
Vorrei cominciare con qualche riflessione sullo sviluppo economico(1). Se si guarda alla storia dell’ultimo mezzo secolo, la conclusione è chiara: l’economia italiana è una delle più robuste al mondo. Con le sole eccezioni, peraltro dubbie, del 1975 e del 1993, il reddito reale è sempre stato superiore a quello dell’anno precedente. Sembrerebbe che la nostra economia sia a prova di recessione. Tuttavia, se guardiamo ai tassi di crescita che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, perveniamo a una conclusione assai preoccupante: l’economia italiana ha smesso di crescere. Infatti, nei primi tre decenni del dopoguerra, dal 1951 al 1980, il tasso medio annuo di crescita del reddito reale è stato superiore al 6%; negli anni Ottanta è stato di poco inferiore al 3%; dal 1991 al 2000 si è aggirato in media sull’1,7%; il tasso previsto per l’anno in corso è circa 1,2%. Sembrerebbe che lo sviluppo dell’economia italiana si sia arrestato, che l’Italia stia diventando un Paese «in via di sottosviluppo».
Il tasso di sviluppo economico è molto importante per l’ovvia ragione che da esso dipende la prosperità dei Paesi. Se prendiamo, per esempio, due Paesi con identico reddito pro capite, di cui uno cresce al tasso medio annuo del 2% e l’altro del 5%, nel giro di una sola generazione il secondo avrà un reddito pro capite doppio rispetto al primo. E ancora: è stato calcolato che se il tasso di crescita degli Stati Uniti fosse stato più basso di un punto percentuale dal 1870 al 1990, oggi gli Stati Uniti avrebbero un reddito pro capite grosso modo pari a quello del Messico. Invece, grazie a un solo punto percentuale annuo di sviluppo in più, il reddito pro capite degli Stati Uniti (34.940 dollari) è oggi sei volte maggiore di quello del Messico (5.860 dollari)(2).
Risorse e sviluppo
In realtà, quando si parla di sviluppo, gli economisti sanno per certo una sola cosa: i Paesi non nascono ricchi, i Paesi diventano ricchi. Tutti i Paesi che oggi sono ricchi, sono stati in passato poveri, almeno in base agli standard attuali. È lo sviluppo economico a rendere ricchi i Paesi, non la generosità della natura. Questo significa che la ricchezza non viene ereditata, ma deve essere prodotta. Se le risorse naturali che il Paese ha «ereditato» dalla natura fossero causa certa di ricchezza, i Paesi che ne sono largamente dotati dovrebbero essere ricchi, gli altri dovrebbero essere poveri. Ma non è necessariamente così: ci sono Paesi ampiamente dotati di risorse naturali (la Federazione russa, il Brasile, per esempio) che versano in gravi difficoltà economiche, e Paesi poveri o quasi del tutto privi di risorse naturali (la Svizzera, il Giappone, per esempio) che hanno raggiunto livelli di reddito e di benessere diffuso fra i più alti al mondo. Il malevolo mito malthusiano secondo cui la crescita della popolazione più rapida della crescita della produzione di alimenti avrebbe condannato l’umanità, in assenza di guerre o pestilenze, alla carestia, è clamorosamente smentito dall’esistenza di Paesi sovrappopolati e ricchi accanto a Paesi «sottopopolati» e poveri. Si pensi al Brasile che ha una densità di 20 abitanti per chilometro quadrato, in confronto al Giappone, che ha 336 abitanti per chilometro quadrato: il reddito pro capite del Giappone è quasi undici volte superiore a quello del Brasile. O si confronti il reddito pro capite della Svizzera, con i suoi 175 abitanti per chilometro quadrato, con quello dell’Argentina che, con 13 abitanti per chilometro quadrato, gode di un reddito pro capite pari a circa un quinto di quello della Svizzera(3). Alcuni dei Paesi più densamente popolati al mondo, come Singapore, Hong Kong o Taiwan, sono anche diventati fra i più prosperi. È una fortuna che sia così: se le risorse naturali fossero la causa prima della ricchezza dei Paesi, l’unico modo in cui i Paesi potrebbero sperare di accrescere la ricchezza nazionale sarebbe l’acquisizione di risorse naturali attraverso le conquiste territoriali, il colonialismo. Ma non è così: alcuni fra i Paesi più ricchi d’Europa, come la Svizzera, non hanno mai avuto colonie; alcuni fra i Paesi più poveri d’Europa, il Portogallo per esempio, sono state potenze coloniali fino a non molti anni orsono.
Se tutto questo è vero, ne seguono alcune conseguenze importantissime. Anzitutto, l’economia non è un «gioco a somma zero»; non è vero, cioè, che la povertà dei poveri sia dovuta alla ricchezza dei ricchi e che, quindi, per rendere meno poveri i poveri sia necessario rendere meno ricchi i ricchi. È vero, invece, che l’economia è un «gioco a somma positiva», nel senso che i rapporti commerciali fra Paesi come fra individui avvantaggiano, sia pure non in eguale misura, tutti i partecipanti. Ricchezza e povertà sono «malattie contagiose», che tendono cioè a diffondersi: abbiamo interesse ad avere vicini ricchi, che producano beni meritevoli di essere acquistati e che siano in grado di acquistare i nostri prodotti, con vantaggio reciproco; non conviene, invece, avere vicini poveri, perché non sono in grado di acquistare i nostri prodotti e non producono nulla che meriti di essere acquistato. La politica beggarthy neighbour, volta cioè a impoverire i Paesi vicini è non soltanto iniqua, ma anche e soprattutto controproducente per il Paese che la pratica. Quanto vale nei rapporti fra Paesi vale anche, e forse a maggior ragione, nei rapporti fra individui. In secondo luogo, le geremiadi sulla «iniqua distribuzione delle risorse» fra Paesi sono prive di senso: il benessere dei Paesi ricchi è dovuto allo sviluppo non alle risorse, la miseria dei Paesi poveri è dovuta non alla mancanza di risorse ma all’assenza di sviluppo. Inoltre, e più importante, se non sono le risorse naturali a determinare la ricchezza dei Paesi, il trasferimento di risorse materiali non serve a curare il sottosviluppo dei Paesi poveri. E questo è vero non solo per i trasferimenti fra Paesi diversi, ma anche fra zone diverse dello stesso Paese. E sorvolo sul fatto che i trasferimenti, gli «aiuti», si traducono spesso nel prelievo di denaro dalle tasche dei poveri dei Paesi ricchi per metterlo in quelle dei ricchi dei Paesi poveri. Il trasferimento di risorse finanziarie o materiali non ha mai fatto diventare ricco un Paese povero. Quest’ultima considerazione, che è di un’ovvietà disarmante, trova difficoltà a essere accettata da molti nostri contemporanei per via di un’illusione che inconsciamente continua a condizionarci.
I due Marshall
Intendo fare riferimento al contrasto di posizioni esemplificato da due signori che si chiamavano entrambi Marshall. Il primo, George, generale americano, è ricordato per avere dato il suo nome al piano Marshall. Il «successo» di quel piano è misurato dal fatto che a esso si attribuisce il merito di avere consentito la ricostruzione e la ripresa dell’Europa dopo la guerra. Da qui la convinzione che basti trasferire risorse per promuovere lo sviluppo, e la proposta, che periodicamente riaffiora, di dar vita a un «piano Marshall» per risolvere i problemi economici dei Paesi più disparati: l’ex Unione Sovietica, i Balcani e così via. In realtà, se è vero che gli aiuti del piano Marshall alleviarono le ristrettezze determinate dalla guerra, è ancora più vero che l’Europa si sarebbe ripresa comunque, anche in assenza di aiuti. Il piano Marshall si limitò a creare l’illusione (post hoc ergo propter hoc) di avere prodotto la ricostruzione e la ripresa. Un altro Marshall, Alfred, economista inglese, aveva idee ben diverse e molto più chiare al riguardo quando scriveva: «Le idee sia quelle delle arti e delle scienze sia quelle incorporate in prodotti concreti, sono il più «reale» dei doni che ogni generazione riceve dalle precedenti. La ricchezza materiale del mondo verrebbe rapidamente ricostruita se andasse distrutta, ma si salvassero le idee che l’hanno resa possibile» (4). Il che significa che il fattore di produzione di gran lunga prevalente non è né il capitale fisico né il lavoro in senso stretto, ma è al tempo stesso capitale e lavoro insieme. Intendo fare riferimento a quello che Gary Becker dell’Università di Chicago, premio Nobel per l’economia, ha definito oltre trent’anni orsono «capitale umano»(5). Si tratta del bagaglio di conoscenze, di quell’insieme di nozioni e di capacità che gli individui acquisiscono attraverso l’investimento in istruzione (scolastica e non) e che accrescono la loro produttività. Il fattore produttivo rilevante è uno solo: l’uomo con tutto ciò che sa, un insieme di lavoro e di capitale umano costituito dal sapere accumulato (6). Oltre tutto un elemento materiale da solo non costituisce risorsa, non ha cioè valore economico. Diventa importante, acquista valore solo grazie al fatto che l’ingegno umano riesce a immaginarne un impiego utile alla soddisfazione di bisogni. Tutte le cosiddette risorse naturali, quindi, non sono altro che la combinazione di un elemento materiale e di ingegno umano. Una delle caratteristiche più straordinarie del nostro tempo è che il contenuto materiale della ricchezza va rapidamente diminuendo. Prendete due cd, uno vuoto e l’altro contenente dati: sotto il profilo materiale sono identici, hanno la stessa forma e lo stesso peso, ma sotto il profilo economico hanno valori molto diversi. Quello vuoto varrà qualche centesimo, quello inciso, a seconda delle informazioni contenute, può valere anche migliaia di euro. La ricchezza è oggi ancora più immateriale di quanto non fosse in passato, costituita com’è soprattutto dall’ingegno umano. Il che spiega la vacuità delle preoccupazioni circa l’esaurimento delle risorse naturali. La vera risorsa è l’uomo, col suo ingegno e col suo bagaglio di conoscenze, e non sembra che quella risorsa rischi di esaurirsi.
Demografia e sviluppo
Se la risorsa principale è l’uomo, le tendenze demografiche giocano un ruolo importante nello sviluppo di un Paese. Da questo punto di vista, il nostro Paese è oggi afflitto da un gravissimo problema. L’Italia, infatti, vanta il dubbio privilegio di avere il più basso tasso di fertilità al mondo(7) e, a partire dal 1992, il numero di nati in un dato anno è diventato pari e poi inferiore al numero di morti (negli anni Sessanta era quasi doppio)(8). Inoltre, bisogna anche tenere conto del rapido invecchiamento. Nell’aprile del 2002, il settimanale inglese The Economist ha dato conto dei risultati di uno studio delle Nazioni Unite a margine dell’assemblea mondiale sull’invecchiamento tenuta a Madrid all’inizio di quell’anno. I dati sono illuminanti. Anzitutto, il numero di ultrasessantenni in percentuale alla popolazione è ovunque in aumento, sia nei Paesi ricchi sia nei Paesi poveri, grazie allo sviluppo economico che ha migliorato le condizioni di vita e prodotto l’allungamento della sua durata. La correlazione fra ricchezza e invecchiamento è confermata dal fatto che l’incidenza degli anziani sul totale della popolazione è maggiore nei Paesi ricchi che nei Paesi poveri. Il Paese con il numero maggiore di ultrasessantenni fra quelli considerati, il Paese più «vecchio» per così dire, è, guarda caso, proprio il nostro: un italiano su quattro ha più di sessant’anni. Le considerazioni suggerite da questo dato sono numerose. Anzitutto, specie quando ci lasciamo andare a crisi di ipocondria storica lamentandoci del nostro tempo, non dimentichiamo quanto siamo stati fortunati a nascere adesso anziché prima. Non abbiamo, infatti, mai vissuto tanto a lungo come adesso. Se guardiamo alla speranza di vita a cinque anni, per evitare le distorsioni prodotte dalla mortalità infantile, nel 1900 era 49 per i maschi, 50 per le femmine; oggi sfiora i 76 anni per i maschi, gli 83 per le femmine. Un terzo della vita di un maschio italiano si svolge dopo il cinquantesimo compleanno. Non abbiamo mai, nell’intera storia plurimillennaria dell’umanità, vissuto così bene come adesso: tutti ricordiamo che fino a non molti anni orsono un settantenne veniva considerato molto anziano e conduceva una vita sedentaria e caratterizzata da una serie di limitazioni. Oggi i settantenni sono quasi sempre nel pieno delle loro facoltà mentali e conducono una vita attiva e piena di interessi.
Da tutto ciò seguono una serie di riflessioni importanti per un gran numero di scelte politiche. Anzitutto, è evidente che chi era legittimamente considerato «vecchio» mezzo secolo fa, non lo è più oggi, sia perché le sue condizioni psicofisiche sono molto migliori oggi che non allora, sia perché ha di fronte a sé un numero di anni di vita molto maggiore di allora. Secondo i dati delle Nazioni Unite, in Italia solo il 14% degli ultrasessantenni fa parte della forza lavoro, contro il 20% della Svezia, il 23% degli Stati Uniti e l’incredibile 45% del Giappone. Può il nostro Paese permettersi di escludere dal mondo del lavoro quasi un quarto della sua popolazione, costituito peraltro da persone perfettamente in grado di lavorare al meglio delle proprie capacità? L’esclusione dei quattro quinti di ultrasessantenni dal mondo del lavoro rende ancora più grave un problema drammatico della nostra economia: in Europa «il grado di partecipazione della popolazione in età attiva alle forze di lavoro è pari al 68%. Il tasso di partecipazione è assai più elevato negli Stati Uniti, dove raggiunge il 79%; in Italia il rapporto, pari al 59%, è tra i più bassi dei Paesi industriali(9)». Le implicazioni dei dati demografici per il sistema pensionistico pubblico e per le politiche sull’immigrazione sono evidenti e ben note, ma esulano dal nostro tema. Quello che mi preme rilevare è che, se vogliamo riprendere la via dello sviluppo, dobbiamo aumentare il grado di partecipazione alle forze di lavoro, il che implica che, prima o poi, saremo costretti a riconoscere che gli ultrasessantenni sono una grande risorsa per il nostro Paese, una risorsa che non possiamo permetterci di sciupare, lasciandola fuori dall’economia attiva dell’Italia. Forse saranno gli stessi interessati a ricordarcelo, chiedendo un appropriato sistema di incentivi che renda conveniente prolungare la loro vita di lavoro.
Istruzione e sviluppo
Oltre alle dimensioni complessive dell’impiego, lo sviluppo, com’è ovvio, dipende dalla qualità della forza lavoro, dal bagaglio di conoscenze posseduto, dall’istruzione. In altri termini, il declino quantitativo della popolazione potrebbe essere compensato dalla crescita qualitativa, da un sistema di istruzione adeguato alle esigenze dei tempi. Giusto per illustrare l’importanza anche economica dell’istruzione: secondo dati riferiti dal settimanale The Economist(10), nel 1960 il reddito medio pro capite in Pakistan era grosso modo uguale a quello della Corea del Sud. Tuttavia, mentre soltanto il 30% dei bambini pakistani frequentava la scuola elementare, nella Corea del Sud la percentuale era del 94%. In meno di una generazione, già a partire dalla metà degli anni Ottanta, il reddito medio pro capite della Corea era pari a tre volte quello del Pakistan. Conclude il settimanale inglese: «Per quanto possa essere difficile provare una relazione diretta, le cifre sono certamente suggestive». La morale è semplice: se vogliamo riprendere la via dello sviluppo, dobbiamo dotarci di una scuola competitiva ed efficiente, che fornisca ai giovani quel bagaglio culturale di cui hanno bisogno per affrontare le sfide del nostro tempo.
Legalità e sviluppo
Una fondamentale condizione preliminare per lo sviluppo è quella che Adam Smith chiamava l’esatta amministrazione della giustizia (11), che non a caso indicava come uno dei tre doveri del sovrano. Intendo fare riferimento alla certezza dei diritti (da non confondere con la certezza del diritto), cioè alla definizione rigorosa e alla tutela intransigente dei diritti di proprietà privata, del rispetto dei contratti, oltre che, ovviamente, dell’incolumità personale. Quando questi diritti fondamentali non sono adeguatamente definiti e protetti, l’attività economica viene scoraggiata e, al limite, diventa impossibile - un fenomeno questo purtroppo ancora presente in alcune regioni del nostro Sud. Una cosa è certa: un Paese che voglia incoraggiare gli investimenti e l’afflusso di capitali dall’estero deve anzitutto garantire la legalità più piena, che costituisce la precondizione essenziale per le attività economiche, per qualsiasi processo di sviluppo.
Spesa pubblica e sviluppo
Le risorse umane sono fondamentali per lo sviluppo economico ma, per poter esplicare le loro potenzialità, debbono godere di un ambiente favorevole, dove il lavoro, il risparmio e l’investimento non siano scoraggiati o impediti. Per illustrare questo punto, prendiamo il caso di due Paesi molto simili, con una piccola popolazione di dimensioni pressoché uguali, indipendenti da secoli, risparmiati dalle devastazioni delle due guerre mondiali, con una struttura industriale paragonabile, caratterizzata da imprese di grande reputazione internazionale per la qualità dei loro prodotti. L’unica differenza fra questi due Paesi è rappresentata dalla generosità della natura: uno, la Svezia, dotato di grandi risorse naturali, l’altro, la Svizzera, quasi privo di risorse. Entrambi neutrali durante l’ultima guerra, si ritrovarono nel 1945, grazie a strutture industriali intatte, enormemente avvantaggiati rispetto al resto d’Europa. Fino al 1970, le loro prestazioni economiche furono simili; poi, a partire dal 1970, la spesa pubblica, specie quella sociale, in Svezia prese a crescere a ritmo esponenziale, e i risultati delle due economie cominciarono a divergere. Nel 1970 la Svezia era terza nella graduatoria dell’Ocse quanto a reddito pro capite, la Svizzera seconda. Oggi, la Svizzera è sempre seconda, la Svezia diciassettesima. Da allora, la Svizzera ha avuto quasi sempre il più basso tasso d’interesse in Europa; la Svezia uno dei più alti. La Svizzera ha quasi sempre avuto un attivo delle partite correnti; la Svezia, quasi senza eccezioni, un deficit. L’inflazione in Svizzera in tutti questi anni è stata pari a meno della metà (40%) di quella svedese. All’indomani della guerra, la corona svedese valeva più del franco svizzero, oggi il franco svizzero vale oltre sei corone svedesi. La spiegazione delle differenze di successo economico è molto semplice: la Svezia ha un enorme settore pubblico centralizzato, che assorbe oltre il 60% del reddito nazionale; la Svizzera, invece, ha un settore pubblico largamente decentrato e di dimensioni contenute, che assorbe nettamente meno del 40% del reddito nazionale(12). L’esperienza della maggior parte dei Paesi del mondo conferma, al di là di ogni ragionevole dubbio, che mentre la spesa pubblica per le funzioni fondamentali dello Stato stimola la crescita economica, l’aumento della spesa oltre quel livello finisce per rallentare lo sviluppo. Uno studio recente(13) basato su dati relativi a 23 Paesi membri dell’Ocse e 60 Paesi sottosviluppati ha dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, questa elementare verità. Le conclusioni, per quanto ci riguarda, possono così essere sintetizzate: a) mentre la spesa pubblica per le funzioni fondamentali (core functions) dello Stato stimola la crescita economica, l’aumento della spesa oltre quel livello finisce per rallentare lo sviluppo; b) mentre una spesa pubblica dell’ordine del 30% del pil (come in Italia negli anni Cinquanta e Sessanta) è compatibile con tassi di sviluppo annui pari o superiori al 5%, una spesa pari al 45% del pil o più, riduce la crescita a tassi pari o inferiori al 2% (l’esperienza italiana è conforme).
Se vogliamo tornare a crescere a tassi sostenuti dobbiamo ridurre l’incidenza della spesa pubblica totale sul reddito nazionale, in modo da restituire al mondo dell’economia quelle risorse che sono essenziali per finanziare la crescita. Oltre tutto, la riduzione delle spese totali consentirebbe di dare vita a una struttura fiscale più favorevole allo sviluppo economico. L’uso corretto dello strumento fiscale è, infatti, un’arma importante di cui i Paesi dispongono per attirare investimenti esteri e promuovere la crescita.
Globalizzazione e sviluppo
«Globalizzazione»(14) è un termine di moda oggi, ma il fenomeno è antichissimo, anche se in tempi recenti ha assunto proporzioni senza precedenti. La globalizzazione non è altro che la versione contemporanea della rete di legami fra Paesi diversi creata dalle relazioni economiche internazionali, specie commerciali. Da sempre la massima «il commercio unisce, la politica divide», cara agli economisti, viene confermata dalla realtà dei commerci internazionali: gli abitanti di Paesi diversi e distanti, che spesso hanno difficoltà nelle loro relazioni diplomatiche, sono uniti dal fatto che acquistano prodotti la cui realizzazione comporta il lavoro e l’impegno degli altri. Non c’è bisogno di avere le stesse idee politiche, le stesse opinioni religiose, di appartenere alla stessa etnia, o di parlare la stessa lingua per intrattenere rapporti commerciali convenienti a entrambi. Lo scambio non conosce frontiere: con vantaggio reciproco, individui residenti in Paesi diversi collaborano, quasi sempre inconsapevolmente, alla realizzazione di obiettivi comuni. La semplice matita, additata da Milton Friedman come esempio significativo del coordinamento internazionale realizzato dal mercato, è il risultato dell’insieme di componenti prodotti in un gran numero di Paesi diversi: il legno viene dalle foreste dell’Oregon, la gomma dalle piantagioni dell’Indonesia, la fascetta di rame che unisce questa al resto dalle miniere del Cile, la «mina» è fatta con grafite proveniente dallo Sri Lanka e così via(15). Stando così le cose, il nazionalismo economico e la xenofobia non hanno senso, perché i rapporti di scambio reciprocamente vantaggiosi hanno luogo senza vincoli di nazionalità e quasi nessun prodotto ha una sola patria. Non basta: se il prodotto non ha una sola patria, ancora meno certa è quella dell’azienda che lo produce. Anni addietro lo Stato americano dell’Idaho, dovendo destinare un terreno industriale per la costruzione di una fabbrica di automobili, preferì per ragioni nazionalistiche la Chrysler alla Honda senza rendersi conto che i componenti delle Chrysler venivano dal Giappone e quelli delle Honda erano prodotti in America! La nazionalità del prodotto è ignota, quella del produttore anche e, soprattutto, essa è del tutto irrilevante, tranne che per qualche nostalgico sopravvissuto alla fine dei nazionalismi economici. Tuttavia, è vero che la straordinaria rivoluzione nella tecnologia dei trasporti e delle comunicazioni ha avuto un’influenza sui rapporti economici internazionali che sarebbe difficile esagerare. Basti pensare ai mercati finanziari: di fatto il mercato mondiale è oggi, grazie ai satelliti e all’informatica, divenuto unico. È possibile condurre transazioni su titoli, 24 ore su 24, sui principali mercati borsistici del pianeta: New York o Londra, Zurigo, Hong Kong o Singapore. Anche se quest’ultima rivoluzione tecnologica ha forse comportato una internazionalizzazione proporzionalmente minore di quelle precedenti, non c’è dubbio che abbia prodotto profonde trasformazioni nell’operare dei mercati.
Tornando al punto centrale del nostro discorso, la globalizzazione implica enormi vantaggi per tutti, anzitutto perché, come osservato da Bastiat, «dove non passano le merci, passano gli eserciti». Il liberismo non sarà garanzia sufficiente di pace, ma è certo che il protezionismo è stato storicamente una delle cause maggiori di conflitti commerciali prima, guerreggiati poi. In secondo luogo, la dispersione internazionale degli interessi connessa alla globalizzazione è uno dei più poderosi fattori di sviluppo economico. Questo è particolarmente vero per i Paesi poveri, la cui unica speranza di uscire dal sottosviluppo è legata alle relazioni commerciali con i Paesi ricchi, con l’accesso dei loro prodotti a quei mercati, oltre che con l’apprendimento di nuove idee reso possibile dalle relazioni internazionali. Il fatto «nuovo» è che l’enorme aumento degli scambi internazionali è stato negli ultimi decenni accompagnato anche dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale. Si tratta di un fenomeno profondamente rivoluzionario che sta cambiando il mondo con grande rapidità, spaventando a morte moltissima gente. Infatti, la facilità con cui i capitali si muovono da un Paese a un altro ha posto in essere un poderoso freno agli abusi del potere politico. Un governo che conduce una politica inflazionistica, o che gestisce con disinvoltura il suo bilancio, o che perseguita in vario modo le attività produttive, o che è eccessivamente esoso in campo fiscale, o che in genere esagera nel comprimere le libertà individuali, finisce nel mondo di oggi con l’essere immediatamente punito: i capitali scappano dal Paese e si rifugiano in ambienti meno ostili. Non è un caso che, non appena la liberalizzazione dei movimenti di capitali si è avviata, siano gradualmente scomparsi i dittatori, i casi di Paesi con alta inflazione si sono drasticamente ridotti, un po’ in tutti i Paesi si è cercato di risanare i conti pubblici, e ovunque si parla di ridurre le tasse, liberalizzare l’economia, deregolamentare e privatizzare. Il meccanismo, purtroppo, è lungi dall’essere perfetto; c’è ancora largo spazio al perseguimento di politiche «moderatamente» liberticide, come dimostrato fra l’altro dall’esistenza di regimi fiscali disparati alcuni più, altri meno favorevoli agli investimenti. Ma la concorrenza fra le politiche pubbliche di Paesi operanti tutti nello stesso mercato mondiale, anche se lungi dall’essere onnipotente, esiste e impone un vincolo alle pretese degli statalisti. Com’è ovvio, tutto ciò non piace per nulla a quanti hanno per decenni propugnato politiche di alta fiscalità, di deficit spending, di inflazione, di regolamentazione delle attività economiche, di nazionalizzazioni e così via. Ma non è certo che riusciranno a fermare il mondo: i vantaggi sono talmente rilevanti da essere chiari a chiunque.
Euro e sviluppo
Il settimanale inglese The Economist (la cui autorevolezza non è mai messa in discussione quando critica Berlusconi) pubblica (2 ottobre 2004), come di consueto, i dati sull’economia dei Paesi del mondo. Scopriamo così che l’economia mondiale cresce nell’anno in corso di un bel 5%, che è il tasso più alto degli ultimi trent’anni, ma che la crescita è assai diversa a seconda dei Paesi o delle aree geografiche. Per limitarci a queste ultime, i Paesi sviluppati crescono meno della media, «solo» il 3,6%. Però, il Giappone cresce del 4,2%, gli Stati Uniti del 4,8% e la zona dell’euro solo del 2%. The Economist pubblica anche le previsioni del Fondo monetario internazionale sulla crescita di 23 Paesi più la zona dell’euro nel 2005. Nella graduatoria, dei cinque Paesi che crescono di più, uno solo è di Eurolandia, l’Irlanda. Dei cinque Paesi che crescono di meno, uno solo non è di Eurolandia, la Svizzera. Infine, la graduatoria dei 24 vede la zona dell’euro al 17° posto. È necessario essere «euroscettici» per sostenere che la moneta comune continua a tradursi in una storia di crescita semplicemente inaccettabile? Se poi guardiamo ai dettagli, le cose si mettono anche peggio per la moneta europea. Infatti dei dieci Paesi (su 23) che crescono di più, solo due (Irlanda e Grecia) usano l’euro; tutti gli altri otto sono fuori dalla zona della moneta comune. E ancora, prendiamo la disoccupazione: nell’area dell’euro è alta (9%) e in aumento (era dell’8,9% l’anno scorso); negli Stati Uniti è modesta (5,4%) e in calo (era il 6,1% l’anno scorso). Dei grandi Paesi dell’Europa continentale, l’Italia è l’unico in cui la disoccupazione sia contenuta (7,9%) e in calo (8,7% l’anno scorso). In Francia e Germania è alta (9,9% e 10,6% rispettivamente) e stabile o crescente (9,8% e 10,6% rispettivamente l’anno scorso). L’introduzione di questa moneta, come da me ribadito ad nauseam, è stata un poderoso fattore di recessione, bloccando lo sviluppo di quasi tutti i Paesi interessati per oltre un quinquennio e dando vita quasi ovunque a tassi di disoccupazione elevatissimi e tetragoni. So bene che avere ragione in politica non conviene, e che ricordare che quanto previsto si è puntualmente e drammaticamente verificato mi attirerà le ire e le scomuniche dell’intera comunità di benpensanti. Ma, dato che ormai ho già meritato il loro ostracismo, consentitemi di continuare a irritarli. Smetterò di dire la verità su di loro quando smetteranno di dire bugie sul mio conto.
Quando si decise il rapporto di cambio fra la lira e l’euro, si individuò in 1936,27 lire per euro il valore da adottare. Supponiamo pure che quel numero fosse il risultato di studi accurati ed esatti (anche se è lecito dubitarne per ragioni serissime). Tuttavia, anche ammesso che quel rapporto fosse corretto allora, c’è un italiano disposto a sostenere che sia valido oggi? O non è piuttosto vero che il valore della nuova moneta è più vicino alle mille che non alle duemila lire? Alzi la mano chi è convinto che con un euro si compra pressappoco quanto si comprava con duemila lire. La morale è semplice, l’introduzione dell’euro ci ha impoverito per due ragioni: ha bloccato per troppi anni la crescita delle economie europee e ha quasi dimezzato il valore del nostro reddito e delle nostre attività liquide. Ci spieghino i fautori di questa decisione per quali motivi, malgrado tutto, ne è valsa la pena. Ormai, tuttavia, il prezzo è stato pagato e non può essere rifuso. Possiamo solo sperare che la progressiva accettazione della nuova moneta, che è già avvenuta sui mercati internazionali, si traduca in una maggiore efficienza dei mercati europei e produca davvero l’incentivo a dare vita a quelle riforme strutturali delle quali la «vecchia» Europa avrebbe bisogno in ogni caso. Se tutto ciò accadrà potremo considerare l’alto prezzo pagato un buon investimento. Non ci resta che sperarlo. In conclusione, la globalizzazione che caratterizza il nostro tempo costituisce un formidabile fattore di sviluppo per una serie di ragioni. Anzitutto, la concorrenza internazionale stimola la continua ricerca di maggiore efficienza produttiva, contribuendo ad accrescere il reddito nazionale. In secondo luogo, la mobilità internazionale dei capitali fa sì che, in presenza di certe condizioni, possano affluire laddove sono più produttivi: il miglioramento della loro allocazione a livello planetario contribuisce ad accrescere la produzione del mondo. I maggiori beneficiari della globalizzazione sono potenzialmente proprio i Paesi più poveri, che solo grazie all’afflusso di capitali esteri possono sperare di accelerare i tempi del loro sviluppo. Infine, ma si potrebbe continuare a lungo, la globalizzazione contribuisce allo sviluppo economico anche indirettamente perché i movimenti internazionali di capitali incentivano comportamenti corretti da parte dei governi nazionali, scoraggiando l’abuso della politica a danno delle libertà individuali e della crescita economica.
Tuttavia, com’è ovvio, per poter beneficiare di questi vantaggi occorre promuovere la competitività dell’economia nazionale, rimuovendo tutti gli ostacoli che impediscano il corretto funzionamento dei mercati. Questo è tanto più vero per i Paesi della zona dell’euro, che non dispongono più della scorciatoia offerta dalle politiche macroeconomiche - monetarie, di bilancio e di cambio - per correggere eventuali carenze di competitività. Sono i Paesi competitivi, infatti, quelli che hanno le maggiori possibilità di crescita nel medio termine. Il nostro Paese ha, al riguardo, ancora molta strada da percorrere se è vero quanto sostenuto dal World Economic Forum, che da anni ci collocava, quanto a competitività, al penultimo posto in Europa e, dal 2002, all’ultimo (essendo stati superati dalla Grecia)(16). Per quanto riguarda le cose da fare, la morale mi sembra semplice: il rilancio della crescita richiede anzitutto una dinamica economia di mercato, l’unica in grado di promuovere uno sviluppo economico che crei occasioni di lavoro produttivo, di elevazione sociale autentica e di crescita economica per tutti, e di produrre i mezzi per potere aiutare efficacemente i meno fortunati. In secondo luogo, è necessaria una scuola libera: un sistema scolastico efficiente e competitivo, sottoposto al controllo della concorrenza, che consenta a tutti, specie ai meno abbienti, di acquisire quel bagaglio di conoscenze e quella formazione che li aiuti a inserirsi con successo nel mondo del lavoro. Infine, il sollievo delle condizioni di vita di quanti, senza loro colpa, non riescono a godere della crescente prosperità deve fondarsi anche sul fiorire di iniziative private e volontarie, individuali o associative, filantropiche e caritatevoli(17). Lo Stato deve rinunziare ad assumersi l’onere di un assistenzialismo universale, monopolizzando il settore, e puntare, invece, su un welfare selettivo, che aiuti, ed efficacemente, soltanto quanti hanno davvero bisogno di essere aiutati. Il welfare pubblico potrebbe essere integrato dalla filantropia volontaria, agevolando con trattamenti fiscali favorevoli, gli sforzi dei benefattori privati. Questi ultimi sono oltretutto maggiormente in grado di conoscere le esigenze dei destinatari della loro attività e di adoperarsi per evitare gli sprechi, le frodi e gli abusi che, un po’ ovunque, caratterizzano l’assistenzialismo di Stato. Tutte queste misure di rilancio dell’economia diventano ancora più urgenti alla luce di un fenomeno straordinario della nostra epoca: i tempi dello sviluppo economico si stanno accorciando. Si pensi a Taiwan, dove il reddito pro capite nel 1949 si aggirava sui 100 dollari e che ha da qualche anno ampiamente superato i 15 mila. Il reddito pro capite, cioè, è aumentato di 150 volte in mezzo secolo, un aumento di oltre 7 volte superiore a quello realizzato dagli Stati Uniti in 180 anni, fra il 1820 e il 2000(18). Questa accelerazione della crescita costituisce la grande speranza dei Paesi oggi poveri, che possono sperare di accorciare le distanze col resto del mondo in tempi più brevi che in passato, ma costituisce anche un monito per i Paesi a basso tasso di crescita, perché se non riescono a imboccare nuovamente la via della sviluppo rischiano di retrocedere nella scala della prosperità. Una vecchia massima della politica estera russa recita: tutto ciò che smette di crescere comincia a marcire. Se vogliamo evitare quella eventualità dobbiamo mettere mano a tutte quelle riforme che ci consentano di riprendere la via della crescita.
Note1) Ripeterò considerazioni che ho già fatte in altre sedi, ma che mi sembrano tuttora attuali. Chi è interessato può trovarle nel mio ultimo libro Semplicemente liberale, liberilibri, Macerata 2004; 2) Barro, R. J. e Salai Martin, X., Economic Growth, New York, McGraw Hill 1995, cit. in James Gwartney, Randall Holcombe e Robert Lawson, “The Scope of Government and the Wealth of Nations”, the Cato Journal, Vol. 18, N. 2, Fall 1998, pp. 163-190. La citazione è a p. 178. I dati sul reddito pro capite sono tratti da Pocket World in Figures 2003 Edition, The Economist 2002; 3) Per questi e altri interessanti dati, v. The Economist, “Pocket World in Figures”, 2003 edition, 2002; 4) Alfred Marshall Principles of Economics, 5th edition (London, MacMillan 1907), p. 780: «Ideas whether those of art and science or those embodied in practical appliances are the most “real” of the gifts that each generation received from its predecessors. The world’s material wealth would quickly be replaced if it were destroyed but the ideas by which it was made were retained».; 5) Gary Becker, Human Capital, New York, Columbia University Press 1964; 6) Un affascinante analisi dell’irrilevanza relativa delle risorse naturali e dell’importanza del capitale umano è quella offerta da Julian Simon, The Ultimate Resource, Martin Robertson & Co., Ltd., Oxford 1981; 7) “Why Italians don’t make babies”, The Economist, 9 maggio 1998, pag. 39; 8) V. Giovanni Palladino, “Italy: Regional Perspective, Investment Opportunities, Pension Issues”, Malta, 18 sett. 1997. La cattolica Italia vanta il dubbio record del più basso numero medio di figli per donna: 1,26. V. Giuliano Cazzola, Le nuove pensioni degli italiani, il Mulino Contemporanea 81, Bologna 1995, p. 12. È stato calcolato che nel periodo 1995-2000, ci saranno 9,6 nascite e 9,9 morti per 1.000 abitanti: v. “Tutti i numeri per capire il mondo”, Panorama e The Economist, The Economist Newspaper Ltd., 1996, trad. italiana, 1997, p. 17 e p. 64; 9) Banca d’Italia, Relazione, Considerazioni finali, 1999, p. 9; 10) 21 settembre 1996; 11) Adam Smith, Ricchezza delle nazioni (1776), ed. it., Utet, Torino 1958, p. 626; 12) Nils Eric Sandberg, What went wrong in Sweden?, Timbro, Stockhom 1997; 13) James Gwartney, Randall Holcombe, and Robert Lawson, “Descope of Government and the Wealth of Nations”, Cato Journal, vol. 18, N. 2, Fall 1998, pp. 163-190 (sintesi di Joint Economic Committee, The Size and Functions of Government and Economic Growth, 1998); 14) Quanto segue è tratto dal mio saggio “Globalizzazione e libertà”, in Il coraggio della libertà. Saggi in onore di Sergio Ricossa, Rubbettino editore srl, Soveria Mannelli (Cz), 2002, pp. 351-364; 15) Milton & Rose Friedman, Free to Choose, A personal Statement, Harcourt Brace Jovanovich, New York and London 1980, pp. 11-13. L’esempio della matita venne fatto per primo da Leonard E. Read: “I, Pencil: My Family Tree as Told to Leonard E. Read”, Freeman, dicembre 1958; 16) World Economic Forum, Global Competitiveness Report, “Competitiveness Rankings 2002”; 17) Negli Stati Uniti ogni anno i privati destinano oltre 300 miliardi di dollari (circa 397 miliardi di euro) a scopi filantropici; 18) Il reddito reale pro capite negli Usa è passato dai 1.500 dollari del 1820 ai 32 mila nel 2000. Il dato è tratto da Stephen Moore & Julian Simon, It’s Getting Better All the Time, Cato Institute, Washington, D.C., 2000, p. 58.