
La domanda è chiarissima: c’è stata o non c’è stata, in questi primi quaranta mesi del governo Berlusconi, una «svolta liberista» nell’economia italiana? Come tale, meriterebbe una risposta altrettanto secca, un «sì» o un «no», alla maniera anglosassone. A seguire, le conseguenti argomentazioni. Purtroppo, cultura e tradizioni italiche (ma anche eurocontinentali), rendono improponibile un giudizio categorico. Per cominciare: primo, è davvero «liberista» il leader della Casa delle libertà? Secondo, c’è mai stata, nel nostro Paese, dall’Unità in poi, una stagione liberale?
Berlusconi
Che i suoi propositi personali siano in qualche modo imparentati con quelli che mossero negli anni Ottanta Reagan e la Thatcher, non v’è dubbio. Tuttavia, lo si ammetta con franchezza, trattasi di parentela molto «alla lontana». Semmai, pragmaticamente più prossima all’agire di George W. Bush, al quale infatti il nostro leader sembra ispirarsi. Basti pensare al taglio delle tasse. Il reagan-thatcherismo, era però qualcosa di superiore: una filosofia economica alimentata dalla scuola di pensiero di Milton Friedman, alle cui spalle stava l’Università di Chicago. Berlusconi non ha avuto né il vantaggio né il privilegio di un simile retroterra, Quando scese in campo nell’inverno 1993-’94, la sua fu una sorta di supplenza politica. Spazzati via da un magistratura ideologizzata e manichea i partiti neocentristi (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli), sentì l’obbligo morale di creare un’eterogenea coalizione, con sulle ali Alleanza Nazionale e Lega, per sbarrare il passo alla «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto, ex comunista doc. Di conseguenza, i programmi economici finivano in secondo piano. Peraltro, il fatto che Berlusconi fosse un imprenditore di successo, e che sfidando il monopolio pubblico della Rai era riuscito a costruire un complesso mediatico alternativo (laddove avevano fallito Mondadori, Rizzoli, Rusconi, cioè editori classici), induceva i commentatori dai giudizi facili e approssimativi, a etichettarlo tout-court di «liberista». Il che era solo parzialmente vero. Motivo: s’era certo comportato da liberista demolendo il monopolio Rai; accomodandosi però in una situazione di dualismo oligopolistco. La stessa collocazione in Borsa di una quota di Mediaset, non impedendogli il controllo assoluto della società e del Gruppo. Rimasto nell’orbita familiare, quindi tutto fuorché una public company, dove i referenti sono il mercato e l’azionariato diffuso. Sone pertanto più che lecite ampie riserve sull’originaria caratura liberista del «berlusconismo». A sostenerlo, semmai, gli oppositori: probabilmente preoccupati di tagliare da subito l’erba sotto i piedi a un personaggio emergente che, magari, avrebbe potuto importare nella Penisola l’aborrito reagan-thatcherismo.
La lunga traversata del deserto di Berlusconi (fra il 1994 e il 2001), ha consentito al leader di riflettere. Arrivare a un «patto con gli italiani». Sebbene, ancore una volta, scarso sia risultato il contributo dell’intelligenza economica, a lui sostanzialmente allergica soprattutto per ragioni castali e reiterate genuflessioni nei confronti del potere in auge da decenni, lì è reperibile più di una traccia di pensiero liberale: meno tasse, meno burocrazia, spazio per l’individuale e coraggioso intraprendere. Trovando una spalla in Antonio D’Amato, giovane imprenditore napoletano arrivato al vertice di Confindustria «a dispetto» di coloro che sempre avevano menato la danza orchestrata dai vari Agnelli-De Benedetti-Pirelli & Co. Berlusconi voleva insomma un liberismo che interpretasse l’Italia delle piccole e medie imprese, delle «partite Iva», di quanti cioè auspicavano un Paese finalmente moderno, e non tenuto sotto costante ricatto dai sindacati. Autentiche lobby populiste, esenti da qualunque verifica democratica, che hanno trasformato la «piazza» in parlamento alternativo. Semplificazione efficace, ma incompleta: l’Italia risaltando un’incrostazione di lobby. E qui veniamo alla successiva questione.
Liberismo italiano
Da un secolo e mezzo, i testi scolastici recitano che l’unificazione nazionale va attribuita al liberale Camillo Benso di Cavour. Ineccepibile, ma pur tenendo conto della morte prematura, come conciliare liberismo e monarchia? Non a caso Mazzini era repubblicano e Carlo Cattaneo si batté per uno Stato federale, in grado di comporre le contraddizioni Nord-Centro-Sud. Nonostante i governi liberali o pseudo tali, l’Italia nacque poco liberale. Tuttavia e nonostante il centralismo politico, col maggiore statista del tempo, Giovanni Giolitti, una spinta in questa direzione vi fu, a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento. Giolitti compì una serie di miracoli. Stabilito che la Capitale era Roma, eresse Milano a capitale «economica e morale». Poi, nauseato dal comportamento dei banchieri capitolini (per inciso: «papisti» nostalgici), chiamò uomini d’affari mitteleuropei, a fondare fra Milano e Genova, il Credito Italiano e quel gioiello che risulterà la Banca Commerciale, dei Toeplitz e dei Mattioli, e da una cui costola uscirà la mitica Mediobanca di Enrico Cuccia. Istituzioni finanziarie che nell’arco di mezzo secolo, trasformeranno l’Italia da nazione povera, agricola e d’emigranti, in potenza industriale. Quanto s’è scritto, in proposito-sproposito, sul divario Nord-Sud! Sarebbe piuttosto doveroso fotografare senza obiettivi schermati la realtà. C’è un Nord con le sue industrie e le sue banche proiettato verso una competitività mondiale; c’è in Roma-capitale un potere politico che prende atto; c’è un Mezzogiorno che, faticosamente uscito dal brigantaggio post-unitario (una «resistenza» ante litteram?), ritiene di avere un credito di assistenzialismo eterno. Il liberismo giolittiano venne sepolto dal fascismo; ma non subito. Mussolini, milanese d’adozione, aveva simpatie per il Nord. Ribadendo ogni volta che veniva a inaugurare la Fiera campionaria, le autostrade, le sue valutazioni. A Roma l’impero, a Milano il business! Vennero stagioni agre. La crisi mondiale del 1929. E negli anni Trenta prese forma il fenomeno che ci avrebbe accompagnato sin qui. (Probabilmente destinato a proseguire). Stabilito che imprenditori e banche non potevano fallire, essendo in gioco l’immagine del Paese, venne creato l’Iri, Istituto per la ricostruzione industriale. Dove tutti coloro che si trovavano in braghe di tela, potevano ormeggiare. Così, lo Stato, dismesso ogni principio liberal-liberista, si trasforma in Croce Rossa. L’autarchia fece il resto.
Dal 1945 e per quasi un decennio, con Giulio Einaudi ministro del Tesoro e del Bilancio, quindi presidente della Repubblica, Donato Menichella alla Banca d’Italia, un Alcide De Gasperi sensibile al pensiero americano, avremo un recupero di liberismo, poco programmato, ma sostanziale: è il laissez-faire in economia che si contrappone alla programmazione statalista sostenuta dalle sinistre. A trionfare è però un personaggio che viene da lontano: Amintore Fanfani. L’Aretino che s’era distinto alla «Cattolica» di Milano durante il fascismo magnificando il corporativismo sino a definirlo un’italica interpretazione del keynesismo, ovvero della presenza dello Stato nei gangli dell’economia, morto De Gasperi, «scala» la Dc, prende a dialogare coi socialisti. Il prezzo del connubio, l’economia: le nazionalizzazioni, il primato del pubblico sul privato. Presto, i sindacati, diverranno interlocutori privilegiati e incontornabili. Gli industrali, con rare eccezioni, s’accomodano. Cessano d’innovare, e sfruttano rendite di posizioni, sussidi. Lustro dopo lustro, anche Milano s’inchina. I suoi già orgogliosi banchieri che rifiutano di prendere ordini da Roma verranno uno dopo l’altro (da Mattioli a Cuccia), falciati dal centralismo. Gli imprenditori del Nord, Agnelli e Pirelli in testa, rinfoderano le ambizioni. I misfatti di Tangentopoli toglieranno a Milano anche il titolo di «capitale morale». Liberismo addio! Venendo ai giorni nostri, quale disappunto: i banchieri vanno a prendere ordini come scolaretti in Banca d’Italia; gli industriali si trasformano in mercanti di servizi (autostrade, aeroporti, elettricità), e col loro nuovo presidente Luca Cordero di Montezemolo, sanno solo domandare altri aiuti. A fondo perduto, naturalmente. Una Fiat o un’Alitalia che sotto altri cieli (quelli anglosassoni) avrebbero dovuto portare i libri in tribunale, vengono tenute in piedi a dispetto di ogni logica di mercato. Chiedersi allora se c’è stata nei quarantamesi dell’era Berlusconi una «svolta liberista» diviene un esercizio da Sisifo. Il premier, ha sicuramente tentato d’invertire la rotta, di spalare la palude dello statalismo. Ma era un po’ come svuotare il mare con un cucchiaio. Se lui abbia davvero avuto pulsioni liberiste, saranno i posteri a constatarlo. Sicuramente, qualche tentativo l’ha fatto, ma faticando a cavare un ragno dal buco. Con la modifica dell’articolo 18 sullo Statuto dei lavoratori, coi progetti sulle Grandi Opere che dovevano mobilitare pubblico e privato. E vogliamo parlare dei comportamenti delle banche? Se il ministro Giulio Tremonti è stato spedito fuori scena, è perché aveva provato a mettere in riga tanti personaggi dell’Ancien Regime che dovrebbero avere fatto il loro tempo, ma si difendono con le unghie e coi denti. Che Berlusconi abbia pertanto finito con l’appiattirsi sull’establishment, sino a farlo apparire come un neo-consociazionista, è quel che hanno percepito gli italiani, quei ceti medi (elettoralmente maggioritari), che lo hanno punito con le astensioni nelle ultime tornate elettorali. In sostanza rimproverandogli di non avere ripulito la Casa delle libertà, dove troppi, da Gianfranco Fini a Marco Follini, passando per i leghisti del compromesso, paiono avere dell’economia una visione di ben scarso respiro: mortificare gli intraprendenti per concedere qualche euro ai meno abbienti. A quale modello s’ispirano?
Ecco allora la risposta dovuta: non vi è stata alcuna svolta liberale, in questi quararantamesi. Tuttavia, non s’ha da disperare. Se il 2 novembre 2004, oltre l’Atlantico, avesse vinto il pallido John Kerry, ebbene sì: noi liberisti avremmo dovuto far fagotto. Invece, è accaduto quel che sappiamo. E fa benissimo Berlusconi a sostenere che George W. Bush ha stravinto per avere ridotto le tasse. Aggiungono parecchi, e concordo, che l’avere rialzato la bandiera dei valori della famiglia è stato altrettanto determinante. Tuttavia, si constati: l’America liberale ha saputo battere in breccia la sfiducia, oltre ai fantasmi di un terrorismo che qui si cerca di esorcizzare con polentine buoniste. La ripresa economica americana sta trascinando il pianeta. E noi siamo qui a sofisticare su percentuali e virgole dei tagli fiscali. Un pontificante Montezemolo non sa nemmeno prendere consiglio di un VW che, benedicente il governo socialista di Berlino, ha imposto all’IGMetal il blocco dei salari per tre anni. Nicolas Sarkozy in una Francia ipercentralista ha obbligato i commercianti a ridurre i listini. Sarà «centralismo», ma non spiace: in attesa di un liberismo di mercato prossimo ventluro. Batta allora un colpo deciso e forte il Berlusconi premier. Restano a questo governo diciotto mesi, per dimostrare che il liberismo economico non è acqua da far scorrere sotto i compromissori ponti del Tevere. Si ricordi delle radici antiche: è il Nord che ha fatto l’Italia economica. Non la lasci soffocare, dunque dal controllano parassitario, malattia purtroppo contagiosa. Batta dunque un colpo: gli anni migliori, l’Italia li ha avuti coi liberali Cavour, Giolitti, Einaudi, Menichella, Carli; i peggiori con quanti hanno preferito il compromesso alle scelte radicali, il bordeggiare anziché il navigare. Fra un anno e mezzo si voterà, e i molluschi variamente pavesati sono in agguato. Perché non alzare allora la bandiera del liberismo? Credo esista un’Italia che aspetta solo questo.
P.S. E il 22 novembre scorso sembra proprio che il Cavaliere abbia ascoltato il nostro appello, chiamando il popolo di Forza Italia alla mobilitazione.