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Dopo i totalitarismi. Fede e politica nel XXI secolo

Supplemento al numero 9 di Fl
di Ferdinando Adornato

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mini_spec9Pensavamo di essere usciti dal Ventesimo secolo, dall’incubo di quei mostri, che, come Ernst Nolte ha ricordato, pretendevano di rappresentare la verità dell’essere. Questa era infatti la presunzione originaria dei totalitarismi: persuadere gli uomini che li seguivano che in quei diktat si incarnavano la verità dell’essere e il senso della vita. Milioni di persone hanno gettato via anni della loro esistenza, accettando perfino di perderla, credendo davvero che in quegli idola effettivamente si nascondesse la verità del nostro essere al mondo, il nostro compimento umano. Un compimento terreno, totalmente antireligioso perché pretendeva di realizzare sulla terra ciò che atteneva al cielo. Ma guarda caso, per raggiungere il cielo aveva bisogno delle polizie di Stato, degli stermini di massa, dei lager e dei gulag. Questo, niente altro che questo sono stati il comunismo e il nazismo. Naturalmente le persone più ragionevoli continuano a domandarsi perché in tanti hanno potuto credere a quei mostri e se quei mostri possano ancora ripresentarsi. L’undici settembre del 2001 sicuramente è avvenuto qualcosa di nuovo. Ma forse si è ripetuto anche qualcosa di antico; di inaudito certo, perché mai visto prima e perché colpiva, in modo così spettacolare, per la prima volta il suolo degli Stati Uniti d’America. Ma non nuovo relativamente al numero delle vittime e non nuovo riguardo all’esibizione di un fanatismo capace di tanto odio contro l’umanità. L’uomo ha sempre ucciso e ha continuato a uccidere dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Le guerre non sono mai finite. L’illusionismo dei media ci ha protetto: decretando che se un massacro non appare in tv è come se non fosse accaduto. Ma, purtroppo, non è vero. La gente muore anche senza cameraman. Così la nostra capacità di intervento rispetto a certi eventi è molto scarsa, non solo perché non abbiamo la capacità di rispondere ma anche perché, alle volte, non vogliamo rispondere, ingabbiati come siamo in gigantesche ipocrisie. In Kosovo siamo intervenuti: ma tanti anni dopo il sorgere del conflitto in Bosnia. Non abbiamo saputo cosa fare per il Ruanda o per l’Indonesia. Talvolta mancano gli strumenti, anche alla diplomazia internazionale; altre volte non siamo neanche in grado di "leggere" le situazioni di crisi, come nel caso del massacro in Cecenia sul quale André Glucksmann si è tanto impegnato ma di cui non si è granché parlato, ignorandone per lo più anche l’origine. Mi domando: quante tonnellate di indignazione sono state riservate a qualche strampalata dichiarazione a mezzo stampa del signor Haider? Chi invece ha obiettato qualcosa al signor Putin? Spesso per noi vale di più un’intervista che un massacro. Ipocrisie - inutile rintracciarne adesso l’origine o il colore politico - che fanno parte del nostro vivere quotidiano.
Ma veniamo agli avvenimenti più recenti. Non ci sono attualmente, a mio modo di vedere, le condizioni per le quali si possa immaginare che si stia aprendo uno scontro di civiltà. Prima ancora che in sede teorica, non mi sembra che si possa dire che le affermazioni o le previsoni espresse dal professor Huntington nel suo ormai famoso libro, siano profezie verificate. Non ci sono insomma le condizioni per immaginare che si stiano per riproporre guerre di religione: non ci sono nelle classi dirigenti e nelle comunità del cosiddetto Occidente e non ci sono nelle classi dirigenti e nelle comunità del cosiddetto Islam. Da questo punto di vista voglio raccogliere l’appello di Amel Grami: lottiamo tutti insieme contro tutte le chiusure mentali, ovunque esse si presentino, in tutte le culture, in tutti gli Stati. Detto questo, però, va registrato che qualche problema esiste nel confronto tra le diverse aree del mondo e dunque tra le diverse civiltà. Sia il comunismo che il nazismo, pur nascendo con la fantasia di rappresentare il compimento della civiltà occidentale, si sono poi al contrario rapidamente rivelati come il più formidabile strumento di annulamento dei suoi valori, come movimenti di distruzione dell’Occidente. Ma erano comunque movimenti interni all’Occidente. Si può ad esempio continuare a pensare al comunismo come a un’eresia cristiana - un’ipotesi, appunto, di compimento in terra di un’idea cristiana - e al nazismo come all’utopia di realizzare tradizioni millenarie della terra tedesca. L’undici settembre invece il distruttore arriva da fuori. Facile immaginare dunque, come fa Huntington, uno scontro di civiltà. In realtà, a mio parere, il nodo che si sta aggrovigliando riguarda la contraddizione tra la velocità della globalizzazione e l’arretratezza politico-istituzionale di una parte del mondo molto vasta nella quale non vige il sistema liberale. È l’insieme dei traumi che si aprono nella forbice tra espansione della globalizzazione e la resistenza di numerosissimi regimi dittatoriali a creare un grande problema. Dittature e globalizzazione non possono andare d’accordo.
Se quel che dico è vero, si capisce perché non è giusto parlare di scontro di civiltà, perché la questione non riguardi l’Islam: dittature e sistemi non liberali esistono infatti anche altrove, in Cina, a Cuba, in tanti altri Paesi del mondo. La questione dunque si pone in maniera molto drammatica dal punto di vista storico, perché certo la globalizzazione non può essere fermata. Inoltre essa, con la libertà del commercio, è l’unica forma che può garantire lo sviluppo anche dei Paesi più poveri. Ma, nello stesso tempo, essa può procurare tensioni drammatiche in conseguenza del fatto che il sistema liberale, quindi il sistema di valori che dovrebbe accogliere lo sviluppo del commercio globale, non è, appunto, globale. Per capirci, quando Arafat va a trattare, non si sa a nome di quale entità e di quale popolo egli parli, visto che poi, magari, Hamas o l’Fplp non rispettano gli accordi che Arafat sottoscrive. Ancora: le dittature sono espressioni di Stati nazionali e il mondo occidentale sta avviando un processo di superamento degli Stati nazionali; ecco un altro elemento di frizione che crea contraddizioni anche drammatiche. Ecco i veri problemi: non ci sono invece ragioni, né obiettive né soggettive, per pensare che le tre religioni monoteistiche vogliano sviluppare da qui in avanti un’offensiva planetaria per imporre la loro verità come quella universale.
C’è dunque davanti a noi un problema che può avere a che fare con l’ipotesi di uno scontro di civiltà, ma non solo con l’Islam e non nel senso che Huntington propone. E risiede in una domanda che dobbiamo porre a noi stessi: la democrazia è per noi un valore universale? Rispondere sì a questa domanda non implica ovviamente intraprendere guerre per imporre il sistema liberale ad altri Paesi, ma significa assumere il fatto che esiste comunque un’irriducibilità di principio tra i valori della democrazia e i valori della non democrazia. Questa è la domanda che si impone all’Occidente all’inizio del Ventunesimo secolo. Credo che tutte le culture e le comunità politiche e intellettuali dell’Occidente non possano non riaprire su questo la discussione. Ciò non significa, lo ripeto, che se consideriamo la democrazia un valore universale dobbiamo dichiarare guerra ai Paesi non democratici... Non abbiamo mai dichiarato guerra neanche all’Unione Sovietica se è per questo... C’è stata la guerra fredda, abbiamo creato sistemi di difesa per impedire che qualcuno potesse attaccarci, ma abbiamo insieme sviluppato, giustamente, rapporti commerciali con tutti i Paesi del mondo compresa l’Unione Sovietica. Senza però smettere mai di segnalare all’opinione pubblica dei nostri Paesi che oltrecortina esisteva un pericolo e che comunque vigeva un sistema di valori antagonista al nostro. E oggi il punto è proprio questo: esistono ancora questi valori per noi? Oppure pensiamo che ormai solo la griffe di Armani e la Pegeout 206, tanto per fare due esempi, siano i parametri del benessere? Sia chiaro: non penso che questi siano oggetti ai quali rinunciare in nome di un nuovo francescanesimo, ma è evidente che se tutto si riduce a questo, se i valori dell’Occidente si riducono all’esibizione del benessere economico, noi non insegneremo mai più ai nostri figli, né a nessun altro nel mondo quali sono i valori di fondazione della nostra civiltà. Nel migliore dei casi genereremo solo invidia e nel peggiore disprezzo. Proprio il disprezzo che perfino i settori riformisti e moderati dell’Islam hanno nei confronti della nostra civiltà. Non per la nostra religione: ma semmai per la nostra areligiosità. Basta accendere la nostra televisione per capire quale sistema di valori noi diffondiamo: a un abitante di quelle terre restituiamo immediatamente l’idea della nullità, della vacuità. Torna dunque la domanda: quali sono i nostri valori?
Entriamo allora nel merito della questione. È difficile negare che i nostri valori non contemplino il dialogo, la tolleranza, il rispetto per gli altri, dico di più, l’amore. È altresì difficile negare perfino che per raggiungere l’attuale grado di benessere, comprensivo di Armani e Pegeout, i nostri antenati hanno dovuto sacrificare la vita per difendere la libertà. Anche questa è, oltre alla tolleranza, storia di casa nostra. Da una parte l’amore, la tolleranza, il dialogo, il rispetto degli altri, dall’altra la capacità di dar la vita per difendere la libertà. Dunque la capacità di combattere. Io credo che entrambe queste pulsioni siano presenti nel nostro animo, facciano parte della nostra tradizione di valori. Eppure molti pensano solo alla prima faccia della medaglia, trascurando colpevolmente, per un immotivato senso di colpa, la seconda: lo studio e l’affermazione della propria identità, della propria storia, la passione per la propria cultura e per le proprie religioni. Ignorando che l’una faccia senza l’altra non regge. Per il semplice motivo che senza rispetto per se stessi e per la propria identità non è possibile nessun vero dialogo con l’altro. Ci siamo impigriti e abbiamo pensato che le guerre potessero non esserci più, e lo abbiamo detto ai nostri figli ma abbiamo detto una bugia, perché la lotta del bene contro il male non è finita e non finirà mai. Il pensiero occidentale non è mai stato e non può essere debole. Chi ci ha convinto del contrario ha commesso un delitto teorico. Dopo l’undici settembre abbiamo bisogno di pensieri forti e di intellettuali che li sostengano.
I movimenti totalitari del Ventesimo secolo, come abbiamo detto, hanno determinato un approdo nichilista, evidente fin dalle loro formulazioni che puntavano a distruggere il cuore del pensiero occidentale basato sul policentrismo, sull’autonomia e la responsabilità degli individui. L’attacco è stato mosso all’individuo in nome del collettivismo - bolscevico o ariano che fosse -, in nome delle grandi strutture totalitarie che uniscono appunto essere e Stato, la verità dell’essere con la verità dello Stato e quindi annullano l’autonomia della persona. Filosoficamente il grande compimento di questi movimenti totalitari era il tentativo di annullare il soggetto. Analogamente, ma con ben altri esiti per fortuna, più pacifici, accettabili e persino simpatici, i movimenti culturali nati alla fine degli anni Sessanta hanno avuto anche loro l’ispirazione di negare il ruolo del soggetto. Hanno tentato di destrutturarlo, di limitarne l’ambito di autonomia e di responsabilità, mettendo sotto accusa anche la famiglia, una delle cellule fondamentali della vita e della società non a caso riscoperta in questi anni da movimenti contrari a quelli di allora. Infine è arrivato l’insidioso tentativo di colpire al cuore il processo di costruzione giudaico-cristiana della nostra Europa e della nostra società, il tentativo di contestare la Genesi, l’assunto che l’uomo sia stato creato a immagine e somiglianza di Dio e che abbia il compito di esercitare la sua signoria sulla terra, ordinando la natura. Il che non vuol dire affatto che egli abbia il compito di essere nemico della natura, anzi il contrario... È il messaggio di Dio che l’uomo raccoglie: ma ci sono dei movimenti che con molto consenso affermano oggi che l’uomo è sullo stesso piano degli animali e delle piante. Sono teorie che puntano a colpire al cuore il libro della Genesi e quindi la signoria dell’uomo sulla terra. Ma se si colpisce questa signoria si colpisce, forse senza rendersene conto, il senso di responsabilità dell’uomo stesso. Il moderno ecologismo fondamentalista sostituisce la natura al lavoro salariato, cambia l’ordine dei fattori del marxismo ma lascia inalterato il prodotto. Il nemico è sempre l’imperialismo, il capitalismo, il sistema e la logica di mercato. Prima c’era lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, oggi quello dell’uomo sulla natura. Quello che emerge è sempre l’attacco al concetto di responsabilità dell’uomo sulla terra. Ma ciò facendo si colpisce il senso stesso della vita, proprio quello che tutti abbiamo bisogno di recuperare.
Il fatto che le utopie si siano ridotte in cenere non cancella la vastità e l’intensità dei danni creati. Anzi: la disillusione e l’indifferenza si sono fatti ancora più acuti. E così, di fronte alla grande capacità di credere esibita dalla nazione americana, nelle terre d’Europa più facilmente oggi si avverte paura e scetticismo. Sono le conseguenze del nichilismo vincente che, sfruttando ora la diffusione del benessere e l’uso spregiudicato delle tecnologie, ci suggerisce che per nulla vale la pena di battersi e di rischiare se non per se stessi, che in alcun Dio vale la pena di credere, che perfino la nostra coscienza è Nulla. Fino all’algida scelta di non fare più figli, la più grande testimonianza della "caduta" dell’ amore e della speranza. Se questa malattia che ha già corroso l’Occidente si estendesse ancora di più, davvero gli uomini che hanno colpito le Twin Towers avrebbero vinto. E a poco servirebbero, a quel punto, i nostri golfini griffati. Ma qual è dunque il senso della vita? Dio non può intervenire sulla terra, Dio non c’era ad Auschwitz, a Kolyma, Dio non c’era l’undici settembre del 2001 a New York. Dio non può e non vuole sostituirsi a noi: ci ha dato invece la possibilità di capire quale è il bene e quale è il male e ci ha dato la possibilità di scegliere. Ogni volta che demandiamo a Dio o ad altre entità le nostre responsabilità, il nostro potere di scegliere che dà senso alla nostra esistenza, colpiamo al cuore il senso della vita. Scegliamo il nichilismo. Non l’Islam, ma questo è il nemico che guidava gli aerei contro le Torri gemelle, il mostro che continuamente si ripresenta laddove si smarrisce la forza del credere, non necessariamente in Dio anche in se stessi, anche nella luce della propria coscienza. Questo è il sentiero della battaglia che dobbiamo condurre, insieme laici e cattolici, non smarrendo il grande dono della responsabilità, la grande libertà di scegliere ciò che è bene e ciò che è male. Perché non si può vivere senza sapere ciò che per ogni tradizione, per ogni cultura è bene o è male. Sono i comandamenti naturali a indicarcelo, oltre a quelli rivelati, è la nostra coscienza appunto, una luce interiore che ciascuno si porta dentro.
Nella nostra tradizione l’uomo viene prima dello Stato; quando invece lo Stato ha assunto il ruolo principale è avvenuto il corto circuito cui accennavo prima: i valori della persona e dell’individuo sono stati umiliati. A questo proposito si dovrebbero analizzare - se non fosse troppo lungo farlo - le differenze che in Occidente esistono tra la filosofia pubblica nata a Parigi e quella nata a Filadelfia, perché non sempre l’Occidente ha sviluppato la stessa filosofia pubblica nella relazione tra uomo-potere, tra uomo e verità, tra uomo e Dio. La Rivoluzione francese ha messo al primo posto la Ragione, indicata come essere supremo e ha dichiarato l’uomo totalmente padrone di se stesso, libero da ogni influenza divina. La Costituzione americana invece dichiara la sua ispirazione nella divina provvidenza, segnalando dunque una relatività dell’uomo sulle cose del mondo. In riferimento al cristianesimo, Ratzinger ha riproposto recentemente questo problema all’Unione europea discutendo la futura Costituzione. È su questi punti che si combatte anche questa guerra, assieme antica e nuova.
Concludendo: troppe teorie e movimenti hanno cercato di destituire di fondamento l’autonomia individuale, di togliere centralità alla persona. Bisogna invertire la rotta. Anche per questo credo che il messaggio di Giovanni Paolo II vada raccolto davvero come quello dell’ultimo (ma speriamo non l’unico) grande filosofo morale del nostro tempo. Il Papa ci invita a riflettere su termini come "interdipendenza" e "solidarietà", come nell’enciclica Sollecitudo Rei Socialis: due parole chiave che in questo nostro mondo dovrebbero congiungersi. Altrimenti sì, davvero si potrebbero determinare le condizioni di una frattura di quella alleanza dell’Arca tra religione e legge, che in Occidente nasce non come vincolo della religione sulla legge ma come piena libertà dell’individuo e autonomia della persona. Riconoscere il bene dal male, vivere i valori universali con tolleranza e con rispetto, sapere che questo è il nostro grande potere, che questo è il senso della vita e tornare a esibire su tutto ciò un pensiero forte. Questa è la sfida che ci attende. Questo è l’unico percorso possibile per combattere per la pace.
 
 

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