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Perché non dimenticare Parigi

Supplemento al numero 15 di Fl
di Gianfranco Pasquino

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coplibertaAnche parlando di antiamericanismo è molto difficile dimenticare Parigi perché Parigi è un luogo di antiamericanismo cospicuo, influente, diffuso, che si esibisce variamente su una molteplicità di tematiche antiamericane. Non soltanto tra gli intellettuali e non soltanto nella sinistra parigina, ma anche a destra, perché la destra, non soltanto francese, è stata ed è straordinariamente antiamericana. Ma per capire bene l’antiamericanismo bisogna cominciare a capire l’americanismo, perché l’antiamericanismo è una reazione a una certa interpretazione, spesso basata su fenomeni non sufficientemente conosciuti, di che cosa è l’America, di che cosa si pensa che sia, di che cosa si pensa non dovrebbe essere. Per intenderci non c’è antiamericanismo nel mondo occidentale, in Europa, fino a quando l’America non diventa una vera grande potenza. Per limitarsi al caso italiano, all’inizio del secolo scorso in una delle canzoni più popolari si chiedeva alla mamma di tirare fuori cento lire per andare in America. Non c’era quindi nessun antiamericanismo, anzi l’America era una terra promessa, era un luogo di realizzazione in cui si potevano tradurre le proprie speranze in una vita migliore che invece in molti paesi italiani non erano assolutamente traducibili. L’antiamericanismo non nasce neanche dopo la prima guerra mondiale se non di riflesso all’emergere, da un lato (anche se in misura limitata), della rivoluzione bolscevica e, dall’altro, del fascismo. Il primo grande movimento antiamericano fu sicuramente il fascismo che con l’espressione «plutodemocrazie» (riferita alla Gran Bretagna e agli Usa) mirava a combinare due elementi di potentissima critica: la critica alla democrazia americana e la critica alla ricchezza, o se si preferisce, al capitalismo americano. Dunque, se c’è un tempo e un luogo dove nasce l’antiamericanismo, questo è l’Italia fascista perché esso nasce nell’ideologia che il fascismo propone, non altrove, ma qui e allora, molto precisamente. Poi l’antiamericanismo si diffonde variamente e cresce anche in Italia su altre premesse che sono culturalmente diffuse in alcuni Paesi europei ma non in tutti: da un lato, per una certa visione della sinistra, soprattutto dopo il 1945, che considera l’America come l’unico ostacolo all’espansione della rivoluzione bolscevica - una visione condivisa da tutta la sinistra, non soltanto italiana, che appoggia la Russia, specialmente dalla sinistra francese, da una parte della sinistra spagnola e, ma in modo più limitato, da alcune altre sinistre dei Paesi occidentali. E, dall’altro, per il peso della Chiesa cattolica, ancora in questo senso diffusissimo (esercitato non tanto e non soltanto dalla leadership cattolica quanto, piuttosto, dai preti di base), che critica il capitalismo inteso come brama di ricchezza, la competizione, il permissivismo, il lassismo, i costumi degenerati degli Stati Uniti. Una critica fondamentalmente antiamericana, che è una critica alla stessa idea e pratica di modernità, molto presente in tutti i Paesi di cultura cattolica, in particolare, insisto, in Francia e in Italia, due Paesi in cui c’è una forte Chiesa cattolica e una forte cultura di sinistra. Tutti questi elementi contribuiscono a dare vita a una diffusa sindrome antiamerica. Curiosamente, uno dei pensatori meno antiamericani della sinistra che io conosco è Karl Marx, che oltre a scrivere su giornali americani, studiava il modello americano considerandolo tutto sommato una buona realizzazione dell’evoluzione borghese che avrebbe potuto anche aprire spazi al proletariato. Nel frattempo, la sinistra si è frammentata riducendo la sua capacità analitica e perdendo una sua ideologia di riferimento. I marxisti sono tutti, come sappiamo, ben altra cosa e ben più misera cosa rispetto a Karl Marx. Fin qui niente di male, se non fosse che un certo antiamericanismo diffuso deriva dalla scarsa conoscenza di quello che gli Stati Uniti sono davvero, cioè dalla scarsa conoscenza della società, del sistema politico e del sistema economico statunitense. Questo tipo di antiamericanismo è qualche volta persino inconsapevole, ma non per questo è meno penoso dal punto di vista analitico perché sottovaluta la straordinaria capacità reattiva degli Stati Uniti, capaci di sconfiggere una serie di miti all’incontrario che vengono propagati sul loro Paese.
Prendendo spunto dalla relazione di Sergio Belardinelli, voglio ora riprendere il tema della religione. È vero, c’è una contraddizione tra religione e religione civile, ma soprattutto bisogna intendersi bene su cosa vuol dire religione nel contesto statunitense. Ovunque appare l’espressione In God We Trust e l’affermazione di riferimento a Dio è contenuta nella dichiarazione che apre la Costituzione americana; ma questo God, entità certamente soprannaturale, non appartiene a una religione specifica: è Dio, punto e basta. Non è il Dio cattolico né il Dio protestante, ebreo, musulmano, è semplicemente la credenza nel sovrannaturale, nel monoteismo che cementa una società profondamente credente. In tutti i sondaggi di opinione, il 90 e il 92% degli americani rispondono di credere in Dio: è una percentuale assolutamente straordinaria, mai raggiunta in nessun altro Paese al mondo, certo non nella cattolicissima Italia, ma neanche nella un tempo ancor più cattolicissima Spagna. Questo Dio che rappresenta il soprannaturale e innerva una società, è un Dio separato dallo Stato. La separazione Stato-Chiesa è un asse portante di Filadelfia, per usare la terminologia usata in questo convegno. È un asse talmente portante che nessuno penserebbe neanche per un istante di stabilire che i crocefissi vadano appesi negli aeroporti, in Parlamento, nel Congresso degli Stati Uniti. È un’idea che proprio non viene in mente o quando viene in mente in qualche Stato del profondo Sud si apre un conflitto verticale che può arrivare persino alla Corte costituzionale. Cosicché possiamo fissare un punto certo: gli antiamericani sono anche coloro che utilizzano la religione per fare passare dei precetti che gli americani neanche per un attimo penserebbero di utilizzare. Anche la separazione Stato-Chiesa è un principio americano e tutti coloro che tentano di utilizzare la Chiesa contro lo Stato, la religione contro la politica, stanno facendo un’operazione che non è americana, ma che è tecnicamente e perfettamente antiamericana. Credo che questo punto debba essere sottolineato con grandissima chiarezza perché è un punto cruciale: laddove la religione domina la politica, ovvero pretende di farlo, c’è fondamentalismo. Non solo il fondamentalismo ormai identificato con quello dei Paesi islamici (che fino a quando non riusciranno a staccare la religione dalla politica - come avrebbe suggerito qualche tempo fa Machiavelli - non avranno nessuna possibilità di evoluzione); ma anche il fondamentalismo ebraico (c’è un fondamentalismo ebraico, per fortuna minoritario, persino nel Parlamento israeliano), quello ancora esistente di certi cattolici, o quello di alcune sette religiose, pericolosissime, certamente minoritarie, ma tuttavia esistenti negli Stati Uniti. Il fondamentalismo è semplicemente l’uso della religione per sovrastare la politica che è quella cosa attraverso la quale gli uomini cercano, di tanto in tanto, di plasmare i loro destini collettivi in accordo con le opinioni espresse dalla maggioranza e senza sopprimere né le opinioni delle minoranze né le stesse minoranze. Incidentalmente, noterò che sono fondamentalisti furboni coloro che piegano la loro politica alla religione, ovvero alle preferenze delle gerarchie religiose: un altro esemplare di antiamericanismo strisciante.
L’altro aspetto su cui voglio soffermarmi riguarda il capitalismo: c’è una variante del capitalismo negli Stati Uniti che è altamente dinamica, fortemente competitiva e molto regolamentata. Chi pensa che bisogna lasciare agli «istinti animali» del capitalismo tutta la possibilità di muoversi senza nessuna regolamentazione e senza nessuna sanzione sta in realtà sposando una ideologia antiamericana. Il capitalismo può produrre effetti positivi se ha regole che vengono rispettate e chi le viola deve essere sistematicamente colpito e punito per le sue violazioni. Quello americano è un capitalismo non privo di Stato perché la critica contro il big government è molto diffusa e persistente negli Stati Uniti, dal momento che lo Stato è potente e, contrariamente a quello che pensiamo, interventista; il governo federale ha poteri straordinari, possenti, molto superiori a quelli di qualsiasi organismo europeo. È buffo che si critichi l’Europa per essere un super-Stato quando i poteri della Commissione europea rispetto a una qualsiasi commissione finanze del Congresso degli Stati Uniti sono largamente inferiori. I poteri dello Stato americano, a partire dai Roosevelt (sia Theodore sia Franklin Delano), ma con pochissime variazioni e riduzioni nel corso del tempo, continuano a essere penetranti, significativi. Il governo federale può fare moltissime cose e quando alcune non ne può fare, può sempre rivolgersi alla Corte suprema che delimita i suoi poteri, ma che qualche volta consente al governo federale interventi che noi riterremmo eccessivi. Dunque, chi critica il capitalismo statunitense per come è e chi lo loda perché è selvaggio, sappia invece che quello è un capitalismo regolamentato. E chi critica lo Stato perché è in Europa troppo forte, sappia che lo Stato americano è in realtà uno Stato capace di incidere sulla vita dei cittadini e spesso lo fa ampliando i loro sostanziali diritti.
Se è vero poi che giacobini hanno tagliato molte teste, è anche vero che il contributo di sangue di uomini e donne di colore alla storia americana è cospicuo: ci vollero circa 185 anni (Votino Rights Act, 1965) perché a una popolazione di 15-20 milioni di uomini e donne di colore fosse riconosciuto il diritto di voto. Filadelfia non è perciò un’esplosione di libertà mai in nessun modo messa in discussione: tutto è passato attraverso una guerra civile, non ce lo dimentichiamo, una guerra combattuta fra gli Stati non tanto in nome dei neri e dei loro diritti (benché Lincoln volesse abolire la schiavitù in un certo numero di Stati), ma per il riconoscimento del potere di decidere sui diritti degli uomini a opera del governo federale, quindi proprio in nome dell’idea di libertà e della distribuzione del potere (azzardo: della sussidiarietà).
All’inizio degli anni Sessanta è stata fatta una ricerca comparata su Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Italia e Messico; la domanda che veniva posta, cruciale per comprendere che cosa sia l’antiamericanismo, era: con che cosa vi identificate per sentirvi cittadini del vostro Paese? Più del 60% dei tedeschi rispose che l’oggetto di identificazione era per loro l’economia sociale di mercato che stava producendo la ricostruzione; i messicani si identificavano con la rivoluzione messicana, il grande avvenimento della loro storia; gli inglesi con il Parlamento e la corona; gli italiani risposero nel modo in cui ancora oggi rispondono i nostri giovani e cioè che l’oggetto di identificazione è il Belpaese, le bellezze naturali, la storia, la cultura: siamo italiani perché siamo discendenti di Dante e di Leonardo da Vinci. Gli americani, infine, non ebbero nessun dubbio: l’80% ha risposto di sentirsi americano soprattutto con riferimento alla Costituzione degli Stati Uniti che li identifica come americani. È il loro patto costituzionale che li rende tutti - emigrati irlandesi, cafoni italiani, ebrei polacchi, esuli della guerra civile spagnola, ecc. - americani. A proposito di patriottismo costituzionale, se questo è essere americani, essere antiamericani vuol dire non avere nessun tipo di rispetto, non rendere onore alla Costituzione, e dunque tutti coloro che violano scientemente e furbescamente la Costituzione sono in un certo senso antiamericani. Mentre in Italia c’è una Costituzione che dura dal 1945, i francesi nel corso della loro storia hanno allegramente cambiato le loro costituzioni producendone a dismisura con grande fantasia e spirito cartesiano, ma le costituzioni cambiano in vari modi. Quando a un certo punto la domanda fu posta anche ai francesi (che dapprima si erano sottratti al sondaggio), la loro risposta non fu la Costituzione, ma fu lo Stato, loro sommo oggetto di riferimento: lo Stato francese esiste a prescindere dalle Costituzioni.
Se, come dicevo, l’antiamericanismo è anche l’incapacità di avere rispetto per la Costituzione onorandone i suoi precetti costituzionali, chi esce dalla Costituzione rompe un patto non solo con il detentore del potere politico, ma anche con i (suoi con-) cittadini e crea una situazione oggettivamente antiamericana. Infatti, la Costituzione è un patto tra i cittadini e i detentori del potere per definire gli ambiti e i limiti dell’esercizio del potere, ma è anche un patto tra i cittadini, è uno strumento per operare nella fiducia degli altri, per conquistarla, per ottenere diritti e per adempiere a doveri.
Riprendendo Fukuyama - che contrariamente a certe interpretazioni non ha affatto sostenuto la fine della storia e della modernità, ma la fine della storia del confronto/scontro fra democrazie e autoritarismi - il nostro problema è operare all’interno del liberalismo eventualmente per migliorarlo. Ma questo genere di operazioni non possono essere che basate sulla fiducia. Gli europei per mettersi insieme in maniera soddisfacente, produttiva e duratura debbono acquisire un po’ di fiducia reciproca. I sondaggi dell’Eurobarometro, che offrono ogni sei mesi una straordinaria fonte di dati, rilevano da qualche tempo anche quanta fiducia i cittadini europei hanno negli altri cittadini europei. Naturalmente, tutti quelli che hanno fatto gli studi classici ricordano la frase timeo danaos et dona ferentes (temo i greci anche quando portano doni): quel cavallo di Troia era un dono, devastante e letale e non a caso i greci - anche se non se lo meritano - sono gli ultimi in classifica, sono cioè i cittadini europei verso i quali gli altri europei nutrono meno fiducia, forse perché la cultura umanistica, che è una parte cruciale della componente dell’identità europea, è ancora molto diffusa. In testa alla classifica degli europei più degni di fiducia si trovano gli svedesi, gli olandesi, i danesi, e non è una sorpresa. Semmai, la sorpresa è che subito dopo con oltre il 60% dei favori si attestano i tedeschi, quegli stessi tedeschi che da quando hanno smesso di circolare per l’Europa con i carri armati e circolano invece da pacifici turisti hanno acquisito nel contesto europeo grande fiducia. Come si situano invece gli italiani? Non bene, intorno al 50%, il che vuol dire che solo la metà (più o meno) degli europei ha fiducia in noi: e ciò dovrebbe indurci a riflettere su che tipo di popolo siamo e se manteniamo o no gli impegni. Quanto agli americani - benché a causa dell’antiamericanismo ci aspetteremmo che gli europei non diano loro fiducia - quasi il 60% dei cittadini dei Paesi dell’Unione dichiara invece di aver fiducia in loro. Dunque, l’antiamericanismo è un fenomeno «di massa» limitato e marginale dato che il rimanente 32% non dice di non avere fiducia in loro, mentre solo piccole percentuali rispondono di non sapere o di non fidarsi. E questo mi pare un dato assai significativo, da considerare anche quando parliamo di antiamericanismo, più presente fra alcuni settori di élites che lo utilizzano per varie ragioni o, come ho detto, per pura e semplice ignoranza. Insomma, l’americano, con o senza «k», è un patriota costituzionale, che crede a un documento che esprime le sue aspirazioni e che difende i suoi diritti, ma che gli chiede di prestare la sua opera e cioè di rispondere anche ai suoi doveri. Il fatto poi che l’americano sia anche una persona rispetto alla quale i cittadini europei hanno fiducia, questo dipende anche da come si costruisce l’Europa, da quale modello istituzionale verrà adottato (ma è un caso se si parla soprattutto di Europa federale e di Stati Uniti d’Europa?).
La libertà, come ha sostenuto Adornato, può venir data anche dallo Stato che se la può anche riprendere; se però lo Stato siamo noi, la cosa diventa più complicata. La libertà può essere qualcosa che sorge nella società e non c’è dubbio che Tocqueville ha di fronte a sé uno Stato francese che ha concesso libertà, ma che qualche volta decide senza preavviso di toglierla. Tra il 1815 e il 1848 in Francia si vota e non si vota in continuazione: ci sono gruppi che perdono il diritto di voto, lo riacquistano e lo riperdono, fino all’arrivo di Napoleone III con il quale per un po’ non si vota più, e tutti sono più tranquilli. Nel contesto statunitense, la libertà emerge, come dice Tocqueville, attraverso i cittadini e i cittadini si organizzano. La cosa che più stupisce Tocqueville è che quando c’è un problema gli americani creano associazioni, cioè si aggregano, producono gruppi che sono espressioni di protesta e di proposta. La democrazia americana, dunque, non sta tutta dentro le istituzioni. Anzi, sta molto spesso fuori dalle istituzioni: è una democrazia che in buona misura risiede nella società, in una società vivace, che si organizza e che fa girotondi. Il famoso Mall di Washington, il lungo viale che va dall’obelisco, monumento a George Washington, alla sede del Congresso a Capitol Hill, è luogo permanente di manifestazioni, dimostrazioni, non di girotondi, perché il Mall è lungo e rettangolare, ma di sfilate; ci sfilano i neri di Martin Luther King, i trattori perché cadono i prezzi dei prodotti agricoli, le donne che protestano perché non viene attuato l’emendamento sui diritti di eguaglianza e così via. I «girotondi», perché a questi possiamo e dobbiamo assimilare le forme di protesta dei cittadini, sono una parte cruciale della democrazia americana. E chi dice che si vota soltanto una volta e poi chi ha vinto ha vinto, non potrebbe mai essere un americano. È invece Jean-Jacques Rousseau: «Poveretti gli inglesi - scrisse - credono di essere liberi, ma votano una volta ogni cinque anni e quella è la loro unica attività politica». Questa non è la democrazia americana, e non deve nemmeno essere quella italiana, la democrazia americana è fatta da persone che si mettono insieme e che, per quanto non votino numerose, sanno unirsi su progetti, proposte, proteste.
La conclusione è semplice: senza Parigi (e i suoi grandi movimenti di piazza) non ci sarebbe stata Filadelfia. L’influenza della rivoluzione francese non solo sulla prassi, ma sul pensiero politico americano è innegabile. Alcuni eccessi i federalisti americani riescono a sventarli perché conoscono gli eccessi dei francesi. Ciò che agisce è un processo di insegnamento di lungo periodo e di ampio respiro, e da questo punto di vista siamo parte tutti della stessa storia, i francesi e gli americani più di noi che abbiamo arrancato a lungo prima di arrivare allo stesso punto. Parigi non può essere dimenticata, Parigi è l’inizio di quella storia e il culmine di un pensiero che non è totalitario, perché l’illuminismo è un pensiero che libera le energie, l’intelligenza, la volontà: è un’esplosione di novità. Semmai, è il periodo successivo che dovremmo criticare, cioè una parte del giacobinismo, ma non tutto.
All’interno dei federalisti americani d’altronde convivono, con una buona dose di forzatura, due visioni della libertà: una è quella di James Madison, una concezione soffice dell’accordo e del bilanciamento delle istituzioni. Come sappiamo il problema dei checks and balances viene risolto in maniera diversa in Europa, alla Montesquieu, perché il problema consisteva nel ridimensionare i poteri dei monarchi. Negli Stati Uniti, invece, le istituzioni sono fin dall’inizio separate, ma condividono i poteri (separate institutions sharing powers): nessun presidente da solo può fare tutto se non ottiene il sostegno del Congresso, e viceversa. Ed entrambi debbono sottostare alle decisioni della Corte suprema. Dato che gli uomini non sono angeli (e presumo neanche le donne), nella teoria dei checks and balances, come diceva Madison, bisogna riuscire a contrapporre ambizione ad ambizione. E lì sta la forza della Costituzione americana: gli ambiziosi possono confrontarsi qualche volta riuscendo anche a vincere, ma sono vittorie democraticamente reversibili fra persone che non hanno altre risorse che quelle politiche, il voto dei loro concittadini. L’altra visione è quella di Alexander Hamilton, uomo di grande intelligenza e di grande coraggio che morì in un duello, e che tecnicamente era un decisionista. Se c’era un giacobino quello era Hamilton: Hamilton che nella sua mente e nella sua visione costituzionale intratteneva più di un’aspirazione attribuibile al giacobinismo. Madison sosteneva i checks and balances ma alla fine, diceva, bisogna che ci sia qualcuno che si assume l’onere della decisione. A questo qualcuno sarebbe sicuramente andato il nobile apprezzamento di Hamilton.
Se non vogliamo essere oggettivamente antiamericani, dobbiamo capire che quella americana è una democrazia vivace e dinamica, che passa anche attraverso la piazza, dove ciascuno si assume le proprie responsabilità e dove lo scontro fra ambizioni produce cambiamenti anche significativi. Ma tutto questo non è più Filadelfia. Siamo oltre Filadelfia, in una cultura comune che può essere definita come repubblicanesimo: una cultura dei diritti e dei doveri, inconcepibile senza tenere insieme la rivoluzione francese e la rivoluzione americana e tutto quello che viene dopo, compresi lo scontro di idee e qualche volta anche lo scontro di persone, secolarizzate e credenti, laiche e democratiche.
 

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