
Joseph Stiglitz è stato un grande pensatore. A lui si deve lo sviluppo della Information Economics, per cui nel 2001 ottenne il premio Nobel. Una delle premesse, invero non particolarmente originale, della sua teoria è che l’efficienza dei mercati dipenda dalla libertà dei flussi di informazione. Inoltre Stiglitz ha lavorato per quattro anni come Economic Advisor di Clinton, ed è stato il principale consulente economico della Banca Mondiale.
Nonostante ciò nel suo ultimo libro Stiglitz abbandona la riflessione per far finta di essere brillantemente contro corrente, offrendo una critica radicale degli anni Novanta, nel tentativo di cavalcare, senza solide premesse, l’onda montante di insoddisfazione nei confronti dell’economia globalizzata, di cui è stato uno dei principali artefici. Il tutto è confezionato per distribuire (poche) colpe all’amministrazione Clinton e molte al governo Bush. Una delle sue principali osservazioni è che proprio la liberalizzazione delle informazioni finanziarie ha permesso a società come Enron di frodare gli azionisti presentando dati distorti. Il punto è cruciale, non solo per simili «fallimenti» delle libere informazioni altrove nel mondo, e in Italia, ma anche per la politica interna americana. Atteso che sono stati i democratici a creare le premesse di Enron, e i repubblicani a sfruttarle e a rimuoverle.
Stiglitz ricostruisce dunque una intera nuova «ideologia» contro il mito della riduzione del deficit, della guerra e della mano invisibile. Negli anni Novanta divenne comune l’idea che se un Paese è in recessione, e i suoi conti pubblici sono in rosso, occorre ridurre il disavanzo per far tornare la stabilità. Un’idea che ha avuto largo seguito nell’Unione europea. Ora Stiglitz ritiene, invece, che in tale caso occorra una politica espansiva, se necessario con aumento del disavanzo. Siccome ciò viene sostenuto anche da quanti ritengono che la guerra faccia bene all’economia, Stiglitz ritiene invece che l’aumento della spesa venga annullato dall’effetto deprimente dell’incertezza generata dalla guerra stessa. Ciò lo porta a un attacco finale contro il mito della mano invisibile, da lui riferita al solito Adamo Smith: la massimizzazione dello shareboard value da parte degli amministratori in realtà non assicura l’efficienza. La ricetta finale è che non ci si deve affidare solo al perseguimento dell’interesse egoistico, ma anche all’etica dei mercati. Il che dimostra che in un anno elettorale tutti diventano più «compassionevoli».
Da ciò si comprende come il libro si mantenga a un livello giornalistico, politicamente orientato. In particolare il riferimento a Smith appare superficiale. Il libro di Smith fu scritto per dimostrare come la ricchezza di una nazione dipenda dal modo in cui il surplus generato dal settore delle esportazioni viene ripartito tra i fattori interni della produzione. Non è quindi tanto «la Libertà» che promuove l’efficienza, ma sono i saggi interni di remunerazione del capitale nei vari settori, e ciò in modo automatico. Vi è piuttosto da notare come l’insistenza attuale verso l’etica dei mercati, condotta invero sia da sinistra che da destra, dimostri una cosa sola: che lo stato attuale dell’economia non sa cosa dirci se non quando i fatti sono già avvenuti, e allora li sa interpretare solo sulla base di una scelta di campo fra amici e nemici. La fuga dall’economia verso l’etica potrebbe ben apparire a qualche seguace di Bloom come un ulteriore segno della chiusura dell’intelligenza americana.
Joseph E. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta. Lo scandalo della finanza e il futuro dell’economia, Einaudi, 334 pagine, 16 euro