
Ho sempre pensato che il liberalismo reale si potesse attuare solo nei Paesi in cui vige la regola madre dello stesso concetto politico, laddove, cioè, è consentito tutto ciò che non venga espressamente vietato. Non sono, in realtà, totalmente convinto che l’Italia abbia compiuto interamente questo salto di qualità. Il nostro è ancora un Paese che vive di condoni, rendendo legittimo ciò che era vietato e, di contro, vietando a posteriori ciò che non lo era. Sarà difficile per me dimenticare l’esperienza vissuta in Fininvest nel 1984, quando qualcuno si affrettò a vietare l’iniziativa privata piuttosto che chiedersi quali dovessero essere le nuove regole da stabilire. Non sono sicuro, però, che tutto ciò non sia stato solo il frutto di una cultura illiberale di alcune categorie, subita in Italia in un preciso periodo storico, piuttosto che la mancanza di regole imposte da un governo. Un governo può evitare, con regole certe, che la libertà di pensiero possa condurre addirittura alla privazione della libertà. Questo governo lo ha fatto (almeno per la categoria dei giornalisti). Ma ciò non ha vietato, però, a una Procura calabrese di privare della libertà il titolare di un giornale colpevole di avere dubitato del corretto funzionamento di quella stessa Procura. Siamo ancora impotenti di fronte agli attacchi sconsiderati ed esagerati nei confronti di chi ha manifestato il proprio pensiero all’interno di un’aula di Commissione in Europa. E siamo ancora impotenti di fronte a chi da anni combatte, con le armi del proprio potere, una guerra preordinata contro chi ha osato chiedere agli italiani il legittimo diritto a governare. Ottenendone, peraltro, risposta affermativa. Insomma, se proprio devo essere sincero, non credo che l’Italia sia pronta ad annoverare tra i propri meriti quello di potersi fregiare realmente del titolo di «Paese liberale» o di avere interamente recepito il concetto di liberalismo. Recentemente mi sono accorto che, forse, non è ancora pronta l’intera Europa.
La nostra riflessione potrà semmai analizzare gli eventuali passi avanti che sono stati compiuti durante i primi tre anni di legislatura per preparare il terreno di un Paese più liberale. E poiché sono convinto che il liberalismo è possibile se, finalmente, inizia il vero ammodernamento istituzionale e amministrativo del Paese si deve onestamente ammettere che qualcosa si è fatto e, forse, più di qualcosa. Tutte le iniziative del governo hanno avuto come obiettivo quello di garantire il valore delle libertà individuali e il loro pieno rispetto. A partire dalla riforma del fisco, che al di là di tutto rappresenta anche un impegno che abbiamo preso con i nostri elettori, che i nostri alleati non potranno che onorare con noi. Il premio Nobel per l’Economia Prescott ha dichiarato in una recente intervista il suo stupore verso quanti hanno manifestato resistenza nei confronti del programma di riduzione delle aliquote fiscali. Come non essere d’accordo? Io credo che aiutare l’economia del Paese significhi anche lasciare maggiori risorse nelle tasche dei cittadini, maggiore ricchezza e, quindi, maggiori bisogni soddisfatti. Lo dimostrano quei Paesi che, prima di noi, si sono mossi in questo senso. L’Italia lo dimostrerà, in più, con il pieno rispetto dei parametri imposti da Maastricht. Il dovere di un governo è anche quello di creare ideali condizioni strutturali per garantire ai cittadini servizi più efficienti e alle proprie imprese vantaggio competitivo. In questo campo il nostro governo ha consentito all’Italia di fare importanti passi avanti, anche se, ancora, rimane una distanza troppo forte da altri Paesi concorrenti. Abbiamo garantito maggiore libertà di occupazione se è vero, come è vero, che per la prima volta l’Italia è scesa al di sotto della media europea di disoccupazione. Molte tra le piccole e medie imprese italiane, anche in questi anni difficili, hanno dimostrato una capacità di competere davvero sorprendente e oggi risulta inevitabile una nuova e più moderna struttura degli aiuti pubblici. Ci stiamo lavorando con grande impegno e anche questa sarà una riforma che andrà attribuita all’attuale governo.
Compito del governo, dunque, è attuare politiche che permettano al Paese lo sviluppo riducendo drasticamente tutti gli ostacoli che penalizzano il sistema, introducendo un sistema di regole certe a salvaguardia della coesione sociale e della solidarietà ma inserite in un processo di responsabilizzazione che possa rendere l’intero sistema più competitivo. Permettetemi di dire che la declinazione di questo intento ha consentito di raggiungere molti successi nell’opera di modernizzazione del nostro Sud, opera che proseguiremo rendendo ancor più incisive le politiche di sviluppo. In questo senso si muove la riforma federale, che pur riconoscendo l’identità del Paese, lascia maggior spazio alla libertà decisionale e alla responsabilità dei singoli, siano essi cittadini o Amministrazioni locali. Nonostante i passi avanti condotti nella direzione di un’effettiva cultura liberale rimane ancora aperto lo spazio per una riflessione più profonda su alcune decisioni prese in merito alla procreazione assistita e in generale sulla posizione da tenere nel campo della bioetica e dei nuovi nuclei familiari che di fatto già esistono. Chi è chiamato oggi alla guida politica del Paese deve percepire la necessità di una maggiore modernità della cultura politica che garantisca il pieno rispetto della vita ma anche delle diversità. La politica liberale segue il progresso scientifico e le evoluzioni tecnologiche purché il tutto resti nell’ambito del rispetto umano e, perché no, anche animale. Se oggi si vive più a lungo, nonostante la crisi dell’ambiente, se oggi si può soffrire di meno è merito della ricerca e del progresso. La legge, in un Paese liberale, deve consentire sempre la possibilità di scegliere secondo coscienza. Garantendo le libere differenze di pensiero si rende anche democratica una qualsiasi dottrina politica. L’Italia in questi tre anni ha attuato profondi cambiamenti combattendo l’immobilismo e la voglia di mantenimento dello status quo. Il cammino è ancora lungo e come si dice dalle mie parti, «pane duro, ancora, ne dobbiamo mangiare tanto».