
Sì, nonostante tutto, nonostante evidenti ritardi e contraddizioni ricorrenti in seno alla coalizione di governo, siamo oggi un Paese più liberale. Si è infatti concretamente avviata una generale rivisitazione del nostro tradizionale sistema di welfare nel segno della società attiva, ovvero in funzione di un deciso ampliamento delle opportunità e delle libere scelte della persona. Lo scopo è quello di creare così una società più giusta perché più inclusiva, più competitiva e a più alta dotazione di capitale umano. Le politiche di sostegno alla famiglia e alla natalità, la riforma dell’istruzione, la legge Biagi per il mercato del lavoro, l’avvio dei fondi per la formazione continua, la legge Bossi-Fini per la riqualificazione dei flussi migratori, la riforma della previdenza si iscrivono tutte in questa visione, che le integra e le orienta. Sono tutte politiche e riforme che concorrono a elevare i tassi di natalità, di istruzione, di occupazione, di allungamento dell’età di lavoro, di apprendimento continuo, di mobilità sociale, di integrazione degli immigrati. Sono risultati per i quali già si registrano primi indicatori positivi e che sono perseguiti non più attraverso uno Stato sociale meramente risarcitorio ma, al contrario, attraverso una più ampia gamma di strumenti a disposizione della responsabilità delle persone e dei gruppi sociali. Queste stesse riforme devono ora essere completate con altri provvedimenti, come quelli rivolti a più adeguati e responsabili ammortizzatori sociali, dall’indennità di disoccupazione ai sostegni per la cura di anziani non autosufficienti. Iscrivo ancora, nella parte piena del bicchiere, le nuove regole per competere, come quelle che hanno accelerato i processi decisionali per la realizzazione di opere pubbliche o quelle che hanno dato vita a un nuovo diritto societario. E, soprattutto, rilevante è la rimodulazione della pressione fiscale per i suoi contenuti di maggiore equità, di liberazione di risorse per i consumi, gli investimenti e le forme di auto-organizzazione della protezione sociale della persona e del suo nucleo familiare. Ancor più, il vincolo così assunto costringe finalmente a contenere la spesa corrente e a razionalizzare amministrazioni pubbliche tanto pesanti quanto inefficienti.
Ciò premesso, rimaniamo un Paese per molti aspetti ancora arretrato. Basta pensare all’abnorme dimensione di economia sommersa, alla diffusa inefficienza e carenza dei servizi pubblici come di quelli privati, all’insufficiente internazionalizzazione delle imprese. La modernizzazione del Paese non si realizza infatti con il semplice e retorico appello ai maggiori investimenti nella ricerca e nella tecnologia. Si tratta, non a caso, di un approccio tipico dei settori sociali più arretrati, che così invocano politiche pubbliche utili a sostituire la loro viziosa resistenza al cambiamento. Mi riferisco, ad esempio, alla propensione per una rinnovata alleanza tra la grande impresa indebitata e il sindacato più conservatore. In verità, il primo atto della modernizzazione riguarda - insieme all’incremento del capitale umano - quella diffusa innovazione organizzativa che costituisce la premessa obbligata per l’incremento del capitale tecnologico. Se collocati in un contesto arretrato, gli investimenti nelle nuove tecnologie potrebbero infatti rivelarsi non solo poco performanti, ma addirittura controproducenti. L’innovazione organizzativa è peraltro scomoda perché significa la messa in discussione di assetti tradizionali, di piccoli e grandi interessi. Essa mette a dura prova nel pubblico come nel privato le usuali relazioni industriali collusive e soprattutto costringe il sindacato a un profondo rinnovamento e a dolorose divisioni. Eppure, l’innovazione organizzativa è vitale. Nel privato essa consiste nel superamento del ciclo produttivo integrato e nell’adozione di sistemi a rete fondati sulla specializzazione delle singole funzioni. Solo così si possono generare grandi operatori privati per la modernizzazione del nostro terziario come la logistica, la distribuzione, il facility management, la gestione dei sistemi informativi e amministrativi, eccetera. Se a ciò si aggiungono i doverosi processi di internazionalizzazione, comprendiamo quanto decisivi sono e saranno i fenomeni di out-sourcing e off-shoring. Analogamente nel settore pubblico la razionalizzazione delle funzioni, ancor più necessaria nel contesto di una grande devoluzione, richiede coraggiose decisioni di semplificazione, di mobilità del personale, di riforma della contabilità e dei controlli, di rispetto per l’autonomia responsabile della dirigenza, di radicale cambiamento della contrattazione collettiva.
Al governo compete quindi in primo luogo la responsabilità dell’innovazione organizzativa nell’area pubblica che esso direttamente controlla, ma più in generale l’adozione di regole utili a liberare e responsabilizzare tutti gli attori del mercato. Penso ai processi di liberalizzazione - largamente incompiuti - e di organizzazione di mercati efficienti, alla riforma degli incentivi, alla riforma del diritto fallimentare, alle nuove regole per il risparmio e gli intermediari finanziari. Il completamento del percorso di modernizzazione ripropone peraltro il tema del consenso. È evidente come questo, o l’illusione di questo, non possa costituire alibi per non fare. Si tratta peraltro di individuare i modi possibili con i quali conciliare quanto più possibile modernità e coesione sociale. È un esercizio altamente complesso perché i corpi intermedi, gli attori collettivi della rappresentanza sociale appaiono ora fortemente condizionati dal peso competitivo dei settori più arretrati, al punto che nel gioco delle relazioni industriali e del dialogo sociale vale la regola per cui la moneta cattiva scaccia quella buona. Per altro verso, il governo dovrà prestare paziente attenzione ai singoli segmenti della rappresentanza e praticare il confronto con le parti sociali in termini più essenziali e perciò più concreti. È forse finita la stagione dei grandi accordi - e il Patto per l’Italia evoca forse un’occasione perduta - cui dovrà ora seguire una prassi più articolata, la cui coerenza sarà affidata al rigore del progetto di modernizzazione. Per la Casa delle libertà tutto ciò costituisce l’unico ambito di sopravvivenza e di conferma del consenso elettorale. Essa è «condannata» a svolgere la funzione di motore della modernità perché nella mera gestione dell’esistente, gli altri, la coalizione avversa, vantano un’indiscutibile e superiore professionalità. Di qui la presunzione che il suo interesse coincida con quello generale di un Paese ora al bivio tra modernità e declino.