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Trieste al servizio della libertà

Supplemento al numero 15 di Fl
di Roberto Menia

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coplibertaQuando l’anno scorso inaugurammo queste giornate internazionali del pensiero filosofico volute dalla Fondazione liberal, sotto l’egida dell’amministrazione comunale di Trieste, ci ripromettemmo che questo divenisse un grande appuntamento internazionale con cadenza annuale: abbiamo mantenuto la promessa, cosa che fa onore più che all’amministrazione a una città intera, perché Trieste sarà per tre giorni capitale di rilievo assoluto nel panorama culturale nazionale ed europeo, per il livello di questo dibattito filosofico destinato a toccare temi di grande spessore spirituale.Questi convegni, diversamente da tanti altri, nel porre delle domande hanno anche la pretesa di dare delle risposte. L’anno scorso ci riunimmo dopo pochi giorni dall’attacco terroristico alle Torri gemelle di New York per parlare del bisogno di Dio; quest’anno siamo qui per discutere di libertà - delle due libertà di Parigi e di Filadelfia - e delle strade che portano a essa. Non voglio dire che tutte le risposte ai quesiti posti siano assicurate o già scritte, ma è certa l’autenticità del tentativo di volerle fornire a un’opinione pubblica, in Italia e in Europa, bisognosa di un pensiero forte, spesso sconcertata di fronte agli avvenimenti del mondo. Anche questo ci onora.Libertà è una parola splendida, affascinante e allo stesso tempo terribile. Nell’avventura umana vi sono grandi imprese, grandi utopie, sogni, ideali, storie, ma anche guerre e rivoluzioni combattute nel nome della libertà. Da che mondo è mondo e da che l’uomo è uomo, le libertà hanno saputo infiammare le coscienze, dare una motivazione alla storia dei popoli; nel Novecento appena terminato, in queste terre nel nome della libertà dei popoli, si riempivano le foibe; così come nel nome della libertà, dalla risiera partivano i carri piombati per andare là dove, beffardamente, «il lavoro rendeva liberi». Ma le ideologie totalitarie che hanno sconvolto il secolo scorso sembrano dal punto di vista generazionale lontane da Parigi e da Filadelfia...
A me pare però che vi sia una fondamentale distinzione tra una rivoluzione che vorrei chiamare quantitativa quella francese - rispetto a quella qualitativa, americana: da una parte la rivoluzione della borghesia nascente che rivendicava la libertà delle masse, dall’altra una rivoluzione nel nome della tradizione degli uomini, della libertà degli individui, senza conseguenze cruente. Non possiamo ignorare come nelle follie totalitarie del Novecento vi sia stata una coda sanguinaria e cruenta. Ecco dunque una delle risposte di questi incontri, già contenuta nel titolo dell’intervento di Ferdinando Adornato.
La libertà poi deve necessariamente coniugarsi con l’ordine, con il senso dello Stato, con l’identità, con il vivere sociale; e ciò riguarda anche amministrazioni come questa - considerate «impresentabili» perché di destra - che propongono dibattiti di questo genere: a me sembra che stiamo rendendo in questa occasione alla nostra città un servizio di cui possiamo essere fieri e per cui siamo grati alla Fondazione liberal e a tutti i convenuti. A proposito di libertà e di grandi idee, sosteneva Hezra Pound che se un uomo non è disposto ad affrontare qualche rischio per le sue opinioni, o quelle opinioni non valgono niente o non vale niente lui. Ecco un grande insegnamento nel nome della libertà. 
 

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