
Sebbene stia ai primi posti nell’elenco degli economisti sopravvalutati, Romano Prodi sa benissimo che i modelli di welfare pesanti e statalisti sono la croce a cui rischia di essere inchiodata la Vecchia Europa, sempre in procinto di perdere la sfida della competitività nel mondo globalizzato e di ridursi, nei prossimi decenni, a un museo delle memorie, custodito dalle popolazioni di altre aree del pianeta, desiderose di conservare le proprie radici e di far visita, almeno una volta nella vita, alle vetuste vestigia, anche a costo di dover pagare il biglietto d’ingresso. Da uomo di governo, il professore bolognese è legittimato a esibire risultati positivi nel campo del riformismo sociale. Era lui il presidente del Consiglio quando, nel 1997, fu varato il «pacchetto Treu» che aprì la strada a una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, quando venne rivisitata la riforma Dini delle pensioni, inasprendo i requisiti del trattamento di anzianità (sia pure con le deroghe che Prodi concesse a Bertinotti) e allineando i dipendenti pubblici con quelli privati. Come pure fu Prodi a insediare la Commissione, presieduta da Paolo Onofri, con il compito di redigere un rapporto sulla riforma dello Stato sociale che risultò essere uno dei migliori documenti mai prodotti in materia. Infine, fu Prodi che drizzò la barra dell’Italia all’interno dei parametri di Maastricht. Da presidente della Commissione europea Prodi potrebbe vantare meriti addirittura storici. Lui «folgorante in soglio», dodici Paesi dell’Unione si sono dati un’unica moneta (i vantaggi dell’euro sono assai maggiori degli svantaggi); si è felicemente conclusa la fase dell’allargamento a 25 nazioni; è stata raggiunta un’intesa sulla nuova Costituzione. È difficile pensare che si sia trattato solo di fortuna (Prodi è indubbiamente una persona fortunata, capace di trovarsi al posto giusto nel momento opportuno), che i processi fossero già avviati e che al nostro sia bastato rilasciare soltanto il nihil obstat. L’ex presidente della Commissione è uno che ci mette del suo, ha fiuto, possiede caratteristiche di testardaggine che sono doti preziose in politica. Ed è sufficientemente cinico e spregiudicato per saper compiere le mosse tattiche necessarie. Prendiamo il caso degli impegni del Patto di stabilità. Nell’autunno del 1997, Romano Prodi - che alcune settimane prima, nel tradizionale intervento alla Fiera di Bari, aveva assicurato che la politica dei tagli era finita per sempre - si recò a Valencia per incontrare José Maria Aznar, allora premier spagnolo, a rappresentargli i termini di un’intesa «mediterranea» rivolta a rinviare le scadenze del trattato di Maastricht. Quando Aznar gli rispose brutalmente che la Spagna avrebbe rispettato i patti secondo le scadenze stabilite, Prodi ebbe l’avvertenza di capire che per l’Italia non esistevano più spazi di manovra: si trattava solo di bere o affogare. L’alternativa era quella di restare fuori dal club dell’euro insieme alla Grecia. All’insegna della politique d’abord furono anche i giri di valzer del professore con Fausto Bertinotti (una propensione che Prodi non ha perduto). Quando il leader neocomunista rivendicò di «fare come la Francia» in materia di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il Professore, allora capo del governo, non se lo fece ripetere due volte. Per fortuna, quel disegno di legge finì imboscato e dimenticato (salvo fornire a Bertinotti il pretesto per sfilarsi dalla maggioranza e far cadere il governo). Di «amorosi sensi» con Fausto, Prodi diede prova anche quando dovette affrontare la questione dell’inasprimento delle regole per le pensioni di anzianità. I due si chiusero in una stanza insieme al sottosegretario Micheli e diedero vita a un accordo (gli operai e i cosiddetti precoci conservarono i previgenti requisiti) che scavalcò i sindacati, i quali erano disposti a maggiori e più ragionevoli concessioni. A quell’episodio è da attribuire gran parte dell’intransigenza che, da allora, le confederazioni, visibilmente spiazzate, manifestarono in argomento. Ma il tasso più elevato di cinica spregiudicatezza venne espresso da Prodi in occasione - ne abbiamo già parlato - della presentazione del rapporto Onofri. Al primo «stormir di fronde» da parte dei sindacati, Prodi ripose il documento in un cassetto dove ancora giace dimenticato. Nonostante che il suo autore sia finito, per quel motivo, nell’elenco degli obiettivi delle Br.
Per Prodi si sta ora realizzando la possibilità di vendicarsi dei protagonisti del «trappolone» che gli sfilò di sotto la poltrona di Palazzo Chigi. Franco Marini non è riuscito a incassare la cambiale di chi gli aveva promesso l’elezione al Quirinale. Massimo D’Alema, dopo aver tradito tutti - come Casa Savoia - è stato capace pure di ingannare se stesso. Il presidente della Quercia è ora un notabile, inviso ai suoi prima che agli avversari. Primo ex comunista della storia a guidare un governo della Repubblica può aspirare al massimo, appena cinquantenne, a un ministero importante in un eventuale Gabinetto Prodi. Il professore, invece, è ancora lì, vivo e vegeto, a compilare liste di rivendicazioni che suonano come astiose ripicche (la vendetta è un piatto da consumare freddo), ormai proiettato a contendere a Berlusconi lo scettro del comando. Eppure, dal suo ultimo incarico porta seco un bagaglio di critiche come se al vertice della Commissione negli ultimi anni fossero stati contemporaneamente seduti sia il virtuoso dottor Jackill sia il perfido Mr. Hyde, il primo coinvolto negli eventi positivi dell’Unione, il secondo incapace di garantire una guida adeguata nell’attività quotidiana. Sono tante le critiche di natura politica rivolte alla gestione del Professore: di non aver saputo mediare tra le diverse posizioni, ma di essersi schierato con una di quelle di volta in volta in campo (il caso più clamoroso ha riguardato la crisi irachena in cui Prodi si è sdraiato sull’asse franco-tedesca, ma considerazioni analoghe sono state svolte anche per il lavoro preparatorio della Costituzione europea); di essersi dedicato, nell’ultima parte del suo mandato, alla competizione politica italiana, anche a costo di mettere il bastone tra le ruote alla presidenza di turno, che di per sé soffriva già di parecchi handicap. Ai fini di questo articolo sono altri i rilievi critici all’azione di Prodi e vanno tutti a confluire sul tema cruciale della crisi del Patto di stabilità. Il presidente della Commissione europea poteva certamente risparmiarsi una critica (il Professore usò senza perifrasi la parola «stupido») tanto pesante e diretta, avanzata per di più al di fuori delle sedi istituzionali, al patto che regge le sorti dell’Unione, dando il destro a Giulio Tremonti, allora ministro dell’Economia, di reggere il moccolo a Francia e Germania nel momento in cui esse calpestavano i vincoli del trattato di Maastricht, sfondando, nel 2003, il tetto del 3% del Pil quanto a misura del deficit di bilancio. L’Ecofin (il Consiglio dei ministri economici, sotto la presidenza di Giulio Tremonti) bloccò, con un voto a maggioranza la (corretta e doverosa) procedura d’infrazione promossa dalla Commissione, senza per altro assumere alcuna iniziativa di correzione e riforma del patto. Dopo di allora e fino alla sentenza della Corte, non si è più capito - in un’Unione in cui l’economia ha fatto sempre da traino alla politica - quali fossero le regole vigenti nel contesto di una comunità di Stati che hanno messo in comune persino la moneta. I parametri di Maastricht sono sempre apparsi come il Grillo parlante di Pinocchio: la voce di una coscienza puntigliosa da mettere a tacere. Sui criteri del risanamento e della stabilità finanziaria sono piovute accuse ingiuste, come se essi fossero la causa dello stentato sviluppo di un Continente che ha smesso di crescere perché è incapace di accettare serie riforme a modifica di ordinamenti sociali che non può più permettersi. Come ha scritto Daniel Gros: «L’unica ragione che vedo per cambiare le regole del patto è politica: i governi non riescono a fare le riforme che servono». È bene non dimenticare mai, del resto, che già il limite del 3% fu oggetto di una deroga, dal momento che le intese intervenute, a correzione degli impegni di Maastricht, prevedevano il pareggio di bilancio nel 2006 secondo un percorso molto preciso e circostanziato, di cui oggi non si parla più. Per fortuna, la Corte di Giustizia nel luglio scorso ha dato ragione al ricorso della Commissione (per sottoporre Francia e Germania alla procedura d’infrazione sospesa dall’Ecofin), pur indicando che tocca agli Stati - e quindi al Consiglio - di esercitare il potere di cambiare quelle regole che, finché sono in vigore, devono essere rispettate. In sostanza, negli ultimi due anni, si è avuta una fase di grande incertezza: le regole del patto di stabilità venivano bellamente violate dai Paesi più grandi e importanti, ma nello stesso tempo non si riusciva a mettere in moto, nonostante un fiorire di proposte, un’azione coordinata per la loro revisione. In tale situazione di stallo e di incertezza è mancata o non è stata adeguata l’iniziativa della Commissione, la quale, solo in zona Cesarini (quando ormai erano stati indicati i 25 componenti del governo del portoghese Barroso) ha potuto indicare i principi generali del patto rivisitato, secondo un’impostazione secondo cui il trattato rimane nella versione attuale mentre saranno rivisti, per linee interne, i criteri interpretativi di casistiche già previste, in rapporto anche agli andamenti del debito.
Se nel governo della politica economica dell’Unione la leadership di Prodi (la Commissione ne condivide la responsabilità con il Consiglio) si è conclusa con un secco passo indietro (per non parlare della soglia del 60% del debito, si sarebbe dovuto realizzare il close to balance nel 2003 prima, nel 2006, poi, mentre si sta ancora discutendo intorno alle prospettive e alla tenuta del tetto del 3% sul Pil per quanto riguarda il deficit), durante il mandato del Professore è assai cresciuto l’impegno dell’Unione nel campo delicatissimo (e gelosamente custodito dai governi nazionali) delle politiche del lavoro e sociali. Lo strumento per intervenire in materie non previste dai trattati è quello fornito dal cosiddetto metodo del coordinamento aperto, consistente nella individuazione, monitoraggio secondo indicatori comuni e sorveglianza multilaterale di obiettivi strategici che gli Stati volontariamente assumono ed espongono periodicamente nei Piani nazionali d’azione (Nap), poi sintetizzati in un Joint Report a cura della Commissione e del Consiglio. Sotto la presidenza di Prodi l’orizzonte dei Nap si è allargato anche al tema delle pensioni (nel 2003 vi è stato il primo Joint Report in materia) e a taluni aspetti delle politiche sanitarie. Poi è stato varato un progetto di razionalizzazione dei Joint Reports in base al metodo del coordinamento aperto (pensioni, esclusione sociale, cure sanitarie per gli anziani). La proposta, avanzata dalla Commissione, ha riguardato l’unificazione delle procedure e della periodicità dei rapporti, prima distinti, allo scopo di dare più organicità agli interventi e ai monitoraggi delle politiche nazionali. Si tratta, in sostanza, di presentare - anziché relazioni distinte quando capita - un rapporto unificato ogni tre anni, con verifiche e aggiornamenti annuali. Una scelta ragionevole, che darà maggiore visibilità alla dimensione sociale europea. Fu la presidenza italiana nel 2003 a sbloccare la situazione. Le riserve di parecchi Stati erano dettate dalla maggiore sistematicità che avrebbe avuto il Joint Report sulle pensioni, per il quale, dopo la prima stesura dello scorso anno, non si era ancora decisa la procedura da seguire in futuro. A prova del fatto che i modelli di welfare costituiranno uno dei terreni più delicati dell’integrazione sociale ed economica dell’Europa a Venticinque. I nuovi Paesi, infatti, presentano molte caratteristiche strutturali analoghe a quelle dell’Europa dei Quindici. Innanzi tutto, un basso indice di fecondità, con un calo negli ultimi dieci anni. Il trend si congiunge con il prolungamento della speranza di vita alla nascita, determinatosi negli ultimi dieci anni in parecchie nazioni, in termini analoghi a quelli della Ue. Diverso è il caso della speranza di vita a 65 anni che, in un certo numero di Paesi candidati, rimane inferiore alla media dei Paesi membri dell’Unione, a prova della persistenza, nelle nazioni entranti, di inadeguate strutture sanitarie, di stili di vita non corretti e di larghe fasce di indigenza. È presumibile, tuttavia, che queste carenze saranno man mano superate. Il che, connesso con la debolezza dell’indice di fecondità, andrà a peggiorare la sostenibilità finanziaria dei sistemi di previdenza (nonché di quelli sanitari e generalmente sociali). Anche nei Dieci (specie laddove è maggiore la popolazione) la ripartizione della spese sociali in rapporto al Pil mostra che le pensioni rappresentano una delle voci (insieme alla sanità) di maggior peso finanziario, sia pure in un arco di intervento assolutamente ampio, da ragguagliare alle condizioni generali del Paese e alla natura dei sistemi. Ecco perché, dopo l’allargamento, una strategia tendenzialmente comune e coordinata - per tutti i venticinque Paesi - riferita alle pensioni (e più in generale allo Stato sociale) sarebbe necessaria anche per evitare forme incontrollate di dumping sociale.
Arriviamo così al Prodi made in Italy, proteso a riprendere la guida di una coalizione assai articolata, dove tanti non lo amano, limitandosi per ora a subirlo, nella speranza che la voglia malcelata di rivincita del Professore lo faccia cadere in una delle trappole che i suoi amici gli stanno tendendo quotidianamente. Romano Prodi ha ripreso i suoi giri di valzer con Fausto Bertinotti. Svelto come un furetto, Guglielmo Epifani ha voluto inserire - mandando in bestia i partner di Cisl e Uil e provocando qualche mal di pancia nelle componenti moderate dell’Ulivo - l’apporto programmatico della Cgil allo scopo di spostare su posizioni più radicali la coalizione. Il «contributo alternativo all’ideologia neoliberista del centrodestra» della confederazione diretta da Guglielmo Epifani meriterebbe parecchie considerazioni critiche. Non ultima la constatazione che questo sindacato non rinuncia a qualificarsi e a operare come una componente organica della sinistra; anzi, come un azionista di riferimento che impartisce istruzioni all’amministratore delegato. Secondo il sindacato di Corso d’Italia, Prodi dovrebbe impegnarsi non solo a introdurre un’imposta patrimoniale, (per giunta secondo il principio della progressività), a imporre per legge alle imprese le rappresentanze sindacali, a dirottare a favore dello sviluppo del Sud i proventi degli investimenti finanziari, ma anche a rivedere i più importanti provvedimenti, in campo sociale, promossi dall’attuale governo e segnatamente la «controriforma» previdenziale, la legge Biagi e quella sulla scuola del ministro Letizia Moratti. Vedremo cosa risponderà il professore bolognese. E se nell’elaborare le proposte programmatiche della sua parte si ricorderà di aver presieduto per alcuni anni il governo dell’Unione europea. In tal caso, infatti, Prodi dovrebbe far notare a Epifani e soci che la Commissione Ue - nel monitoraggio 2004 sull’andamento del «processo di Lisbona 2000», la riunione del Consiglio che varò l’obiettivo dell’«economia della conoscenza» e del tasso d’occupazione medio al 70% entro il 2010 - ha indicato tra i punti positivi del nostro Paese proprio i tre provvedimenti (riforma della scuola, del mercato del lavoro, delle pensioni) che la Cgil e gran parte della sinistra vorrebbero rivedere o abrogare. Il professore, inoltre, farebbe bene a ricordare ai suoi bellicosi «compagni di viaggio», che il primo Rapporto congiunto (del Consiglio e della Commissione) sulle pensioni, nel 2003, ha sottolineato con forza l’effetto dell’invecchiamento, di cui si avrà una consistente accelerazione nei prossimi decenni, «dovuta a tre fattori principali: 1) l’età del pensionamento della generazione del boom demografico; 2) il costante aumento della speranza di via; 3) il calo della fertilità dopo gli anni Settanta». Il primo di questi fattori creerà uno squilibrio demografico temporaneo, mentre gli effetti degli altri due fattori saranno costanti. La combinazione dei tre fattori porrà una notevole sfida finanziaria ai sistemi pensionistici nei prossimi decenni. La risposta europea a queste sfide è venuta, nel 2002, quando il vertice di Barcellona indicò a tutti gli Stati membri l’obiettivo di adottare riforme dei loro sistemi pensionistici allo scopo di prolungare di cinque anni, sempre entro il 2010, l’età effettiva di quiescenza. Come vuole fare, magari con qualche strappo, l’attuale governo, attraverso la riforma Maroni. Nel 1994, dopo che il primo esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi era caduto sul tema della previdenza (e a causa del voltafaccia della Lega) Prodi firmò un (tardivo) appello, insieme ad altri economisti, per sollecitare il riordino del sistema. Poi, da presidente del Consiglio, nonostante l’alleanza con Fausto Bertinotti, adottò alcune misure importanti sul terreno del riordino e dell’armonizzazione. Vedremo se stavolta il politico assetato di vendetta smentirà l’economista e l’eurocrate.
Prodi ha aggiunto un altro punto al suo curriculum vitae: la sorte e l’insorgere del caso Buttiglione hanno fatto sì che al professore bolognese venisse chiesto di accettare una prorogatio dell’incarico allo scopo di sottoscrivere la nuova Costituzione europea, quella stessa che Prodi aveva criticato. Così subentrato a Santer dopo una grave crisi istituzionale della Commissione, esce dopo un’altra critica impasse dell’Unione. Una volta, durante una trasmissione televisiva in diretta, chi scrive sostenne che Prodi era una persona fortunata. Per tutta risposta, il professore se la cavò con un aneddoto: «Mio padre - raccontò - mi ha sempre detto che in guerra quelli che si lamentavano e avevano paura erano i primi a morire». Ecco uno spaccato della filosofia del professore: uno che viene da lontano e che non si è certo ancora stancato di camminare.