Michael Novak ha scritto questo articolo, pubblicato sulla National Review, dopo aver partecipato il 6 novembre scorso alla prima assemblea nazionale dei club liberal
La Fondazione liberal, diretta dall’onorevole Ferdinando Adornato, non avrebbe potuto scegliere momento migliore per organizzare, lo scorso 6 novembre, un incontro nazionale dei suoi club sparsi nelle principali città italiane. Scopo di questo incontro era il lancio di una nuovo orientamento per i partiti del centrodestra (la Casa della Libertà); ma, di fatto, tutti erano venuti per festeggiare la grande vittoria di George W. Bush. Circa cinquecento persone riempivano ogni posto a sedere del Teatro Capranica, e molti stavano in piedi nei corridoi. Le personalità più importanti del Parlamento italiano, più un certo numero di ministri del governo, erano seduti nelle prime due file, appositamente aggiunte per l’occasione. Il pubblico ha applaudito ogni nuovo aspetto della vittoria: il nuovo margine di nove seggi in Senato, l’accresciuta maggioranza alla Camera, gli 8,3 milioni di voti in più che Bush ha ricevuto rispetto alle elezioni del 2000, lo scarto di 3,5 milioni di voti su John Kerry, e via dicendo. C’era molto da festeggiare, e la festa è stata grande, animata da un evidente senso di sollievo. Una vittoria di John Kerry avrebbe significato che il sacrificio compiuto da giovani italiani per stare a fianco degli americani nell’ora del bisogno in Iraq era stato spazzato via; e la sinistra italiana sarebbe diventata ancora più insopportabile nella sua autoattribuita superiorità morale. La vera e propria esultanza della stampa italiana quando, il giorno delle elezioni, sono arrivati in Italia i dati degli exit-poll, ha fatto andare molti esponenti del centrodestra a dormire in uno stato di quasi completa desolazione. Invece, la mattina di sabato 6 novembre, giorno dell’incontro organizzato dalla Fondazione liberal, i giornali annunciavano con grandi titoli che il primo ministro Silvio Berlusconi considerava l’elezione di Bush come il segno che bisognava operare una riduzione delle tasse. Per il centrodestra, a quanto pare, ora sembrano possibili cose che una settimana prima apparivano utopiche. Essendo l’unico americano sul palco del Capranica, ho ricevuto, come rappresentante di tutti gli americani, una calda manifestazione di affetto, stima, gratitudine e auguri. Come ha detto il giorno dopo l’autista che mi accompagnava all’aereoporto: «Mio padre era nell’esercito italiano, ma non aveva intenzione di combattere per i fascisti; disertò e trovò rifugio in Vaticano. Spesso mi diceva: “Molti giovani americani sono venuti a morire qui, quando ormai noi non avevamo più alcuna speranza. Non dimenticare mai gli americani”». Uno degli oratori dell’incontro si è addirittura voltato verso di me e mi ha detto: «Per favore dica al presidente Bush quanto è importante per noi la sua vittoria!». Questo articolo è l’adempimento di quella promessa. Probabilmente la cosa che più mi ha colpito nei discorsi che ho sentito è stata l’enfasi del tutto nuova data alle radici spirituali e morali dell’Europa, all’importanza della famiglia e al non-conformismo della coscienza. Gran parte della stampa europea (e, anzi, quasi tutte le élites europee) ritiene che l’Europa debba essere «laicista», parola intesa nel significato di «aggressivamente secolare», al modo della Rivoluzione francese. Ma contro questa visione sembra che stia finalmente annunciandosi una rivolta.
Un forte stimolo a questo dibattito è stata la recente esclusione dell’intelligente e capace candidato italiano per la nomina a ministro della Giustizia della Commissione europea Rocco Buttiglione. Rocco era noto a tutti come un professore di Fenomenologia alla International Academy of Philosophy in Liechtenstein, insegnante anche in varie università italiane. Anni fa era stato in Polonia (un importante centro del movimento fenomenologico, soprattutto in campo artistico), dove aveva imparato il polacco ed era diventato un intimo amico del giovane vescovo Wojtyla, che insegnava la stessa materia. Sono rimasti molto amici. E Rocco potrebbe anche essere uno degli studiosi più filoamericani del Continente: colto, con un’insaziabile curiosità, niente affatto privo di senso critico, ma nel complesso animato da un senso di ammirazione. Il comitato che ha presieduto all’udienza di Rocco non aveva mai domandato a Romano Prodi, o a qualsiasi altro politico italiano, soprattutto della sinistra, che cosa pensasse personalmente dell’omosessualità. Una risposta sincera, formulata in questi termini: «Credo nella tolleranza civile, ma personalmente ritengo che sia immorale», avrebbe cacciato in gravi difficoltà qualsiasi politico di destra o di sinistra di fronte a una significativa maggioranza di elettori italiani. Forse è per questo che la domanda non era mai stata posta fino a ora. È stata fatta a Buttiglione, e in un modo così aggressivo e inatteso che molti in Italia stanno apertamente dicendo che si è trattato di un’autentica trappola preparata dai laicisti di Bruxelles, ancora determinati a ecraser l’infame: a cancellare ogni traccia rimasta della fede cristiana dalla loro nuova Europa laicista. Il problema con Rocco (e qui voglio dire a voce alta che è uno dei pensatori europei che ammiro di più, un collega in un seminario annuale sulle libere società che abbiamo organizzato insieme per gli studenti dell’Europa orientale dopo il 1989, e un caro amico di famiglia) sta nel fatto che è una persona assolutamente onesta, schietta e coraggiosa. Ha risposto sinceramente: era l’ultimo uomo sulla terra da cui mi sarei aspettato un tradimento della propria coscienza. La distinzione tra tolleranza civile (o persino rispetto per la coscienza di coloro con cui non si è d’accordo) e un meditato giudizio personale della propria coscienza era qualcosa che gli inquisitori laicisti non poteva certo sopportare. In questioni del genere, la tolleranza per loro non è abbastanza: ora è obbligatoria una completa adesione di coscienza.
C’è un’altra mente coraggiosa in Italia: Giuliano Ferrara, direttore del quotidiano Il Foglio e conduttore della trasmissione politica probabilmente più vivace e brillante di tutta la televisione italiana. Talmente coraggioso che alle otto di sera del giorno delle elezioni americane ha dato ordine di mandare in stampa la prima pagina del suo giornale con questo audace titolo stampato in rosso: «Perché ha vinto Bush» e una serie di articoli sulla vittoria. Al fondo della pagina ha anche pubblicato una spiegazione, un’apologia per essere precisi, in caso si fosse sbagliato. Questa prima pagina è stata una scelta coraggiosa e decisa, ed è stata la sola in Italia a colpire nel segno il 3 novembre. Michael Ledeen ha dato notizia su The Corner lo stesso 3 novembre della rielezione del presidente, essendo stato informato subito dopo che era stata presa la decisione di annunciare la vittoria di Bush. La prima pagina del Foglio è ora altrettanto storica di quella del Chicago Tribune che, nel 1948, aveva annunciato (questa volta erroneamente): «Dewey sconfigge Truman». Ebbene, proprio mentre noi ci incontravamo a Roma, Ferrara era a Milano per partecipare a un programma televisivo con Rocco Buttiglione, difendendolo con la sua caratteristica appassionata acutezza intellettuale dalle accuse dei nuovi censori di Bruxelles. Essendo occupato da altri impegni, non ho avuto modo di guardare la trasmissione, fatta eccezione per un vivace frammento nel telegiornale della sera. Mi è sembrato che Rocco stia lentamente diventando il nuovo Giordano Bruno della vita ideologica italiana, il martire di coscienza raffigurato mentre proclama: «Se ora volete uno stregone cristiano, eccomi qui». Ferrara, con la sua folta barba che luccicava sotto le luci dello studio televisivo, parlava con energia e passione e invocava una pubblica difesa della coscienza contro le forze del conformismo. «Ateo devoto», come lui stesso si definisce, Ferrara era indignato dal fatto che si bandiva un uomo dalla Commissione europea perché aveva espresso un coscienza personale cristiana.
Una cosa che colpisce nell’Italia di questi giorni, in confronto a quella di trent’anni fa, è come molti ex esponenti della sinistra abbiano riconosciuto le illusioni della sinistra, cominciando a dirigersi verso il centrodestra. Quasi tutte le persone citate per nome nell’articolo appartengono a questa categoria, e il numero continua a crescere, in modo quasi esponenziale, tra gli scrittori e altri intellettuali. Ogni cosa di sinistra viene sempre più messa in discussione: innanzitutto l’ortodossia economica, ma ora anche la politica culturale. Persino chi non è pronto a completare tutto il cammino che lo separa dal centrodestra solleva gravi questioni. Per esempio, sulla Repubblica del 7 novembre, che ho letto in aereo, c’è un articolo in prima pagina di Eugenio Scalfari con il titolo «Perché non ci possiamo definire laicisti». Dopo avere testimoniato il proprio credo laico, il credo dell’illuminismo e dei grandi principi di libertà, fraternità ed eguaglianza, Scafari scrive che questo non mette fine al problema. Osserva come l’idea cristiana di un dovere nei confronti dei più bisognosi e indifesi ha innegabilmente influenzato il suo credo, e come l’idea cristiana del dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio, sia una necessaria barriera contro i totalitarsimi di destra e di sinistra. La storia del secolarismo europeo non può essere descritta semplicemente in termini laicisti, insiste Scalfari, perché contiene anche una decisiva fonte di ispirazione assorbita dalla fede cristiana. Questa visita in Italia conferma con grande forza la mia convinzione che nuove e importanti correnti di pensiero, visibilissime nella vittoria di George W. Bush, stiano cominciando a diffondersi anche in luoghi molto distanti, e che profondi mutamenti spirituali stiano producendo i primi germogli: una visione completamente nuova della nostra storia laica, più aperta alla religione rispetto al passato, una nuova attenzione per la famiglia e la morale tradizionale dalle quale dipende la sua solidità, nonché un ripensamento dei fondamentali principi economici che riguardano l’imposizione fiscale, il potere dello Stato e i programmi di welfare. Sta anche prendendo piede la convinzione che le idee della sinistra appartengano agli anni Cinquanta, se non a un periodo ancora precedente, mentre quelle di Bush e di altri come lui puntano verso un nuovo e più produttivo futuro. Le e-mail che ho letto al mio ritorno in America esprimevano sentimenti analoghi provenienti da posti come la Turchia, il Sud Africa e la Slovacchia. Oltreoceano, la vittoria di Bush ha avuto una potenza simbolica ancora maggiore di quella che avevo immaginato.