
Alla filosofia greca dobbiamo il nocciolo duro della saggezza dell’Occidente ma le dobbiamo pure un intellettualismo buonista che, nel tempo della decisione e dell’azione, fa rischiare la catastrofe. Mi riferisco all’invito a comprendere «le eventuali ragioni» degli avversari che sottintende spesso una sorta di impegno, se non di obbligo, al «dialogo» e all’«accordo». In realtà, capire gli altri è la divisa di chi vuol seguir «vertute e canoscenza», indipendentemente dalle scelte - di pace o di guerra - che intende fare. Come si fa a vincere il nemico, se non lo si conosce a fondo? Chi pensa che quanto più si sa di qualcuno tanto più si attenuano le disposizioni polemiche nei suoi confronti, dovrebbe riflettere che, nella vita quotidiana, capita non di rado che i rapporti tra individui e gruppi sociali durano proprio perché «non si vuol sapere». Sono considerazioni che vengono alla mente leggendo i «moniti all’Europa» di tanti intellettuali «moderati» a non demonizzare il fondamentalismo islamico, a rilevarne la complessità, la genesi, la natura, i valori che lo ispirano. Come non concordare? Sennonché davanti ad aspetti di quel mondo assolutamente incompatibili con la nostra etica, con i principi che stanno a fondamento del nostro modo di essere e di pensare, non sarebbe meglio semmai, per i difensori della «pace e del dialogo tra i popoli a tutti i costi», fingere di non vedere? Giacché, se è vero - come riconosce Miryam Mafai nella recensione critica del saggio di Fiamma Nirenstein, Gli antisemiti progressisti (Rizzoli), apparsa il 16 luglio u. s. su Repubblica - che «ancora oggi in molti Paesi arabi vengono regolarmente messi in onda serial televisivi che attestano la veridicità dei Protocolli dei Savi di Sion e del sacrificio rituale», quale altro dovere s’imporrebbe, nei confronti di uno Stato o di una setta religiosa che facesse propria tale cultura, se non la distruzione della mela marcia, con le armi o in altro modo?
L’escamotage della sinistra dialoghista è quello di porre sullo stesso piano, nel nome della par condicio (anche noi abbiamo scheletri nell’armadio!), la credenza nel sacrificio rituale, oggi esclusivamente islamica, e quella del 42% degli europei che sostiene che «gli ebrei hanno troppo potere nel mondo degli affari»! Tantum potuit la retorica buonista! Se fosse rimasta illuministicamente sul freddo piano della ragione e dei fatti, la Mafai si sarebbe accorta che, a prescindere dall’assoluta incomparabilità morale dei due pregiudizi, il secondo, almeno, ha un nucleo di verità storica ben noto a ogni lettore delle Interdizioni israelitiche di Carlo Cattaneo (che, per il suo saggio, ricevette un premio dalla comunità ebraica!) mentre il primo è solo espressione di mitologie regressive che ci si vergogna persino a confutare.
Si possono certo criticare l’intervento americano in Iraq, la politica di Sharon e quant’altro. Non è lecito, però, e per giunta appellandosi al dovere di conoscere, rifiutarsi di prendere atto della svolta dell’11 settembre e del conflitto di civiltà in corso. Il vecchio Kant si rivolterebbe nella tomba al pensiero che il suo sapere aude viene usato dai sedicenti neo-illuministi di Repubblica per riportare il nuovo al noto e per dare dignità di scienza all’adagio, vile e banale, che il diavolo non è così brutto come lo si dipinge!