
La fine del 2004 e l’inizio del 2005 stanno portando da vari punti di vista a un chiarimento del quadro internazionale, che influenzerà profondamente negli anni a venire le linee guida di politica economica dell’Unione europea (Ue), e dunque del nostro Paese. Innanzitutto, hanno avuto luogo le elezioni negli Stati Uniti, con la riconferma per altri quattro anni dell’attuale amministrazione repubblicana. Come da tradizione, il secondo mandato presidenziale americano, senza la preoccupazione per una successiva rielezione, sarà molto probabilmente caratterizzato da maggiore equilibrio e dunque da un percorso politico ed economico tendente a ridurre alcune delle criticità che attualmente caratterizzano l’economia americana (deficit pubblico eccessivo causato da un aumento delle spese discrezionali superiore alla crescita economica nello scorso quadriennio e deficit commerciale con l’estero, i ben noti twin deficits). In secondo luogo, nell’Unione europea opererà la nuova Commissione allargata ai nuovi Stati membri. Quest’ultima dovrà da subito adoperarsi per portare a compimento l’agenda di riforme strutturali concordata dai governi nel 2000, la cosiddetta «Strategia di Lisbona», con l’obiettivo di portare a compimento tali riforme entro il 2010. Il tutto, mantenendo un sano contesto macroeconomico con realistiche prospettive di finanze pubbliche in equilibrio, e dunque, presumibilmente, modificando in senso più flessibile, ma non più lassista, il Patto di Crescita e Stabilità che vincola i saldi di finanza pubblica degli Stati membri, e in particolare dei governi che partecipano alla moneta unica. È evidente che questo quadro ha profonde implicazioni per il contesto politico nazionale, non solo in quanto l’Italia partecipa autorevolmente, con il suo peso economico e politico, alla definizione di tutte queste scelte sia in chiave europea che internazionale, ma anche, e soprattutto, in considerazione del fatto che l’azione del governo, nel 2005, si pone come obiettivo quello di completare il percorso di importanti riforme strutturali indicate nel programma concordato con gli elettori nel 2001. È dunque opportuno valutare se e quali margini di manovra esistano oggi per l’agenda nazionale di riforme, dati i vincoli europei e internazionali, e quali eventualmente debbano essere gli assi prioritari dell’azione di governo, anche alla luce dell’attuale quadro macroeconomico.
Siamo un Paese in declino?
È opinione condivisa che il contesto economico in cui si è sviluppata l’azione del governo certamente non è stato favorevole. Il crollo delle Borse tra fine 2000 e fine 2002, l’aumento di oltre il 50% del prezzo del petrolio a seguito della situazione di incertezza internazionale determinatasi dopo l’11 settembre 2001 e le crisi finanziarie domestiche (bonds argentini acquistati da risparmiatori italiani, Cirio, Parmalat) non hanno infatti di certo contribuito a sostenere la dinamica di consumi e investimenti nel nostro Paese. La politica di contenimento del deficit pubblico annunciata dalla nuova amministrazione repubblicana, e la possibile continua erosione del cambio del dollaro, non contribuiranno inoltre in futuro a un miglioramento delle nostre esportazioni (anche se un euro forte limita in parte gli effetti negativi del prezzo del petrolio). Tuttavia, obiettano i critici, questi sono fattori che interessano la gran parte dei Paesi europei, che però, in media, sono riusciti a crescere a tassi superiori ai nostri. Questo dato, unito al generale clima di sfiducia che gli eventi esterni hanno indotto in questi ultimi anni, ha prodotto un lungo, a volte sterile, dibattito sul presunto, progressivo declino dell’economia italiana, e sulle possibili soluzioni per uscire da questa situazione. A questo riguardo, occorre dunque chiedersi se e in che misura tale declino abbia realmente avuto luogo, e se tale situazione derivi da un progressivo, strutturale deterioramento della domanda nel nostro Paese (per esempio, perché siamo tutti più poveri) o se piuttosto le cause non siano da addebitarsi a problemi inerenti all’offerta (per esempio, perché le nostre imprese innovano troppo poco). Evidentemente, una diagnosi in un senso o in un altro influenzerà le possibili soluzioni al problema. Innanzitutto, una forte evidenza di declino economico a livello nazionale rispetto ai partner europei non sembra esserci. La crescita economica del Paese dal 2001 è stata in linea con la media europea, con una crescita media italiana dello 0,8% l’anno rispetto allo 0,9 dell’Europa dei 15 e allo 0,3 tedesco. Certo, rispetto ad altri Paesi (Francia, Spagna) siamo stati indietro, ma il problema della bassa crescita sembra essere europeo, piuttosto che (solo) italiano. Ma allora cosa spiega questo dibattito nazionale?
Concentrandoci sulla domanda aggregata, recenti dati elaborati nell’ambito del «Rapporto Sapir» per la Commissione europea da Morrison e Murtin (2004) ci dicono sostanzialmente che in Italia sta presumibilmente avendo luogo un fenomeno di redistribuzione del reddito simile a quanto sperimentato (adesso o in passato) da altre economie europee. In sintesi, la maggiore apertura del mercato indotta dalla moneta unica, insieme al progressivo ritiro del governo dall’economia, sta modificando la distribuzione del reddito europea. A seconda dei punti di partenza, società inizialmente più diseguali (per esempio la Spagna) tenderanno a vedere tali diseguaglianze ridursi grazie alla crescita della classe media, mentre società tendenzialmente più eguali, tenderanno a polarizzarsi in misura maggiore. Per l’Europa, l’effetto netto è in media positivo (le diseguaglianze si sono ridotte fino al 1990, e adesso non stanno aumentando), ma per alcuni singoli Paesi tale effetto produce una serie di conseguenze non necessariamente gradevoli. Quest’ultimo è il caso dell’Italia, in cui, per esempio, la nuova ricchezza generata dalla moneta unica associata alla riduzione della redistribuzione (distorsiva) operata dalla mano pubblica nell’economia, ha avuto effetti positivi in misura proporzionalmente superiore verso il ceto economico maggiormente integrato sul mercato (commercianti, professionisti), a svantaggio delle categorie tradizionalmente tutelate (pubblico impiego). Oggi in Italia non siamo dunque necessariamente (tutti) più poveri, ma, semplicemente, siamo più diseguali di prima; questa situazione di disagio delle categorie tradizionalmente tutelate, oggi svantaggiate ma meglio rappresentate politicamente attraverso i sindacati, condiziona dunque il dibattito e porta taluni a parlare di declino economico. Tuttavia, non sfugge agli osservatori più attenti e neutrali che tale dibattito ha forti contenuti ideologici e viene strumentalizzato per fini di opposizione politica. Al fine di contrastare l’accentuarsi delle disuguaglianze, basterebbe allora reintrodurre una politica dei redditi gestita dall’attore pubblico per riportare le cose in equilibrio, come peraltro recentemente suggerito da molti opinionisti? Le cose non sono così semplici. Il problema principale europeo (e italiano) non è infatti legato alla distribuzione del reddito (nonostante le recenti dinamiche, siamo di gran lunga l’area più omogenea al mondo in termini di disuguaglianze), ma alla sua produzione: occorre crescere di più. Solo attraverso una maggiore crescita, infatti, si potrà porre rimedio ai problemi sociali generatisi recentemente dai cambiamenti nella distribuzione del reddito del nostro Paese. Intervenire pesantemente nell’economia con una politica dei redditi aggressiva non è detto che rappresenti la migliore soluzione a questo problema. Di contro, una maggiore crescita consente di avere maggiori risorse per interventi a carattere redistributivo. Infatti, come rilevato da autorevoli commentatori, il governo in questo senso ha già fatto tanto, con un forte aumento della spesa corrente a finalità sociale negli ultimi tre anni. Il contesto di scarsa crescita economica in cui questo è avvenuto ha però portato alle conseguenti difficoltà sul fronte del rispetto dei vincoli europei di deficit e debito, che sono calcolati, come è noto, rispetto al prodotto interno lordo, e dunque al parziale contenimento degli incrementi di queste spese. Dunque interventi sul lato della domanda aggregata sono evidentemente vincolati al rispetto dei parametri della moneta unica, anche in un contesto di una eventuale, più flessibile riforma del Patto di crescita e stabilità, che lega comunque la flessibilità a interventi di natura strutturale, non redistributiva. Inoltre, anche in assenza di tale Patto, un eccessivo uso della spesa pubblica per fini di sostegno della domanda porterebbe comunque a quei pericolosi rischi di ripresa dell’inflazione già sperimentati in passato. Infine, il contesto di bassa crescita è solo in parte spiegato dalla sfavorevole congiuntura internazionale, in quanto nei primi anni della legislatura è mancato quel coraggioso slancio riformista di cui ora potremmo cominciare a cogliere i benefici.
Riforme strutturali e crescita economicaCome fare allora a crescere di più? L’Europa, che come detto si è posta tale problema sin dal 2000, ha identificato la soluzione in un insieme di riforme strutturali, e dunque legate all’offerta più che alla domanda aggregata, che dovrebbero stimolare una maggiore produttività nell’Ue e dunque maggiore crescita da qui ai prossimi anni. Tale strategia, nota come «Strategia di Lisbona», poggia essenzialmente su due pilastri: la riforma dei mercati del lavoro europei, per arrivare a occupare un maggior numero di persone grazie a provvedimenti di flessibilità nel loro impiego, e l’innovazione tecnologica. Adesso, mentre i governi europei, e quello italiano in primis, molto hanno fatto per riformare i mercati del lavoro e contemporaneamente avviare la riforma del welfare e della previdenza pubblica, la strada fatta per stimolare l’innovazione tecnologica, e più in generale la competitività in Europa è stata sino adesso insoddisfacente, come recentemente sottolineato da un rapporto (il cosiddetto «Rapporto Kok») sullo stato di avanzamento dell’agenda di Lisbona. Contrariamente ai provvedimenti relativi al mercato del lavoro, lo stimolo alla competitività e all’innovazione passa infatti per una serie di riforme tra di loro correlate. Alcune di queste sono di facile ideazione (per esempio, più soldi pubblici alla ricerca), anche se di difficile attuazione dati i vincoli di finanza pubblica; altre, tuttavia, passano per lo stimolo microeconomico a un certo tipo di attività di impresa, e dunque richiedono un insieme coordinato di riforme, di cui la riforma del lavoro è solo la prima, e forse neanche la più importante. In altri termini, flessibilizzare il mercato del lavoro senza garantire la concorrenza tra imprese produce pochi risultati: le imprese approfitteranno delle regole di flessibilità ma, in assenza di un forte stimolo concorrenziale, o in presenza di sussidi pubblici generalizzati, avranno comunque minori incentivi a «formare» i lavoratori. In altre parole, occorre evitare che i vantaggi sul piano dei costi derivanti da un mercato del lavoro più moderno e meglio funzionante si traducano in maggiori profitti e rendite, anziché in maggiore competitività, a causa della mancanza di un’adeguata promozione della concorrenza. Inoltre, tutto ciò serve a poco se il mercato finanziario rimane protetto e non finanzia i rischi imprenditoriali, se questi ultimi non sono garantiti da un’adeguata legge sul diritto fallimentare, o se il capitale umano non è adeguato a causa delle rigidità del sistema formativo, soprattutto universitario, o delle resistenze sindacali alla mobilità.
In breve, per crescere di più e dunque risolvere alla base i mali che sembrano affliggere la società italiana in questi ultimi anni, occorre recepire in maniera completa gli aspetti del modello economico e sociale europeo, soprattutto per quanto riguarda la cultura del mercato e della concorrenza. Un’agenda di riforma non completa, in cui accanto a iniziative epocali (riforma del mercato del lavoro, del welfare, delle pensioni, del sistema scolastico) non si affiancano altre riforme (diritto fallimentare, sistema bancario, contenzioso civile, liberalizzazione delle professioni) o si applica male lo stato dell’arte esistente (università, concorrenza) produce risultati di gran lunga inferiori alle attese, a danno dei cittadini, e nonostante gli sforzi politici compiuti per chiudere alcune riforme di base. E la riforma fiscale, appunto? Quest’ultima potrebbe certamente contribuire a rilanciare l’economia italiana costituendo uno shock positivo di domanda, posto che vengano rispettate determinate condizioni, ossia che i tagli fiscali siano accompagnati da chiari e trasparenti tagli della spesa corrente, come dimostrato dalla spesso evocata, ma raramente imitata, Signora Thatcher nel Regno Unito. In assenza di tale parallelismo, infatti, non solo si incontrerebbero difficoltà nel breve periodo a mantenere la finanza pubblica sotto controllo, ma i maggiori risparmi fiscali verrebbero tradotti in misura minore in consumi, in quanto anticipando tagli di spesa futuri i consumatori saranno portati a risparmiare di più. Tuttavia, da quanto sino adesso argomentato, è altrettanto evidente che i problemi del nostro Paese, e dell’Europa in generale, non risiedono in una scarsa domanda ma in una offerta non in grado di generare una crescita potenziale elevata. Occorre in altri termini assolutamente evitare che la focalizzazione del dibattito politico sui tagli di imposta faccia perdere di vista il problema più importante, ossia quello del rilancio della competitività nel nostro Paese.
Attenzione, non si tratta di un problema di utilizzo alternativo di risorse, per cui, come argomentano alcuni, le risorse reperite per finanziare la riforma fiscale (peraltro in parte posposta al 2006) dovrebbero essere spese per finanziare i rilanci di competitività. Resta infatti tutto da dimostrare l’assioma per cui le risorse pubbliche siano in grado di generare sul mercato la stessa efficienza, in termini di competitività, di un uguale ammontare di risorse investito da agenti privati. Piuttosto, occorre che il governo intervenga affinché si crei sul mercato una struttura di incentivi (nel senso economico del termine, non certo in termini di sussidi) tale per cui le risorse eventualmente resesi disponibili con la riforma fiscale, soprattutto per la parte che deve riguardare le imprese, vengano dagli stessi agenti privati investiti in competitività. Questo può farsi a costi economici bassi in termini di finanza pubbliche, ma a costi politici non indifferenti, in quanto, soprattutto nei settori citati in precedenza, occorre dare compiuta attuazione agli elementi portanti contenuti nel programma elettorale: liberalizzazioni diffuse, recupero del ruolo del mercato e della concorrenza, modernizzazione delle istituzioni economiche, riduzione del ruolo dello Stato, con conseguente riduzione della spesa corrente e recupero di risorse per la spesa in conto capitale, in particolare per il finanziamento delle infrastrutture e delle grandi opere. Solo a questo punto la riduzione della pressione fiscale assumerebbe coerenza nel quadro delle riforme per la crescita intraprese in Europa.