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La sfida (non raccolta) del crociato Mattei

LIBERAL BIMESTRALE
di Giancarlo Galli
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

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cop26_thUna sorta di «maledizione petrolifera» incombe sull’Italia. Già durante la seconda guerra mondiale, ammiragli e generali dovevano confrontarsi, ancor prima che col nemico, con la scarsità di nafta e benzina. Poi dovemmo cominciare a importare massicciamente petrolio per i bisogni civili e industriali.
Rinunciando con un demagogico referendum al nucleare, ci siamo da soli dati la zappa sui piedi, sino a divenire la nazione europea più dipendente dall’oro nero. Eppure, avessimo dato ascolto a Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni, forse a questo eccesso di schiavitù strategica non saremmo arrivati. In questa suggestione, è riassumibile il pensiero di Carlo Maria Lomartire, sagace giornalista economico, che propone un documentato saggio su una delle più controverse figure di tre lustri della nostra vita: dal 1945 al 1962, quando colui che la stampa anglosassone aveva definito «l’uomo più potente d’Italia dopo Giulio Cesare», scomparve in un ancora misterioso incidente aereo nel cielo di Milano-Linate. Premesso che la storia non la si rifà coi «se», l’argomentazione di Lomartire è tutt’altro che peregrina. Infatti nelle nostre classi dirigenti (politiche e imprenditoriali) ha a lungo latitato la piena consapevolezza dell’importanza del «fattore energia». Limitandosi a fare assegnamento sulla produzione idroelettrica e sull’import di carbone dal Nord Europa. Con miopia, il fascismo, proclamando l’autarchia, fece ancora peggio. Nessuno, comunque, a occuparsi del petrolio: peraltro ben presente in Libia, nostra retorica «quarta sponda». Unico gesto, la creazione dell’Agip, con qualche pozzo in Romania, sin dagli anni Trenta.
Capo partigiano di quelle «Brigate cristiane» che cercano di sottrarre la Resistenza all’egemonia comunista, a vittoria conseguita Mattei si presenta a De Gasperi. A fatica ottenendo l’incarico di liquidatore dell’Agip. Dal minuscolo trampolino, lancia la sfida. Con durezza e cinismo, corrompe e ricatta i partiti affinché gli diano carta bianca, sino a quando con l’elezione da lui propiziata di Giovanni Gronchi alla presidenza della Repubblica, tutto gli sembra concesso. Avuta l’Eni, Mattei pretende di più: il nucleare! Pur di trasformare da nano in gigante la «sua» Eni, foraggia le lotte anticolonialiste arabe, tratta con l’Urss. Le multinazionali angloamericane lo detestano, ma non si piega. Per un lustro autentico artefice della politica estera italiana, grande amico sia di Vittorio Valletta alla Fiat che di Raffaele Mattioli sommo banchiere, è però colto da sconforto. «Siamo la terra dei gattopardi», andava ripetendo. «Non riusciremo a cambiare ... M’hanno negato il nueleare, e dove troveremo l’energia?». In qualche modo, Lomartire lascia trasparire: se Mattei fosse vissuto ancora cinque, dieci anni... No: la «partita» era già conclusa; un ciclo arrivato al capolinea. Infatti la Repubblica del possibilismo, della rinuncia all’autorità, andava prendendo il sopravvento. Poi è fiorita la letteratura sul Mattei «despota», antiamerikano, statalista; o all’opposto dell’Italico Crociato. Più semplicemente era un idealista che morì quasi povero. Un’enorme ansia di Potere con la maiuscola, questo sì, ma non a garantire gli eredi. Senza figli, Enrico Mattei fu in qualche modo un monaco, follemente innamorato dell’Italia. Degno di una laica beatificazione. Senonché «riscoprire» Enrico Mattei significherebbe portare allo scoperto l’altra faccia dell’Italia: quella incapace di risolvere la questione energetica.

Carlo Maria Lomartire, Mattei - Storia dell’italiano che sfidò i signori del petrolio, Mondadori, 360 pagine, 18,50 euro
 

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