nel Regno Unito laburisti e conservatori, in Francia droite e gauche, in Germania socialdemocratici e Cdu-Csu, in Italia Casa delle libertà e Ulivo, solo per parlare dei Paesi più grandi. Salvo poi scoprire, quando si entra nel merito delle scelte, dei programmi e dell’azione di governo che la realtà non corrisponde all’immagine che comunemente se ne dà. Ci si è chiesti tante volte perché Bill Clinton dovesse essere considerato parte della sinistra nel momento in cui ha rinunciato a varare la riforma sanitaria o in cui ha enunciato l’unilateralismo americano o in cui ha bombardato Belgrado. La stessa domanda è stata posta a proposito di Tony Blair, sia quando egli ha scelto di partecipare all’impresa di esportare la democrazia in Iraq, sia quando ha deciso di licenziare oltre centomila dipendenti pubblici, sia quando - nel più piccolo - ha avviato il dialogo con Berlusconi appena tornato a Palazzo Chigi. E il cancelliere tedesco Schroeder, che è impegnato in un duello quasi mortale con i sindacati? Ancora, quante destre ci sono in Francia sotto il grande ombrello dell’architettura politica che de Gaulle ha lasciato ai suoi eredi? Destra e sinistra, nel linguaggio corrente, sono due concetti che appartengono ancora al Novecento. Anche senza voler evocare la fortunata immagine della «guerra civile europea», le linee di frontiera passarono - già a volte in modo molto confuso - lungo la costruzione del Welfare, lungo l’idea di libertà, lungo i tormentati processi di decolonizzazione e di riassetto del pianeta tra la fine della seconda guerra mondiale e l’esito del bipolarismo Usa-Urss che segnò il crollo di uno dei due blocchi. Ma oggi cosa resta, se non le sbiadite etichette di partiti che, oltretutto, nell’era del benessere diffuso non trovano una nuova funzione? Gli stessi tentativi sul piano teorico e culturale operati in questo periodo - penso al best-seller di Norberto Bobbio di dieci anni fa - non sono riusciti a soddisfare la domanda di una nuova distinzione.
Il bipolarismo appare sempre più come una contrapposizione tra innovazione e continuità. Con una caratteristica: la trasversalità. Se dobbiamo fare un bilancio di questo decennio italiano, non è più rinviabile la risposta a una domanda: quanto i due schieramenti che si sono contesi Palazzo Chigi hanno una loro organicità di intenti e quanto vi si specchiano davvero - al di là della piccola politica - le forze che li compongono? E quanto le leadership riescono a riflettere un Paese che è bipolare sul piano sociale e sempre più su quello culturale? Molti sono i segni della difficoltà di una distinzione. Quello più vistoso è senza dubbio l’astensionismo elettorale che prima ha colpito l’Ulivo e oggi la Casa delle libertà. Ma in realtà, il problema reale va molto al di là degli appuntamenti con le urne e degli umori dell’opinione pubblica. Ed è rappresentato dal fatto che finora i sostenitori delle riforme sono stati minoranza. Minoranza nella storia della sinistra, ma anche minoranza nell’area che si è raccolta attorno al progetto di Berlusconi. Nemmeno in Italia è riuscito ad assumere una forma politica compiuta il bipolarismo tra l’innovazione e la continuità, che in tutta Europa è sempre più la sostanza delle scelte di governo. La svolta sul fisco - accompagnata dalla proposta di trasformare il Patto di stabilità in uno strumento capace di incoraggiare la ripresa, questione aperta ormai da anni - può essere uno di quegli atti destinati non tanto a sparigliare vecchi giochi, quanto a imprimere un nuovo marchio alla transizione italiana. Può chiudere un decennio sostanzialmente sprecato, in cui l’innovazione è rimasta in secondo piano, con poche eccezioni come la legge Biagi, la riforma Moratti e quella del sistema previdenziale, e come la nuova politica estera sulla linea della globalizzazione della democrazia e della libertà. Può pesare più di una riforma istituzionale o di una legge elettorale, perché è un «contenuto». E poi perché, per la prima volta, una minoranza innovatrice è riuscita a diventare egemone, a trasformarsi in maggioranza. La domanda che oggi riguarda la Casa delle libertà è quanto sia forte questa egemonia, quanto possa reggere, quanto possa costruire un amalgama tra diversità che hanno una storia e un peso reali. Quanto cioè possa contribuire a collocare almeno uno dei corni del bipolarismo nella sua nuova dimensione, oltre i vecchi, tradizionali e logori steccati della dicotomia destra-sinistra. Di sicuro c’è il fatto che si è messo in moto un processo, che è stata superata una linea di non ritorno, che finora non era stata varcata. A bloccarla - questo è l’interrogativo - più che i vincoli esterni, come i conti pubblici e l’euro, sono stati piuttosto i vincoli interni, come la mancanza di volontà e le diverse priorità che gli alleati hanno dato all’azione di governo. E se questo processo andrà avanti, la transizione italiana avrà compiuto un passo decisivo nel conflitto, ormai globale, tra innovazione e continuità.