
Eminenza, Autorità, Colleghi, Signore e Signori,la motivazione di un premio di filosofia è sempre un problema intricato. Contrariamente a quanto accade per qualsiasi altra scienza, in filosofia non si premia infatti un «risultato», una «scoperta», un’«invenzione», bensì un discorso nella sua interezza, un modo di atteggiarsi nei confronti della totalità del reale. Al limite sarebbe forse più corretto dire che premiamo un uomo, il filosofo, appunto, al quale siamo grati per averci saputo guidare e intrattenere nei pressi della verità, illuminandoci su di essa; premiamo la meraviglia, la passione, la gioia per la verità, ma anche la trepidazione e il timore di mancarla o di non riuscire a comunicarla in modo convincente. Ecco, in estrema sintesi, il senso che vogliamo dare a questo premio; un senso che contrasta invero con la diffidenza nei confronti della verità che sembra caratterizzare gran parte della cultura filosofica odierna, ma che si sposa perfettamente con le parole che il premiato di quest’anno, il Cardinale Joseph Ratzinger, ha scelto come suo motto episcopale: «collaboratore della verità».Sappiamo tutti a quale verità alludono queste parole della terza lettera di Giovanni e quanto questa verità ecceda le verità della filosofia e i «premi» degli uomini. Eppure sentiamo che si tratta di un’eccedenza benefica, incoraggiante, produttiva; un’eccedenza che, ben lungi dall’umiliare la ragione umana, la rende ancora più forte e più libera. Il Cardinale Ratzinger ce lo ha ricordato di recente in modo assai efficace: «Il cristianesimo ha la pretesa di dirci qualcosa su Dio, sul mondo e su noi stessi - e certo qualcosa di vero, qualcosa che ci illumina. Sono giunto perciò alla conclusione che in un’epoca di crisi, in cui siamo sommersi dal flusso delle verità scientifiche e in cui però le questioni umane fondamentali sono ricacciate nel soggettivo, abbiamo nuovamente bisogno di metterci alla ricerca della verità, abbiamo nuovamente bisogno del coraggio della verità. Da questo punto di vista queste parole antiche, che mi sono scelto come motto, definiscono aspetti della funzione di un sacerdote e teologo che deve cercare, in tutta umiltà, con piena coscienza della propria fallibilità, di diventare collaboratore della verità» (Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio, p. 238).
«Abbiamo nuovamente bisogno del coraggio della verità»: ecco un punto sul quale vorrei richiamare l’attenzione. Per certi versi può essere triste e deprimente sapere che per affermare la verità, per dire, aristotelicamente, come le cose stanno, quindi ciò che è evidente, ci vuole coraggio. Ma senza questo coraggio, possiamo starne certi, non riusciremo ad arginare quella sorta di grande tragedia metafisica che si sta consumando da diverso tempo nella cultura occidentale e che ha il suo effetto più devastante nella sistematica distruzione della realtà. La retorica dei «giochi linguistici», tutti ugualmente validi e tutti ugualmente possibili, il pensiero debole nelle sue innumerevoli varianti hanno distrutto sia la verità che la realtà. Le cose che ci circondano hanno perduto ogni loro stabilità; stanno in un modo, ma, come direbbe Niklas Luhmann, potrebbero stare benissimo anche diversamente; lo stesso possiamo dire dei nostri discorsi; sembra che non ci sia più alcun criterio che ci consenta di distinguere quelli veri da quelli falsi; sono semplicemente «prospettici», «mobili». Quanto a noi stessi, privi come siamo di qualsiasi punto fermo e sempre più frastornati da questa scivolosa inafferrabilità di tutto ciò che ci circonda, incominciamo a sentirci davvero «uno, nessuno e centomila». Ma forse proprio per questo incominciamo anche a renderci conto di quali siano i costi tremendi del mondo che abbiamo costruito e di quanto sia importante per l’uomo che si possa discernere tra il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, la realtà e la fantasia.
«Teeteto al quale ora sto parlando vola»: in questo modo lo Straniero del Sofista platonico cerca di difendersi dalle argomentazioni sofistiche. Nel momento in cui si sente messo alle corde in ordine alla possibilità di distinguere il vero dal falso, lo Straniero se ne esce con un’affermazione palesemente assurda proprio per costringere il sofista a riconoscere la realtà. Se non posso affermare che «Teeteto vola», allora vuol dire che c’è un limite, un criterio dei nostri discorsi che non dipende totalmente da noi, bensì dalle cose stesse, le quali, a loro volta, proprio per questo si sottraggono alla nostra totale disponibilità. Sappiamo che gli scolastici amavano sintetizzare tutto questo in un’espressione semplice e straordinaria: aliquid est. C’è qualcosa; qualcosa che non dipende totalmente da noi e senza cui la filosofia non potrebbe nemmeno incominciare, poiché verrebbero meno le ragioni sia per «meravigliarsi» di ciò che abbiamo intorno, sia per l’«umiltà» che è sempre necessaria quando ci si mette alla ricerca della verità.
Già, la meraviglia. A furia di sospettare di tutto, si direbbe purtroppo che non riusciamo più a meravigliarci di niente. Dio, l’uomo, la bellezza, il dolore, la morte: tutto abbiamo esorcizzato in una sorta di rimozione generale. Ma, come dice il Cardinale Ratzinger, «quando non si parlerà più di Dio e dell’uomo, del peccato e della grazia, della morte e della vita eterna, allora tutte le grida e tutto il rumore che ci saranno risulteranno solo un vano tentativo di ingannarsi rispetto all’ammutolirsi di ciò che è realmente umano» (Fede, verità e cultura, p. 29). Ecco perché abbiamo tanto bisogno del coraggio della verità. Al Cardinale Joseph Ratzinger non è certo mancato questo coraggio. Nella veste di uomo di pensiero, di studioso, di professore universitario, e in quella di Vescovo della Chiesa, nonché Prefetto di uno dei suoi dicasteri più importanti e impegnativi - la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede - egli ci ha ricordato incessantemente che «non è mai anacronistica la fiducia di cercare e di trovare la verità» (Fede, verità e cultura, p. 13). E noi siamo qui a manifestargli per questo ammirazione e gratitudine. Se la nostra cultura non si è ancora arresa del tutto al nichilismo che a tutti i livelli la pervade, lo dobbiamo certo anche alla sua opera di «collaboratore della verità».
Oggi la Fondazione liberal conferisce a Sua Eminenza il «Premio Trieste 2002» all’interno di un convegno che ha per tema Parigi e/o Filadelfia. Le due vie della libertà. Non poteva esserci occasione migliore, se è vero che proprio su questo tema, il tema della libertà politica, si gioca oggi il senso stesso della cultura liberaldemocratica dell’Occidente, e se è vero che proprio il Cardinale Ratzinger ha saputo offrirci in proposito un insegnamento prezioso. Mi vengono in mente a questo proposito le sue innumerevoli prese di posizione in articoli, libri, interviste e almeno tre documenti, prodotti negli anni Ottanta dal suo Dicastero, sui quali forse non rifletteremo mai abbastanza: la Libertatis Nuntius (1984), la Libertatis Conscientia (1986) e la Donum Vitae (1987). In un contesto in cui la libertà sembra essere ridotta ormai alla semplice libertà di fare «ciò che ci piace», l’opera del Cardinale Ratzinger, in perfetta sintonia con la grande missione della Chiesa cattolica e del suo Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, è un continuo richiamo alla libertà di fare «ciò che dobbiamo», ciò che è bene per noi e per gli altri, in una parola: è un continuo richiamo a non perdere di vista la verità. «La libertà - come si legge al n° 26 di LC - non è libertà di fare qualsiasi cosa: è libertà per il bene, nel quale risiede la felicità. Il bene è quindi il suo scopo. Di conseguenza l’uomo diventa libero nella misura in cui accede alla conoscenza del vero, e questa conoscenza - e non altre forme quali che siano - guida la sua volontà. La liberazione in vista della conoscenza della verità, che sola diriga la volontà, è condizione necessaria per una libertà degna di questo nome».
Quanto poi alla concreta articolazione politica del nesso in cui si trovano libertà e verità, mi pare che vada riconosciuto al Cardinale Ratzinger il merito di aver richiamato con insistenza la necessità di valorizzare le cosiddette procedure democratiche, senza mai dimenticare i presupposti sui quali tali procedure si fondano: l’inviolabile dignità di ogni uomo e dei suoi naturali diritti. Contrariamente a quanto ci dice la vulgata politica corrente, tali presupposti si sottraggono alla logica della maggioranza e della minoranza; con buona pace di Parigi, si tratta di presupposti che non sottostanno alla disposizione degli individui, né a quella dello Stato; piuttosto, come ben sapevano a Filadelfia, dipendono dal «Creatore», il quale, garantendo questo spazio di non disponibilità, garantisce anche la «non autarchia» ossia la liberalità dello Stato.
Oggi siamo tutti più meno d’accordo sul fatto che una democrazia liberale per funzionare ha bisogno che vi siano determinate regole, determinate procedure, e che esse vengano rispettate. Siamo altresì d’accordo nel riconoscere il principio di maggioranza come la «regola aurea» di ogni democrazia. Dimentichiamo spesso tuttavia che ci sono questioni, poniamo, la salvaguardia della vita e della dignità umana, che è assai pericoloso sottoporre al verdetto delle maggioranze; in questo modo, infatti, si corre il rischio di invischiare di nuovo la politica in questioni «ultime» che potrebbero risultare devastanti sia per la cultura politica che per l’assetto istituzionale di una liberaldemocrazia. Come ci ha ricordato di recente il Cardinale Ratzinger, «ci possono anche essere maggioranze malate, e il secolo scorso lo ha dimostrato. Ci può essere una maggioranza che decide che una parte della popolazione deve essere sterminata perché ostacola il godimento delle proprie libertà. Oppure che un popolo confinante deve essere combattuto perché limita il proprio spazio vitale. Ci sono norme che nessuna maggioranza può abrogare. Allora è davvero necessario porre la domanda: quali sono i beni che nessuno può distruggere senza distruggere l’essere umano e in tal modo anche la libertà? La domanda sull’incondizionatamente buono e sull’incondizionatamente malvagio non può essere elusa, se ci deve essere un ordinamento della libertà che sia degno dell’uomo» (Le religioni mondiali e la domanda sulla verità, in «Annuario di Filosofia 2002, Il Monoteismo», p. 24).
Nella particolare fase storica che stiamo attraversando, dove tutto sembra riconducibile a valore di scambio e quindi contrattabile, mi pare che questa insistenza su qualcosa che vale «inconzionatamente» rappresenti un contributo straordinario che il pensiero cattolico offre alla riflessione politica dell’Occidente e alle sue concrete attuazioni storiche. Il Cardinale Ratzinger ci rammenta che la regola aurea della nostra democrazia non rappresenta un surrogato della verità, un modo per arrangiarsi alla meno peggio in un mondo in cui non c’è più alcuna verità, né qualcosa che valga in modo incondizionato, ma rappresenta invece un metodo per essere il più fedeli possibile all’incommensurabile dignità dell’uomo e alla sua libertà. In altre parole, si potrebbe anche dire che non può esserci vita civile in senso liberaldemocratico, se la verità, come in parte è avvenuto in passato, diventa una sorta di gabbia d’acciaio per la libertà, ma non può esserci nemmeno se la libertà, come accade oggi, diventa del tutto indifferente o addirittura antitetica nei riguardi della verità. Libertà e verità debbono camminare insieme se vogliamo costruire una comunità civile degna del nome.
Il rapporto tra Chiesa e Stato o tra religione e politica si pone in fondo a questo livello di riflessione. Ascolteremo tra poco la parola di Sua Eminenza proprio in ordine al ruolo che la religione ha giocato, gioca e magari si vorrebbe che non giocasse più nella costruzione dell’identità dell’Europa e in quella che dovrà essere la sua Costituzione. Per quanto mi riguarda, a proposito del rapporto tra religione e politica, vorrei limitarmi a un’osservazione che, se non proprio nella lettera, certamente è nello spirito dell’insegnamento del Cardinale Ratzinger.
Come hanno mostrato i classici della sociologia e del pensiero politico, a cominciare da Max Weber, le radici della differenziazione, quindi dell’autonomia, di religione e politica, così come la conosciamo in Occidente, vanno cercate in primo luogo nel cristianesimo, il quale, come tutti sappiamo, pur esortando gli uomini a diventare «perfetti» come il Padre che è nei cieli, quindi a pensare a Lui, qualunque cosa essi facciano, secondo le parole dell’apostolo Paolo, esorta anche fin dall’inizio a non confondere le cose di Dio con quelle di Cesare. Su queste basi, poco a poco e anche a prezzo di molto sangue, il cristianesimo ha reso possibile in Occidente quel fortunato e difficile equilibrio, tale per cui la politica sa riconoscere i suoi limiti, poiché sa che da questo riconoscimento dipende in ultimo il suo carattere di politica liberale e democratica, e la religione sa trattenersi dal perseguire scopi direttamente politici, poiché sa che anche la sua eventuale efficacia «civile» dipende in primo luogo dalla sua vitalità in quanto religione, diciamo pure dalla sua capacità di tenere gli occhi fissi sulla croce di Gesù Cristo.
Oggi tendiamo a interpretare questa differenziazione di religione e politica nei termini di una sempre più radicale estraniazione; dimentichiamo tuttavia che, per quanto il moderno Stato liberale di diritto non abbia più bisogno della legittimazione religiosa, che era tipica delle monarchie assolutistiche, è pur vero che il giusto funzionamento delle sue istituzioni, nonché la consapevolezza dei suoi «limiti» hanno bisogno di una cultura politica e di una coscienza morale, difficili da mantenere o da rafforzare se vengono persi di vista i suoi presupposti religiosi, diciamo pure il senso di qualcosa che vale «incondizionatamente».
Parigi e/o Filadelfia. Le due vie della libertà: questo il titolo del convegno che ci vede impegnati in questi giorni. A me pare, e concludo, che tra i grandi meriti del Cardinale Ratzinger ci sia quello di esortarci tutti a non dimenticare Roma, anzi, a «imparare Roma», come ebbe a dire in uno dei suoi discorsi Giovanni Paolo II. In fondo mi pare che la città dove si trova la Cattedra di Pietro, il centro della cattolicità, quindi dell’universalità, simbolizzi bene la luce di cui il nostro tempo ha bisogno per illuminare e sostenere quella libertà che tanto ci è cara. Grazie Eminenza per il suo insegnamento, grazie per quanto ha fatto e fa per la Chiesa e per il mondo e grazie per essere qui a ricevere un premio che speriamo le faccia piacere. Di certo per la Fondazione liberal è un grande onore concederglielo.