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La preparazione

LIBERAL BIMESTRALE
di Gianfranco Polillo
Liberal n. 27 - Dicembre 2004-Gennaio 2005

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cop27Tre anni non sono molti per rispondere a un interrogativo così pesante, quale quello relativo al tasso di maggiore o minore libertà realizzato nel nostro Paese. Pochi perché il concetto stesso di libertà ha soprattutto una determinazione fattuale. Essa esiste o non esiste. Che poi sia conseguenza di una norma giuridica specifica, di un fatto di storia o di costume è solo elemento accessorio. Ne deriva che il contesto normativo, dove si manifesta con maggiore forza la presenza della politica, non può costituire sede di riscontro privilegiato. Più che alla norma occorre guardare alla sua effettiva e concreta attuazione. E i due elementi difficilmente coincidono. Anzi, generalmente, tra di loro esiste uno scarto, che si traduce in un ritardo, in un lag, temporale. Si guardi alle riforme del mercato del lavoro. Esse furono avviate nella passata legislatura e perfezionate dalla cosiddetta legge Biagi, peraltro ancora in fase di attuazione. Che questi provvedimenti avessero introdotto elementi di liberalizzazione era diventato quasi un luogo comune. Ebbene i dati disponibili - ecco dove si manifesta lo scarto - avvalorano solo in parte quest’impressione. Tra il 1998 e il 2003, il numero dei lavoratori dipendenti, secondo i dati Istat, è cresciuto dal 71,6 al 72,8%. Gli indipendenti sono diminuiti di una percentuale corrispondente. All’interno della prima categoria sono aumentati i temporanei (dal 6,2 al 7%) e quelli a tempo parziale (dal 7,6 al 9,2%). Chi pensava, quindi, forse in un eccesso di semplificazione, che la liberalizzazione del mercato del lavoro comportasse anche un aumento relativo dei freelance è andato deluso. Il paradosso è evidente. Ma esso è più apparente che reale: riflette, infatti, la vischiosità dei processi normativi e il loro effetto ritardato sulla dinamica dei processi sociali. Un altro esempio è dato dall’articolo 35 della legge finanziaria del 2002, teso a favorire il processo di liberalizzazione nel settore dei pubblici servizi locali. La relativa riforma era stata avviata nel lontano 1990. Poi più nulla. Nella passata legislatura si era tentato a lungo di riannodare i fili del discorso. Ma i contrasti, all’interno della coalizione di centrosinistra, avevano precluso ogni possibilità di successo. La riforma prevista dalla prima legge finanziaria del governo Berlusconi suonava quindi come buono auspicio: tanto più ch’essa era stata approvata all’unanimità dal Senato e poi leggermente modificata - peggiorata - alla Camera, per contrasti interni a tutte le forze politiche. Il tallone d’Achille della nuova normativa risiedeva nella sua attuazione: da realizzare attraverso un apposito regolamento. La definizione di quest’ultimo provvedimento dava, però, luogo a forti contrasti, amplificati dalla minaccia di un intervento da parte della Commissione europea e da un contenzioso costituzionale, incentrato sul rispetto del Titolo V. L’impasse giuridica veniva alla fine superata con la legge finanziaria del 2004 che, accogliendo le richieste della Commissione, adeguava la normativa alle regole comunitarie. Ma non produceva alcun effetto concreto. Le nuove disposizioni consentivano, infatti, ai titolari - vale a dire i Comuni - di gestire in house, ossia, in proprio, i singoli servizi, senza essere costretti a ricorrere a forme di privatizzazione. Ne derivava una situazione di paralisi operativa, che tuttora perdura.
Riflettere sulle cause del ritardo nel processo di liberalizzazione, ha, tuttavia, un significato simbolico, che va ben oltre il caso, pure importante, indicato. La realizzazione di quell’obiettivo presupponeva, infatti, condizioni particolarmente complesse. Innanzitutto una volontà politica tesa a ridurre lo spazio del «pubblico» per far vivere l’iniziativa privata. Quindi una forte «regolazione» al fine di evitare la semplice costituzione di eventuali monopoli privati. Ma soprattutto uno stato di necessità. L’abbandono del sistema delle «partecipazioni statali» - secondo procedure, peraltro, più che discutibili - non fu tanto la conseguenza di un dibattito teorico. Che pure vi era stato. Quanto la conseguenza della crisi del 1992. Se non avessimo toccato il fondo del dissesto finanziario, ancora oggi avremmo il panettone e i pelati di Stato. Siamo stati, invece, costretti a vendere. Per fare cassa. Ma anche per evitare di ripianare costantemente le perdite delle singole imprese. Per i Comuni italiani vale lo stesso ragionamento. Finché i loro investimenti sono essenzialmente a carico del bilancio dello Stato e rimborsati a piè di lista, è impensabile ipotizzare dei progressi, nel senso indicato. Nel 2003, ad esempio, gli investimenti delle Amministrazioni locali - dati Istat - finanziati dal Centro sono stati pari 74% del totale nazionale. In simili condizioni è difficile intravedere all’orizzonte consigli comunali smaniosi di privarsi di uno strumento di potere così potente, per di più a costo zero. O rinunciare, come nel caso settore idrico, a praticare tariffe che tengano conto dei reali costi di produzione. Il mantenimento del controllo pubblico diventa così la strada più comoda per garantire un quasi- servizio a prezzi esorbitanti, nel medio periodo. Con buona pace di chi predica la competitività e la sussidiarietà orizzontale. Queste brevi considerazioni introducono un tema di carattere più generale. Quello della riduzione del carico fiscale e della riforma del sistema di tassazione. Dibattito oggi al centro di una riflessione politica a tutto tondo. Siamo stati sempre a favore di quella prospettiva non solo per motivi di carattere economico, convalidati dall’esperienza inglese e americana. Ma per ragioni di carattere più generale. Ridurre il prelievo fiscale, nella situazione italiana ed europea, significa contenere, soprattutto, la presenza pubblica. Imporre, cioè, all’Amministrazione un vincolo stringente capace di costringerla a mettere in moto i necessari processi di razionalizzazione. Il ragionamento è semplice, mutuato com’è dalla pratica civilistica. Una qualsiasi struttura organizzativa decide di procedere lungo il faticoso processo di riorganizzazione solo se costretta da eventi esterni. Finché il sistema bancario la finanzia, provvedimenti, comunque impopolari, saranno dilazionati. Non perché manchi la lungimiranza di non prevedere il peggio. Ma perché il solo sentiment non è sufficiente. Un’azienda è sempre una struttura complessa. Coinvolge nel suo normale operare soggettività diverse. Ciascuna delle quali ha una sua strategia di sopravvivenza e di sviluppo. Per mutare quelle aspettative non bastono le prediche. Occorrono elementi traumatici. E il «basta» delle banche è appunto uno di questi. Queste difficoltà, in una struttura pubblica che dipende dal consenso espresso da liberi cittadini, sono maggiori. Occorre la convinzione dei dirigenti politici, quindi il consenso dei corpi intermedi, poi la mediazione con l’opposizione. E via dicendo. Se Annibale non è alle porte, è difficile convincere i più della bontà di una qualsiasi ricetta. Che è un po’ come quella per il budino. Anche se gli ingredienti sono giusti, la prova decisiva consiste solo nel mangiarlo.
Dai pochi esempi citati, si può comprendere come l’evidenza empirica non possa fornire sostegno ad alcuna tesi. Una risposta può essere data solo considerando da un lato le intenzioni, dall’altro le azioni intraprese per realizzarle nel tempo. In questo conteso il responso non può che essere positivo. Nel programma di questa maggioranza si è cercato sempre di coniugare il principio della libertà con quello della responsabilità. Si guardi solo la riforma della giustizia. Essa mira ad assicurare maggiori spazi di libertà per il cittadino, che ha il diritto a un giudizio imparziale. E accrescere la responsabilità del giudice, che, nell’esercizio di questa delicata funzione, deve poter essere valutato, seppure con tutte le necessarie garanzie. Lo stesso può dirsi nel caso della riforma previdenziale. La libertà di scelta del lavoratore viene esaltata riconoscendogli la possibilità di decidere liberamente, avendone i requisiti, se ritirarsi dal lavoro o continuare. Usufruendo, in questo secondo caso, di un forte incentivo. Con queste norme si è cercato di anticipare, per quanto era possibile, uno dei principi della «riforma Dini» che diverrà effettivo solo alla fine di un lungo periodo di transizione. Allora infatti scomparirà completamente il vincolo dell’età minima e ciascun lavoratore potrà ritirarsi quando vorrà, percependo una pensione equivalente - da un punto di vista finanziario e attuariale - all’entità dei contributi versati. Un altro tema di riflessione è quello del federalismo. Le modifiche al Titolo V introdotte dal centrosinistra avevano creato una situazione disastrosa. Quell’architettura istituzionale era insostenibile sia sul piano economico che su quello giuridico. Da un punto di vista finanziario si dava alle Amministrazioni decentrate un potere di spesa senza controlli, non accompagnato da un’analoga responsabilità sul fronte delle entrate. Queste ultime erano, infatti, assicurate tra trasferimenti propri o surrettizi a carico del bilancio dello Stato. Da un punto di vista giuridico, invece, la mancata esatta definizione delle competenze tra i diversi centri decisionali dava luogo a un contenzioso costituzionale senza precedenti. Aver messo ordine in questa complessa materia è cosa di non poco conto. I frutti immediati, naturalmente, non saranno visibili né oggi né domani. Ma la prospettiva è meno incerta. Si sono create infatti le condizioni per rendere più trasparente il rapporto tra i diversi livelli istituzionali. E quindi tra questi e il cittadino. È una buona base di partenza. Che potrà essere implementata se saremo in grado di dare attuazione a quel principio di sussidiarietà orizzontale che è il naturale complemento di questa impostazione.
 

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