
Desidero portare il saluto della Regione alle autorità e a tutti i presenti, ringraziare la Fondazione liberal e Roberto Menia per aver voluto organizzare, per il secondo anno consecutivo, questo incontro nella nostra città. Trieste è una città che ha per tradizione e per storia, un grande profilo di libertà, di scambio aperto, di democrazia. Anche la Regione ha saputo trovare i tempi e i temi per l’unità, per vivere all’interno del proprio territorio anche la presenza, a volte complessa, di minoranze linguistiche, di religioni diverse. Una città e una Regione che sono state per tanti anni la frontiera verso l’Est, verso un mondo che si è andato dissolvendo e che oggi sono al centro d’Europa, in un contesto più ampio all’interno del quale ci si scambieranno sempre più spesso e sempre con maggior forza non solo merci, non solo prodotti agricoli, ma idee e opinioni alla ricerca di un pensiero forte che ci unisca. Dunque non è casuale la scelta di Trieste come città nella quale si discute del pensiero filosofico e, in particolare, di libertà, anche se può sembrare pleonastico parlarne, essendo ormai considerata un bene acquisito, fuori discussione. Ma proprio per questo l’idea di libertà va rafforzata, eliminando alcuni equivoci. A causa di una certa vulgata politica per cui ciò che guardava avanti era progressista e di sinistra mentre ciò che era liberalismo era di destra e della conservazione, ci troviamo infatti di fronte all’equazione «ciò che è liberale è conservatore». Sappiamo che non è così: il liberalismo accetta la competizione, accetta le regole della democrazia conflittuale e non della democrazia consociativa e già per questo è una filosofia, un modo di essere che ci porta a guardare al futuro e non al passato.
Abbiamo inoltre sotto gli occhi la rappresentazione plastica di quanto una parte della nostra società predichi bene e razzoli male in campo di libertà. Il girotondismo che oggi sembra essere una delle scuole di pensiero dominanti nel centrosinistra, affonda le proprie radici e conserva in sé un concetto profondamente antidemocratico: rispolvera infatti l’idea che la democrazia appartenga a una élite intellettuale che comunque va in piazza con la pretesa di rappresentare la massa e mettendo in discussione le regole stesse della democrazia: regole secondo cui l’unica cosa che conta è il consenso dei cittadini espresso nella cabina elettorale, al riparo da occhi indiscreti. Ecco, questi fenomeni ci inducono oggi a essere qui, in un’occasione importante di cui siamo fieri e per cui ringrazio il presidente Ferdinando Adornato e i suoi collaboratori.