vai

 

 

 Archivio libri

archivio_libri
vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

foto9

foto9

Read More

foto10

foto10

Read More

foto11

foto11

Read More

foto12

foto12

Read More

foto13

foto13

Read More

foto14

foto14

Read More

foto15

foto15

Read More

foto16

foto16

Read More

foto17

foto17

Read More

foto18

foto18

Read More

foto19

foto19

Read More

foto20

foto20

Read More

foto21

foto21

Read More

foto22

foto22

Read More

Il paradosso del riformatore

LIBERAL BIMESTRALE
di Renato Brunetta
Liberal n. 27 - Dicembre 2004-Gennaio 2005

Torna al sommario
cop27Dopo tre anni di governo della Casa delle libertà, l’Italia è un Paese più o meno liberale di quanto non lo fosse nel 2001? La modernizzazione è stata all’altezza delle aspettative suscitate e dei traguardi indicati? È possibile indicare nuovi traguardi da raggiungere per questa legislatura? Su quali punti chiave dovrebbe incardinarsi il programma elettorale del 2006? La Casa delle libertà, così come si è strutturata in questi anni, è nelle condizioni più adeguate per affrontare le sfide del futuro? Sono queste, probabilmente, le domande alle quali occorre dare risposta per tracciare un bilancio di tre anni di legislatura, anticipare gli scenari per i due anni che rimangono e porsi nelle migliori condizioni per affrontare la prova delle urne. A distanza di tre anni dalla trascinante vittoria popolare di Silvio Berlusconi, del suo programma e della coalizione da lui raccolta intorno a esso, la sensazione che ha addosso chi ha vissuto «da dentro» l’intero ultimo decennio della vita politica del Paese è quella di uno scarto tra la forte volontà riformatrice e una realtà che appare più resistente al cambiamento di quanto non fosse prevedibile. È la sensazione che in questi anni hanno trasmesso i diversi turni elettorali parziali che, pur nelle loro specificità, hanno visto il ridimensionamento di quell’ondata di trascinamento che aveva contraddistinto il ciclo elettorale 1999-2001. È la sensazione che trasmettono i sondaggi d’opinione, che registrano il rinvio e l’affievolirsi delle aspettative da parte di una consistente fetta di elettori che si aspettavano una trasformazione più rapida del Paese. È, infine, la sensazione di chi, dando il proprio contributo quotidiano di azione e idee per il successo dell’opera riformatrice, avverte talvolta l’enormità del compito e la difficoltà nel realizzarlo.
Un elemento che spiega questo senso di disagio è, senza dubbio, il «paradosso del riformatore». Chi realizza una riforma che guardi agli interessi generali del Paese, infatti, si viene a trovare in una situazione politicamente ingrata. Il beneficio che la riforma apporta, infatti, si distribuisce a pioggia sulla totalità dei cittadini e, soprattutto, si coglie dopo diverso tempo, una volta che la riforma avrà dispiegato i suoi effetti. Nell’immediato, invece, una riforma, come è ragionevole che sia, cancella o ridimensiona fortemente privilegi e rendite di posizione di gruppi minoritari ben individuati, che si organizzano efficacemente per contrastare l’approvazione prima e la realizzazione della riforma poi. Un esempio tipico di questa situazione è la riforma dell’ordinamento giudiziario. Non ci sono dubbi di sorta che, per raggiungere gli obiettivi costituzionali del giusto processo (uno dei principali successi del centrodestra nella scorsa legislatura), sia necessario un radicale cambiamento dell’organizzazione ordinamentale della magistratura. Un processo di tipo accusatorio, qual è quello tracciato nel codice di procedura e che contraddistingue i Paesi democratici più avanzati come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, è incompatibile con un’organizzazione della magistratura come è tracciata nel nostro ordinamento. La torsione tra le procedure e l’ordinamento, anzi, è stata una delle concause di una stagione buia delle giustizia, quella dello strapotere e dell’esondazione dai limiti dei pubblici ministeri. Riformare l’ordinamento, separando le carriere, le funzioni e le attribuzioni dei magistrati, che da un corpo unico fortemente corporativo dovrebbero passare a due, con ruoli e culture totalmente distinte, porta indubbiamente un beneficio diffuso a tutti i cittadini. Le garanzie processuali, infatti, trovano un giusto riconoscimento se il giudice è effettivamente terzo e imparziale, la certezza del diritto viene rafforzata se l’ufficio del pubblico ministero si concentra nel perseguire i reati di maggiore impatto sociale, il contrasto alla criminalità è più efficace se la giustizia è più celere e i difensori possono concentrasi sul merito processuale, invece di puntare tutte le loro carte su procedure dilatorie, rese quasi obbligate da una giustizia non giusta. Il consenso a questa riforma, dunque, dovrebbe essere pressoché plebiscitario. Eppure le resistenze di un limitato corpo di funzionari dello Stato, poco più di 7.500 persone, creano enormi difficoltà al riformatore. La perdita di potere e di privilegi che la riforma produce, infatti, è tale che una struttura politicamente e sindacalmente organizzata come la magistratura italiana reagisca con tutte le armi a sua disposizione, compresa l’irrituale strumento dello sciopero. Alla pubblica opinione, anche per il favore che nei media incontrano gli interessi consolidati e ben organizzati, si presenta uno scontro che non è tra il cambiamento e la resistenza a esso, ma tra poteri in conflitto tra loro. Sicché il beneficio erga omnes della riforma è perso di vista, mentre le ragioni del privilegio conquistano posizioni.
Se la giustizia è l’esempio paradigmatico, lo stesso vale per tutti i campi in cui il governo Berlusconi è intervenuto con profonde riforme. Basti pensare alla riforma del mercato del lavoro, che pure ha dato effetti benefici sin dalla sua approvazione, e che però è stata accompagnata da una colossale ondata di mobilitazione sindacale; alla riforma della scuola, che quando andrà a regime darà finalmente al nostro Paese una scuola di qualità, ma che viene contrastata quotidianamente con campagne di opinione spesso fondate su autentiche falsità, ma che riescono a spargere incertezze e dubbi in tutta l’opinione pubblica. Si pensi alla riforma delle pensioni, per la quale si è scelto di avviare la piena operatività nel 2008 proprio per evitare che il conflitto sociale potesse essere esasperato sollevando la paura del domani. Si pensi ancora alla riforma del settore radiotelevisivo, nel quale per la prima volta il nostro Paese - che in passato si era reso ridicolo in un dibattito surreale contro l’introduzione della tv a colori (il cui risultato fu la distruzione per arretratezza della nostra industria elettronica, rimasta a produrre sola al mondo tv in bianco e nero) - ha saputo anticipare sul piano normativo l’evoluzione tecnologica in atto con l’avvento del digitale terrestre. Una riforma che ha visto alla testa della resistenza al cambiamento quella lobby piccola, ma potente, indicata come il «partito Rai». Non è un caso che nel centrosinistra si discuta dell’atteggiamento da tenere in caso di successo elettorale. E che una parte prevalente e non necessariamente estremista dell’opposizione ritenga necessario affermare a gran voce che il primo compito di un governo di centrosinistra sia smantellare le riforme varate dal governo Berlusconi. È un modo demagogico, semplice e immediato, per radunare intorno a sé tutte le nicchie elettorali che si oppongono al cambiamento in difesa del privilegio. Ed è l’atteggiamento politico che autorizza a parlare, in Italia più che altrove, di «sinistra reazionaria».
Il «paradosso del riformatore», purtroppo, ha trovato la Casa delle libertà impreparata, con il risultato che le resistenze al cambiamento si sono portate dalla frontiera dello scontro politico tra maggioranza e opposizione all’interno dello schieramento politico di maggioranza. E, paradosso dei paradossi, il terreno di conflitto nel quale la volontà riformatrice del leader e di una parte della coalizione ha trovato ostacolo nella resistenza al cambiamento di un’altra parte è stato proprio il campo della riforma fiscale, cioè il cardine principale su cui tutto il programma di cambiamento in senso liberale dell’Italia si fonda. Da marzo a oggi, prima in modo sordo e strisciante, poi con forme sempre più clamorose, il dibattito e il conflitto politico hanno spostato il loro baricentro. Mentre l’opposizione è totalmente fuori gioco, perché sul tema fiscale essa non ha alcuna credibilità agli occhi del Paese, è nella maggioranza che trovano ascolto e voce tutte le resistenze al cambiamento e le volontà di mantenere lo status quo. Se si scorrono con il distacco dello studioso le pagine dei quotidiani di questi ultimi otto mesi, si può osservare una sorprendente discrasia. L’opposizione in effetti non si oppone al programma di riduzione fiscale e di taglio delle aliquote: il tema è talmente lontano dal suo orizzonte e dalla sua visione, che anche i più avvertiti uomini del centrosinistra scrivono con disinvoltura su come inasprire la pressione fiscale per accrescere la quota di prodotto interno lordo gestita dallo Stato: nasce così la discussione sulla tassa patrimoniale, il dibattito sulla richiesta di maggiore protezione sociale che si leverebbe dalla società italiana, la critica feroce alle operazioni di privatizzazione del patrimonio pubblico immobiliare, le proposte di nazionalizzazione di comparti industriali, come è avvenuto ai tempi della crisi Fiat. La sinistra italiana, in altre parole, considera l’attuale assetto fiscale una conquista da difendere, un modello di equità e di efficienza. In un contesto di questo tipo, nel quale la maggioranza e il governo avrebbero avuto gioco facile nel trasformare il loro cammino riformatore in una marcia trionfale verso il successo nella realizzazione degli obiettivi e la conferma nel 2006, la maggioranza ha iniziato a giocare due ruoli in partita, quello della maggioranza e quello dell’opposizione. È infatti dall’interno della maggioranza che sono stati sollevati tutti gli argomenti possibili contro il taglio delle tasse; è dall’interno della maggioranza che si è confusa la riduzione delle tasse, provvedimento generalizzato e universale per sua natura, con una qualsiasi azione di redistribuzione di reddito di stampo statalista. Alla tesi lineare della riduzione a due o tre aliquote, si è così contrapposta l’indistinta tesi della riduzione fiscale a favore delle famiglie (che, detto per inciso, non ha alcun significato in termini economici); oppure la contrapposizione, ancora una volta artificiosa, tra riduzione delle imposte sul reddito personale e riduzione delle imposte sulle imprese; o ancora la scelta tra ridurre la tassazione sul reddito da lavoro e aumentare l’imposizione sulle rendite immobiliari e finanziarie, come se le famiglie italiane, in grande misura, non fossero, come invece effettivamente sono, titolari di reddito da lavoro e insieme di rendita immobiliare e finanziaria, visto che hanno accumulato i loro risparmi nelle case e nei i titoli del mercato finanziario. La partita tutta interna alla maggioranza ha così rivelato una grave crisi prima ancora che politica, di cultura politica della Casa delle libertà. In alcune sue componenti l’istinto di conservazione dei privilegi e un vecchio orientamento statalista e tardo-corporativo sono riemersi in maniera preoccupante. Tanto da spingere il premier a richiamare il dovere democratico di un governo: tornare di fronte agli elettori nel caso in cui l’impegno principe su cui il consenso è stato ottenuto, per qualsivoglia ragione non debba essere realizzato. Se la Casa delle libertà sarà all’altezza del compito che si è assunta, come vuole con indubbia determinazione il suo laeder, ritroverà le ragioni vere della sua unità e il consenso di quell’ampio blocco sociale che sta a suo fondamento. Se continuerà a giocare da sola la partita, essendo opposizione a se stessa, finirà per lasciare il campo a una sinistra che al momento è totalmente fuori gioco e anni luce distante dai problemi reali del Paese. Sarebbe un caso di suicidio politico da manuale.