
È stupefacente il tono degli articoli e dei commenti pubblicati da alcuni giornali in occasione del quarantennale della scomparsa di Togliatti. Secondo Fassino, il leader del Pci realizzò una vera e propria rivoluzione copernicana nella storia del movimento comunista: infatti, quello che contava, per Togliatti, non era l’ideologia (marxista-leninista), bensì il radicamento del partito nella società, la sua capacità di aderire alle pieghe di tale società, di interpretarne problemi, difficoltà, aspirazioni ed esigenze, e di indicarne la soluzione. Quella di Togliatti sarebbe stata dunque, secondo Fassino, una visione interamente laica della politica, in cui la legittimazione era data dal consenso e non da un’ideologia imposta dall’alto. Il momento fondante di tale rivoluzione sarebbe da cercare nell’art. 2 dello statuto del Pci (voluto da Togliatti), in base al quale chiunque poteva iscriversi al partito, a prescindere dalle proprie convinzioni religiose e ideologiche, purché ne condividesse la politica. E su questa falsariga si sono mossi altri commentatori. Uniche «stecche» nel coro, un’efficace intervista del senatore Morando al Corriere della Sera e, sempre su questo quotidiano, un bell’articolo di Biagio de Giovanni, il quale, in polemica con Fassino, ha parlato di una «sconfitta storica» del partito di Togliatti, nonostante la sua capacità di diventare il più grande partito comunista occidentale.
Quali erano le motivazioni di questa «sconfitta storica», cioè dell’incapacità del Pci di conquistare la maggioranza dei consensi e di diventare partito di governo, assicurando l’alternanza al sistema politico italiano? Tali motivazioni si evincono con grande chiarezza dal libro di Aldo Agosti, Togliatti. Un uomo di frontiera, una biografia favorevole al leader comunista, ma accurata e onesta. Le pagine di Agosti illustrano molto bene la «doppiezza» togliattiana: da un lato Togliatti voleva il «partito nuovo» e la «democrazia progressiva», cioè un partito che rispettasse la Costituzione e il metodo democratico, e che fosse capace, attraverso un vasto tessuto di alleanze, di far passare una serie di riforme; ma dall’altro lato manteneva il partito in un culto delirante per l’Unione Sovietica e le «democrazie popolari» (che erano tirannie vergognose, imposte dalle armi sovietiche), e ravvisava in quei Paesi la «vera democrazia». La base del partito pensava così che il metodo democratico e le riforme fossero adattamenti puramente tattici in attesa del «gran giorno», cioè della trasformazione comunista della società (ora impedita dall’appartenenza dell’Italia al mondo occidentale). Né si può dire che la base comunista avesse torto, se è vero, come è vero, che nel 1956 Togliatti non solo si mostrò assai freddo verso la «destalinizzazione» avviata da Krusciov, ma in una celebre intervista dichiarò che l’Urss, nonostante alcune (sic) deviazioni e degenerazioni, restava una società infinitamente più democratica di qualsiasi società occidentale. Era qui la radice della conventio ad excludendum che colpiva inesorabilmente il Pci e che gli impediva di convincere la maggioranza degli italiani.
Aldo Agosti, Togliatti. Un uomo di frontiera, Utet Libreria, 638 pagine, 24 euro