
Il tema della seconda edizione delle Giornate internazionali del pensiero filosofico di Trieste - i cui atti sono raccolti in questo libro - è stato: Le due libertà. Parigi (e cioè la rivoluzione francese) o Filadelfia (ovvero quella americana)? Due rivoluzioni che hanno esaltato entrambe i valori di libertà e democrazia, ma anche - e su questo vogliamo focalizzare l’attenzione - due rivoluzioni tra loro profondamente diverse. Tale considerazione scaturisce innanzitutto dal fatto che alla rivoluzione francese, e in particolare alla sua fase giacobina, si sono successivamente collegate, per mille fili, esperienze ideologiche e politiche che hanno rovesciato i valori di libertà e di democrazia in esperimenti autoritari e totalitari. Vi è stato persino chi ha individuato una filiazione del fascismo dal giacobinismo e dal suo nocciolo nazionalistico, anche se, da questo punto di vista, Giovanni Gentile contestò apertamente e, a mio modo di vedere, persuasivamente, un tale nesso. Più esplicitamente, e direi senza che siano possibili troppe contestazioni, il comunismo sovietico si è richiamato e appare effettivamente erede del giacobinismo e di Robespierre. Questo dal lato della rivoluzione francese. Se viceversa guardiamo dall’altro lato, all’esperienza della rivoluzione americana, non possiamo non prendere atto che di qui non è scaturita nessuna tentazione, evoluzione o digressione che dir si voglia di tipo totalitario. Si può dire che in genere la cultura politica e istituzionale anglosassone ha dimostrato di essere immune da tentazioni di tal genere. A questo punto, quindi, scatta la prima domanda in relazione al tema di questo convegno: e cioè se non vi siano nella rivoluzione francese i germi ideali di quelle che sono state poi le esperienze totalitarie del Novecento. Dando per acquisito, naturalmente, che la rivoluzione francese non si può certo ridurre a questo, a movimento di incubazione dei futuri totalitarismi; e che quella rivoluzione conobbe, nella sua rapida vicenda, diverse fasi e uno scontro, drammatico, al suo interno, tra spinte, ideali oltre che politiche, contrapposte.
Circostanza, anche questa, che non è dato rintracciare nell’esperienza americana. Per cui si potrebbe anche dedurre che quella di Parigi, a differenza di quella di Filadelfia, fu una rivoluzione a forte intensità dialettica e che perciò, probabilmente, è proprio illuminando i termini di tale dialettica che si può discernere il seme totalitario da quello autenticamente liberale. Secondo un rapporto, si può ipotizzare, sia di contrapposizione sia di identità, come si conviene a ogni relazione dialettica. Per cui si può infine dire che l’idea di libertà scaturita dalla rivoluzione francese e quella derivata dalla rivoluzione americana sono identiche ma anche tra loro diverse.
Questo è stato dunque il punto di partenza della nostra riflessione e in proposito vorrei segnalare un elemento che congiunge le tematiche delle relazioni di apertura alla parte conclusiva del nostro convegno. Mi riferisco all’ipotesi che alle spalle delle due diverse idee di libertà si può intravedere anche una diversità originaria nella concezione dell’uomo. Da un lato vi è una concezione dell’uomo come un ente che è un misto di bene e di male, dall’altro, invece, un’altra concezione che è chiara, ad esempio, in un pensatore come Rousseau, secondo cui l’uomo è originariamente buono e sono poi le tradizioni, le superstizioni legate a queste, il passato in genere e in ultima istanza le relazioni sociali, il sistema sociale, ciò che genera il male. Il quale non sarebbe dunque originario. La distinzione per la verità, che rimanda a problemi di ordine filosofico e teologico monumentali, dovrebbe essere più sottile. Qualunque impostazione connessa al liberalismo non può, a mio avviso, non riposare sulla legge naturale, la cui legittimità, a sua volta, si basa sulla convinzione che via sia un ordine naturale delle cose che viene da Dio e che esso sia riconoscibile dall’uomo sin dalla nascita, per cui anche un bambino è in grado di distinguere tra bene e male ed è naturalmente portato al bene (non vi è dunque intrinseca malvagità dell’uomo).
Dove ci si divide è quando vi è chi sostiene che l’uomo, pur essendo ordinato al bene è anche costitutivamente assai suscettibile alle tentazioni del male (l’idea dell’uomo come misto di bene e male), e chi vede invece nell’azione malvagia il prodotto di una corruzione che non ha la propria fonte dentro ogni uomo ma è il prodotto di cause di cui sono responsabili le strutture sociali e ideologiche dominanti e infine alcuni uomini che tali strutture signoreggiano e incarnano. Per esemplificare, mostrando così che non si tratta di questioni semplicemente teoriche, chi è oggi convinto che è il consumismo o sono le ingiustizie sociali la causa prima della criminalità e persino del terrorismo è figlio della seconda impostazione, chi sostiene che quelle azioni sono relazionabili ma non deducibili da un determinato assetto sociale, e che esse traggono comunque la loro origine da una libera volizione di chi le pone in essere, è figlio della prima impostazione.
Per tornare al nostro discorso, è ovvio che da queste due impostazioni discendono conseguenze importanti e diverse. Dalla prima impostazione discende una concezione più realistica dell’uomo, e quindi un atteggiamento di maggior attenzione alla dimensione religiosa (a causa dell’originaria imperfezione dell’uomo) e insieme di distinzione tra sfera politica e sfera religiosa: proprio perché si presuppone l’uomo come limitato, la politica si presuppone come limitata e si diffida dunque di una politica assoluta posta in essere dall’idea di un futuro uomo assoluto o perfetto. Conseguentemente, o comunque attraverso un nesso, la prima preoccupazione che nasce da un’impostazione di questo genere è quella di limitare, regolare e controllare i poteri nel senso che ovviamente, posto che l’uomo è un misto di bene e di male, l’uso che si può fare del potere può essere buono o cattivo e di conseguenza il limite e le regole al potere costituiscono una preoccupazione fondamentale. Dall’altra impostazione, quella che vede nel sistema sociale e nelle superstizioni e tradizioni del passato il fardello di cui liberarsi, può derivare, non necessariamente ma può derivare, l’ostilità alla sfera religiosa, considerata infine residuo dell’infanzia dell’uomo quando non «oppio dei popoli» e inoltre l’idea che un potere politico molto forte, o tendenzialmente assoluto, e cioè sciolto da ogni limite e controllo, possa essere giustificato dalla finalità di rompere le strutture sociali che vengono percepite come male. Se il male è infatti nelle strutture e non anzitutto nel cuore dell’uomo, l’azione volta a demolire quelle strutture è comunque giustificata. A partire di qui, quindi, attraverso una dialettica che è stata a lungo e in vari modi studiata, una idea di liberazione dell’uomo può capovolgersi in mentalità, idealità ed esperienze di tipo totalitario.
L’attualità di questo confronto tra idee diverse di libertà e tra le diverse esperienze ideali che le hanno prodotte nasce dalla circostanza che oggi, dopo la crisi e il tramonto delle esperienze politiche legate al marxismo, sembra che siamo divenuti un po’ tutti, o quasi tutti, liberali. Da questo punto di vista non credo che sia produttivo farci reciprocamente l’analisi del sangue per vedere chi è liberale doc e chi no. Siccome però continuano a sussistere tra di noi profonde diversità ideali e poi politiche, la cosa più produttiva da farsi, credo, è quella di mettere bene a fuoco quali e quante differenze vi sono in questa comune ispirazione e tra diverse ipotesi di liberalismo. Così come si tratta di mettere a fuoco se sia ancora possibile, oggi, e per quali vie, persino inedite, l’emergere di nuove tentazioni di ispirazione giacobina e di nuovi rischi totalitari, magari a partire da certe impostazioni che si autodefiniscono liberali.
La seconda questione, connessa a quanto fin qui detto, si riferisce alla disputa nata a proposito dell’opportunità di tornare ad apporre il crocefisso cristiano alle pareti delle nostre aule scolastiche; questione che rinvia al tema dell’identità cristiana dell’Europa che è a sua volta legato alla stesura della Costituzione europea. Le questioni sottese a tale querelle sono molteplici e riguardano non solo l’omaggio da tributare o meno, nella nostra Carta fondamentale, a una identità culturale profonda dell’Europa ma il fatto se si debba riconoscere che è dalla tradizione cristiana - e quindi da un nesso positivo e non contrappositivo tra libertà e religione, in un rapporto di distinzione - che ha origine il peculiare modo di vivere l’esperienza della libertà da parte di noi europei e di noi occidentali: una modalità legata alla persona e al suo valore infinito che discende dall’essere e dal concepirsi a immagine e somiglianza di Dio.
Ecco, questi sono alcuni dei punti che hanno dato sostanza al nostro incontro. Questo convegno, come anche quello dell’anno scorso, ha avuto un ulteriore presupposto, è partito da un’ulteriore ipotesi di lavoro: dall’idea che la situazione nella quale ci troviamo a vivere, tutti noi sappiamo quanto complessa sul piano mondiale, ci rende convinti che, dopo gli anni del pensiero debole, sia oggi necessario un pensiero forte e che, non solo in politica ma innanzitutto sul piano delle idee, ci sia bisogno non del piccolo cabotaggio ma di assumersi responsabilità intellettuali e morali.