
La cosa interessante dal mio punto di vista di filosofo e non di storico è rintracciare, anche dentro realtà storiche miste, le cose essenziali evitando che un’analisi eccessiva o troppo raffinata ci distolga dal cogliere le differenze forti. È vero, per esempio, come ha notato Gianfranco Pasquino, che il capitalismo americano è un capitalismo regolamentato e che lo Stato americano dopo Roosevelt è uno Stato che ha forti elementi di Welfare; tutto sommato possiamo dire che la differenza tra gli Stati Uniti e l’Europa, da un punto di vista del peso dello Stato, deriva solo dalla sanità. La sanità in America prende il 14% del Pil, la parte che riguarda la spesa pubblica è circa il 4% e c’è un 10% di Pil privato della sanità: se si pubblicizza il sistema sanitario americano, come voleva fare Clinton, il peso dello Stato in America è esattamente come in Europa. Dunque, il capitalismo americano è un capitalismo regolamentato ma è indubbiamente diverso dal nostro. Lo è la mobilità sociale americana, la distribuzione della ricchezza e anche i modi di acquisizione della ricchezza sono molto diversi da quelli europei.Perché distinguere ancora Filadelfia e Parigi? Se è vero che la Francia ha contribuito notevolmente alla libertà americana, è anche vero che vi ha contribuito quella parte di Francia che è poi risultata perdente nella storia francese dell’Ottocento, anche dal punto di vista economico, e questo dovrebbe farci riflettere. Gli americani non hanno mai avuto il keynesianesimo nel senso proprio del termine per il semplice fatto che la loro ideologia fondamentale in materia economica è stata forgiata sui liberisti francesi del Settecento e non sugli inglesi, perché erano odiati: Adam Smith non ha mai avuto un grande successo negli Stati Uniti d’America... Credo perciò che la distinzione tra Filadelfia e Parigi sia una distinzione che ha un senso su cui ragionare.
Voglio soffermarmi su uno dei punti richiamati da Gianfranco Pasquino, quello dell’antiamericanismo in Europa. Se fosse vero che gli europei si fidano ancora largamente degli americani, allora vi sarebbe qualcosa di incongruo che va compreso e spiegato, forse più dai politologi che dai filosofi e politici. C’è un antiamericanismo che appartiene soltanto alle élites? Non lo credo, perché se fosse vero non vedremmo oggi radicarsi così fortemente una tendenza antiamericana nella politica europea, nel processo di fondazione dell’identità dell’Unione europea. Non è un antiamericanismo che deriva soltanto da Schroeder e dai fatti degli ultimi tempi: è innegabile che dentro la costruzione dell’Unione europea ci sia una radice di identità costruita contro gli Stati Uniti d’America. Dobbiamo fare l’Europa unita perché altrimenti gli Stati Uniti d’America ci schiacciano.
Come tutte le grandi potenze gli americani a volte si comportano da grande potenza, dunque è chiaro che provano in parte a evitare che l’Europa abbia dei poteri uniti troppo forti, perché questo rappresenterebbe una sorta di counter-balance rispetto alla loro potenza. Ma perché l’Europa si sta costruendo come identità in negativo contro gli Stati Uniti d’America? In parte la risposta è ovvia: le identità, quelle intellettuali come quelle collettive, si costruiscono spesso contro qualcuno o contro qualcosa. Così è stato per le identità nazionali nell’Ottocento, e ovunque ci sono nazionalismi il loro primo motore è affermarsi contro un’altra etnia, contro un’altra nazione. Quello che ci si deve chiedere per capire dove andremo è se faremo un’Unione europea antiamericana, ovvero se l’Unione europea ripercorrerà nella sua costruzione identitaria il percorso degli Stati nazionali ottocenteschi; se vogliamo costruire l’Europa unita così come si è costruita l’identità nazionale francese, con il re di Parigi che progressivamente toglieva i poteri al parlamento di Borgogna, al parlamento di Provenza e a tutti gli altri, concentrando man mano i poteri: è così che si è creata l’identità nazionale francese, un’identità molto strana. Chiunque legga il libro di E. Weber sulla costruzione dell’identità francese, From Peasants into Frenc men, si renderà conto di cose davvero impressionanti: alla leva della prima guerra mondiale la renitenza fu enorme; la maggior parte dei soldati non parlava francese ma in dialetto. Quindi persino lo Stato unitario e nazionale in senso proprio, al tempo della prima guerra mondiale, era un aggregato di lingue e culture, e rischia di tornare a esserlo ora per una serie di altre ragioni. Tutto si può concentrare su un centro rimuovendo l’identità locale, cioè l’identità si crea per eliminazione di altre identità.
In alcune belle pagine della Storia d’Europa nel secolo Diciannovesimo Benedetto Croce auspicava e prevedeva che un giorno saremmo stati tutti europei senza rinunciare a essere italiani, così come per fare l’Italia unita i piemontesi si sono sentiti italiani senza rinunciare a essere piemontesi o lombardi o siciliani. Una grande illusione, evidentemente, perché nel momento in cui venne fatta l’unità nazionale italiana venne detto ai cittadini che erano italiani, punto e basta; il resto è rimasto come sottocultura. Non dimentichiamo infatti la repressione dei dialetti avvenuta fino a vent’anni fa nelle nostre scuole: non si poteva parlare in dialetto, farlo voleva dire essere under class. Altro che sentirsi piemontese e insieme italiano... benché l’Italia sia stata fatta proprio dai piemontesi, da Vittorio Emanuele II, che pensò bene di far assurgere a costituzione dell’Italia unita lo Statuto albertino. Inevitabilmente l’identità italiana è stata fatta negando le identità regionali che poi sono riemerse dando luogo a tutti i fenomeni che conosciamo. Il rischio è che in Europa avvenga la stessa cosa: perché se nella creazione necessaria di un’Europa unita vogliamo ripercorrere il percorso di creazione delle identità nazionali in senso politico e in senso psicologico, ci ritroviamo a dover negare le identità nazionali preesistenti. Addirittura potremmo appoggiarci su quelle regionali, come suggerito da Jacques Delors, quando propone di indebolire le identità nazionali che non esistono più, per basarci su quelle regionali; e l’Europa delle regioni, che diventa una frammentazione di un impero dove l’elemento nazionale cede di fronte a quello europeo e a quello regionale, è un fenomeno in parte già esistente.
La forte tendenza a fare dell’Europa il contraltare degli Stati Uniti la si riscontra sul piano economico, nell’idea dei blocchi regionali di commercio in funzione alternativa al modello di globalizzazione di tipo americano, intesa come spazio unico mondiale di commercio dove le barriere vengono abolite. Ma questo tipo di logica favorirebbe gli Stati Uniti d’America e i Paesi a loro legati: non andrebbe bene per l’Europa. L’Europa avrebbe interesse a creare un’enorme zona di libero scambio interno, dagli Urali fino all’Atlantico, ma chiusa all’esterno. Questa visione viene considerata necessaria proprio per difendersi dagli Stati Uniti: è una visione mercantilistica temperata dalla realtà odierna. Se si va verso questa direzione dovremo fare i conti con un antiamericanismo che diventerà strutturale, che non sarà più di natura psicologica ma dipenderà da uno stato di fatto da noi creato. Se è vero che il 60% degli europei si fida degli americani, come ricordava Pasquino, ci si deve chiedere come mai i politici non ne approfittino per proclamare invece che l’Europa sarà il più grande alleato dell’America. Siccome i politici sono generalmente razionali e rispondono razionalmente alle domande, mi chiedo allora se c’è una discrasia tra la logica della politica europea e i sentimenti della gente, se cioè un processo politico di costruzione dell’Europa unita stia seguendo logiche autoreferenziali che dimenticano cosa pensa la maggior parte degli europei.
Forse c’è l’idea che gli europei si stanno stancando degli americani e che gli americani si stanno stancando degli europei; tesi non nuova ma già anticipata da Theodore Roosevelt nel primo decennio del Novecento, quando sosteneva che gli Stati Uniti oramai dovevano guardare al Pacifico, che era il nuovo Mediterraneo, e lasciar perdere l’Atlantico. Da allora si sono combattute due guerre mondiali che hanno cementato i rapporti. Ma dall’ultima guerra mondiale sono trascorsi sessant’anni. Bill Clinton è stato il primo presidente degli Stati Uniti a sapere poco o nulla di fascismo, di comunismo e di nazismo, e per George Bush jr. non è molto diverso: gente che abbia combattuto per la libertà dell’Europa contro il nazismo e il fascismo non se ne trova più tanta in America, per un ovvio fattore generazionale. Inoltre negli Stati Uniti l’immigrazione europea ormai rappresenta una parte minima a paragone di quella proveniente da altre parti di mondo. Quindi non c’è nessuna pressione sulla politica americana perché i legami tra Europa e Stati Uniti siano più stretti di quelli tra gli Stati Uniti e altre parti del mondo. Ci troviamo dunque di fronte a un mutamento strutturale nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Gli Stati Uniti sono largamente figli della civiltà europea, negli Stati Uniti convivono tante religioni, tante razze: ma tutti parlano inglese e, tranne in qualche università, a tutti vengono ancora insegnati gli elementi fondamentali della civiltà anglosassone. Del resto il melting pot americano ha funzionato perché tutti i nuovi arrivati cercavano di imparare l’inglese e di iscriversi a un buon club. Ora, di fronte a differenze sociali e linguistiche molto forti - basti pensare agli ispano americani che hanno superato i neri come gruppo e rivendicano un’identità linguistica - ci si domanda se questo melting pot funzioni ancora. Tutto ciò non punta nella direzione del mantenimento, per i prossimi cinquant’anni, dei legami tra Stati Uniti ed Europa così come sono stati negli scorsi cinquant’anni. Ciò dovrebbe spingerci a pensare che in fondo così come gli Stati Uniti non guardano più all’Europa come madre culturale, come origine, anche l’Europa non deve guardare più agli Stati Uniti come propria figlia.
Dobbiamo perciò creare le istituzioni di cui abbiamo bisogno dal punto di vista economico, della politica estera, della difesa, pensando agli Stati Uniti come a un partner con cui si intrattengono rapporti dello stesso tipo di quelli che si intrattengono con il Giappone, con la Cina o con l’India. Dal mio punto di vista politically non-correct, questa è una prospettiva preoccupante, perché credo che l’Europa separata dagli Stati Uniti e gli Stati Uniti separati dall’Europa rappresenterebbero un mutamento di civiltà e una perdita di influenza della civiltà occidentale, che considero la migliore del mondo. Quali sono le istituzioni dell’Unione europea conciliabili con il mantenimento di stretti legami con gli Stati Uniti d’America? Sicuramente non le ideologie protezionistiche dei blocchi regionali, che sarebbero rovinose. È chiaro che dal punto di vista strategico non possiamo continuare a vivere sotto l’ombrello americano avendo un sistema di difesa e di protezione militare largamente inefficiente, per il quale tra l’altro spendiamo moltissimo. Che ci sia una qualche forma di azione collettiva comune per creare un’identità nel campo della difesa non credo che sia una cosa rinviabile, e neanche particolarmente antiamericana. Perché gli Stati Uniti d’America non dovrebbero temere un’Europa autosufficiente. Non dimentichiamoci che quando Reagan impose gli euromissili in Europa molti in America erano contrari, considerando il rischio troppo elevato; ma Reagan, l’ultimo presidente forte che non aveva dimenticato la seconda guerra mondiale e i suoi precedenti, li impose agli americani che non volevano mettere in gioco la loro sicurezza per la protezione dell’Europa occidentale. Del resto anche De Gaulle disse: «Gli americani non rischieranno mai Chicago per Parigi».
Già vent’anni fa dunque l’azione di Reagan suscitò molte polemiche. Riguardo al futuro gli Stati Uniti avranno sempre meno voglia di affrontare ulteriori rischi, quindi è prevedibile che non si mostrino contrari al fatto che l’Europa abbia una politica di difesa comune, più o meno autosufficiente rispetto alla loro. Forse potrebbero temere che si crei in Europa un raccordo tra Russia, Germania e altre potenze, capace di formare una «potenza di terra» contrapposta alla «potenza di mare» americana. Una specie di unificazione continentale che include la Russia, diversa dall’Unione europea, che si possa configurare come blocco continentale contrapposto al blocco americano: cioè da una parte un’Europa unita - non come unità spirituale ma come unità politica ed economica - fino agli Urali, dall’altra l’area delle Americhe e del Nafta.
Dunque ci troviamo in una situazione delicata, perché non possiamo rinunciare a una spinta verso un’Unione europea forte, ma se questa spinta è troppo forte o segue certe strade - quelle protezionistiche, mercantilistiche, nazionalistiche, che vediamo proliferare - il rischio è che si vada a uno scontro con gli Stati Uniti d’America, a una scissione dei legami storici, a un indebolimento delle relazioni. Vedremo quale progetto e che tipo di logica proporrà la prossima Costituzione europea, più che negli articoli che regoleranno la difesa comune europea e i rapporti della Nato con gli Stati Uniti, nel clima culturale che si creerà intorno alla Costituzione stessa: se sarà votata attraverso referendum nei vari Paesi; che tipo di campagne elettorali si faranno nei singoli Paesi; se insomma sarà sostenuta in maniera positiva o negativa rispetto all’influenza degli Stati Uniti. La nuova identità costituzionale europea sarà il momento fondamentale per comprendere il futuro dei rapporti tra Europa e Stati Uniti.