
Vorrei prima presentarmi perché non credo di avere alcun motivo per essere noto a Trieste e perché se vi dico quello che faccio, potrete capire meglio la mia esposizione. Ho scritto un libro su Giobbe, il libro della Bibbia, che è già stato tradotto in italiano e un libro su Hayek. Ma soprattutto ho appena terminato di scrivere un’enorme opera, che credo potrò iscrivere al Guinness dei primati per la sua lunghezza: sono infatti 2200 pagine. Si tratta di una storia completa delle idee politiche dai greci e dalla Bibbia, fino al Ventesimo secolo. Vi racconto tutto questo per darvi l’opportunità di spostare il dibattito tra Parigi e Filadelfia in un contesto spazio-temporale un po’ più ampio. Ferdinando Adornato nella sua relazione ha messo sotto accusa Parigi come fonte del giacobinismo, ovvero del dispotismo dello Stato centralizzatore e onnipotente. Noi europei sappiamo che un altro giacobinismo ci minaccia, ovvero quello del super-Stato europeo e mentre lo stiamo costruendo, lo Stato liberale e federale all’anglosassone sembra essere il modello che l’Europa dovrebbe seguire. Condivido i timori nei confronti di uno statalismo, o più ancora di un socialismo europeo, e prediligo senza dubbio lo Stato liberale e l’Europa liberale, ma credo che un po’ di precisazioni storiche siano necessarie per correggere alcune cose che sono state dette.Può sembrare in effetti che Parigi getti un’ombra ostile sulla libertà; ciò è vero soprattutto dopo la fine della seconda guerra mondiale, con il peso che da allora hanno avuto i comunisti nella storia politica del Paese, ed è ancora più vero da quando i socialisti sono saliti al potere in Francia, ovvero da una ventina d’anni. Oggi lo Stato in Francia tenta di divenire uno Stato tentacolare. Pensate che detiene il record assoluto - anche questo da Guinness dei primati - di riscossioni obbligatorie e della proporzione di funzionari in rapporto alla popolazione attiva. L’anima di questo antiliberalismo è il socialismo, un socialismo che ha utilizzato le armi potenti del vecchio statalismo francese, come l’assolutismo e il bonapartismo. Quello che c’è di ostile nei confronti della libertà nella situazione francese di oggi, dipende dall’elemento socialista che si è servito dei mezzi di uno statalismo più antico. Vorrei aggiungere che la Francia è meno asservita allo Stato che ai sindacati socialisti e comunisti, particolarmente quelli della funzione pubblica. Non bisogna infatti confondere lo Stato con i sindacati della funzione pubblica; questi sindacati si sono impadroniti di interi settori della vita economica e sociale, dalle società che gestiscono l’elettricità a quelle che gestiscono i trasporti ferroviari ecc. Cosa ancora più grave è che essi governano da soli quella che si chiama istruzione nazionale, che preferisco definire privata, proprio perché appartiene ai sindacati. Perciò la cosa più urgente da fare per ridare l’istruzione alla nazione è privatizzarla. D’altronde, questi stessi sindacati dominano la stampa e i media, controllano le agenzie di stampa e le tipografie. Inoltre in Francia esiste una pressione fiscale che opprime gli imprenditori, concepita in nome dell’ideologia della giustizia sociale anche se sappiamo da molto tempo che i trasferimenti fiscali non hanno più un andamento verticale, dall’alto al basso, a favore dei poveri, bensì un andamento orizzontale che va dal settore privato a quello pubblico. Si è anche parlato di funzionari che vivono del denaro pubblico francese come di una nuova classe dominante, che opprime la nuova classe dominata, cioè la società civile libera. Si potrebbe dunque applicare la teoria marxista, secondo cui lo Stato serve da strumento per la predominanza di una classe, perché lo Stato francese oggi serve da strumento passivo alla predominanza di sindacati e gruppi che vivono con il denaro pubblico. Da cinquant’anni a questa parte, tutto ciò contribuisce certamente poco al prestigio di Parigi e al valore esemplare dei messaggi politici: mi riferisco in particolar modo alla produzione intellettuale degli ultimi dieci anni che non è assolutamente paragonabile a quella della fine del Diciannovesimo secolo e della prima metà del Ventesimo.
Ma il socialismo marxista, sebbene, come ho appena detto, molto presente in Francia, non è un’esclusiva francese. Mi sembra che anche in Italia ci siano dei marxisti e ce ne sono anche altrove. Quindi non è Parigi, non è il genio francese che ha inventato il marxismo. D’altra parte Parigi - adotto l’espressione usata per questi colloqui - non si identifica col socialismo, e le idee e i comportamenti politici in Francia non derivano solo dalla rivoluzione francese. La rivoluzione francese senza dubbio è stata un avvenimento capitale, ma la Francia esisteva anche prima e anche dopo. Inoltre, quando parliamo della rivoluzione francese a quale ci riferiamo? A quella del 1793, di Robespierre, di Saint-Juste e del loro ispiratore Rousseau? O parliamo forse di quella del 1789, dell’Assemblea costituente, ispirata a quelle idee che sono state definite anglosassoni ma che - come dimostrerò - sono di origine francese? Sembra un paradosso, ma questa rivoluzione è liberale anche se è stato fatto uso di violenza, perché l’opera che ha portato a termine è di carattere liberale. Nonostante questi eventi rivoluzionari, Parigi conserva un titolo a comparire tra le grandi patrie della libertà.
Il giacobinismo francese può essere inteso in due sensi completamente diversi, confonderli significa commettere un grave errore. Sappiamo da David Hume e da Wilhelm von Humboldt (che ha considerevolmente illuminato Friederich von Hayek), che lo Stato svolge due funzioni. La prima è una funzione di arbitrio che formula e garantisce le regole di giusta condotta e che conseguentemente assicura l’ordine pubblico, punendo i delinquenti e i criminali: lo Stato svolge il ruolo di arbitro del gioco senza partecipare però al gioco. La seconda funzione è quella di mettere a disposizione beni e servizi collettivi: lo Stato raccoglie denaro e con questo denaro produce dei beni che - si suppone - non potrebbero essere prodotti in maniera adeguata dal mercato, come le strade, la ricerca scientifica, la meteorologia nazionale e altro. Queste due funzioni sono per loro natura estremamente diverse. La seconda funzione non deve essere ipertrofizzata a discapito del mercato libero, non deve essere centralizzata e ancor meno monopolizzata da una potente classe sociale di funzionari, come sta succedendo in Francia. In questo caso si condanna un tipo di giacobinismo inteso come statalizzazione dell’economia, controllo sociale di tutta la produzione a discapito della libera produzione del mercato: tutto vero, ma la prima funzione, quella di arbitrio, riesce a essere - ed è quello che Hayek ha dimostrato - centralizzata. Questo concetto è capitale e può chiarirci anche le idee sull’Europa di domani e sulla differenza tra la concezione di libertà anglosassone e francese.
La prestazione di servizi collettivi compresa nella seconda funzione è un tipo di scambio, perché c’è chi paga e chi beneficia di servizi pubblici, ma non essendo uno scambio di mercato - fatto liberamente da individui liberi di contrattare o meno, capaci di considerare il valore dei beni che scambiano e di controllare l’esecuzione dei contratti - è uno scambio che avviene attraverso la mediazione della potenza pubblica. Il contribuente dà un assegno in bianco all’inizio dell’anno allo Stato e i politici si incaricano di ottenere beni e servizi. È evidente che se la distanza tra il cittadino-contribuente e i politici che decidono dell’uso del denaro pubblico è molto grande, non sarà possibile alcun controllo democratico. Per esempio la raccolta dell’immondizia così come avviene a Trieste non è stata certamente decisa a Bruxelles perché in quel caso non ci sarebbero controlli precisi, razionali. L’idea di Hayek è che per questo tipo di funzione occorre che il potere scenda il più in basso possibile. La raccolta dell’immondizia a Trieste deve interessare la città di Trieste e forse la provincia di Trieste, e le persone che vedono funzionare il servizio sono esattamente quelle che ne usufruiscono, cioè la comunità europea di Trieste. Quindi è proprio a questo livello che deve funzionare la gestione del servizio pubblico, con il controllo dei cittadini ed eventualmente con sanzioni nei confronti dei politici che hanno preso decisioni sbagliate. L’idea di Hayek è che occorre decentralizzare il più possibile la gestione dei servizi pubblici, fino al livello che corrisponde alla comunità che è interessata dal servizio. Per esempio, la ricerca scientifica non interessa solo Trieste, o solo il Friuli o l’Italia, magari riguarda l’Europa intera. Ogni servizio pubblico invece produce degli effetti sulla comunità ed è perciò la comunità stessa - giustamente - a doverli controllare. Il giacobinismo francese alla Robespierre è la negazione di questa funzione, perché stabiliva che tutto doveva essere centralizzato e deciso a Parigi.
Per regolare la prima funzione occorre che la legge sia uguale per tutti. Locke ha stabilito un legame tra legge e libertà: io sono libero se conosco ciò che ho il diritto di fare; se so che altri conoscono ciò che hanno il diritto di fare; e se so che altri sanno che io conosco ciò che ho il diritto di fare… Quando due persone si incontrano ognuna di esse sa qual è la sua property. La legge per Locke stabilisce dunque quali sono le frontiere del mio e del tuo, ma questa idea di legge è nata qui in Italia con il diritto romano che a sua volta ha sviluppato l’idea greca di legge conferendole contenuto, costruendo gli strumenti intellettuali che permettono di distinguere con precisione quello che è mio da quello che è tuo. Ecco cos’è la legge. E sarà tanto più efficace quanto più è universale. Perché se sono un francese che viene in Italia per affari, grazie al diritto europeo so che tipo di contratto devo aspettarmi. La legge universale rende liberi; al contrario se ogni regione fa la sua legge - tendenza recentemente assai diffusa - le diversità che così si determinano aumenteranno l’opacità dello spazio sociale, ne diminueranno cioè la trasparenza e renderanno difficile la previsione del comportamento altrui. Hayek utilizza una formula molto bella: «La legge serve alle machines of expectations», all’aggiustamento mutuale delle aspettative.
Dunque giacobinismo può voler dire centralizzazione della legge, diversamente da come viene inteso quando lo si identifica con il centralismo statale francese, un centralismo cominciato molto prima con la monarchia assoluta. L’assolutismo francese ha aumentato infatti la centralizzazione della legge, ma non dimentichiamo che proprio così è stata vinta la resistenza al feudalismo, che non era certo un regime di libertà almeno nel senso moderno. In ogni caso il centralismo alla francese ha reso possibile in Francia la libertà moderna. Tuttavia è spiacevole confondere i due giacobinismi. Ogni cultura è una formazione storica. Io sono francese e mi sono sentito sempre libero in Francia, anche con i socialisti al potere. Ho viaggiato molto, sono stato in Olanda, il Paese della tolleranza, della libertà, negli Stati Uniti naturalmente, ma in nessun posto mi sono mai sentito libero come a Parigi. Tento di spiegare perché. Lo statalismo francese opera un controllo verticale della società: abbiamo uno Stato leviatano che sovrasta la società e alla base ci sono i cittadini. In Olanda o negli Stati Uniti lo Stato è molto più limitato, modesto, ma per evitare che ciò produca una sorta di anarchia, la società di questi Paesi ha trovato il rimedio di creare un controllo orizzontale. Ovvero i cittadini non sono sorvegliati dallo Stato, ma si sorvegliano da soli vicendevolmente. Tocqueville ha spiegato mirabilmente la potenza dell’opinione pubblica in America, l’impossibilità di essere un dissidente, di pensare diversamente dalla maggioranza. Anche uno scrittore francese, Philippe Labro, profondo conoscitore degli Stati Uniti (dove ha studiato), ha raccontato che quando era studente non poteva fare un passo nel cortile dell’università senza che qualcuno si chiedesse: «Ma cosa fa? Perché non sorride? Cosa c’è che non va?». Quando voleva ritirarsi da solo nella sua camera, c’era sempre qualcuno che bussava alla sua porta per chiedere cosa c’era che non andava. Labro era considerato bizzarro, cosa non accettabile, anzi considerata un segno di ostilità da parte sua: occorreva dunque intervenire.
Esiste perciò un controllo orizzontale comprovato anche dal famoso movimento politically correct, ormai noto a tutti, che ha imperversato soprattutto in America, in tutte le università da quindici anni a questa parte. Il movimento è l’espressione perfetta di quest’attitudine: esiste una certa opinione dominante tra gli studenti, se un professore esprime giudizi non conformi all’opinione dominante, allora gli studenti chiedono alle autorità dell’università di prendere provvedimenti contro il professore. Spesso professori sono stati espulsi per avere espresso giudizi sulle donne o sui neri che non erano piaciuti alla maggioranza. In Francia ciò sarebbe impossibile perché - cosa non necessariamente positiva - l’università è pubblica e quindi è regolata dalla legge nazionale: qualsiasi cosa un professore racconti, nessun genitore, nessuno studente, nessun collega ha il minimo potere su di lui. Penso che la tradizione del centralismo francese - dove la legge è uguale per tutti - abbia delle virtù liberali specifiche e spero che in Italia non esista un controllo orizzontale, anche se, per quanto ne so, nell’Italia meridionale e centrale la debolezza dello Stato si traduce per i cittadini non in «più libertà» ma in «meno libertà», perché si è più sottomessi alle potenze feudali locali.
Lo statalismo francese, che ha una faccia buia e una più chiara, non è che una metà dell’eredità politica francese. Esiste in effetti una tradizione liberale francese precoce e radicale nella sua richiesta di libertà come la tradizione anglosassone; il problema è che è sottovalutata dalla storiografia di sinistra. Vorrei richiamare la vostra attenzione su questo punto, perché anche in Italia credo esista lo stesso tipo di tendenza, visto il peso che la sinistra ha nelle università e nella comunicazione a mezzo stampa. Per uno storico di lunga data come me è davvero scioccante rendersi conto di come un’epoca può rappresentare le altre epoche a sua immagine. Per esempio se guardiamo I dieci comandamenti di Cécile B. De Mille, ci accorgeremo che questo film ci ha insegnato più cose sulla Hollywood degli anni Cinquanta che sull’antico Egitto. L’Iliade e l’Odissea ci insegnano più cose sulla Grecia dell’Ottavo secolo a.C. che sulla civiltà micenea. Ogni epoca descrive il passato in un modo che riflette enormemente il suo presente.
In Francia la sinistra domina la storiografia da circa cinquant’anni; conseguentemente secondo tale storiografia la storia politica di Francia ruota attorno a un unico fulcro, che è la rivoluzione francese. Quando studiavo filosofia a Parigi tutti i miei professori erano marxisti: insegnavano Marx e tutto quello che lo aveva preceduto preparandone il cammino, quindi i materialisti francesi del Diciottesimo secolo e, sul piano politico, quel piccolo spirito di Rousseau che era considerato come un antenato della rivoluzione francese: pura e semplice illusione retrospettiva, perché la Francia è giacobina e rousseauiana solo da trent’anni. Negli anni Trenta infatti la gente considerava Robespierre come una canaglia, per fortuna decapitata, come una sorta di Bin Laden di cui la Francia si era sbarazzata. Ma allo stesso tempo, molti negli anni Trenta parlavano della Francia come ne parliamo oggi noi, a causa del peso che ha acquisito la storiografia di sinistra. Quando si compie un lavoro storico, come nel mio caso, ci si rende conto che esiste una tradizione francese liberale molto forte. Cito solo qualche elemento principale: per esempio parlando di assolutismo francese, tutti pensano a Richelieu, a Mazzarino, a Colbert, ed è vero, non c’è stato assolutismo francese prima del 1572, la data della notte di San Bartolomeo, del massacro degli Ugonotti (i protestanti francesi) che ha talmente messo in pericolo la monarchia da rinforzarla... Ma siamo alla fine del Sedicesimo secolo. E se guardiamo alla situazione giuridica della Francia prima della notte di San Bartolomeo, constatiamo che gli Stati Generali si riunivano molto spesso, il parlamento discuteva le idee del re, secondo una tradizione sia democratica - se per democratica s’intende la partecipazione dell’assemblea al processo legislativo - che liberale - se per liberale si intende la protezione delle libertà e delle proprietà individuali, in particolare per quello che riguarda la fiscalità, contro gli sconfinamenti del potere reale. Quindi l’assolutismo francese comincia alla fine del Sedicesimo secolo.
Uno dei più grandi economisti europei, Pierre Le Pesant sieur de Boisguilbert, magistrato di Luigi XIV alla fine del Diciassettesimo secolo, ha sviluppato una teoria del mercato alla quale Adam Smith non ha aggiunto quasi niente. A proposito del monopolio del commercio del grano, nella Francia dell’Ancien régime la gente non viveva che di pane che costituiva il 90% dell’alimentazione: si soffriva la fame quando il grano scarseggiava. Il popolo esigeva che il re controllasse il commercio del grano impedendo che questo venisse esportato. Boisguilbert ha descritto come questi controlli statali dell’economia del grano fossero, essi stessi, la causa della scarsità. L’analisi di Boisguilbert parte dalla considerazione che se si sa di dover affrontare un periodo di scarsità, poiché non si potrà far arrivare altrimenti il grano, tutti si metteranno a comprare il grano facendo salire il suo prezzo. Più il grano scarseggia più il prezzo sale, determinando la fame. Al contrario, se si sa che si avranno buoni raccolti, nessuno acquista il grano, quindi il prezzo diminuisce, arriva la raccolta abbondante, il prezzo diminuisce ancora e questa volta sono i contadini a essere rovinati: l’anno successivo non coltiveranno più le terre fertili perché non avranno abbastanza sementi per seminarle. I periodi di scarsità quindi si susseguiranno di anno in anno. L’unica soluzione è quella di dichiarare l’assoluta libertà del commercio del grano, dal momento che non possono esserci cattivi raccolti ovunque in Europa nello stesso momento. Dunque, in caso di cattivo raccolto in Normandia si potrà fare venire il grano dall’Alsazia, senza precipitarsi a comprarlo, senza determinare così l’aumento del prezzo, assicurando dunque a tutti il grano allo stesso prezzo.
Un altro economista che ha avuto molti discepoli, Vincent de Gournay, ministro del commercio, si è schierato con il mercato libero, con la partecipazione e con la democrazia: dal momento che la corte e il re non capivano niente di economia - sosteneva - gli Stati Generali erano indispensabili perché la Francia produttrice potesse comunicare con la Francia della corte, impedendo così alla corte di rinchiudersi in una sorta di torre d’avorio e di ignorare le regole più elementari del sistema economico. Dopo la scuola di Vincent de Gournay, ecco i fisiocrati, anche loro sostenitori della libertà economica, e infine Jacques Turgot, discepolo di de Gournay, il più grande economista del Diciottesimo secolo, primo ministro di Luigi XVI, sostenuto da tutto il movimento filosofico ed enciclopedico, per cui Rousseau era un emerito sconosciuto (piccolo dettaglio, Rousseau non era francese, era di Ginevra al tempo in cui la città non apparteneva ancora alla Svizzera…). All’epoca in cui Rousseau era ancora sconosciuto, la vera ideologia potente in Francia, quella di cui si ragionava nei locali, di cui parlava Diderot, che Voltaire sosteneva, era l’ideologia liberale. Tutti i filosofi francesi hanno sostenuto il ministero di Turgot, che era il ministero della luce. Turgot ha abolito la corvé, gli ultimi resti di feudalismo, ha liberato il commercio del grano, ha soppresso le corporazioni - come in seguito farà la rivoluzione - secondo la dottrina economica liberale per cui esse nuocciono all’iniziativa economica. Era questa nel 1789 l’ideologia dominante.
Inoltre, non c’è alcuna separazione tra la Francia giacobina e roussauiana e il mondo anglosassone, ci sono invece contatti costanti: Jefferson e Benjamin Franklin animavano un gruppo di amici dell’America che raccoglieva molti francesi (la Francia ha partecipato alla liberazione dell’America); tra i due Paesi i contatti erano molto frequenti, gli scambi reciproci. La Costituzione americana precede la rivoluzione francese ma i due emendamenti della Costituzione americana succedono alla Dichiarazione francese dei Diritti dell’uomo. Ma questa tradizione viene martirizzata durante la rivoluzione e durante il periodo del terrore che fa molte vittime ma al quale molti sopravvivono. Alla fine del terrore e successivamente all’inizio del Consolato e dell’Impero napoleonico, coloro che erano sopravvissuti animarono un gruppo - gli idélogues - con Antoine Destutt de Tracy (il cui libro su Montesquieu è stato tradotto in inglese da Jefferson in persona). Gli idéologues vengono tutti perseguitati da Napoleone, ma con la Restaurazione torneranno a trionfare. In questo periodo si afferma un altro movimento, destinato a prendere il potere: i dottrinari, con economisti come Jean-Baptiste Say.
Io insegno in una business school (École Supérieure de Commerce de Paris) che è tra le principali in Francia; è la scuola di commercio più antica d’Europa (non considerando le scuole di Venezia e di Firenze del Medioevo) ed è stata fondata da Auguste Blanqui, discepolo di Jean- Baptiste Say nel 1819, ovvero poco dopo la fine delle guerre napoleoniche e del dramma rivoluzionario, quando si stava formando una nuova Francia che sceglieva la pace contro la guerra, il commercio contro il militarismo. Questa scuola è stata creata per formare le élites di una nuova economia liberale francese. È il periodo in cui si affermano economisti importanti come Bastiat, in cui esce Il Giornale degli Economisti di Charles Dunoyer e Charles Compte, tutte persone che hanno occupato le poltrone più importanti del Collegio di Francia e dell’Accademia delle Scienze parallele politiche, come gli orleanisti, ovvero coloro che hanno fatto la rivoluzione del 1830, e Benjamin Constant. Sono proprio loro i creatori della Terza repubblica. E la terza rivoluzione si rifà sì alla rivoluzione francese, al 1789, ma lo fa opponendosi ai fondatori della Terza repubblica - come Georges Clemenceau - che sostengono che la rivoluzione francese sia un elemento isolato. La tradizione liberale sul piano politico, economico e intellettuale - è da lì che nasce l’università francese moderna - viene perseguita fino a Raymond Poincaré, presidente del Consiglio prima e dopo la guerra e presidente della Repubblica durante la prima guerra mondiale. Infine la Francia diventa antiliberale. Comincia a diventarlo con il Fronte Popolare nel 1936. Sfortunatamente la Francia perde la battaglia del 1940 e questo costringe De Gaulle ad accettare un accordo con i comunisti durante la guerra, accordo in seguito al quale si sono verificate vere e proprie nazionalizzazioni che rientrano nella fase antiliberale della storia della Francia moderna. Fino a una data recente perciò l’ideologia dominante in Francia è un’ideologia liberale, che è centralizzatrice nel senso di quel buon giacobinismo di cui ho appena parlato (l’uguaglianza davanti alla legge).
Ma vorrei fare un accenno al concetto di check and balance secondo Angelo Panebianco non ben compreso dai francesi. Esiste un testo magnifico di Condorcet contro Montesquieu. In realtà il sistema auspicato da Montesquieu non è affatto un sistema liberale, egli è un rappresentante della reazione nobiliare al liberalismo nascente, è un reazionario pro-feudale. Quello che vuole Montesquieu è che si ritorni a una situazione di check and balance, ovvero ad alveoli feudali, naturalmente diretti dai nobili, dove ogni nobile dirige la sua signoria senza che il re possa imporre nulla. L’ideale di Montesquieu non ha niente di liberale. È curioso poi che un teorico della socialdemocrazia moderna prenda Montesquieu come modello, dato che la socialdemocrazia consiste nel far negoziare i sindacati, i patronati, lo Stato e a risolvere i problemi attraverso trattative: una concezione di libertà come equilibrio di forze che è la stessa di Machiavelli. Ma le persone a cui questa tradizione appartiene non hanno capito niente della teoria liberale della legge come regola di giusta condotta, la stessa che permette a ognuno di fare ciò che fa quando per esempio guida una macchina. Quando si guida infatti si sa che esiste un codice della strada che è lo stesso per tutti i Paesi. Se uno va da Trieste a Roma e da Roma a Milano, nessuno gli chiede dove va e nessuno può impedirgli di andare dove vuole. Ma in caso di incidente tutto il mondo obbedisce allo stesso codice della strada. La legge liberale è proprio questo, è una legge uguale per tutti e grazie alla quale ognuno fa ciò che vuole. E questa non è affatto la visione di Montesquieu.
Il check and balance anglosassone è assolutamente diverso, è il check and balance nell’apparato dello Stato. Occorre che in questo apparato nessuno sia in grado di acquisire potere dispotico, quindi occorre organizzare il check and balance tra le istituzioni dell’apparato statale. Anche qui è Hayek che, riprendendo una vecchia riflessione della rivoluzione inglese, ha individuato due domande fondamentali. La prima è: chi deve detenere il potere nello Stato? Seconda domanda: quale deve essere il limite del potere dello Stato? Alla prima domanda si può rispondere: un governo autoritario o la democrazia perché il potere nello Stato può essere esercitato o in maniera autoritaria (monarchia, oligarchia) o in maniera democratica (elezioni regolari). Ma la seconda domanda ammette due risposte completamente diverse: se si risponde che lo Stato non deve avere alcun limite, allora si ha il totalitarismo; se si risponde che lo Stato deve avere dei limiti, allora si ha il liberalismo. Ma non dobbiamo confondere la democrazia con il liberalismo. Si può infatti concepire uno Stato che sia democratico e allo stesso tempo totalitario, come nella Comune di Parigi, che detiene tutti i poteri ma ogni giorno il popolo si riunisce e discute di quello che occorre fare. Al contrario si può concepire uno Stato che non sia democratico ma autoritario, e che sia liberale. Come a Singapore dove non ci sono elezioni, o nel caso di Pinochet e ancora di Napoleone III: in tutti questi casi si ha un potere autoritario, ma lo Stato lascia vivere la gente liberamente. Nella Costituzione americana il check and balance rappresenta un sistema destinato ad assicurare la democrazia nel seno dello Stato federale, per evitare che il presidente o il Congresso o la Corte suprema prendano tutti i poteri. Tuttavia la libertà americana non si fonda sul check and balance, bensì sulla «legge uguale per tutti».
Per concludere, credo che questa querelle sulla patria della libertà, su Parigi o Filadelfia, sia in parte vana per una ragione storica: perché la libertà è un prodotto tipico dell’Occidente ed è il frutto dell’incontro fra tre radici spirituali. Forse ciò può apparire scontato, ma come sostiene lo storico americano Harold J. Berman nel suo meraviglioso libro Law and Revolution, esiste un modo per formulare questa idea classica in maniera nuova. Le tre radici sono Atene, Roma e Gerusalemme; come Berman dimostra, queste tre civiltà, che erano in contatto dall’antichità, sono state sintetizzate nel Medioevo sotto l’impulso della Chiesa romana, quando la Bibbia era l’etica e l’escatologia, la Grecia la scienza, Roma il diritto. Sotto l’impulso dei papi, dei concili ecumenici, delle università, del diritto canonico, è nato così il concetto di Occidente come civiltà che vuole progredire attraverso l’escatologia, trasformare e migliorare il mondo conoscendolo attraverso la scienza greca e organizzando la società grazie al diritto romano. Il limite della civiltà occidentale non è né Parigi né Filadelfia, bensì i millenarismi (che vogliono trasformare il mondo in un solo colpo, uccidendo tutti i cattivi) e le regressioni allo stato tribale responsabili di orrori molto prima di Robespierre. Io credo che il socialismo e il fascismo siano la metamorfosi moderna di questo vecchio millenarismo e tutto quello che è successo dal periodo rivoluzionario francese fino a oggi ha origine nella natura umana che in situazioni di crisi regredisce, costruisce miti e commette crimini. Non dimenticare Parigi dunque, ma ricordarsi di Roma, Atene e Gerusalemme.