archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Per Islam e Israele non vale la par condicio

LIBERAL BIMESTRALE
di Dino Cofrancesco
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

Torna al sommario
cop26_thAlla filosofia greca dobbiamo il nocciolo duro della saggezza dell’Occidente ma le dobbiamo pure un intellettualismo buonista che, nel tempo della decisione e dell’azione, fa rischiare la catastrofe. Mi riferisco all’invito a comprendere «le eventuali ragioni» degli avversari che sottintende spesso una sorta di impegno, se non di obbligo, al «dialogo» e all’«accordo». In realtà, capire gli altri è la divisa di chi vuol seguir «vertute e canoscenza», indipendentemente dalle scelte - di pace o di guerra - che intende fare. Come si fa a vincere il nemico, se non lo si conosce a fondo? Chi pensa che quanto più si sa di qualcuno tanto più si attenuano le disposizioni polemiche nei suoi confronti, dovrebbe riflettere che, nella vita quotidiana, capita non di rado che i rapporti tra individui e gruppi sociali durano proprio perché «non si vuol sapere». Sono considerazioni che vengono alla mente leggendo i «moniti all’Europa» di tanti intellettuali «moderati» a non demonizzare il fondamentalismo islamico, a rilevarne la complessità, la genesi, la natura, i valori che lo ispirano. Come non concordare? Sennonché davanti ad aspetti di quel mondo assolutamente incompatibili con la nostra etica, con i principi che stanno a fondamento del nostro modo di essere e di pensare, non sarebbe meglio semmai, per i difensori della «pace e del dialogo tra i popoli a tutti i costi», fingere di non vedere? Giacché, se è vero - come riconosce Miryam Mafai nella recensione critica del saggio di Fiamma Nirenstein, Gli antisemiti progressisti (Rizzoli), apparsa il 16 luglio u. s. su Repubblica - che «ancora oggi in molti Paesi arabi vengono regolarmente messi in onda serial televisivi che attestano la veridicità dei Protocolli dei Savi di Sion e del sacrificio rituale», quale altro dovere s’imporrebbe, nei confronti di uno Stato o di una setta religiosa che facesse propria tale cultura, se non la distruzione della mela marcia, con le armi o in altro modo?
L’escamotage della sinistra dialoghista è quello di porre sullo stesso piano, nel nome della par condicio (anche noi abbiamo scheletri nell’armadio!), la credenza nel sacrificio rituale, oggi esclusivamente islamica, e quella del 42% degli europei che sostiene che «gli ebrei hanno troppo potere nel mondo degli affari»! Tantum potuit la retorica buonista! Se fosse rimasta illuministicamente sul freddo piano della ragione e dei fatti, la Mafai si sarebbe accorta che, a prescindere dall’assoluta incomparabilità morale dei due pregiudizi, il secondo, almeno, ha un nucleo di verità storica ben noto a ogni lettore delle Interdizioni israelitiche di Carlo Cattaneo (che, per il suo saggio, ricevette un premio dalla comunità ebraica!) mentre il primo è solo espressione di mitologie regressive che ci si vergogna persino a confutare.
Si possono certo criticare l’intervento americano in Iraq, la politica di Sharon e quant’altro. Non è lecito, però, e per giunta appellandosi al dovere di conoscere, rifiutarsi di prendere atto della svolta dell’11 settembre e del conflitto di civiltà in corso. Il vecchio Kant si rivolterebbe nella tomba al pensiero che il suo sapere aude viene usato dai sedicenti neo-illuministi di Repubblica per riportare il nuovo al noto e per dare dignità di scienza all’adagio, vile e banale, che il diavolo non è così brutto come lo si dipinge!
 

web agency Done Communication