
Viviamo un momento di cambiamento culturale che non è azzardato definire «epocale»; esso richiede la consapevolezza di una sinergia d’impegno per orientare il cambiamento in maniera significativa verso scelte di reale cultura come progresso ed espressione di libertà. Ci sono, comunque, sfide che richiedono un consenso ampio che faccia riferimento a una razionalità politica in grado di accogliere un orizzonte valoriale condiviso per il suo riferimento a un denominatore comune prima ancora che per la sua connotazione confessionale. In questo frangente, limitarsi a descrivere i fenomeni non è più sufficiente; dobbiamo essere capaci di imprimere un impulso propositivo perché risulti chiaro il limite e la contraddizione dell’attuale tendenza culturale mentre si deve poter cogliere l’orientamento differente che vogliamo offrire. Da diverso tempo, ormai, siamo soliti insistere perché si rifletta seriamente su alcune questioni vitali che stanno determinando questo passaggio epocale. Facciamo riferimento, in modo particolare, alle tre concezioni basilari della conoscenza che da sempre sono state oggetto della riflessione. È necessario domandarsi con quale concetto di natura, di uomo e di Dio le future generazioni ragioneranno. I termini rimangono gli stessi, l’evoluzione semantica, invece, mostra quanto i contenuti si vadano modificando in maniera rapida e dolorosa. La natura non è più pensata con le sue leggi immutabili, ma come un laboratorio da cui trarre profitto; l’uomo non è più il microcosmo sintesi dell’intera creazione, ma un’appendice della natura che la tecnica sottomette progressivamente alla sua sperimentazione; la stessa concezione di Dio risente di una confusa ricezione, conseguenza di un sottile sincretismo che erige a metro di giudizio il sentimento oltre la stessa rivelazione. La svolta epocale investe il cambiamento paradigmatico di questi concetti basilari del vivere comune, sottoponendoli a una lettura relativista e storicista senza precedenti. Ne è evidente conseguenza la proposta e l’approvazione di alcune leggi presenti in diverse legislazioni che hanno assunto supinamente questo orientamento, dimenticando il ruolo pedagogico e culturale che la legge possiede.
Tre contenuti siamo tenuti a prendere in maggior considerazione per l’attenzione che stanno ottenendo nel contesto culturale, legislativo e mediatico di questo momento. In primo luogo, è necessario porre il tema della concezione della vita umana. La vera sfida che si staglia nei confronti del pensiero in generale e della fede in particolare, è la stessa visione della vita personale e le modalità della sua genesi, durata e termine ultimo. La sacralità della vita è oscurata per la tenacia di imporre una visione tecnicista, edonista ed effimera come se tutto dipendesse dal puro caso o dalla sperimentazione arbitraria e dove tutto si vive, cogliendo solo il semplice frammento senza preoccuparsi di una progettazione personale compiuta nella libertà che aprirebbe a spazi di vero futuro. Il mistero della vita viene frantumato per l’arroganza di voler dare a tutto una spiegazione partendo da sé, senza attendere che l’Altro possa intervenire nella vita. Tolta la sfera della dipendenza come gratuità si sviluppa la pretesa del possesso e si spezza anche l’ultimo bastione in difesa dell’amore come un donare se stessi per sempre senza nulla chiedere in cambio. La prima conseguenza di questo modificato modo di porre la concezione della vita si manifesta nella cultura generalizzata secondo cui ciò che differenzia le persone non è la sessualità che è stata donata con il corpo, ma il genere che si è scelto di vivere. Il genere diventa la costruzione sociale in alternativa al sesso, come espediente per esprimere una libertà individuale di voler essere se stessi non in forza della natura, ma della propria volontà; espressione di libertà che si manifesta subito fragile e fittizia e che solo un’impenitente faziosità persiste nel difendere. Tolta in questo modo, la differenza tra uomo e donna, si comprende facilmente che viene posta in crisi la prima cellula su cui la società si fonda: la famiglia. Carichi di una visione ideologica, che vuole relegare la concezione cristiana del matrimonio e della famiglia nella sfera dell’oscurantismo e della subordinazione della donna all’uomo, si insinua sempre più una visione individualista ed egoista della relazionalità tra le persone che mette in crisi l’istituzione stessa. Superfluo ricordare che la situazione di crisi che ha toccato la famiglia non fa altro che manifestare la permanente instabilità e crisi della società stessa. Per quanto paradossale possa sembrare, questa situazione di crisi spinge la società e gli individui a rinchiudersi sempre più in se stessi, aumentando l’insicurezza delle nuove generazioni. Se una società è costretta a verificare che al suo interno lo stile di vita che progressivamente si assume è quello del vivere soli, allora si dovrà ben riflettere sul senso stesso dell’essere societas. Se un Paese inizia ad avere un quarto o un terzo della popolazione che vive solo, allora è necessario che almeno per spirito di sopravvivenza si ponga rimedio.
La rincorsa a voler accontentare ogni tipo di simili manifestazioni, sembra spingere sempre più il legislatore ad assumere politiche pubbliche in netto contrasto con i principi etici fondamentali. Sarà bene ricordare che una legge composta sulla base del relativismo etico, avrebbe fondamenta talmente fragili da non poter neppure pretendere di essere assunta a norma dell’agire universale dei cittadini, perché offende la dignità stessa della legge prima ancora che la dignità del cittadino. Se non esistesse un’autorità morale capace di andare oltre la sfera dello Stato, allora sì, la libertà sarebbe realmente distrutta, perché di fatto un qualsiasi potere politico diventerebbe fondamento dell’istanza etica. Nel qual caso, la caduta in una strumentalizzazione del potere a proprio vantaggio, non sarebbe più solo un rischio e la porta al totalitarismo sarebbe spalancata. Pensare che la qualità della vita migliori, solamente perché si qualificano alcuni servizi di benessere, è illusorio e deludente se poi la concezione stessa della vita è lasciata all’arbitrio individuale. Ciò di cui dovremmo far prendere coscienza alle nuove generazioni è la responsabilità nei confronti della vita sic et simpliciter. La vita è il vero obiettivo del nostro impegno politico come credenti; in essa si racchiude l’essenza dell’annuncio cristiano: «La vita si è fatta visibile e noi ne siamo testimoni» (1Gv 1,2). Responsabilità per la vita coinvolge di conseguenza l’essere responsabile per la natura, per l’uomo, per il mondo… La vita è estensibile a tutto ciò che i nostri occhi vedono, i nostri orecchi odono e le nostre mani toccano. Giovanni Paolo II con Evangelium vitae non ha fatto altro che riportare all’attenzione di tutti questo principio fondamentale. In questo ambito, è bene ricordarlo, i cristiani sono sempre stati in prima linea nel promuovere e difendere i principi basilari del vivere comune e civile. D’altronde, la stessa concezione di democrazia che si è imposta nella modernità non avrebbe potuto neppure essere concepita se il cristianesimo non avesse posto le premesse fondamentali per la sua genesi e il suo sviluppo. Merita, pertanto, ricordare quanto sia importante e non procrastinabile farsi promotori di un pensiero che chiarifichi la base stessa del diritto. In un periodo come il nostro in cui sembra che la vita civile, politica e sociale si debba sviluppare alla luce del diritto individuale, secondo il quale ognuno ha il diritto di creare un’unione matrimoniale come desidera, ad avere figli come vuole, a porre fine alla sua vita quando e come ha deciso e a imporre al legislatore di dare corpo a questo diritto, bisogna ribadire con forza che il diritto individuale non è solo una questione di coscienza singola, ma è primariamente un atto pubblico che deve essere regolato e limitato dalla forza della ragione, della giustizia e della convivenza reciproca. I nostri giovani studenti hanno l’esigenza di essere formati a questa visione della vita, alla correttezza del diritto e alla responsabilità di orientare pubblicamente queste tesi senza per questo venire emarginati. Presumere di avere ragione non per la forza degli argomenti, ma per la capacità a suscitare emozioni, non è esercizio di buona democrazia né tanto meno prerogativa di produrre cultura.