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Meno Stato, meno tasse

LIBERAL BIMESTRALE
di Jacques Garello
La ricetta per governare la crescita
delle economie europee

Liberal n. 38 - dicembre 2006 gennaio 2007

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Oggi i tedeschi vivono un'esperienza dolorosa: la ripresa dell'economia del Paese, in crisi da cinque anni, viene arrestata da un nuovo aumento della spesa pubblica. Il governo di coalizione di Angela Merkel aveva percepito entrate fiscali insperate grazie a una ripresa delle attività economiche più vigorosa del previsto, ma ha trovato immediatamente il modo di spendere il contenuto del «salvadanaio», anziché diminuire la pressione fiscale e pagare il debito pubblico. Improvvisamente, quindi, la crescita ha fatto posto alla stagnazione. Francesi e italiani rischiano di incorrere nella stessa disavventura. In Francia, dopo i dati incoraggianti del primo semestre del 2006, nel terzo trimestre la crescita è stata quasi inesistente, la legge finanziaria attualmente in discussione in Parlamento prevede un livello d'imposizione fiscale talmente elevato che le previsioni per il 2007 si fanno ogni settimana più fosche, tanto più in quanto l'approssimarsi delle elezioni spinge il governo di Villepin a moltiplicare le promesse demagogiche e a inventare continuamente nuovi oneri fiscali per finanziarle. In Italia, si è parlato di una legge finanziaria «sociale» in riferimento a un esercizio di sapiente acrobazia finanziaria: il governo fa passare per rigore un deficit pari almeno al 2,8% del Pil (per dare l'impressione di rispettate il parametro europeo del 3%), ma ottenuto grazie a un aumento delle entrate di 33,5 miliardi di euro. Si contano 56 nuove imposte e il carattere progressivo delle imposte sui redditi è stato accentuato, con un'aliquota marginale (che va a colpire le fasce di reddito più alte) pari al 43%, dato che pone il contribuente italiano immediatamente «dopo» quello francese nella classifica fiscale. Colbert diceva: «Bisogna spennare l'oca evitando che questa starnazzi troppo». Ma i contribuenti tedeschi, francesi e italiani cominciano a «starnazzare» forte e, quelli che possono, delocalizzano nei «paradisi fiscali» quali Lussemburgo, Svizzera, Lichtenstein e ancor più agevolmente in Gran Bretagna, Olanda e diversi Paesi dell'Europa Centrale e dell'Est. L'evasione fiscale, temporaneamente arginata in Germania e Italia, è ripartita alla grande.

Eppure, questa dinamica non sembra preoccupare i governi interessati, che si limitano a fustigare la carenza di senso civico di alcuni contribuenti. Hanno la coscienza pulita, perché la loro gestione di bilancio è ai loro occhi legittimata da due motivazioni: una sociale: come dichiarato da Prodi «era necessario ridurre il divario tra ricchi e poveri, che è il più pronunciato d'Europa»; e una economica: le tasse consentono di ridurre il deficit, ma anche di finanziare la spesa pubblica, motore della crescita. In realtà, la validità della motivazione sociale dipende dalla pertinenza di quella economica. Perché è provato che le tasse, lungi dal favorire la crescita o ridurre il debito, sono fattori di stagnazione, distruggono la crescita e saranno soprattutto i più poveri a soffrirne, perché sono loro ad aspettarsi un miglioramento del potere d'acquisto e di vita dalla crescita economica. Senza crescita, non è possibile alcuna distribuzione. È per questo che è indispensabile andare oltre le impressioni derivanti dall'attuale congiuntura europea ed esaminare più approfonditamente, senza apriorismi politici, la questione dei nessi esistenti tra tasse e crescita economica.

La crescita endogena giustifica una maggiore imposizione fiscale?

Gli economisti nutrono un grande interesse per questa tematica, ma gli studi in materia hanno subito un profondo rinnovamento a seguito dell'affermarsi, una ventina di anni fa, della teoria della «crescita endogena». Tale teoria, formulata da Lucas e Barro, si allontana dalla visione neoclassica della crescita che la considerava un prodotto meccanico della quantità di lavoro e del capitale investiti in un'economia. Oggi si sostiene (e si rileva) che la crescita può avere un ritmo variabile, anche ove i fattori lavoro e capitale restino invariati. È che bisogna prendere in considerazione qualcos'altro e non ci vuole molto a capire di cosa si tratti: ciò che influenza la crescita è il capitale umano, vale a dire la qualità, il livello d'istruzione, la volontà di progresso degli uomini e, ancora, il capitale sociale, sotto forma di infrastrutture e progresso realizzati nel settore della ricerca scientifica e tecnica. Si può persino asserire che un Paese dotato di tali atout attiri automaticamente i capitali e la manodopera necessari alla crescita: la crescita si autoalimenta, si nutre dell'elevato livello di sviluppo degli uomini e delle infrastrutture del Paese in questione: è «endogena». Quale nesso esiste con il carico fiscale? Si può supporre che uomini e mezzi si formino e si sviluppino grazie alla spesa pubblica; lo Stato si occupa della scuola, delle università, di ricerca scientifica, delle infrastrutture di trasporto e dell'energia. I fondi pubblici ricadono come rugiada feconda su tutta l'economia e ciò giustifica i sacrifici chiesti ai contribuenti, i quali beneficeranno degli effetti positivi che ne deriveranno, quali un'attività più sostenuta, redditi più alti, ecc. Bisogna intendersi bene su questo punto: non tutti i teorici della crescita sono sostenitori della spesa pubblica, anzi. Ma i post-keynesiani, sempre alla ricerca di una giustificazione all'interevento statale, hanno preso al volo queste analisi per spronare i governi a ricorrere alla spesa pubblica. L'unico problema è che nessuno dei Paesi che hanno adottato tale politica ha ottenuto i risultati sperati in termini di crescita. A causa di qualche errore nel meccanismo, le tasse e il deficit di bilancio non hanno promosso la crescita bensì, al contrario, hanno dato luogo a stagnazione e disoccupazione.

Le correlazioni statistiche sono insindacabili

Negli ultimi quindici anni, si sono moltiplicate le ricerche empiriche sui nessi esistenti tra pressione fiscale e crescita. L'economista britannico Patrick Minford ne ha recentemente condotta una. Non vi sono dubbi: l'aumento della pressione fiscale rallenta la crescita. Questa conclusione generale può essere accompagnata da considerazioni di maggiore dettaglio: ad esempio, si è rilevato come l'effetto negativo sulla crescita sia maggiore in presenza di una tassazione progressiva, o di un livello di ricchezza inferiore. Emerge, quindi, chiaramente come la cosiddetta tesi «attivista», che attribuisce alle tasse un ruolo attivo positivo per la crescita, non sia affatto confermata dai dati empirici.

Altri risultati empirici rivestono particolare interesse:
1) L'aumento della pressione fiscale non ha mai dato luogo a una riduzione del debito pubblico: secondo alcuni economisti, è necessario aumentare il carico fiscale per poter rimborsare parte del debito o giungere a un equilibrio di bilancio che eviti il ricorso a nuovi prelievi. Gli studi condotti sempre dall'Iref&2 dimostrano come nessun Paese sia riuscito a ridurre il debito aumentando la pressione fiscale, anzi, come la maggior parte di essi abbia registrato un aumento del debito. Conosciamo la consistenza del debito pubblico in Italia (120% del Pil) e in Francia (70% apparentemente ma 120% in realtà), che va ben oltre la soglia (pur lassista) dei criteri di Maastricht (60% del Pil).
2) La spesa pubblica, che è all'origine dell'imposizione fiscale, ha registrato un picco nella maggior parte dei Paesi Ocse e ha registrato una tendenza alla diminuzione nella maggior parte dei Paesi. Al contrario, l'aumento dell'imposizione fiscale non comporta mai la riduzione o lo stabilizzarsi della spesa.

Si potrebbe immediatamente porre fine al processo di aumento delle tasse: non dà alcun risultato positivo, anzi, nuoce notevolmente. Eppure, una correlazione statistica, per quanto netta, non costituisce una spiegazione sufficiente. Bisogna analizzare il nesso logico tra aumento delle tasse e rallentamento o arresto della crescita.

La progressività scoraggia gli intraprendenti

L'entità dei danni causati da una fiscalità eccessiva dipende dalla struttura del sistema fiscale nazionale. Nei Paesi in cui le tasse vengono percepite all'atto dell'effettuazione di una transazione (sell tax, imposta sul valor aggiunto) tutti i contribuenti, indipendentemente dalla loro attività, vengono penalizzati allo stesso modo. Secondo alcuni, i redditi più bassi patirebbero addirittura maggiormente quello che, alla fine, equivale a un aumento dei prezzi al consumo e optano per una regressività di tali imposte. È una tesi senz'altro discutibile, ma quello che è certo è che al contrario, quando l'imposizione fiscale si fonda essenzialmente sul reddito e il patrimonio (o il capitale), il legislatore non ha potuto evitare di introdurre una buona dose di progressività. È politicamente corretto esentare i «poveri» e «far pagare i ricchi». È una mania particolarmente diffusa in Francia, ove già all'inizio del Diciannovesimo secolo, Tocqueville denunziava il grande vizio dei suoi compatrioti: l'invidia. L'egualitarismo ha compiuto progressi ovunque tranne in Francia e se ne fa spesso la caratteristica e l'obiettivo della «giustizia sociale» denunciata da Hayek. Non mancano i rilevamenti empirici da cui si evinca come i Paesi con l'aliquota marginale d'imposta più elevata siano anche quelli che registrano una minore crescita. Questo fenomeno è stato spiegato da Arthur Laffer e la sua famosa «curva» ha ispirato riforme fiscali nella maggior parte dei Paesi in cui si rileva una tendenza alla riduzione dell'aliquota marginale. È naturale, perché umano, che la gente non accetti di lavorare di più, di dare vita o sviluppare un'impresa e le attività economiche, di fare gli straordinari se il reddito aggiuntivo che ne deriva viene tassato con aliquote pari al 60 o l'80%, come è successo spesso. In Francia, attualmente, l'aliquota marginale d'imposta sui redditi è stata abbassata ma, a conti fatti, il contribuente deve corrispondere un'aliquota pari a poco più del 50% sulla parte di reddito rientrante nella fascia superiore - fascia raggiungibile abbastanza rapidamente. Sono pochi coloro i quali accettano di lavorare per poi lasciare la metà dei loro introiti al fisco. Se invece, al contrario, si autorizzasse il contribuente a tenere per sé il 75% dei redditi marginali (aliquota marginale del 25%, raggiunta attualmente da moltissimi Paesi), questi creerebbe ricchezza e posti di lavoro. Tale «effetto Laffer» viene purtroppo dimenticato dalla maggior parte degli adepti della ridistribuzione e della «giustizia sociale» quale questi la intendono. La penalizzazione fiscale subita da chi ha senso del lavoro, dell'iniziativa, è quindi distruttrice di capitale umano; impedisce al talento di estrinsecarsi, nuoce allo spirito imprenditoriale, dissuade da uno sforzo di adattamento, di formazione e qualificazione. Tutti gli «intraprendenti» (e non solo gli imprenditori), tutti coloro i quali vorrebbero fare di più, restano ai blocchi di partenza. I giovani sopportano a fatica tale situazione e preferiscono espatriare: la nazione perde così il capitale umano che ha contribuito a formare. La fuga dei cervelli è nociva quanto quella dei capitali.

Le tasse sprecano il risparmio

I capitali: parliamone comunque. Si sa che sono indispensabili alla crescita. Nella maggior parte dei Paesi in buone condizioni di salute, la crescita viene alimentata da milioni di piccole e medie imprese, altamente innovatrici, che raggiungono rapidamente livelli di produttività, successo commerciale ed economico notevoli. A volte vengono definite «gazzelle». Necessitano di un apporto finanziario rilevante nella fase di start-up e di sviluppo iniziale. Negli Stati Uniti e oggi nel Regno Unito, alcuni privati si sono associati per sostenerle nella loro avventura: si tratta di contribuenti noti con l'appellativo di business angel. Esistono forme evidentemente più classiche di mobilitazione del risparmio. I risparmiatori possono acquistare titoli azionari, oppure affidare i propri risparmi alle banche e agli altri investitori istituzionali. Inoltre, spesso il risparmio è associato alle assicurazioni, a polizze di copertura del rischio o piani pensione: negli ultimi anni, abbiamo assistito al moltiplicarsi dei fondi a capitalizzazione a causa dei crescenti timori legati ai sistemi pensionistici pubblici e obbligatori. Le imposte sono nemiche del risparmio. Si è persino parlato di «risparmio forzato», a indicare come lo Stato non lasci ai privati il compito di accumulare dei risparmi e gestirli, ma confischi tali proventi. In questo atteggiamento si riflette il pensiero di Malthus e Keynes, che vedevano nel risparmio un freno ai consumi e l'origine delle crisi, tanto che lo Stato renderebbe un servizio d'interesse generale raccogliendo questo risparmio per trasformarlo in spesa pubblica, in grado di rilanciare attività e occupazione. Così, nella maggior parte dei Paesi, tra cui Francia e Italia, il risparmio viene colpito dal fisco tre o quattro volte: nel momento della sua costituzione (perché il reddito accantonato è soggetto alle imposte sul reddito); quando viene collocato e produce interessi (imposta sui redditi da capitale, imposta sulle transazioni di borsa), quando aumenta il patrimonio (imposta sulle plusvalenze o imposta patrimoniale), in occasione dei trasferimenti (imposta sulle donazioni e imposta di successione).

Ma che fine fa questo risparmio nelle mani dello Stato? Alcuni asseriscono che lo Stato lo investa in infrastrutture e ricerca scientifica, investimenti che le imprese non sarebbero in grado di realizzare. È una pietosa bugia, perché le voci di bilancio (bilanci oggi per la maggior parte in deficit) che aumentano maggiormente sono quelle relative alle spese per l'organico statale e il servizio del debito pubblico, mentre gli investimenti pubblici sono sempre più esigui. Lo Stato non può più passare per colui il quale prepara il nostro avvenire a lungo termine (è mai riuscito in questo intento?): è piuttosto colui che cerca di far quadrare i conti di fine mese con ogni mezzo. Promette sempre più e, quindi, gli mancano sempre i mezzi! Contrariamente a quanto asseriscono i keynesiani, secondo i quali ogni euro speso avrebbe un effetto «moltiplicatore» e la spesa non ha grande rilevanza, Frédéric Bastiat aveva spiegato bene la differenza esistente tra «ciò che si vede» e «ciò che non si vede». «Quando un funzionario pubblico spende a proprio beneficio cento soldi in più, ciò implica che un contribuente spende cento soldi in meno per sé». Ma la spesa del funzionario si vede, perché viene effettuata, mentre quella del contribuente non si vede perché, ahimè, ne viene impedita l'effettuazione». Oggi questa realtà viene definita «effetto di evizione»: le tasse escludono il risparmio spontaneo. Ma la sostituzione della spesa pubblica al risparmio privato non è soltanto un'equivalenza aritmetica: è una diversa destinazione del denaro disponibile. Perché, se in mano ai privati, si può essere certi che il denaro venga usato secondo i desideri reali di colui che lo accantona, contribuendo così a soddisfarne i bisogni, sia in termini di consumo differito che d'investimento produttivo. Se in mano allo Stato, qualsiasi spesa viene giustificata in nome dell'interesse generale, che nessuno può misurare o definire con precisione; in realtà, si lascia spazio al totale arbitrio delle pubbliche amministrazioni. Certo, alcuni cittadini, a cominciare dagli impiegati pubblici, vedranno migliorare la propria situazione grazie alla spesa pubblica. Le imposte sono, d'altronde su base volontaria, uno strumento di trasferimento sociale dagli uni agli altri, dai semplici contribuenti agli agenti e ai clienti dello Stato (compresi, naturalmente, tutti i dipendenti delle aziende pubbliche e tutti i beneficiari di sovvenzioni e prestazioni sociali). È per questo che ci troviamo sempre dinanzi alla «tirannia dello status quo»: le riforme fiscali stentano a farsi strada. Ma un trasferimento non costituisce una fonte di ricchezza. Al contrario, spremendo chi crea il prodotto commerciale per finanziare chi vende beni pubblici a un prezzo di monopolio, si riduce la creazione di ricchezza e, poco a poco, gli «spremuti» non riusciranno più ad alimentare i «parassiti».

Le tasse distorcono il mercato

L'inconsapevolezza (volontaria o meno) dei sostenitori delle tasse deriva dalla loro ignoranza (vera o simulata) delle leggi del mercato. Il denaro non circola in maniera casuale nel corpo sociale, secondo l'arbitrio del principe. La fonte del denaro è rappresentata dalla creazione di ricchezza, vale a dire il soddisfacimento di bisogni espressi responsabilmente da consumatori liberi nelle loro scelte e nella gestione del loro bilancio. Il potere d'acquisto è quello percepito dagli individui in base al loro contributo alla suddetta creazione, che lo abbiano dato con il proprio lavoro, i propri risparmi o la propria imprenditorialità. Il sistema delle remunerazioni e dei prezzi evidenzia le priorità e indica la direzione che imprenditori, investitori e lavoratori devono seguire. L'imposta distorce notevolmente i prezzi, gonfiando artificialmente gli uni e riducendo altrettanto artificialmente gli altri. Tale alterazione dei prezzi è innanzitutto una conseguenza diretta delle imposte: alcuni prodotti vengono detassati, altri tassati eccessivamente, a seconda della politica attuata dal governo volta ad agevolare questa o quella categoria. Ma anche in base alla facilità di effettuazione dei prelievi: non v'è dubbio che le imposte sui carburanti siano facili da percepire, tanto più in quanto il governo dà a intendere che si limita ad applicare gli aumenti del prezzo del greggio (cosa palesemente non vera). In interi settori economici si hanno degli pseudo-prezzi a causa dell'impossibilità di concorrenza interna o internazionale. Trasporti pubblici, energia, settore ospedaliero, servizi di distribuzione idrica: potremmo pagarli il doppio o la metà, chissà? In assenza di un mercato aperto e libero, non vi sono prezzi reali.

Tra i prezzi più artificiali si possono annoverare quelli della produzione agricola. Che si tratti della Politica agricola comune attuata in Europa, o dei dazi e delle quote che hanno resistito alle pressioni liberoscambiste del Gatt e, oggi, dell'Omc (Organizzazione mondiale del commercio), tutti gli agricoltori del mondo, ma soprattutto quelli dei Paesi ricchi, vengono sovvenzionati, i prezzi dei prodotti agricoli vengono sostenuti e i mercati nazionali o «comunitari» protetti dalle quote. La conseguenza catastrofica di tali politiche è la rovina dei contadini, sia quelli dei Paesi ricchi - che, abituati alle sovvenzioni, non hanno saputo adeguarsi alla globalizzazione nonostante le protezioni - che quelli dei Paesi poveri (che non beneficiano delle stesse sovvenzioni e vedono chiudersi i mercati dei Paesi ricchi). L'esempio del settore agricolo dimostra come gli pseudo-prezzi non siano sempre direttamente legati alle imposte, ma anche alla spesa pubblica finanziata con le tasse. Ciò vale anche per le sovvenzioni concesse ad alcune imprese, regioni o zone. Queste comportano una riduzione artificiale dei prezzi e dispensano migliaia di persone dal doversi adeguare sostenendo in maniera durevole attività o regioni in declino. Sarebbe stato senz'altro meglio individuare le cause del declino e riconvertire quegli individui. Un giorno o l'altro, gli aiuti cesseranno e il crollo sarà ancora più netto, perché posticipato. Altri interventi non sono spiegabili, se non con considerazioni di carattere politico. Perché lo Stato francese incentiva la costruzione e l'acquisto di imbarcazioni da diporto alle Antille francesi? Perché sullo stesso panino c'è un'imposta del 5% o del 19,6% a seconda che venga consumato al banco di un bistro o sulla terrazza di un ristorante? Perché il cioccolato fondente viene favorito rispetto al cioccolato al latte? Sono apparenti misteri che, in realtà, inducono una sola certezza: i prezzi non hanno più alcun nesso con la legge della domanda e dell'offerta: è la legge del Parlamento che si sostituisce al mercato. In un mondo dominato dai due imperativi dell'informazione e dell'adeguamento, alterare il sistema dei prezzi tramite le imposte significa privarsi delle informazioni indispensabili a orientare imprenditori e consumatori. Significa accumulare eccedenze da un lato e carenza dall'altro. E poi lo Stato si presenterà a riparare i danni causati, dando luogo così a ulteriori distorsioni.

Troppe imposte significano un'eccessiva spesa pubblica,
cioè troppo Stato

Non v'è dubbio che il sovraccarico fiscale non possa essere riassorbito tramite semplici sgravi tributari. Sono convinto, come molti economisti, dei vantaggi derivanti dal sistema della flat tax così come istituito nei Paesi Baltici prima e poi in diversi Paesi dell'Europa centrale e orientale (quali Slovacchia, Russia, Polonia, Romania ecc.). La flat tax comporta tre ordini di vantaggi: elimina la progressività; elimina le distorsioni tra diversi tipi di attività e redditi; implica una semplificazione della gestione amministrativa per il contribuente e minori costi per il fisco. Va inoltre sottolineato come i Paesi che l'abbiano adottata abbiano registrato, in genere, una crescita superiore a quella dei Paesi limitrofi in situazioni comparabili. Eppure, i governi di quei Paesi fortunati hanno accettato di entrare in gioco e ridurre l'ammontare della spesa pubblica. Ed è questa scelta politica a essere decisiva. Quando, al contrario, un governo vuole continuare a spendere senza fare conti, non può interrompere il processo di aumento della pressione fiscale. Uno dei criteri rivelatori della volontà dei governi di stabilizzare o, addirittura, ridurre la pressione fiscale è costituito dal numero di impiegati pubblici. Da un lato, come già evidenziato, sono le spese relative agli organici a rappresentare la voce in maggiore espansione nella maggior parte dei bilanci in deficit. D'altro canto, il numero di impiegati pubblici è indice della presenza dello Stato nell'economia e nella società.

In Inghilterra, il successo delle privatizzazioni è stato accompagnato da una forte riduzione (pari a circa 2 milioni) del numero degli impiegati statali. Quando gli statali hanno compreso che stipendi e tutele sociali erano migliori nel settore privato, si sono volontariamente fatti avanti accettando di uscire dal pubblico impiego e diventare dipendenti privati. Invece, in Francia, i governi non riescono a privatizzare interamente il settore industriale e il numero di dipendenti pubblici resta praticamente invariato a causa del potere dei sindacati del pubblico impiego e della preferenza dei francesi per la sicurezza del posto di lavoro, una sicurezza senza dubbio illusoria a medio termine, sotto i ripetuti colpi di maglio di Bruxelles e della globalizzazione. Le privatizzazioni rappresentano il primo vero segnale di una volontà politica di ridurre lo Stato alle sue giuste dimensioni. Ma non costituiscono la sola evoluzione necessaria. Anche i trasferimenti sociali comportano spese enormi quanto inutili, perché non sono mai riusciti ad andare davvero in aiuto dei più bisognosi. I trasferimenti non hanno luogo tra ricchi e poveri, bensì tra la gente comune e i protetti dello Stato, la nomenklatura, i privilegiati e tutte le corporazioni che esercitano pressioni sui pubblici poteri per sottrarsi al diritto comune. Dobbiamo quindi rivedere radicalmente i meccanismi di solidarietà pubblica e smettere di fare delle imposte un ingiusto mezzo di penalizzazione della maggior parte dei contribuenti. «Lo Stato è quella grande finzione sociale attraverso cui ciascuno cerca di vivere alle spese degli altri», diceva Bastiat ben prima che la ridistribuzione raggiungesse i livelli odierni. Ridurre lo Stato significa restituire il proprio posto alla responsabilità personale, consentire a ognuno di esercitare il proprio diritto all'iniziativa economica e ad appropriarsi del frutto della propria attività; significa sostituire il potere e la normativa con la fiducia e il contratto. In via accessoria, significa ridurre le imposte e ritrovare la crescita economica.

(Traduzione di Valentina Maiolini)
  
Credo che Venezia, dove sono stato invitato a partecipare ai Colloqui organizzati dalla Fondazione liberal e che sempre in questa città si svolgono, sia il luogo ideale per ragionare su Israele. Da secoli è la porta d’ingresso dell’Oriente verso Occidente. Israele, in fondo, è una sorta di piccola Venezia, è un punto dell’Occidente in un mondo che non è ancora occidentalizzato, e che in Medio Oriente ha una sua reale esistenza. Ma occorre porsi una domanda: la condizione umana oggi è la stessa a Venezia e in Israele? Contrariamente a quanto molti ritengono, non credo che Israele e che il conflitto israelo-palestinese costituiscano un’eccezione nel mondo moderno. Come ha giustamente rilevato il mio amico Renzo Foa, Israele «è una democrazia assediata» e guardando a questa democrazia assediata si pensa all’Europa come a una sorta di democrazia non assediata: non credo che ciò corrisponda a verità, basta considerare il problema energetico, il ricatto sul petrolio che Putin ha già giocato contro l’Ucraina, la Georgia, e che molto presto riguarderà la Polonia e i Paesi Baltici e forse anche l’Unione europea (d’altro canto esiste già una grande alleanza di GasProm con il petrolio e il gas algerino, libico, dell’Uzbekistan). In breve, l’idea di una democrazia assediata non è così errata se si applica all’Unione europea. A questo si aggiunge la questione del Mediterraneo che negli anni Cinquanta un grande scrittore francese, Albert Camus, contrapponeva come luogo della gioia di vivere, del sole, della felicità e dell’armonia, all’Europa franco-russo-nichilista-terroristica, l’Europa come luogo del terrore, a partire da quello rivoluzionario francese fino ad arrivare al terrore leninista-rivoluzionario-nichilista. Oggi il Mediterraneo è un luogo in cui il terrorismo si rivela come rischio elevatissimo, anche se alcuni continuano a sognare un’Europa al di fuori della storia, trasformata in vacanza, come il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, secondo cui l’Europa è già fuori dalla storia, in anticipo su tutti i Paesi, soprattutto l’America, per la sua più che ragionevole volontà di evitare guerre, di non preoccuparsi della difesa nazionale e del rischio che comporta vivere in vacanza al di fuori dalla storia. Esiste dunque una grandissima inversione che rende il sogno mediterraneo di Camus il sogno europeo di oggi. Bisogna dunque convincersi che Israele non rappresenta un’eccezione, e che la condizione umana è la stessaa Venezia, a Gerusalemme e a Tel Aviv. Da sempre grandi uomini di Stato hanno pensato di trovare la soluzione definitiva ai problemi del Medio Oriente. Lo hanno fatto Carter e Clinton, lo fanno oggi due statisti, grandi nemici tra loro, ma entrambi sul punto di scomparire dalla scena mondiale: Blair e Chirac, che come ultimo atto della loro carriera vogliono pronunciare le parole dell’angelo della pace in Medio Oriente, come se il Medio Oriente fosse una bolla e fosse sufficiente essere molto saggi e fare la spola tra Gaza e Tel Aviv per risolvere tutti i problemi. Perché i problemi del Medio Oriente sono la chiave di volta dell’ordine mondiale. Il ministro degli Esteri italiano D’Alema ha parlato del contagio che deriva dal conflitto mediorientale che spiegherebbe il terrorismo universale. Attenzione, forse non siamo di fronte a qualcosa di così eccezionale, forse bisogna rinquadrare tutto in maniera diversa, forse è il caos del mondo che si manifesta nel conflitto tra palestinesi e israeliani, forse Israele è lo specchio, piuttosto che la causa, di tutto il male e di tutto il bene che esiste nel mondo.

I due anni di guerra condotta dalla Russia contro il piccolo popolo ceceno che conta meno di un milione di abitanti, hanno fatto più vittime che i cinquant’anni di conflitto tra Palestina e Israele. Ci sono state molte più vittime in Cecenia, e Grozny, la capitale, è stata due volte rasa al suolo, cosa mai più accaduta a opera di un esercito europeo dopo Varsavia. Nonostante questo, ci sono stati molti più dibattiti riguardo alla Palestina. E non perché i palestinesi sono musulmani, anche i ceceni lo sono, ma sicuramente perché vengono uccisi dagli israeliani, mentre i ceceni vengono uccisi dai russi. Si possono avere molte più vittime in Cecenia, e in maniera molto più cruenta, senza che la cosa rivesta molta importanza, perché non sono gli israeliani a uccidere i ceceni. Esiste una sproporzione legata all’idea che la fonte del contagio, il cuore del problema è costituito da Israele, quindi la fonte del contagio è il conflitto israelo-palestinese. Ma questo conflitto non spiega nulla, non spiega le vittime di Hamad, non spiega la guerra tra Iran e Iraq - che è una guerra anch’essa terribile per le popolazioni, tenuto conto delle vittime di quella del ‘14-’18 - non spiega il terrorismo algerino e islamico. Esiste l’idea di una sorta di zona magica in cui sarebbe sufficiente, per far regnare la pace mondiale, far sparire Israele: è un’idea mistica e folle. Tutto questo mi fa venire in mente quelle persone che un tempo prendevano delle bambole e le pungevano con aghi per agire a distanza su qualcuno a cui volevano male; abbiamo grandi uomini che dicono di voler risolvere il problema israelo-palestinese come se fossero in una bolla, e altri uomini che dicono di volerlo risolvere eliminando Israele. Tutte queste persone sembrano avere un comportamento magico, prendono una questione locale - malgrado tutto, di questo si tratta - per considerarla come la fonte di tutti i mali e la chiave dell’ordine mondiale. Occorre accettare l’idea che Israele non è la fonte di tutti i mali o del bene universale, ma che è semplicemente uno specchio del disordine mondiale.

Ma, andando al cuore della questione, cosa significa la condizione umana oggi? Questa non vuole essere una domanda filosofica… La sfida di Ahmadinejad e del governo iraniano che desidera dotarsi dell’arma nucleare e che dice di voler cancellare Israele dalla carta geografica, va presa sul serio oppure è solo una provocazione? Gli israeliani che prendono queste dichiarazioni seriamente sono ossessionati dalla Shoa e dal genocidio, quindi hanno ragione di ritenere che esista un grande pericolo in queste parole. La seconda domanda da porsi è: se viene soppresso Israele, l’ordine del mondo sarà migliore? Avremo la pace in quel caso? Si possono immaginare altre forme di soppressione di Israele, si potrebbero far emigrare tutti gli israeliani in Europa, ad esempio, che fu così accogliente con loro. Uno scrittore ebreo di New York ha riflettuto ironicamente su questo punto in un suo libro, affermando: «Sì, è la diaspora, quindi lasciamo Israele». Ma è una questione molto seria quella che si pone nei corridoi del ministero degli Esteri francese: in fondo il regno cristiano di Gerusalemme è esistito per un secolo e poi è scomparso. Israele esiste già da cinquant’anni, dobbiamo soltanto aspettare perché questo cancro in Medio Oriente, che è causa di ogni male, scompaia allo stesso modo. Dunque, bisogna prendere Ahmadinejad seriamente per quanto riguarda Israele e anche per quanto riguarda l’Europa? Perché in effetti i missili dell’Iran hanno una portata che può probabilmente arrivare a Venezia, in Europa. D’altro canto questi missili vengono forniti dal mercato internazionale, particolarmente dai compagni russi, e sicuramente possono subire anche miglioramenti tecnici. La mia risposta è sì, dobbiamo prendere seriamente tutto questo.

E motivo questa mia risposta attraverso voci che oggi sono scomparse. La prima viene da una dichiarazione resa nel ’68 da un amico di Papa Paolo VI, il filosofo francese Jean Guitton, che era piuttosto orientato a destra ed era naturalmente cattolico: «Ormai la metafisica e la morale - disse Guitton - non sono più relegate nella coscienza privata, non dipendono più dalle religioni. La filosofia e la morale lasciano il segreto delle coscienze e degli oratori, s’iscrivono nell’esperienza, nella politica, nei problemi internazionali, nei problemi strategici». Guitton dice una cosa davvero sorprendente: l’assoluto è disceso sulla terra. Quando è un cattolico a dirlo, in generale allude al Cristo. Ebbene, è disceso sulla terra tramite il terrore, l’evidenza sostituisce la fede, il ragionevole è esigibile. «Pericolo di morte»: queste parole sono scritte in maniera invisibile ovunque. La situazione è cambiata da allora, oppure viviamo sempre sull’orlo dell’abisso come è stato detto per cinquant’anni a proposito della politica della dissuasione, della deterrenza? Un altro filosofo, Jean-Paul Sartre, nell’ottobre del ’45, cioè due mesi prima di Hiroshima e sei mesi dopo l’apertura dei campi della morte di Auschwitz, scriveva alludendo alla comunità umana, che la comunità che è diventata guardiana della bomba atomica è al di sopra del regno naturale, perché è responsabile della propria vita e della propria morte, quindi ogni giorno e in ogni istante dovrà permettere di vivere. C’è chi considera Ahmadinejad, soltanto un folle. È sbagliato. La bomba atomica non era, all’epoca di Hiroshima, a disposizione del primo alienato venuto. Questo folle dovrebbe poprio essere un altro Hitler, un nuovo führer: di questo secondo führer, come del primo, saremmo tutti responsabili. Nel momento in cui è finita la seconda guerra mondiale, il cerchio si è chiuso in ognuno di noi, l’umanità ha scoperto la propria possibile morte e si è assunta la responsabilità della propria vita e della propria morte.

Tutto ciò è finito? Questa vita sull’orlo del baratro appartiene al passato oppure oggi è ancora più presente perché l’abisso si è ampliato? Abbiamo pensato che fosse finita insieme alla guerra fredda, con la scomparsa dei due blocchi, con il superamento delle grandi guerre e con la supremazia della razionalità. È stato Fukuyama a sostenerlo. Ma almeno da dieci anni abbiamo capito che non è vero che tutto è finito, lo hanno capito tutti quelli che non avrebbero voluto vedere un genocidio in Ruanda, il ritorno della guerra, il crollo delle Torri a Manhattan. Ma molti europei continuano appunto a non voler vedere. Il nuovo paradigma è sempre il terrore, la politica sull’orlo del precipizio. Ma le caratteristiche intrinseche del terrore sono cambiate: siamo passati dal terrore nucleare a quello del terrorismo, un terrorismo universale. Quello che non cambia è il fatto che viviamo in un’epoca tragica; anzi si potrebbe perfino dire che il Ventesimo secolo, in paragone, è stato un’epoca più felice perché i due pericoli ai quali alludono Guitton e Sartre - Auschwitz e Hiroshima - erano separati. Chi aveva le capacità di causare Hiroshima non aveva il fanatismo di chi che ha creato Auschwitz. Persino Stalin, quando ha avuto la bomba atomica, è stato frenato dalla seconda guerra mondiale, perché era troppo preoccupato della sua possibile sconfitta nel ’42 per ricominciare una guerra come se nulla fosse. Quando Mao Tse Tung chiarì che sarebbe stato sufficiente lanciare una bomba atomica ovunque perché almeno un terzo dei cinesi morissero grazie alla deterrenza, ma che i due terzi sopravvissuti avrebbero governato il mondo, ebbene a quel punto l’alleanza sovietica con Mao Tse Tung fu subito rotta. Nel Ventesimo secolo sono esistiti due tabù che hanno garantito la pace per cinquant’anni: Auschwitz e Hiroshima, e l’utilizzo della bomba atomica a fini di deterrenza è stato pensato per evitare Hiroshima, ritenendo che tutto la frenesia, la ferocia, la brutalità dell’uomo rivelata da Auschwitz costituiva un pericolo permanente. Gli esperti atomisti che redigevano la newsletter degli scienziati atomici avevano un orologio con la lancetta piccola sempre su mezzanotte mentre la lancetta più lunga si avvicinava o si allontanava rispetto alla mezzanotte atomica; in altre parole, la sopravvivenza dell’umanità era un conto alla rovescia e i due blocchi si mettevano d’accordo per evitare che la lancetta lunga arrivasse su quella corta.

Oggi siamo di fronte a un cambiamento: siamo passati dall’era della deterrenza nucleare all’era del terrorismo generale, dal terrorismo limitato a quello allargato. Proverò a descrivere questo paradigma in quattro punti. Il primo: vi sono ovunque, oggi, persone capaci di un fanatismo stile Auschwitz. Immaginate Mohamed Atta che lancia il suo aereo contro le Torri di Manhattan e immaginate che il suo sguardo incroci lo sguardo di una giovane donna che si occupa per esempio della pulizia delle toilette nelle torri di Manhattan. La donna si chiede: «Perché? Perché noi? Perché io?». Cosa potrebbe rispondere Atta? Certo, non ha nulla da dire, ma cosa potrebbe rispondere? La stessa cosa delle SS interrogate da Primo Levi in un lager. «Perché?», chiese Primo Levi? Un SS risponde: «Qui non c’è alcun perché». Credo che Atta avrebbe dato la stessa risposta. Nel terrorismo odierno c’è qualcosa che lascia aperte le porte di Auschwitz. Non sono del parere che questo terrorismo dipenda solo dal fanatismo religioso. Piuttosto da quella forma di nichilismo, del «prendere quello che vuoi», senza riguardi per nessuno, che accomuna i bambini africani - che non sono islamici ma che hanno in mano a tredici anni dei kalashnikov - allo spirito dell’armata russa in Cecenia. Get what you want!, prendi quello che vuoi, diceva una scritta su un braccialetto da polso di un soldato russo che ho incontrato in Cecenia, riferendosi a canzone dei Rolling Stones. Che però diceva: you can’t get what you want, non puoi prendere ciò che vuoi. Il terrorismo esercitato in Africa, in Cecenia, dai terroristi islamici, dal narco-marxismo dell’America Latina, è oggi un fenomeno universale. Alla fine della politica della guerra fredda, alla fine dei due blocchi, non è corrisposta la scomparsa dei guerrieri. La guerra fredda era fredda per noi ma era calda per tutto il pianeta: non vi sono mai state tante rivoluzioni, controrivoluzioni, dittature, sovvertimenti di regime quante ce ne sono state in quell’epoca. E i guerrieri sono sempre qui.

Secondo punto di questo nuovo paradigma è l’incontro tra la potenza nucleare di Hiroshima e la capacità di Auschwitz. Ahmadinejad ne è un esempio evidente perché dice che Auschwitz è una religione della Shoa, è una menzogna, un mito. E in fondo l’arma nucleare è un’arma come le altre, tutto dipende a quale fine la si utilizzi. Ahmadinejad immagina una guerra santa, una jihad nuclearizzata. Fine dunque del tabù di Hiroshima, fine del tabù di Auschwitz e incontro tra la capacità di Hiroshima e il fanatismo di Auschwitz. Un incontro generale. A Manhattan sono crollate le Torri gemelle ma se i terroristi fossero riusciti ad attaccare una centrale nucleare avremo avuto una Chernobyl deliberata. La capacità di Hiroshima e di Auschwitz si coniugano oggi anche se non si possiede la bomba atomica, a maggior ragione quando la si ha. Ciò non significa che Ahmadinejad la userebbe immediatamente, senza pensarci, ma se si autorizza l’Iran ad armare Hezbollah questo potrebbe creare disastri. Terzo punto: l’eliminazione del tabù di Hiroshima e di Auschwitz non riguarda soltanto gli Stati canaglia e i gruppi criminali. Putin ha dichiarato che la cosa più negativa per la Russia nel Ventesimo secolo è stato il dissolvimento nel ’91 dell’Unione Sovietica. Non la seconda guerra mondiale, non i campi di morte di Hitler, devastanti per l’intera Europa. Ciò significa che oggi esistono dei leader che non sono più ossessionati dai tabù di Auschwitz e di Hiroshima, che appartengono a un’altra generazione e che trafficano con l’Iran o con la Corea del Nord, in armi, razzi, missili, materiale nucleare. Dunque, non solo Stati canaglia e gruppi criminali, ma anche sponsor che giocano con il fuoco lasciando ad altri il compito di accendere la miccia. Penso che vi siano molti di questi Stati e la Cina e la Russia non è che siano molto rassicuranti. Dopo tutto la Corea del Nord e l’Iran non hanno trovato protettori, che pure esistono e sono sponsor attivi. Quarto punto: non c’è una internazionale del terrore, ma un mercato universale del terrore sì. La Corea del Nord ha traffici con l’Iran che a sua volta ha traffici con la Russia e con il Pakistan. Tra sunniti e sciiti, tra marxisti stalinisti e religiosi islamisti - come in passato tra il colonnello argentino e i generali brasiliani - vi è una sorta di commercio universale del male. Viviamo attualmente in un mondo dove non si vuole più costruire ma dove coloro che vogliono distruggere pensano a prendere tutto in mano. Confrontiamo Krushev e Putin: Krushev credeva ancora di poter raggiungere e superare gli Stati Uniti, lo aveva affermato; Putin sa che, se tutto va bene in Russia, riuscirà a raggiungere il Portogallo solo tra una quindicina d’anni, ma la sua potenza non deriva dalla capacità di costruire, bensì dalla capacità di distruggere, di nuocere e di trafficare con il ricatto del petrolio, con il mercato delle armi a capacità termonucleare. Questo modo di affermarsi è preoccupante non per l’ordine del mondo ma per il mantenimento del suo disordine.

Concludendo, la situazione di Israele e la situazione dell’Europa non sono diverse. Viviamo su un pianeta in cui la capacità di nuocere è condivisa universalmente da individui che non hanno più quei tabù che garantivano la deterrenza e che l’hanno garantita per cinquant’anni. Si crede che la deterrenza sia automatica, che se Ahmadinejad ha la bomba atomica non è poi così grave perché l’Iran in quel caso sarebbe soltanto un’altra delle grandi potenze nucleari contro la quale potrà essere esercitata la deterrenza. Ma la deterrenza non ha mai portato un equilibrio automatico, ci sono stati periodi di squilibrio, di guerre, di crisi che sono arrivate molto vicine all’esplosione, come quella di Cuba. Bisogna perciò che vi siano dei freni e che ritornino dei tabù un tempo costituiti da Hiroshima e Auschwitz, altrimenti deterrenza ed equilibrio diventano sempre più fragili. È per questo che il tentativo di accedere alle armi nucleari da parte dell’Iran è molto pericoloso. Questo significa che ci troviamo in una situazione disperata? Niente affatto. La pace è qualcosa che non si ottiene chiudendo gli occhi, bensì la si ottiene aprendoli bene. I rischi che ho analizzato, il nuovo paradigma del terrore generalizzato, è sotto gli occhi di tutti, basta solo volerlo vedere. La guerra in Libano, per esempio, non è una guerra tra due blocchi - il blocco dell’islam e il blocco occidentale. All’inizio di questa guerra abbiamo avuto la sorpresa di vedere diversi Paesi che non sono democrazie, come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, schierarsi contro Hezbollah. Esiste perciò una scissione all’interno di quello che stupidamente viene chiamato l’islam senza cognizione di causa. Ci sono musulmani che capiscono che le prime vittime del terrorismo islamista sono proprio i civili musulmani. Ad esempio in Iraq, ogni mese, il numero di vittime civili, appunto vittime del terrorismo, supera il numero totale di vittime dell’esercito americano dall’inizio della guerra, che si aggira intorno alle tremila. Non si tratta affatto di una situazione simile a quella del Vietnam, ma piuttosto di una situazione simile a quella somala. In Somalia infatti a morire sono i civili somali per mano di guerriglieri somali, e questo avviene da quindici anni. Esiste quindi la possibilità di trovare alleati per la pace nel mondo che chiamiamo musulmano. Non è sufficiente definirsi umanisti, l’umanesimo attualmente sembra essere schierato dalla parte dei pacifisti che hanno manifestato a Roma, che affermano di essere contrari alla forza e a favore di quei buoni sentimenti umanistici secondo cui si dovrebbe abbandonare l’Iraq e disinteressarsi di Israele. Al contrario, bisogna recuperare l’idea umanista della difesa delle popolazioni civili, bisogna essere in grado di sostenere i civili ceceni e i civili del Darfur che vengono sterminati dai terroristi sotto bandiere diverse, a volte islamiste, a volte razziste o nazionaliste. È questo il vero problema, la reale sfida da affrontare: sapere da che parte sta la giustizia. Il futuro dell’umanità si gioca proprio su questo punto e, nel mondo musulmano, si gioca con le donne, quelle donne che non vogliono che i loro figli diventino dei terroristi o che desiderano, come molte donne in Iran e Algeria, resistere al terrorismo dando prova di eroismo, un eroismo rarissimamente osservato nella storia dell’umanità. Ebbene, bisogna essere accanto a quelli che lottano per la libertà e contro quelli che opprimono con qualsiasi mezzo. C’è una fortissima forza di oppressione nel mondo ma ci sono anche moltissime persone che si rivoltano contro questa forza, che non desiderano che i loro figli vengano armati a tredici anni, che vogliono invece che vadano a scuola, anche quando abitano in bidonville. È al fianco di queste persone che conquisteremo la pace. È per questo che il problema della condizione umana nel nostro pianeta è proprio lo stesso ovunque, non è diverso a Tel Aviv, a Gerusalemme e a Venezia.
 

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