LIBERAL BIMESTRALE di Pier Luigi Fornari La mancanza di equità fiscale per la famiglia e i suoi effetti sulla crescita dell'Italia Liberal n. 38 - dicembre 2006 gennaio 2007
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La Finanziaria 2007 (1) segna un potente rilancio dell'assegno per il nucleo familiare (Anf) (2), e una battuta di arresto nell'attenzione al tema specifico di una giusta tassazione delle famiglie con figli (equità orizzontale), anche se il governo Prodi ha cercato in tutti i modi di rendere favorevole al contribuente la riforma, con riduzioni della imposta netta che si estendono mediamente fino a redditi di 45mila euro. Ma si tratta appunto di riduzioni di imposta che sono rese possibili in quanto si fruisce dell'Anf. Far leva sul fisco per raggiungere obiettivi di politica familiare, e puntare sull'Anf sono scelte politicamente equivalenti? Il criterio di scelta tra le due impostazioni può essere ridotto unicamente alla valutazione della maggiore o minore efficacia nel produrre certi effetti monetari, e in particolare quello di operare la massima redistribuzione possibile a favore delle categorie più povere? È auspicabile un'integrazione tra queste due linee, e a quali condizioni? Il problema è politico. Prima ancora della penalizzazione economica della famiglia con figli, è in gioco il rispetto della regole democratiche, in altri termini la piena cittadinanza politica della famiglia, e del ruolo primario e naturale della solidarietà sociale che in essa si esplica, e dunque il rispetto della sua sostanza giuridica (3). È evidente, peraltro, che da una corretta impostazione politica e giuridica deriveranno le necessarie implicazioni economiche, ma se manca una chiaro quadro di riferimento costituzionale, le implicazioni economiche divengono aleatorie e frutto di scelte sempre opinabili e controvertibili. Si può ritenere che proprio un'insufficiente rappresentazione politica delle tutele costituzionali garantite alla famiglia sia una delle cause della caduta della natalità che il nostro Paese ha subito da metà anni Settanta (4). E tale tutela costituzionale passa inevitabilmente attraverso un riconoscimento fiscale del valore della paternità e maternità.
Per la famiglia, infatti, così come per il singolo cittadino, il trattamento fiscale, e il conseguente uso dell'imposta, costituisce il primario e fondamentale rapporto con lo Stato, tanto da essere storicamente alle origini del sorgere delle assemblee parlamentari e costituire, in ultima istanza, una misura della democraticità delle istituzioni. Afferma infatti il costituzionalista Luca Antonini: «La formula no taxation without representation è stata spesso presentata, nella letteratura giuridica, come il denominatore comune della prima teoria giuridica liberale sulle imposte» (5). In realtà, sempre a detta del costituzionalista, la questione è ancora più radicale: alla base delle teoria liberale vi è il riconoscimento del principio della autoimposizione, che non si può ridurre alla «semplice previsione formale» di un consenso parlamentare sulle imposte. Ma a ben vedere, proprio in ragione della odierna distribuzione della natalità, la formula riportata da Antonini si presta a un preoccupante rovesciamento. Infatti la famiglia con figli, la famiglia numerosa, la famiglia monoreddito, sono tipologie via via meno rappresentate a livello politico; quindi paradossalmente la formula, applicata alle famiglie con figli, si è drammaticamente trasformata in una convalidata argomentazione logica del suo contrario: no rappresentation, ergo taxation. In sostanza si è passati da una situazione nella quale la condizione di lavoratore monoreddito con figli a carico era praticamente universale, e quindi l'aggravio sostenuto per mantenere moglie e figli era problema condiviso da tutti, a una situazione nella quale un'efficace politica familiare in apparenza sembra coinvolgere consensi elettorali sempre meno proporzionati al reale peso sociale esercitato (6). Una tale consapevolezza deve costituire la premessa per una sorta di costituzionalizzazione della politica familiare, l'esplicitazione, cioè, di un'esigenza metapolitca, di un obbligo etico di convergenza bipartisan su questo tema, a salvaguardia dell'interesse nazionale e della stessa democrazia.
L'equità fiscale per la famiglia
La rilevanza politica della penalizzazione fiscale delle famiglie con figli si comprende solo analizzando nel dettaglio l'impatto della progressività sulle loro risorse (7). Concepita per un aggregato di singoli che diventano società solo attraverso la messa in comune di risorse imposta dallo Stato, la progressività senza opportune specificazioni - che però come si vedrà sono molto esplicite nella nostra Costituzione - non riconosce il ruolo primario della solidarietà familiare. Ma analizziamo il meccanismo della progressività nel suo concreto operare, senza tener conto del bilanciamento delle detrazioni e dell'assegno familiare. L'articolo 2 della Costituzione, che sancisce i «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», trova la sua applicazione operativa nel comma secondo dell'articolo 53: «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». C'è in sostanza nella nostra Carta costituzionale un «obbligo di solidarietà» che si esprime nella «progressività». In altri termini, il contributo fiscale che si richiede ai cittadini non solo è tanto più consistente quanto più elevato è il reddito, in un rapporto, cioè, di proporzionalità diretta, ma aumenta a un ritmo più che proporzionale. Infatti la quota del prelievo aumenta su quote di reddito successive, che, nel caso della persona senza carichi familiari, una volta soddisfatti i bisogni primari, possono essere destinate al risparmio, a spese voluttuarie, o facoltative: investire in obbligazioni, o pagare il mutuo per l'acquisto di una seconda casa. Con la prospettiva di un aumento del reddito disponibile futuro. Ma nel caso del contribuente che mette su famiglia, le cose non vanno in questo modo. L'effetto della progressività sarà tale per cui il responsabile padre di famiglia rema controcorrente, in quanto su ogni quota aggiuntiva di reddito procurata per soddisfare bisogni elementari dei suoi familiari, vede gravare sempre più pesantemente la mano dell'erario, come se si trattasse di spese voluttuarie o investimenti che lo rendessero monetariamente più ricco. E così nonostante il generoso e responsabile impegno per dare la vita, mantenere ed educare i propri figli (i contribuenti e il «capitale sociale» di domani), si vedrà privare dal fisco delle risorse necessarie a mantenerli. In teoria la persona singola e il genitore hanno un medesimo dovere di solidarietà sociale. Ma in pratica, il primo è tenuto solo all'obbligo fiscale. Il genitore, invece, dopo aver dato il suo contributo sociale mantenendo i suoi figli, ne «paga» un secondo, subendo l'impatto della progressività dell'imposta sul suo reddito. La conclusione ovvia è che la solidarietà della famiglia risulta irrilevante per il Welfare State. Tant'è che la famiglia non può esercitarla a pieno, perché l'erario le toglie risorse necessarie per assolvere il suo compito. E ciò costituisce una grave violazione dei principi costituzionali che riconoscono la famiglia come una «società naturale».
Ma per prevenire queste esiti assurdi, i nostri padri costituenti avevano congegnato opportuni rimedi. L'articolo 53 già citato, che costituzionalizza la progressività, prevede infatti al comma 2 che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». E l'articolo 30 che «è dovere e diritto dei genitori, mantenere, istruire ed educare i figli». Senza citare l'articolo 31 che prevede misure economiche per agevolare «la formazione delle famiglie e l'adempimento dei compiti relativi con particolare riguardo alle famiglie numerose». Bastano i summenzionati articoli per arrivare a concludere che, visto che mantenere ed educare i figli è un diritto-dovere dei genitori, le spese relative non possono essere considerate parte della capacità contributiva. In altri termini, i costi del minimo vitale per ogni figlio devono essere sottratti dall'imponibile prima di calcolare l'imposta. Infatti è questa la proposta del Basic income familiare (Bif) avanzata da tempo dal Forum delle Associazioni familiari. È evidente che la questione della giustizia nel prelievo fiscale operato sulle famiglie con figli è questione prioritaria, qualunque sia la finalità sociale alla quale si vogliono destinare le risorse raccolte. Un lodevole intento assistenziale non si può finanziare sulla base di un'ingiustizia. Sarebbe, peraltro, paradossale venire in soccorso ai poveri, rendendo poveri coloro che responsabilmente hanno investito nel futuro del nostro Paese. Del resto, pur restando nel quadro dell'intervento fiscale, il rimborso delle agevolazioni non godute da parte degli incapienti (coloro cioè che hanno redditi così bassi da non pagare imposta) costituisce già una misura che viene incontro ai redditi bassi. Queste misure potrebbero essere perfezionate con integrazioni al minimo vitale per le famiglie povere. In questo modo l'approccio fiscale potrebbe rendere lineare e organica la politica familiare realizzando un mix di interventi: misure destinate a tutti, e misure per i più poveri.
Il rilancio dell'assegno per il nucleo familiare
Ma è un fatto che il tema dell'equità fiscale in quanto tale per la famiglia non è stato sufficientemente interiorizzato dal mondo politico italiano, e che invece la mera operazione redistributiva in favore di indici reddituali bassi, indipendentemente dalla sostanza giuridica, relazionale e la composizione della famiglia, è invece la preoccupazione dominante quando si devono affrontare le politiche dirette ai genitori con figli. La Finanziaria 2007 segna, come si è detto, un potente rilancio dello strumento dell'assegno per il nucleo familiare (Anf), e una battuta di arresto nell'attenzione al tema specifico di una giusta tassazione delle famiglie con figli (8). Anche se da parte del governo Prodi si è tenuto a sottolineare che si tratta di una manovra integrata di detrazioni e assegno, in realtà, anche per le modalità nelle quali sono state congegnate le detrazioni (decrescenti in base al reddito), si può dire che la logica redistributiva dell'assegno è in qualche modo prevalente, e assimila a sé anche il meccanismo delle detrazioni. La riflessione, comunque, si impone, anche perché si registra il rilancio dell'Anf, un istituto che risale al 1988. Uno strumento complesso e selettivo in base alla somma dei redditi lordi del nucleo familiare (9). Comunque il dato saliente è che l'Anf, nonostante le numerose casistiche (10) considerate, non è una misura universale quanto alla platea dei beneficiari, infatti esclude i lavoratori autonomi, ed è indirizzato solo ai lavoratori dipendenti, ai pensionati e ai parasubordinati. Il fatto che sia stata potenziata una misura che esclude alcune categorie di lavoratori, ha portato il professor Paolo Onofri, che pure è un convinto assertore della selettività in base al reddito, a parlare di una «occasione mancata» (11) nella Finanziaria 2007, perché non si è compiuto «un passo opportuno verso l'universalismo nei sostegni alle responsabilità familiari», in modo da iscriverli veramente nei diritti di cittadinanza. È chiaro che se non si coniugano gli interventi a favore delle famiglie con figli nel quadro dell'universalismo e dei diritti di cittadinanza, non si opererà mai quella svolta culturale e politica necessaria per una ripresa della natalità. Ma l'opinione di chi scrive è che solo attraverso il fisco è possibile perseguire un obiettivo del genere. In altri termini, se la preoccupazione di realizzare una formale redistribuzione a favore di indici reddituali bassi resta predominante, si finirà per essere invischiati in una spirale di tabelle e indici, come è avvenuto per l'Anf, nella ricerca della redistribuzione perfetta, con il risultato di mettere in ombra la sostanza delle relazioni familiari, nelle quali rientra a pieno titolo il concetto fiscale di «familiare a carico» (12). Quando fu introdotto, l'Anf segnò una rottura anche nello specifico campo degli assegni familiari, perché era accompagnato da una caratteristica filosofia sociale (13). Un'impostazione politica che fu anticipata, dalla decisione presa dal primo governo Craxi, in vista della Finanziaria 1984, di infrangere la consuetudine dell'assegno familiare universale, indipendente dal reddito, e di introdurre, invece, gli assegni per i figli destinati solo alle classi di reddito meno abbienti. Questo paradigma politico si confermava con la proposta di un unico «assegno sociale» delineata nel 1985 dal «Rapporto conclusivo» su La Povertà in Italia della Commissione di studio istituita presso la presidenza del Consiglio dei ministri, commissione presieduta da Ermanno Gorrieri. L'accostamento del tema «povertà» al tema «famiglia» pregiudicava fin dall'inizio una corretta impostazione del problema. L'idea che emergeva era in sostanza quella del superamento della separazione fra agevolazioni fiscali e trasferimenti di reddito, che dovevano essere integrate in un unico assegno selettivo sulla base del reddito, indirizzato prevalentemente a situazioni di povertà. Il progetto si precisava nel capitolo del «Rapporto» programmaticamente intitolato La redistribuzione del reddito a fini sociali. «Ne consegue - si affermava - che il diritto alla prestazione non nasce da uno status anagrafico (essere anziano, avere figli) oppure fisico (inabilità) oppure professionale (non avere occupazione) e così via. Il diritto sorge semplicemente dall'insufficienza di reddito. Vengono così a cadere alcuni concetti che sono alla base della legislazione vigente: come quello di assegni o detrazioni per persone «a carico»... L'abbandono del concetto di «carico» - cioè di benefici concessi a un «capo famiglia» (figura, del resto, non più prevista dal diritto di famiglia ) per il mantenimento di persone economicamente da lui dipendenti - significa che destinataria dell'intervento diventa l'unità di convivenza... Cade così anche il concetto stesso di assegno familiare qual è oggi configurato: e ciò potrà contribuire a ridurre, almeno sul piano di principio, i rapporti di dipendenza all'interno della famiglia» (14). In questo quadro, infatti, non interessava la famiglia costituzionale, ma la famiglia anagrafica, al fine di estendere gli interventi anche alle «unioni familiari di fatto» (15). In realtà, si scelse poi di indirizzare l'intervento solo alle famiglie fondate sul matrimonio, così come sancito dalla nostra Costituzione, ed è questo un innegabile elemento di validità dell'Anf (16).
Comunque si cominciava a considerare la famiglia solo come un aggregato di redditi, mentre la sostanza delle sue relazioni giuridiche, come il concetto di «carico», tendeva a passare in secondo piano (17). Era questa impostazione che non poteva portare lontano. E la storia degli ultimi vent'anni offre materia di utile riflessione. L'operazione della trasformazione della politica familiare in politica della povertà, si è accompagnata, infatti, a un «dirottamento» delle risorse destinate alle nuove generazioni verso il consumo presente. Scriveva il sociologo Pierpaolo Donati nel 1991: «Le generazioni adulte, e anche anziane, debbono prendere atto che negli ultimi anni hanno goduto di condizioni economiche in buona misura "truccate". Nel contesto di una congiuntura sostanzialmente favorevole (con materie prime a costi contenuti), esse hanno fruito di trasferimenti in denaro e servizi da parte di uno Stato sociale che, per pagare quanto ha dato, si è indebitato fino al collo, mentre le stesse famiglie procreavano meno figli e così potevano guadagnare ancora qualcosa in più in termini di opportunità di consumi immediati» (18). E in effetti la giustificazione delle esigenze di risparmio addotta in tale trasformazione della politica familiare in politica della povertà risulta oggi paradossale alla luce di quanto avvenuto in questi ultimi venti anni. «È inutile nascondersi che tutto quanto dovremo fare - affermava il presidente del Consiglio Bettino Craxi nell'introduzione al Rapporto sulla Povertà del 1985 - e abbiamo fermamente intenzione di fare, è destinato a colpire interessi, grandi e piccoli, privilegi, grandi e piccoli, consuetudini, abitudini, modi di pensare molto radicati. Colpirà molti di coloro che hanno avuto vantaggi non per diritto ma per grazia ricevuta... Ma il fatto certo è che anche per le politiche sociali è giunto il momento di voltare pagina» (19). Era una sorta di proclama per preparare la strada alla riduzione della politica familiare a politica per la povertà, con la giustificazione della necessità di operare economie nella spesa pubblica. Ma con il senno di poi sappiamo che dal 1984, anno in cui durante il primo governo Craxi l'assegno familiare smise di essere universale, a oggi, l'indebitamento del Paese è passato da circa il 50% a oltre il 100% del Pil. Ed è risaputo che un debito è tanto meno sopportabile economicamente quanto più ristretta è la classe dei futuri contribuenti.
In Italia, invece, si è assistito a un'espansione del debito e a una restrizione della base della futura popolazione attiva. Invece della dichiarata logica di austerità è trionfata in quegli anni la mentalità del carpe diem elevata a categoria politica, tanto da stornare risorse destinate al sostegno delle nuove generazioni verso il consumo presente. Le parole di Craxi, a veder bene, avrebbero dovuto apparire paradossali anche a un osservatore contemporaneo, infatti la Cassa assegni familiari era l'ultimo settore a necessitare tagli, perché la denatalità aveva prodotto già consistenti avanzi. Nel 1983 la Cassa registrava un avanzo di 18.404 miliardi di lire (20). Una cifra che corrispondeva a oltre il 3% del Pil di quell'anno. Ciononostante nel 1984 entrava in vigore la prima formulazione di assegno selettivo in base al reddito, che accresceva ulteriormente i saldi attivi annuali. Una scelta singolare, peraltro, perché l'assegno era (ed è ancora, seppure in minima parte) una misura mutualistica. Dagli anni Sessanta era basato su un prelievo del 6,20% sul reddito del lavoratore dipendente (21). Un finanziamento più che generoso che ha fatto della Cassa assegni familiari un elemento di sostegno finanziario dell'Inps. Quindi per l'effetto combinato del calo delle nascite e della selettività dell'assegno, la somma dei saldi attivi relativi all'assegno avrebbe dovuto crescere ancora, fino a raggiungere nel 2000 un livello di circa 138.217 miliardi di lire (22). Una cifra che corrispondeva a circa il 6% del Pil di quell'anno, un'entità molto rilevante se si tiene conto che in base a dati Eurostat nel 2000 la spesa per famiglia e bambini era in Italia dello 0,9% del Pil (23). Ma il fatto è che dal 1989 le risorse degli assegni familiari erano isolabili solo a livello di stima (24), perché erano confluite nel più ampio contenitore della Gestione prestazioni temporanee ai lavoratori dipendenti. Ciò si accompagnava a un sostanziale paradosso: un Paese che aveva bisogno di sostegni alla famiglia e alla natalità, non destinava a questa primaria finalità le somme che pure aveva raccolto a tale titolo. Tutto ciò è avvenuto mentre l'ammontare del debito pubblico andava raddoppiandosi. Il fatto che questi due fenomeni preoccupanti si siano prodotti all'incirca nello stesso orizzonte temporale (dalla fine degli anni Settanta a oggi), non consente di istituire tra di essi un rapporto di causa-effetto. Ma certo essi non sarebbero stati possibili se, dalla fine degli anni Ottanta, tra le parti sociali non fosse stato stipulato un compromesso, in qualche modo assai più influente sulla struttura demografica del Paese del «compromesso storico». Un compromesso sociale che anteponeva la spesa presente all'investimento nelle nuove generazioni.
Sta di fatto che con tale compromesso tra le parti sociali si infrangeva una prassi molto consolidata di tutela della prole all'interno del contratto di lavoro. Si pensi infatti che l'assegno familiare nella sua formula tradizionale, ha avuto origine in Italia da un contratto collettivo di lavoro dei lanieri di Biella nel 1933, assurgendo poi a istituto di contratto collettivo l'anno successivo (25). La riproduzione della forza lavoro, infatti, era nell'interesse di entrambe le parti sociali, e in primo luogo della intera «classe» operaia. Come è stato possibile un cambiamento così radicale di impostazione? Forse esso non sarebbe stato possibile senza quel trauma profondo subito dalla coscienza civile degli italiani dopo l'approvazione della legge sull'aborto (18 maggio 1978), trauma che va molto al di là dei superficiali mutamenti dell'opinione pubblica. L'assegno, così, da elemento costituivo del patto tra le parti sociali e tra le generazioni, concesso per questo in dimensione pienamente universale, è divenuto solo lo strumento per operare una redistribuzione a favore di indici reddituali nominalmente più bassi. Il dato saliente è che ciò gli conferisce un carattere convenzionale e opinabile. Nella prassi politica diviene una misura che va bilanciata e commisurata nella sua entità con altre esigenze congiunturali e obiettivi di politica economica, mentre il concetto fiscale di «carico familiare», e di capacità contributiva sono in qualche modo oggettivi, e collegati al diritto-dovere dei genitori di «mantenere, istruire ed educare i figli» (articolo 30 della Costituzione) principi questi tutti sanciti nel quadro delle tutele garantite dalla nostra Carta fondamentale alla «famiglia come società naturale fondata sul matrimonio» (articolo 29).
Note
1) La presente analisi si basa sulla riforma dell'Irpef contenuta nel testo della Finanziaria 2007 approvato dalla Camera a novembre, che al momento di andare in stampa sembra sarà confermato dal Senato, a meno di lievi variazioni. 2) Il valore strategico che assume nella Finanziaria 2007 l'assegno per il nucleo familiare (Anf) è dimostrato dalle tabelle diffuse dal ministero dell'Economia verso la fine di ottobre a riguardo dei confronti tra il nuovo sistema fiscale e quello vigente nel 2006. Vedi anche a questo riguardo Il Sole-24 Ore, 26 ottobre 2006. Se si tiene conto degli incrementi dell'Anf, infatti, il lavoratore dipendente con moglie e figlio a carico migliora la sua condizione con redditi fino a 45 mila euro, con due fino a 43 mila, con tre fino a 45 mila, con quattro a 75 mila, e con 5 a 95 mila. Se non si tiene in conto l'assegno familiare la situazione cambia, perché un lavoratore dipendente con moglie e un fglio a carico comincia a registrare una perdita rispetto al 2006 da 41 mila euro, con due figli a carico da 32 mila euro. Una riprova del peso dell'Anf è la situazione del lavoratore autonomo che non fruisce di questa provvidenza. Con coniuge a carico guadagna rispetto al 2006 solo con redditi fino a 32 mila euro. Se si aggiunge un figlio fino a 29 mila, due fino a 30 mila. Per avere una valutazione complessiva della riforma dell'Irpef si dovrà comunque tener presente l'impatto delle addizionali Irpef degli enti locali, amplificato dal passaggio dalle deduzioni alle detrazioni. I guadagni rispetto al 2006 subiranno una limatura, perché il passaggio dalle deduzioni alle detrazioni innalza la base imponibile. Inoltre è stato elevato il massimale di imposizione consentito ai comuni dallo 0,5% allo 0,8%. Vedi a questo proposito il working paper dell'ottobre 2006 di Simone Pellegrino, "Le proposte di modifica dell'Irpef contenute nel disegno di legge Finanziaria per il 2007", della Società italiana di economia pubblica sul sito http://www.unipv.it/websiep/: «Sebbene l'incremento dell'addizionale rappresenti una scelta discrezionale del governo locale, la trasformazione delle deduzione per carichi familiari in detrazioni determinerà un incremento della base imponibile per le addizionali e quindi, a parità, di aliquota, un aumento di imposizione» (p. 12). 3) Sul concetto di "cittadinanza politica della famiglia" cfr. Pierpaolo Donati, "Nuova cittadinanza della famiglia", in Terzo rapporto sulla famiglia in Italia, Cisf., Cinisello Balsamo, 1993. pp. 13-14 e in particolare la nota 17. 4) È da metà degli anni Sessanta che il tasso di fertilità, il numero medio di figli per donna, ha iniziato a calare, ma è da metà degli anni Settanta che tale indice è sceso anche al di sotto del livello che garantisce una popolazione stazionaria (crescita zero), cioè 2,1 figli per donna in età fertile. 5) Luca Antonini Sussidiarietà fiscale, la frontiera della democrazia, Milano 2005, p. 25. 6) Sulla base di queste constatazioni, l'economista Luigi Campiglio, prorettore dell'Università Cattolica di Milano, ha avanzato la proposta di «attribuire il diritto di voto al momento della nascita, delegandone l'esercizio alla madre o, in assenza, al padre, fino a che il minore non abbia raggiunto la maggiore età» (Luigi Campiglio, Prima le donne e i bambini, Il Mulino, Bologna 2005, p. 114 ). Una proposta che, se non si limita a una intelligente provocazione, richiede un iter di modifica costituzionale certo auspicabile, ma probabilmente non meno difficile della richiesta dell'attuazione di quanto già contenuto nella nostra Carta fondamentale in materia di tutela della famiglia. È chiaro comunque che le due sfide potrebbero essere portate avanti contemporaneamente con utili sinergie. Si potrebbe poi osservare alla luce del pensiero di Eric Vogelin (cfr. La Nuova scienza politica, Borla, Torino 1968) che la rappresentanza non si riduce alla semplice previsione di meccanismi formali di voto, ma nell'espressione politica della sostanza di ciò che costituisce una società. Ora è evidente che questa sostanza deve necessariamente includere la sua autoconservazione: quindi una situazione politica che non reagisce al processo di inversione demografica che caratterizza l'Italia, esprime comunque un deficit di rappresentatività. La battaglia per una rappresentatività sostanziale dunque comporta necessariamente l'attuazione e il rafforzamento, alla luce anche dell'esperienza dell'ultimo mezzo secolo, delle tutele garantite dalla nostra Carta fondamentale in materia di famiglia, come primarie questioni politiche e democratiche: in concreto si tratta degli articoli 29, 30, 31 e del «particolare riguardo» riservato «alle famiglie numerose». Principi che combinati con l'articolo 53 (rispetto della «capacità contributiva» nell'imposizione fiscale), implicano la necessità di consentire la facoltà di dedurre dalll'imponibile le spese del minimo vitale necessario a mantenere ogni figlio. In questo consiste la proposta del Basic income familiare (Bif) avanzata da tempo dal Forum delle Associazioni familiari. 7) Si deve tener presente che non esiste solo la progressività dell'Irpef, ma anche quella delle tariffe (acqua, luce, gas, ecc)., che una volta superate le cosiddette fasce sociali, che garantiscono tariffe agevolate, crescono più che proporzionalmente. Inoltre le fasce a tariffa agevolata non sono tarate sulle esigenze della famiglia, specie se numerosa. 8) Una battuta di arresto, dunque, nell'attenzione all'equità fiscale nei confronti della famiglia, che ha quasi costantemente caratterizzato l'ultimo decennio, e che si è concretizzata in un aumento della detrazione di più di tre volte mezzo in valori attualizzati dal 1993 (175 mila lire) al 2002-2004 (un milione di lire, 516,00 euro). Gli aumenti sono stati concessi tanto da coalizioni di centrosinistra che di centrodestra, con un picco nella Finanziaria 2002, quando per effetto delle richieste avanzate dal Forum delle Associazioni familiari la detrazione è stata più che duplicata dal governo Berlusconi II (a 516,00 euro). Nella Finanziaria 2005 lo stesso esecutivo ha fatto un ulteriore passo avanti introducendo le deduzioni per il coniuge e i figli a carico, una formula più congegnale alla riconoscimento fiscale del valore sociale del matrimonio, della paternità e della maternità, ma tale impostazione, di per sé corretta, era inficiata dalla decrescenza in base al reddito della deduzione medesima. Per giunta questa tendenza, combinandosi con la crescita delle aliquote, faceva assumere alla curva degli effettivi risparmi fiscali un bizzarro andamento a denti di sega (Cfr. Pier Luigi Fornari "Alla ricerca dell'equità fiscale", in Famiglia Oggi, aprile 2006, p. 31). Il grosso passo avanti compiuto nel 2002 veniva comunque mantenuto dalla possibilità (clausola di salvaguardia) di far ricorso a quel regime fiscale se ritenuto più vantaggioso, nonostante l'introduzione del nuovo modulo. Va sottolineato infatti che la detrazione introdotta nel 2002 dal governo Berlusconi si impostava su una logica sostanzialmente universale per nuclei numerosi, perché la soglia di esclusione reddituale si innalzava al crescere del numero dei figli, fino a scomparire per quattro o più figli. 9) L'Anf è una misura resa molto complessa dalla volontà di individuare criteri di redistribuzione perfetta coprendo svariate casistiche. Si articola perciò in numerose e complesse tabelle, con la specifica di varie sottotabelle: nuclei con almeno un figlio minore, senza componenti inabili, nuclei con entrambi i genitori, nuclei con un solo genitore, nuclei con solo minori orfani, nuclei con componenti inabili, nuclei senza figli minori ma con un figlio maggiore inabile, nuclei senza figli con fratelli e sorelle inabili, ecc. 10) Da tener presente inoltre che rispetto al nucleo monoreddito, il nucleo bireddito o plurireddito, a parità di reddito lordo familiare, e quindi a parità di entità dell'assegno, parte da un reddito disponibile, al netto delle tasse, più alto. 11) Cfr. "Famiglia e legge finanziaria: un'occasione mancata" di Paolo Onofri, docente all'Università di Bologna, nel convegno "Le politiche di sostegno alle famiglie con figli", organizzato a Modena dalla Fondazione Ermanno Gorrieri, per gli studi sociali, il 6-7 ottobre 2006, vedi il sito. http://www.fondazionegorrieri.it/ 12) La preoccupazione redistributiva ha portato a ripetere in ogni nuovo intervento introdotto in Italia a favore della famiglia una forte selettività in base al reddito. Sicché già il Rapporto annuale dell'Istat: "La situazione del Paese nel 1999" (p. 370) a proposito dell'assegno per il terzo figlio, e dell'assegno alle nuove madri che non percepiscono un'indennità di maternità, osservò: «L'introduzione dei due nuove assegni nell'ambito del sistema del Welfare determina una parziale sovrapposizione con i presistenti programmi di impianto categoriale». La sovrapposizione tra assegno di maternità e assegno per il nucleo familiare riguarderebbe ben il 75% dei casi. L'assegno per il terzo figlio e l'assegno alle nuove madri introdotti nel 1999 si basano sull'Ise, e sono fortemente selettivi sulla base del reddito. È questo un difetto strutturale della politica familiare del nostro Paese: ogni nuova misura è indirizzata alle fasce più povere, mentre mancano provvedimenti di natura universale che affermino comunque il valore della maternità e della paternità, come avviene per esempio per la tutela dei beni ambientali o culturali, e per altre finalità di interesse nazionale. 13) L'assegno per il nucleo familiare (Anf) fu introdotto con il decreto legge n. 5 del 13 gennaio e n. 69 del successivo 13 marzo 1988, convertito dalla legge del 13 maggio 1988, n. 153. Ma le erogazioni erano calcolate a partire dal primo gennaio. In precedenza la normativa dell'assegno familiare per il lavoratore dipendente, conferito per tutti i familiari a carico, era regolata da un testo unico che risaliva al 1955, e dalle successive modificazioni (D.p.r. 30 maggio 1955, n. 797). 14) Rapporto, p. 101. 15) Cfr. Rapporto, p. 82. 16) Ma questa filosofia sviluppata dal Rapporto dell'85 veniva poi applicata con l'introduzione dell'Ise nel 1998, che prende infatti in considerazione la famiglia anagrafica, e quindi anche le convivenze, quando ritengano conveniente dichiarare i loro vincoli affettivi. 17) Ha affermato Pierpaolo Donati: «Si direbbe che il valore della famiglia emerga soltanto quando essa viene meno». Cfr. P. Donati, Terzo rapporto sulla famiglia in Italia, cit. p.16. Infatti il concetto di carico familiare a riguardo della moglie torna ad avere valore pieno quando il matrimonio si scioglie. Da registrare che nel testo unico delle imposte sui redditi, fanno parte degli oneri deducibili gli assegni periodici corrisposti al coniuge in conseguenza di separazione legale ed effettiva, di scioglimento o annullamento del matrimonio o di cessazione dei suoi effetti civili, nella misura in cui risultano da provvedimenti dell'autorità giudiziaria. Una misura che di regola è calcolata sulla base dell'effettivo livello di vita e non nella misura standard della detrazione, per giunta decrescente in base al reddito, concessa quando il matrimonio è ancora in vigore. Quindi la separazione realizza una forma di splitting che non è concesso alle coppie coniugate regolarmente. Inoltre ai fini dell'Anf non rientrano nel calcolo del reddito familiare le entrate del coniuge legalmente ed effettivamente separato o divorziato, quindi l'importo dell'assegno conferito aumenta, a parità di reddito con i coniugi non separati, anche perché la famiglia con un solo genitore gode di un trattamento di favore. 18) Pierpaolo Donati, "Equità generazionale: un nuovo confronto sulla qualità familiare", in Secondo rapporto sulla famiglia in Italia, Cinisello Balsamo 1991, p. 105. 19) Rapporto cit. p. 9. 20) Cfr Censis 30° Rapporto sulla situazione sociale del Paese 1996, p. 323. 21) L'articolo 26 del Testo unico sugli assegni familiari (D.p.r. 30 maggio 1955, n. 797 e successive modificazioni) recita al primo comma: «Al pagamento degli assegni familiari si provvede con il contributo a carico dei datori di lavoro». Dagli anni Sessanta il contributo è stato del 6,20%. Nel 1996 il contributo è sceso al 2,48%. Nel 2001 all'1,68%. Dal 1° gennaio 2006 il contributo è sceso ancora allo 0,68%. 22) Per il periodo fino al 1988 la situazione patrimoniale della Cassa assegni familiari aveva raggiunto un attivo di 61.091 miliardi di lire (cfr. Censis, 30° Rapporto sulla situazione sociale del Paese 1996, p. 323). Dal 1989 in poi, anno successivo all'entrata in vigore dell'Anf, l'avanzo dalla Cassa assegni familiari è confluito nella Gestione prestazioni temporanee ai lavoratori dipendenti (assegni familiari, cassa integrazione guadagni, disoccupazione, malattia, ecc.). Dunque la cifra presa in considerazione per il periodo '89-'95, è una stima al ribasso ottenuta sommando solo i saldi annuali delle entrate e uscite relative alla Cassa in quegli anni, isolati rigorosamente dai più ampi saldi patrimoniali della Gestione prestazioni temporanee (per i dati di base cfr. Censis, 30° Rapporto sulla situazione sociale del Paese 1996, p. 323). Nei cinque anni successivi (1996-2000), poi, la stima presa in considerazione è basata sul calcolo dell'effetto della riduzione del prelievo contributivo su una base reddituale e uscite ipotizzate costanti. Dalla somma dei saldi di questi tre periodi si ottiene la stima complessiva aggiornata al 2000 riportata nel testo: 138.217 miliardi di lire. Giuliano Cazzola ha scritto nel marzo del 2001 che nonostante la riduzione di 4 punti del prelievo per gli assegni fatta in occasione della riforma Dini «il flusso di saldi attivi dirottati, dal 1996, al fondo pensioni dei lavoratori dipendenti (e dovuti in larga misura all'assegno al nucleo familiare), ammonta a circa 10 mila miliardi l'anno. In sostanza, dal 1989 a ora, le prestazioni temporanee hanno foraggiato le pensioni con la somma di ben 250 mila miliardi». (cfr. G.Cazzola "Spariti 250mila miliardi", Il Sole-24 Ore, 26 marzo 2001). La cifra di 250 mila miliardi di lire è pari a 129 miliardi e 114 milioni di euro e all'11% del Pil 2000. Si tratta evidentemente di una stima più elevata, ma il problema che si pone nel calcolo è sempre quello di isolare effettivamente l'impatto degli assegni familiari dagli altri attivi della Gestione separata. 23) Cfr Luigi Campiglio, "Prima le donne e i bambini", cit. p. 40. 24) Cfr. nota n. 22 che riporta le modalità adottate per una stima al ribasso della somma dei saldi annuali delle entrate e uscite relative alla Cassa nel periodo '89-'95. 25) Cfr. Bruno Benelli, L'assegno per il nucleo familiare, Roma 1988, XII.
Credo che Venezia, dove sono stato invitato a partecipare ai Colloqui organizzati dalla Fondazione liberal e che sempre in questa città si svolgono, sia il luogo ideale per ragionare su Israele. Da secoli è la porta d’ingresso dell’Oriente verso Occidente. Israele, in fondo, è una sorta di piccola Venezia, è un punto dell’Occidente in un mondo che non è ancora occidentalizzato, e che in Medio Oriente ha una sua reale esistenza. Ma occorre porsi una domanda: la condizione umana oggi è la stessa a Venezia e in Israele? Contrariamente a quanto molti ritengono, non credo che Israele e che il conflitto israelo-palestinese costituiscano un’eccezione nel mondo moderno. Come ha giustamente rilevato il mio amico Renzo Foa, Israele «è una democrazia assediata» e guardando a questa democrazia assediata si pensa all’Europa come a una sorta di democrazia non assediata: non credo che ciò corrisponda a verità, basta considerare il problema energetico, il ricatto sul petrolio che Putin ha già giocato contro l’Ucraina, la Georgia, e che molto presto riguarderà la Polonia e i Paesi Baltici e forse anche l’Unione europea (d’altro canto esiste già una grande alleanza di GasProm con il petrolio e il gas algerino, libico, dell’Uzbekistan). In breve, l’idea di una democrazia assediata non è così errata se si applica all’Unione europea. A questo si aggiunge la questione del Mediterraneo che negli anni Cinquanta un grande scrittore francese, Albert Camus, contrapponeva come luogo della gioia di vivere, del sole, della felicità e dell’armonia, all’Europa franco-russo-nichilista-terroristica, l’Europa come luogo del terrore, a partire da quello rivoluzionario francese fino ad arrivare al terrore leninista-rivoluzionario-nichilista. Oggi il Mediterraneo è un luogo in cui il terrorismo si rivela come rischio elevatissimo, anche se alcuni continuano a sognare un’Europa al di fuori della storia, trasformata in vacanza, come il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, secondo cui l’Europa è già fuori dalla storia, in anticipo su tutti i Paesi, soprattutto l’America, per la sua più che ragionevole volontà di evitare guerre, di non preoccuparsi della difesa nazionale e del rischio che comporta vivere in vacanza al di fuori dalla storia. Esiste dunque una grandissima inversione che rende il sogno mediterraneo di Camus il sogno europeo di oggi. Bisogna dunque convincersi che Israele non rappresenta un’eccezione, e che la condizione umana è la stessaa Venezia, a Gerusalemme e a Tel Aviv. Da sempre grandi uomini di Stato hanno pensato di trovare la soluzione definitiva ai problemi del Medio Oriente. Lo hanno fatto Carter e Clinton, lo fanno oggi due statisti, grandi nemici tra loro, ma entrambi sul punto di scomparire dalla scena mondiale: Blair e Chirac, che come ultimo atto della loro carriera vogliono pronunciare le parole dell’angelo della pace in Medio Oriente, come se il Medio Oriente fosse una bolla e fosse sufficiente essere molto saggi e fare la spola tra Gaza e Tel Aviv per risolvere tutti i problemi. Perché i problemi del Medio Oriente sono la chiave di volta dell’ordine mondiale. Il ministro degli Esteri italiano D’Alema ha parlato del contagio che deriva dal conflitto mediorientale che spiegherebbe il terrorismo universale. Attenzione, forse non siamo di fronte a qualcosa di così eccezionale, forse bisogna rinquadrare tutto in maniera diversa, forse è il caos del mondo che si manifesta nel conflitto tra palestinesi e israeliani, forse Israele è lo specchio, piuttosto che la causa, di tutto il male e di tutto il bene che esiste nel mondo.
I due anni di guerra condotta dalla Russia contro il piccolo popolo ceceno che conta meno di un milione di abitanti, hanno fatto più vittime che i cinquant’anni di conflitto tra Palestina e Israele. Ci sono state molte più vittime in Cecenia, e Grozny, la capitale, è stata due volte rasa al suolo, cosa mai più accaduta a opera di un esercito europeo dopo Varsavia. Nonostante questo, ci sono stati molti più dibattiti riguardo alla Palestina. E non perché i palestinesi sono musulmani, anche i ceceni lo sono, ma sicuramente perché vengono uccisi dagli israeliani, mentre i ceceni vengono uccisi dai russi. Si possono avere molte più vittime in Cecenia, e in maniera molto più cruenta, senza che la cosa rivesta molta importanza, perché non sono gli israeliani a uccidere i ceceni. Esiste una sproporzione legata all’idea che la fonte del contagio, il cuore del problema è costituito da Israele, quindi la fonte del contagio è il conflitto israelo-palestinese. Ma questo conflitto non spiega nulla, non spiega le vittime di Hamad, non spiega la guerra tra Iran e Iraq - che è una guerra anch’essa terribile per le popolazioni, tenuto conto delle vittime di quella del ‘14-’18 - non spiega il terrorismo algerino e islamico. Esiste l’idea di una sorta di zona magica in cui sarebbe sufficiente, per far regnare la pace mondiale, far sparire Israele: è un’idea mistica e folle. Tutto questo mi fa venire in mente quelle persone che un tempo prendevano delle bambole e le pungevano con aghi per agire a distanza su qualcuno a cui volevano male; abbiamo grandi uomini che dicono di voler risolvere il problema israelo-palestinese come se fossero in una bolla, e altri uomini che dicono di volerlo risolvere eliminando Israele. Tutte queste persone sembrano avere un comportamento magico, prendono una questione locale - malgrado tutto, di questo si tratta - per considerarla come la fonte di tutti i mali e la chiave dell’ordine mondiale. Occorre accettare l’idea che Israele non è la fonte di tutti i mali o del bene universale, ma che è semplicemente uno specchio del disordine mondiale.
Ma, andando al cuore della questione, cosa significa la condizione umana oggi? Questa non vuole essere una domanda filosofica… La sfida di Ahmadinejad e del governo iraniano che desidera dotarsi dell’arma nucleare e che dice di voler cancellare Israele dalla carta geografica, va presa sul serio oppure è solo una provocazione? Gli israeliani che prendono queste dichiarazioni seriamente sono ossessionati dalla Shoa e dal genocidio, quindi hanno ragione di ritenere che esista un grande pericolo in queste parole. La seconda domanda da porsi è: se viene soppresso Israele, l’ordine del mondo sarà migliore? Avremo la pace in quel caso? Si possono immaginare altre forme di soppressione di Israele, si potrebbero far emigrare tutti gli israeliani in Europa, ad esempio, che fu così accogliente con loro. Uno scrittore ebreo di New York ha riflettuto ironicamente su questo punto in un suo libro, affermando: «Sì, è la diaspora, quindi lasciamo Israele». Ma è una questione molto seria quella che si pone nei corridoi del ministero degli Esteri francese: in fondo il regno cristiano di Gerusalemme è esistito per un secolo e poi è scomparso. Israele esiste già da cinquant’anni, dobbiamo soltanto aspettare perché questo cancro in Medio Oriente, che è causa di ogni male, scompaia allo stesso modo. Dunque, bisogna prendere Ahmadinejad seriamente per quanto riguarda Israele e anche per quanto riguarda l’Europa? Perché in effetti i missili dell’Iran hanno una portata che può probabilmente arrivare a Venezia, in Europa. D’altro canto questi missili vengono forniti dal mercato internazionale, particolarmente dai compagni russi, e sicuramente possono subire anche miglioramenti tecnici. La mia risposta è sì, dobbiamo prendere seriamente tutto questo.
E motivo questa mia risposta attraverso voci che oggi sono scomparse. La prima viene da una dichiarazione resa nel ’68 da un amico di Papa Paolo VI, il filosofo francese Jean Guitton, che era piuttosto orientato a destra ed era naturalmente cattolico: «Ormai la metafisica e la morale - disse Guitton - non sono più relegate nella coscienza privata, non dipendono più dalle religioni. La filosofia e la morale lasciano il segreto delle coscienze e degli oratori, s’iscrivono nell’esperienza, nella politica, nei problemi internazionali, nei problemi strategici». Guitton dice una cosa davvero sorprendente: l’assoluto è disceso sulla terra. Quando è un cattolico a dirlo, in generale allude al Cristo. Ebbene, è disceso sulla terra tramite il terrore, l’evidenza sostituisce la fede, il ragionevole è esigibile. «Pericolo di morte»: queste parole sono scritte in maniera invisibile ovunque. La situazione è cambiata da allora, oppure viviamo sempre sull’orlo dell’abisso come è stato detto per cinquant’anni a proposito della politica della dissuasione, della deterrenza? Un altro filosofo, Jean-Paul Sartre, nell’ottobre del ’45, cioè due mesi prima di Hiroshima e sei mesi dopo l’apertura dei campi della morte di Auschwitz, scriveva alludendo alla comunità umana, che la comunità che è diventata guardiana della bomba atomica è al di sopra del regno naturale, perché è responsabile della propria vita e della propria morte, quindi ogni giorno e in ogni istante dovrà permettere di vivere. C’è chi considera Ahmadinejad, soltanto un folle. È sbagliato. La bomba atomica non era, all’epoca di Hiroshima, a disposizione del primo alienato venuto. Questo folle dovrebbe poprio essere un altro Hitler, un nuovo führer: di questo secondo führer, come del primo, saremmo tutti responsabili. Nel momento in cui è finita la seconda guerra mondiale, il cerchio si è chiuso in ognuno di noi, l’umanità ha scoperto la propria possibile morte e si è assunta la responsabilità della propria vita e della propria morte.
Tutto ciò è finito? Questa vita sull’orlo del baratro appartiene al passato oppure oggi è ancora più presente perché l’abisso si è ampliato? Abbiamo pensato che fosse finita insieme alla guerra fredda, con la scomparsa dei due blocchi, con il superamento delle grandi guerre e con la supremazia della razionalità. È stato Fukuyama a sostenerlo. Ma almeno da dieci anni abbiamo capito che non è vero che tutto è finito, lo hanno capito tutti quelli che non avrebbero voluto vedere un genocidio in Ruanda, il ritorno della guerra, il crollo delle Torri a Manhattan. Ma molti europei continuano appunto a non voler vedere. Il nuovo paradigma è sempre il terrore, la politica sull’orlo del precipizio. Ma le caratteristiche intrinseche del terrore sono cambiate: siamo passati dal terrore nucleare a quello del terrorismo, un terrorismo universale. Quello che non cambia è il fatto che viviamo in un’epoca tragica; anzi si potrebbe perfino dire che il Ventesimo secolo, in paragone, è stato un’epoca più felice perché i due pericoli ai quali alludono Guitton e Sartre - Auschwitz e Hiroshima - erano separati. Chi aveva le capacità di causare Hiroshima non aveva il fanatismo di chi che ha creato Auschwitz. Persino Stalin, quando ha avuto la bomba atomica, è stato frenato dalla seconda guerra mondiale, perché era troppo preoccupato della sua possibile sconfitta nel ’42 per ricominciare una guerra come se nulla fosse. Quando Mao Tse Tung chiarì che sarebbe stato sufficiente lanciare una bomba atomica ovunque perché almeno un terzo dei cinesi morissero grazie alla deterrenza, ma che i due terzi sopravvissuti avrebbero governato il mondo, ebbene a quel punto l’alleanza sovietica con Mao Tse Tung fu subito rotta. Nel Ventesimo secolo sono esistiti due tabù che hanno garantito la pace per cinquant’anni: Auschwitz e Hiroshima, e l’utilizzo della bomba atomica a fini di deterrenza è stato pensato per evitare Hiroshima, ritenendo che tutto la frenesia, la ferocia, la brutalità dell’uomo rivelata da Auschwitz costituiva un pericolo permanente. Gli esperti atomisti che redigevano la newsletter degli scienziati atomici avevano un orologio con la lancetta piccola sempre su mezzanotte mentre la lancetta più lunga si avvicinava o si allontanava rispetto alla mezzanotte atomica; in altre parole, la sopravvivenza dell’umanità era un conto alla rovescia e i due blocchi si mettevano d’accordo per evitare che la lancetta lunga arrivasse su quella corta.
Oggi siamo di fronte a un cambiamento: siamo passati dall’era della deterrenza nucleare all’era del terrorismo generale, dal terrorismo limitato a quello allargato. Proverò a descrivere questo paradigma in quattro punti. Il primo: vi sono ovunque, oggi, persone capaci di un fanatismo stile Auschwitz. Immaginate Mohamed Atta che lancia il suo aereo contro le Torri di Manhattan e immaginate che il suo sguardo incroci lo sguardo di una giovane donna che si occupa per esempio della pulizia delle toilette nelle torri di Manhattan. La donna si chiede: «Perché? Perché noi? Perché io?». Cosa potrebbe rispondere Atta? Certo, non ha nulla da dire, ma cosa potrebbe rispondere? La stessa cosa delle SS interrogate da Primo Levi in un lager. «Perché?», chiese Primo Levi? Un SS risponde: «Qui non c’è alcun perché». Credo che Atta avrebbe dato la stessa risposta. Nel terrorismo odierno c’è qualcosa che lascia aperte le porte di Auschwitz. Non sono del parere che questo terrorismo dipenda solo dal fanatismo religioso. Piuttosto da quella forma di nichilismo, del «prendere quello che vuoi», senza riguardi per nessuno, che accomuna i bambini africani - che non sono islamici ma che hanno in mano a tredici anni dei kalashnikov - allo spirito dell’armata russa in Cecenia. Get what you want!, prendi quello che vuoi, diceva una scritta su un braccialetto da polso di un soldato russo che ho incontrato in Cecenia, riferendosi a canzone dei Rolling Stones. Che però diceva: you can’t get what you want, non puoi prendere ciò che vuoi. Il terrorismo esercitato in Africa, in Cecenia, dai terroristi islamici, dal narco-marxismo dell’America Latina, è oggi un fenomeno universale. Alla fine della politica della guerra fredda, alla fine dei due blocchi, non è corrisposta la scomparsa dei guerrieri. La guerra fredda era fredda per noi ma era calda per tutto il pianeta: non vi sono mai state tante rivoluzioni, controrivoluzioni, dittature, sovvertimenti di regime quante ce ne sono state in quell’epoca. E i guerrieri sono sempre qui.
Secondo punto di questo nuovo paradigma è l’incontro tra la potenza nucleare di Hiroshima e la capacità di Auschwitz. Ahmadinejad ne è un esempio evidente perché dice che Auschwitz è una religione della Shoa, è una menzogna, un mito. E in fondo l’arma nucleare è un’arma come le altre, tutto dipende a quale fine la si utilizzi. Ahmadinejad immagina una guerra santa, una jihad nuclearizzata. Fine dunque del tabù di Hiroshima, fine del tabù di Auschwitz e incontro tra la capacità di Hiroshima e il fanatismo di Auschwitz. Un incontro generale. A Manhattan sono crollate le Torri gemelle ma se i terroristi fossero riusciti ad attaccare una centrale nucleare avremo avuto una Chernobyl deliberata. La capacità di Hiroshima e di Auschwitz si coniugano oggi anche se non si possiede la bomba atomica, a maggior ragione quando la si ha. Ciò non significa che Ahmadinejad la userebbe immediatamente, senza pensarci, ma se si autorizza l’Iran ad armare Hezbollah questo potrebbe creare disastri. Terzo punto: l’eliminazione del tabù di Hiroshima e di Auschwitz non riguarda soltanto gli Stati canaglia e i gruppi criminali. Putin ha dichiarato che la cosa più negativa per la Russia nel Ventesimo secolo è stato il dissolvimento nel ’91 dell’Unione Sovietica. Non la seconda guerra mondiale, non i campi di morte di Hitler, devastanti per l’intera Europa. Ciò significa che oggi esistono dei leader che non sono più ossessionati dai tabù di Auschwitz e di Hiroshima, che appartengono a un’altra generazione e che trafficano con l’Iran o con la Corea del Nord, in armi, razzi, missili, materiale nucleare. Dunque, non solo Stati canaglia e gruppi criminali, ma anche sponsor che giocano con il fuoco lasciando ad altri il compito di accendere la miccia. Penso che vi siano molti di questi Stati e la Cina e la Russia non è che siano molto rassicuranti. Dopo tutto la Corea del Nord e l’Iran non hanno trovato protettori, che pure esistono e sono sponsor attivi. Quarto punto: non c’è una internazionale del terrore, ma un mercato universale del terrore sì. La Corea del Nord ha traffici con l’Iran che a sua volta ha traffici con la Russia e con il Pakistan. Tra sunniti e sciiti, tra marxisti stalinisti e religiosi islamisti - come in passato tra il colonnello argentino e i generali brasiliani - vi è una sorta di commercio universale del male. Viviamo attualmente in un mondo dove non si vuole più costruire ma dove coloro che vogliono distruggere pensano a prendere tutto in mano. Confrontiamo Krushev e Putin: Krushev credeva ancora di poter raggiungere e superare gli Stati Uniti, lo aveva affermato; Putin sa che, se tutto va bene in Russia, riuscirà a raggiungere il Portogallo solo tra una quindicina d’anni, ma la sua potenza non deriva dalla capacità di costruire, bensì dalla capacità di distruggere, di nuocere e di trafficare con il ricatto del petrolio, con il mercato delle armi a capacità termonucleare. Questo modo di affermarsi è preoccupante non per l’ordine del mondo ma per il mantenimento del suo disordine.
Concludendo, la situazione di Israele e la situazione dell’Europa non sono diverse. Viviamo su un pianeta in cui la capacità di nuocere è condivisa universalmente da individui che non hanno più quei tabù che garantivano la deterrenza e che l’hanno garantita per cinquant’anni. Si crede che la deterrenza sia automatica, che se Ahmadinejad ha la bomba atomica non è poi così grave perché l’Iran in quel caso sarebbe soltanto un’altra delle grandi potenze nucleari contro la quale potrà essere esercitata la deterrenza. Ma la deterrenza non ha mai portato un equilibrio automatico, ci sono stati periodi di squilibrio, di guerre, di crisi che sono arrivate molto vicine all’esplosione, come quella di Cuba. Bisogna perciò che vi siano dei freni e che ritornino dei tabù un tempo costituiti da Hiroshima e Auschwitz, altrimenti deterrenza ed equilibrio diventano sempre più fragili. È per questo che il tentativo di accedere alle armi nucleari da parte dell’Iran è molto pericoloso. Questo significa che ci troviamo in una situazione disperata? Niente affatto. La pace è qualcosa che non si ottiene chiudendo gli occhi, bensì la si ottiene aprendoli bene. I rischi che ho analizzato, il nuovo paradigma del terrore generalizzato, è sotto gli occhi di tutti, basta solo volerlo vedere. La guerra in Libano, per esempio, non è una guerra tra due blocchi - il blocco dell’islam e il blocco occidentale. All’inizio di questa guerra abbiamo avuto la sorpresa di vedere diversi Paesi che non sono democrazie, come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, schierarsi contro Hezbollah. Esiste perciò una scissione all’interno di quello che stupidamente viene chiamato l’islam senza cognizione di causa. Ci sono musulmani che capiscono che le prime vittime del terrorismo islamista sono proprio i civili musulmani. Ad esempio in Iraq, ogni mese, il numero di vittime civili, appunto vittime del terrorismo, supera il numero totale di vittime dell’esercito americano dall’inizio della guerra, che si aggira intorno alle tremila. Non si tratta affatto di una situazione simile a quella del Vietnam, ma piuttosto di una situazione simile a quella somala. In Somalia infatti a morire sono i civili somali per mano di guerriglieri somali, e questo avviene da quindici anni. Esiste quindi la possibilità di trovare alleati per la pace nel mondo che chiamiamo musulmano. Non è sufficiente definirsi umanisti, l’umanesimo attualmente sembra essere schierato dalla parte dei pacifisti che hanno manifestato a Roma, che affermano di essere contrari alla forza e a favore di quei buoni sentimenti umanistici secondo cui si dovrebbe abbandonare l’Iraq e disinteressarsi di Israele. Al contrario, bisogna recuperare l’idea umanista della difesa delle popolazioni civili, bisogna essere in grado di sostenere i civili ceceni e i civili del Darfur che vengono sterminati dai terroristi sotto bandiere diverse, a volte islamiste, a volte razziste o nazionaliste. È questo il vero problema, la reale sfida da affrontare: sapere da che parte sta la giustizia. Il futuro dell’umanità si gioca proprio su questo punto e, nel mondo musulmano, si gioca con le donne, quelle donne che non vogliono che i loro figli diventino dei terroristi o che desiderano, come molte donne in Iran e Algeria, resistere al terrorismo dando prova di eroismo, un eroismo rarissimamente osservato nella storia dell’umanità. Ebbene, bisogna essere accanto a quelli che lottano per la libertà e contro quelli che opprimono con qualsiasi mezzo. C’è una fortissima forza di oppressione nel mondo ma ci sono anche moltissime persone che si rivoltano contro questa forza, che non desiderano che i loro figli vengano armati a tredici anni, che vogliono invece che vadano a scuola, anche quando abitano in bidonville. È al fianco di queste persone che conquisteremo la pace. È per questo che il problema della condizione umana nel nostro pianeta è proprio lo stesso ovunque, non è diverso a Tel Aviv, a Gerusalemme e a Venezia.
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