Renzo Foa. Dialogo o conflitto? Da tempo e con fatica, le tre religioni monoteiste dell’area mediterranea misurano i loro rapporti alla ricerca di stabili punti di incontro. Una costruzione difficile, insidiata da tante incognite, contestata in continuazione, indebolita dagli integralismi e da guerre dove la religione, la razza e l’etnia sono motivo di scontro, spesso mescolandosi in una miscela esplosiva. L’undici settembre, l’attacco alle Twin Towers ha ulteriormente drammatizzato la domanda che avevamo scelto come titolo di questa discussione tra la professoressa Amel Grami, docente di Storia e studi islamici all’Università di Tunisi, monsignor Carlo Caffarra, arcivescovo di Ferrara e il rabbino Jeremy Rosen. Però, credo che sia lo stesso utile cominciare da lì, anche perché questo resta l’interrogativo da cui dipende tutto il resto. Allora monsignor Caffara, dialogo o conflitto?
Carlo Caffarra. Nel suo perentorio dilemma, dialogo o conflitto, la formulazione del tema del nostro incontro non lascia alcuno spazio al dubbio: penso che nessuno, oggi in modo particolare più di ieri, sostenga che fra le religioni dell’area mediterranea ci debba essere conflitto e non invece dialogo. Ma da uomini riflessivi quali dobbiamo essere, non dobbiamo mai accontentarci delle parole prescindendo da ciò che significano. Ed è sulla linea di una seria riflessione che questo mio breve intervento ora cercherà di muoversi. Le tre religioni dell’area mediterranea si presentano come religioni rivelate, cioè come religioni che trovano il loro fondamento, la loro radice e la loro fonte nella rivelazione di Dio. Il fondamento: esse si presentano non come favole umane sapientemente elaborate, ma come costituite da un fatto di cui Dio stesso è responsabile, il fatto, appunto, di avere rivolto la sua parola all’uomo. La radice: il fatto della rivelazione è ciò che continuamente fa esistere e vivere la religione, anche se la permanenza della rivelazione dentro la storia degli uomini è considerata in modo diverso nell’ambito di queste tre religioni. La fonte: l’esperienza religiosa nasce continuamente dall’ascolto della parola di Dio. "Ascolta Israele, ascolta". Dall’ascolto, che è obbedienza e sottomissione di tutto l’uomo. Perché ho insistito tanto su questa proprietà? Sulla connessione cioè delle tre religioni mediterranee con la rivelazione divina? Perché è proprio questa connessione a definirne l’identità. Da ciò deriva che il tema della verità è un tema centrale nelle tre religioni di cui stiamo parlando e l’estinzione della passione per la verità significa sempre tradimento della propria fede religiosa per due ragioni almeno. La prima: dire che Dio ha parlato all’uomo significa che esiste un Dio personale che rivolgendosi all’uomo ha qualcosa da dirgli di preciso, e chiede all’uomo di dare una risposta ugualmente precisa. Non si tratta qui di mere emozioni o di mere produzioni simboliche compiute dall’uomo, favole sapientemente inventate dall’uomo stesso, non è un consegnarsi a superstizioni. Ancora. Dimenticare la dimensione di verità della religione significa deporre Dio dalla religione stessa. Certo oggi, in larga misura, non si vuole rinunciare a questo sentimento dell’alterità del divino, a questa particolarità del fattore religioso, ma si vuole poterne disporre in una forma molteplice; il fattore religioso, in ultima analisi, non costituisce un vincolo se viene a mancare la volontà di Dio, la Sua presenza. Da questo punto di vista, non viviamo tanto una crisi religiosa - anzi le religioni stanno prolificando come non mai - quanto piuttosto una crisi del ruolo che si riconosce a Dio; e da questo deriva, nelle religioni rivelate, l’indebolimento spesso fino all’estinzione della passione per la verità, per altre due ragioni direttamente attinenti alla nostra riflessione. La prima è la paura di etichettare come verità ciò che è solo opinione o perfino errore. La seconda è la connessione che si vuole necessaria tra l’affermazione di una verità rivelata e l’intolleranza verso chi non assente a questa verità. E questo è uno dei nodi centrali del nostro incontro.
Si deve rinunciare a dire che ciò che afferma la fede è vero, al fine di non creare intolleranze nel tessuto sociale? Il dialogo esige una messa fra parentesi della fede nella rivelazione? Possiamo senz’altro accettare questa supposta necessità di mettere fra parentesi, in nome del dialogo, la certezza che ciò che Dio dice è vero? In ordine al culto che noi dobbiamo a Dio, non è indifferente ciò che noi pensiamo di Lui; sarebbe ben strano infatti un culto dal quale restasse estranea proprio la ragione, la capacità cioè di pensare, che è la dimensione costitutiva della persona umana. Nel momento in cui però la persona umana assentisse a ciò che la parola di Dio dice è necessario che essa rifiuti il suo assenso a ciò che è contrario. Se ciò non accade è dovuto o alla scettica disperazione di poter conoscere la verità o alla disistima della verità che è contenuta nella rivelazione divina. L’uscita da questa posizione esistenziale può alla fine giustificarsi solo negando il fatto che Dio abbia parlato all’uomo, cioè l’amara constatazione che alla fine l’uomo deve fare conto solo su se stesso. Esiste un testo notissimo nella Bibbia cristiana che esprime in forma stringente quanto sto dicendo. È il seguente: "La parola di Dio è viva, efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio, essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore". Mettendoci a nudo, la parola di Dio scopre bene, fino a denunciarle, le nostre divisioni che non soltanto sono reali e innegabili, ma che appaiono anche umanamente insuperabili, anzi irrinunciabili. Senza mai desistere dalla speranza e soprattutto dalla preghiera, non vogliamo farci illusioni inutili, non vogliamo mentire né davanti a Dio né davanti agli uomini. Le nostre divisioni non si basano solo su equivoci da chiarire, su fraintendimenti da dissipare, su stati d’animo da superare semplicemente con la benevolenza o con lo slancio dell’amore, si tratta di cose ben più serie nella vita.
Da questa obbediente sottomissione alla verità che ci è stata donata derivano l’intolleranza e il conflitto? È esattamente il contrario. Per due motivi. Il primo: l’assenso della persona alla verità che ci è stata rivelata è un atto eminentemente sintetico della persona stessa perché in questo atto convergono ragione, libertà e affettività. È quindi un atto che può scaturire solo dall’intimo della persona. Esigerlo con la forza è un nonsenso. Perciò qualsiasi interpretazione di una fede rivelata che congiungesse religione e forza o violenza, e ravvivasse nel possesso della verità un titolo di superiorità coattiva sarebbe un nonsenso. Inoltre Inoltre una tale posizione, sotto il pretesto di influire positivamente sui costumi della società umana, nasconderebbe spesso l’insidia dell’ipocrisia. Il secondo motivo per cui la convivenza umana fra due persone che danno il loro assenso a una verità ritenuta rivelata non deve essere il conflitto ma il rispetto, è l’amore con cui ogni uomo deve essere amato. Questa esigenza di amore che è dovuto a ogni persona non si fonda sull’impossibilità di raggiungere la verità, né sull’importanza secondaria della sua affermazione, né sulla obiettiva uguaglianza di qualsiasi opinione, ma sull’uguale diritto di ogni uomo a essere amato da ogni uomo. Diritto fondato sul fatto che Dio ama ogni uomo e che all’uomo non è concesso di odiare ciò che Dio ama. "Tutto tu hai creato per amore", dice il Libro della Sapienza. Il giudizio di errore enunciato da una dottrina assunta da una persona non comporta mai l’odio nei suoi confronti, in quanto il precetto della carità non soffre eccezioni. Certo non bisogna sacrificare la verità a nessuna cosa, nemmeno alla concordia. Ma qui non si tratta di sacrificare altro che l’odio, la temerarietà, la leggerezza. La costruzione di una comunità di uomini vera, fondata cioè sul rispetto dovuto da ogni persona umana a un suo simile, per il solo e semplice fatto che esso è amato da Dio, non è un compromesso o una transazione tra fedi religiose, ma è una legge morale assoluta, fondata sull’ordine stesso dell’essere. Credo che in questo la responsabilità di tutti noi credenti, figli di Abramo, sia oggi particolarmente grave. E questa responsabilità si deve esprimere in due formule essenziali: ama la verità e perseguita l’errore e quindi ama ogni uomo perché è amato da Dio. Il nostro futuro dipenderà in tutto dalla nostra fedeltà a questa responsabilità. Consentitemi di concludere manifestando preoccupazioni che porto dentro come vescovo, cioè come responsabile di una comunità cristiana cattolica: l’Occidente sta morendo perché è giunto al termine ultimo, al capolinea di un percorso, iniziato nel momento in cui esso ha pensato che l’uomo fosse se stesso quanto più padrone e produttore di se stesso. Sradicato da ogni appartenenza, l’uomo si è perduto. La prima parola che il Signore Iddio rivolge all’uomo subito dopo il peccato è la seguente: "Il Signore Iddio chiamò l’uomo e gli disse “Dove sei? Sei nella divinità che ti ha promesso il serpente o nella morte che ho io decretato per te?”". Un uomo privo di dimora, perché ha abbandonato quella originaria, l’alleanza con la sapienza creatrice. E qui la contraddizione in cui l’uomo versa: da una parte una domanda che è il bisogno sempre più pressante di ritornare a casa, di ritrovare un senso; ma dall’altra, ogni sentiero per questo ritorno sembra interrotto. Forse la vera ultima richiesta che l’uomo rivolge oggi alle tre grandi religioni del Mediterraneo è che mentre egli passa da una cella della sua prigione all’altra, qualcuno gli dica: "Basta, la tua prigione è terminata". "Parlate al cuore di Gerusalemme - dice il profeta – e gridatele che è finita la sua schiavitù". Questa buona notizia può essere offerta all’uomo solo dalla parola di Dio, attraverso chi in essa ha creduto.
Renzo Foa. Torniamo alla domanda di partenza. Dialogo o conflitto? Come guardare al ruolo delle religioni in questa epoca? Rabbino Rosen, qual è il suo punto di vista?
Jeremy Rosen. Le religioni hanno fallito disastrosamente. Ognuna di esse, ovunque ci guardiamo attorno. E l’Olocausto non ci ha insegnato nulla. Guardiamo al Ruanda, alla Jugoslavia, alla Nigeria, all’Indonesia e naturalmente al Medio Oriente. In qualsiasi parte del pianeta i leader religiosi hanno fallito e in molti casi hanno addirittura peggiorato la situazione. Non parliamo poi dell’Irlanda del Nord e delle Isole britanniche... È un fatto che la religione, come forma organizzata, come istituzione, ha fallito disastrosamente. Anche se da un punto di vista individuale molti di noi acquisiscono forza, potere ed euforia proprio dal condurre una vita religiosa. Allora cosa è andato storto? In un libro molto interessante, Morire per Dio, Daniel Boyarian, professore a Berkley, spiega come duemila anni fa la religione ebraica e quella cristiana condividessero la battaglia con gli estremisti, con i fondamentalisti, con i martiri, e come lottassero contro le voci equilibrate e razionali delle loro religioni. Quindi, il problema che si pone con il fondamentalismo non è nuovo, c’è sempre stato, molte religioni se lo sono trovato di fronte in diversi momenti. Ma quello che mi stupisce maggiormente è il fatto che ognuno di noi, appartenente a una delle tre religioni in questione, virtualmente condivide tutto con l’altro. In cosa credono infatti queste religioni? Fondamentalmente vogliono migliorare la vita degli esseri umani e il rapporto spirituale tra l’umanità e Dio. Ogni religione del Mediterraneo condivide questa visione. Essenzialmente siamo tutti d’accordo sulle basi: crediamo tutti nella necessità di dedicare un giorno alla settimana alla devozione spirituale, anche se sul giorno non riusciamo a metterci d’accordo, crediamo tutti nella preghiera. Allora da cosa derivano tutte queste divisioni? Secondo me non si tratta di divisioni religiose, ma piuttosto culturali e politiche, e su questo voglio soffermarmi. Sicuramente vi ricorderete che nel 320 due imperatori del Sacro romano impero, Costantino e Lucillo, istituirono l’Editto di Milano, l’editto della tolleranza, che stabiliva che a tutte le religioni nell’Impero romano dovevano essere concesse tolleranza e comprensione. Purtroppo la politica si intromise, Costantino e Lucillo litigarono, Costantino sconfisse Lucillo, revocò l’Editto di Milano e una sola religione divenne il partito ufficiale dell’Impero romano. A questa intromissione, per così dire politica, si aggiunge un problema filosofico, la cui responsabilità, io sostengo, va attribuita alla Grecia: pur avendo dato alla civiltà un grandissimo contributo, affermando l’esistenza di una "verità assoluta" ha combinato un disastro. Io non sono un relativista, nel senso che credo che ogni cosa ha il suo corso; preferisco descrivermi come fenomenologista, lasciando però Heidegger fuori dal discorso. Secondo la fenomenologia le esperienze, le situazioni possono riflettere diversi umori, diverse personalità, diverse richieste e condizioni... Se qualcuno mi sta per attaccare e io penso di avere il diritto di difendermi, questo è relativismo? Secondo me, no. Mi rendo conto, ad esempio, che l’aborto è sbagliato, ma mi rendo anche conto che la vita di una donna ha la priorità di fronte a un feto e quindi, qualora la vita o la salute di una donna fossero in pericolo, personalmente approverei l’aborto. Si tratta allora di relativismo morale? Non credo. Credo piuttosto si tratti di un modo diverso di guardare ai problemi filosofici ed etici, estirpandoli dall’assolutismo del "tutto o niente", del "giusto o sbagliato". Tutte le religioni del Mediterraneo sono passate attraverso diversi processi di evoluzione, dovuti a differenze sia nell’ambiente filosofico che in quello economico e politico. C’era un periodo in cui il mondo islamico, per esempio per l’ebraismo, rappresentava l’elemento creativo-progressivo più potente e culturalmente dominante: è stato il mondo islamico a portare il Rinascimento, a mantenere viva la filosofia greca attraverso la Casa della saggezza di Baghdad. Allo stesso modo in cui noi in Europa abbiamo vissuto e superato il Medioevo, ognuno in questo universo attraversa diversi processi e cambiamenti culturali.
Quello che mi preoccupa maggiormente adesso è che ognuna delle nostre religioni è influenzata dai fondamentalisti. Io sento di avere più in comune con un cristiano illuminato e con un musulmano illuminato, piuttosto che con un fondamentalista ebreo. E sono pronto a scommettere che la maggior parte dei musulmani e dei cristiani illuminati potranno dire la stessa cosa. Sembra di essere entrati nell’era religiosa post-religione. Sono essenzialmente contrario al coinvolgimento della religione nella struttura politica della vita, che vedo invece sempre più frequente e produttivo. Il modello che prendo ad esempio è l’America: in America esiste una separazione fra Stato e religione, tuttavia la religione ha un impatto così potente sulla vita della società che ora il presidente sta considerando l’ipotesi di far entrare denaro nell’organizzazione religiosa perché con i contributi volontari si sta ottenendo molto di più che con contributi obbligatori. Secondo me, il valore che la religione deve trasmettere è essenziale e deve trovare strumenti diversi per esprimersi. L’idea che ognuno deve occuparsi del suo prossimo e che la spiritualità va sviluppata appartiene al contesto democratico della vita politica, un contesto che, qualsiasi siano le sue colpe, ha dimostrato di essere il modello di vita migliore che abbiamo. Tutti i fondamentalisti di questo mondo vogliono solo poter vivere in una società libera, vogliono questa possibilità. La democrazia, per tutti i suoi fallimenti, ha conti e bilanci che possono aiutare a controllare l’assolutismo, ovvero il lato pericoloso della religione (come ho già detto, prendo l’America come modello). Prolungando il processo democratico possiamo realizzare molto di più che lasciando il potere in mano alle organizzazioni religiose. Pensiamo all’Unione europea: contro ogni scetticismo, è riuscita a unire nazioni che fino a una o due generazioni fa erano acerrime rivali, e ha imposto un sistema di leggi sull’intero continente europeo occidentale. Il che significa che chiunque vada al potere in Francia o ad Anversa, per esempio, non potrà cambiare il processo legislativo in nessun modo, né perseguitare alcun membro di qualsiasi religione o razza. Il processo democratico, con tutte le sue limitazioni, ha davvero fatto un ottimo lavoro in Europa e credo che l’abbia fatto anche in America, pur con tutti i suoi fallimenti... Lo dico senza voler affatto minimizzare gli errori commessi dalla politica estera americana nell’intero pianeta.
In quanto liberale, credo fortemente nel diritto di decisione degli individui. Esiste una sorta di tensione innata tra l’individuo e l’autorità religiosa, ma credo sia una tensione creativa, una tensione preziosa. Una tensione che esisteva già in tempi biblici tra i sacerdoti, la religione stabilita e i profeti, individui carismatici e dinamici che non erano "assunti" né pagati da nessuno, e che furono per le masse una vera e propria fonte d’ispirazione. Noi viviamo in un’era dominata dall’individualità che ci sta rendendo troppo "auto-indulgenti": è per questo che abbiamo bisogno di controbilanciarla. E ci troviamo in uno stato di tensione creativa... Cerco di spiegarmi meglio. Non esiste una parola biblica che indichi "faccia" al singolare, la parola biblica è "facce", al plurale; e lo stesso vale per "acqua", non esiste al singolare. Tutti noi abbiamo diverse facce. Ma se in inglese, per esempio, si dice di qualcuno che "ha due facce", è un insulto. Nella lingua ebraica della Bibbia è invece un complimento, perché la faccia che mostro a mia moglie, quella che mostro ai miei genitori, ai miei figli, quella ancora che mostro al mio capo, possono essere tutte facce diverse, ma sono tutti aspetti che appartengono alla mia personalità, che mi fanno vivere in uno stato di tensione costante. Quanto tempo passo con i miei figli? Quanto tempo passo con mia moglie? Quanto con il mio capo? La vita diventa più complessa. Ecco allora lo stato di tensione creativa che appartiene a noi tutti. Il valore della religione sta nell’aggiungere una dimensione. Ma qualsiasi cosa la religione abbia tentato di controllare, lo ha fatto con conseguenze catastrofiche. Tuttavia sono molto ottimista e credo che riusciremo, noi membri raziocinanti delle nostre varie religioni, a entrare in contatto l’uno con l’altro, a comunicare e a contribuire gradatamente a costruire un processo democratico portatore di pace.
Renzo Foa. Rabbino Rosen non mi aspettavo questa conclusione così fiduciosa, dopo un ragionamento tanto intriso di paradossi. La sua critica è comunque chiara. Il terzo punto di vista, dalla cultura dell’Islam, è quello della professoressa Amel Grami.
Amel Grami. Vorrei precisare che non rappresento l’Islam, perché per parlare di Islam si usa sempre il plurale mentre io difendo solo un Islam, quello aperto al pluralismo religioso, culturale e storico. Difendo un Islam tollerante, illuminato. Dagli interventi di monsignor Caffarra e del rabbino Rosen vorrei raccogliere alcune parole-chiave. Monsignor Caffarra ha insistito a lungo su concetti che io considero essenziali, appunto parole-chiave, per instaurare la cultura del dialogo. Ci sono da una parte Dio e dall’altra l’uomo, e da ciò deriva un rapporto molto proficuo e prezioso. C’è anche l’amore, la responsabilità dell’uomo, sia esso credente o no, e c’è il valore della libertà, ma in opposizione c’è anche l’odio, il fondamentalismo. Nel discorso del rabbino Rosen ciò che prevale è l’uomo, l’illuminarsi dell’uomo, sia credente che non credente. Egli ha anche sottolineato che la storia del Mediterraneo è molto complessa, siamo quindi proprio noi mediterranei che dobbiamo contravvenire alla logica delle frontiere. E poi ha indicato il fondamentalismo e l’individualismo come i due grandi flagelli. Essi rappresentano le sfide che ci spingono a instaurare il dialogo. Esistono quattro vie di dialogo: il dialogo della vita quotidiana, il dialogo degli intellettuali, il dialogo delle esperienze spirituali e anche quello delle azioni comuni. Io ritengo però che oggi non serva un dialogo tra intellettuali, ma piuttosto un dialogo che rappresenti la quarta via, ovvero l’azione comune contro tutte le forme di violenza come l’oscurantismo, l’accecamento, l’intolleranza. Le domande che si pongono oggi sono: come si può dialogare in un clima di intolleranza, di paura e di odio? Come possiamo instaurare la cultura del dialogo in un campo internazionale abitato dal sospetto, dall’oblio dell’uomo? Il dovere di ogni intellettuale non è forse quello di assumersi le sue responsabilità? Vi confesso che venendo qui ho corso molti rischi, la tensione infatti da qualche mese è assai aumentata, i mass media, le forze politiche hanno fatto di tutto proprio per impedire agli intellettuali di assistere a incontri di questo genere. Ogni intellettuale che partecipa a questi incontri è agli occhi degli islamici un apostata, un traditore. Per questo è necessario assumersi le proprie responsabilità, perché il dialogo è fondamentale proprio in questo momento critico della storia. Il dialogo con tutti, senza fare distinzioni, ha come funzione quella di rinnovare continuamente la nostra fede, di mantenerci in un costante stato di riflessione. Il dialogo permette a tutti di intraprendere un percorso, di non fissarsi sulle certezze. Insomma il dialogo ci può liberare. Si pone poi la questione di quale posizione adottare di fronte alla globalizzazione. La globalizzazione è in atto, quindi non la si può negare. Ma non si tratta di una fatalità da subire, né di una speranza da celebrare, piuttosto di una evoluzione da gestire, da orientare, da umanizzare. Ed è qui che la religione può svolgere un ruolo molto importante. È attraverso i valori, attraverso l’etica, che si può frenare questo processo di disilluminazione dell’essere umano. Altro punto essenziale è il diritto alla differenza. Certo la differenza dà fastidio, destabilizza l’essere umano. Ma come si può instaurare la cultura del dialogo senza prendere in considerazione il diritto dell’altro a credere e anche a non credere? Noi siamo diversi, e Dio stesso ha celebrato la differenza, ci ha voluti diversi. Questa è una fortuna perché è ciò che fa andare avanti la storia; il tempo è in movimento, il che vuol dire che la storia è in permanente cambiamento. Ma la domanda è la seguente: è necessario avere una dimensione etica e religiosa in ogni azione umana nell’era della globalizzazione? Voglio concludere con il versetto 48 della Sura: "Se Dio l’avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità, ma ha voluto mettervi alla prova con il dono che vi ha fatto, cercate quindi di sorpassarvi gli uni con gli altri nelle buone azioni, il vostro premio sarà Dio, Egli vi illuminerà".
Renzo Foa. Posso far notare che, pur con argomenti e idee diversi, monsignor Caffarra, il rabbino Rosen e la professoressa Grami hanno usato un linguaggio comune? Siamo nel pieno di un dialogo, almeno in questa sede. Forse perché, parlando, tutti avvertiamo il peso delle grandi questioni davanti alle quali ci siamo trovati in questi giorni. Finora non siamo entrati nel merito dei problemi che il mondo ha di fronte. Provo a proporne qualcuno, in forma di domanda. Come si può uccidere in nome di Dio? E poi, basta l’arma della dottrina per combattere chi uccide in nome di Dio? O ce ne vogliono altre? È sufficiente proporre il dialogo - noi oggi stiamo parlando proprio di dialogo - o che altro può servire? Del resto sono anni, come è stato ricordato anche dal rabbino Rosen, che nel mondo si uccide nel nome di Dio e che nell’ultimo decennio, dopo il 1989, con la fine del conflitto ideologico, ce ne siamo accorti prima con stupore e poi con angoscia. Allora, cosa fare?
Carlo Caffarra. Per rispondere a questa domanda e ad altre che si porranno in questa tavola rotonda, credo che occorra - per una questione di semplice onestà intellettuale - fare una distinzione: bisogna accuratamente distinguere i fatti compiuti da chi appartiene a una religione dalla religione stessa. Voglio dire non si può ritenere responsabile la religione di fatti commessi dai religiosi, fatti che la religione stessa condanna. Non si deve cioè scambiare l’infedeltà delle persone alla loro fede professata con la fede stessa che condanna quell’infedeltà. Quindi non mi sembra del tutto preciso dire "le religioni hanno fallito": hanno fallito gli uomini che hanno fatto scelte contrarie alla loro fede religiosa. È corretto attribuire alla fede solo i comportamenti che da essa derivano logicamente ma non quelli che derivano da principi opposti a quella fede. Questa è una chiarificazione necessaria proprio per un principio di verità, sia di carattere storico che metastorico. Che cosa fare allora? Per me la risposta a questa domanda è semplice. Io dico: "essere fedeli al Vangelo". Tutto qui. Nella misura in cui lo saremo, fatti come quelli accaduti non succederanno più. Certo esiste, e la tradizione cristiana lo ha sempre affermato, il dovere del capo di Stato, di chi è responsabile di una comunità politica. Un dovere morale intendo dire, di difendere i propri cittadini, una difesa che sempre a causa del limite morale di ogni uomo, può - o potrebbe - anche assumere, purtroppo, il volto della pura vendetta, della pura rappresaglia nel senso negativo del termine. Cosa che non dovrebbe accadere, ma che comunque non nega il dovere, moralmente grave per chi governa lo Stato, di difendere i propri cittadini. Non è perché si è troppo rispettosi della fede che si manca di rispetto all’uomo, a meno che mi si dimostri che la fede, nel mio caso cristiana, contempli dei principi in base ai quali io posso mancare di rispetto a una persona. Altra cosa è che i cristiani non rispettino la loro fede e questo è ugualmente vero.
Renzo Foa. Insomma, monsignor Caffarra, per semplificare in estremo quello che dice, quando si uccide in nome di Dio la ragione politica prevale su quella religiosa…
Carlo Caffarra. Non c’è mai una ragione religiosa.
Renzo Foa. Rabbino Rosen, si può uccidere in nome di Dio?
Jeremy Rosen. È con molta riluttanza che mi ritrovo a discutere con lo straordinario uomo di spirito che è monsignor Caffarra, che io ammiro per ogni cosa che egli rappresenta. Ma devo essere sincero con me stesso e devo dire che con gli anni la nozione del peccato originale mi attira sempre più, anche se non fa parte della mia tradizione religiosa. Tuttavia il motivo per cui ritengo che la religione sia responsabile è che nessuna autorità religiosa, né cattolica né protestante, prese alcuna posizione durante il nazismo. Nessuna autorità religiosa prese alcuna posizione per bloccare l’olocausto in Jugoslavia e anche in Ruanda la religione è stata duramente coinvolta. Purtroppo le istituzioni di molte organizzazioni tendono ancora a essere caute perché motivate dal desiderio di proteggere i propri interessi, e, come ho suggerito nella distinzione tra profeti e sacerdoti, di conseguenza non producono leader abbastanza forti. Se vogliamo, vale per loro la storiella del diplomatico: quando un diplomatico dice "sì", vuol dire "forse", e quando dice "forse" vuol dire "no", perché se dicesse "no" allora non sarebbe un diplomatico. Quindi ci sono delle ragioni di diplomazia che purtroppo impediscono alle organizzazioni di adottare misure radicali. Ecco perché il cambiamento radicale viene sempre dal basso e non dall’alto. Ed ecco perché io credo che noi occidentali viviamo in società che consegnano il governo, come sosteneva Hobbs, nelle mani dello Stato. È compito dello Stato trovare i mezzi per combattere l’estremismo, il terrorismo, il crimine sotto qualsiasi forma essi siano, e io credo che tentare di far lavorare insieme gli Stati contro tutti i problemi del terrorismo che ci colpiscono sia l’approccio giusto. Il compito della religione, come ho detto prima, è di andare incontro a quelle aree dove è lampante il fallimento dello Stato. Non mi aspetto che sia lo Stato a dirmi come mi devo sentire, è qui che chiedo alla religione di indicarmi come sorpassare quel livello minimalista, sul modello di John Stewart Mill, che lo Stato impone. Il compito dello Stato è proteggere i propri cittadini, quello della religione è aggiungere alla loro vita quella ragione, quell’emozione, quella passione, quella spiritualità che mancano in modo del tutto evidente. È per questo motivo che il fondamentalismo attira la gente anche in Occidente e nelle società aperte, perché si impegna ad aiutare i poveri, perché offre quel sentimento di solidarietà e di eccitazione che sfortunatamente la maggior parte delle chiese e delle sinagoghe non offre più. Ed è per questo che in Inghilterra, per esempio, sia nel cattolicesimo che nel protestantesimo e nell’ebraismo, sono seguitissimi quei piccoli movimenti religiosi di indole carismatica e fondamentalista: proprio perché infondono passione alla vita. Non mi aspetto che sia lo Stato a fare questo. E torno a sostenere che spetta allo Stato risolvere il problema del terrorismo, mentre spetta alla religione affrontare quello che attraversa i nostri cuori e le nostre menti.
Renzo Foa. Professoressa Grami, che possiamo fare? Chiedo anche a lei: come rispondere a chi uccide nel nome di Dio?
Amel Grami. Che cosa possiamo fare? La religione è diventata un’arma di guerra ideologica, quindi coloro che uccidono nel nome di Dio sono degli infedeli nei confronti del messaggio profetico che è diverso dalla religione istituzionalizzata, ovvero dall’Islam così come è praticato. Io credo che sia necessario rinunciare al sistema chiuso delle religioni istituzionalizzate e ritornare alle nostre sorgenti vive, al messaggio veramente aperto, l’unico in grado di procurarci le basi per una spiritualità più aperta. Dio invita tutti gli uomini alla pietà e a competere nel bene. Tutte le religioni possono concorrere alla realizzazione di questo progetto grazie ai valori che condividono. Tutte le religioni sono d’accordo nel sostenere che occorre desiderare per gli altri quello che si desidera per se stessi. Certo, noi ci troviamo di fronte a una nuova funzione della religione, ma anche di fronte a una nuova responsabilità dello Stato rispetto a queste sfide. Dobbiamo lavorare tutti per instaurare certi valori. Il dialogo è soltanto un primo gradino. Non possiamo sperare che attraverso il dialogo si possa instaurare la cultura del dialogo, ma si tratta comunque di un passo avanti nel rapporto con l’altro, con il diverso. E nel rispetto dell’altro secondo la conoscenza, innanzitutto, sua e dei suoi diritti.
Renzo Foa. Monsignor Caffarra, dalla quantità di appunti che ha preso mentre parlava il rabbino Rosen ho il sospetto che voglia usufruire di un diritto di replica. Avete opinioni abbastanza diverse…
Carlo Caffarra. Sono d’accordo nel dire che la religione è la risposta alla domanda di senso che ogni uomo porta dentro di sé. Quando dico domanda di senso intendo quella domanda sui grandi interrogativi della vita: da dove vengo? Qual è il mio destino finale? Che senso ha la vita? La religione è la risposta alla domanda di senso, però le tre religioni di cui stiamo parlando non si presentano solo come risposta alla domanda di senso, ma dicono che la risposta alla domanda di senso viene donata da Dio stesso. Cioè è Dio stesso che entra nella storia personale di un uomo e in questa sua presenza viene donata la risposta al senso. Ora su questo non dobbiamo glissare perché, lo ripeto, è ciò che definisce sicuramente il cristianesimo, e per quello che ne so anche la religione ebraica e musulmana, vale a dire le religioni rivelate. Voglio poi aggiungere che una risposta, la risposta a una domanda, "funziona" prima di tutto se è vera, non principalmente se mi piace o non mi piace, se suscita in me certe emozioni e non ne suscita altre. Prima di tutto voglio sapere se è vero o se è falso che la spiegazione ultima del mio esserci è il caso o non è il caso, se con la mia morte finisce tutto oppure no, se sulla mia vita Dio darà o non darà un giudizio decisivo. Voglio sapere. La risposta alla richiesta di senso implicata in queste affermazioni è troppo importante perché io prima di tutto non mi preoccupi della verità della risposta stessa. Un ultima osservazione: purtroppo una regola che sia capace di far rispettare le regole non esiste e quindi l’affermazione del primato dell’etica porta alle conseguenze esattamente contrarie per cui quell’affermazione viene fatta.
Renzo Foa. Torniamo ai problemi del conflitto esploso in forme così drammatiche in questi giorni. Se noi, oggi, insistiamo molto sul dialogo e sulla sua necessità, sappiamo anche che esiste un conflitto, quello aperto dai fondamentalismi, che non riguarda soltanto civilizzazioni, culture e religioni diverse. Sappiamo cioè che esiste un conflitto che si esprime all’interno di questi singoli mondi. Del resto lei, rabbino Rosen, ha appena detto che i fondamentalismi ci sono dappertutto e che lo scontro passa all’interno delle religioni così come poi passa anche all’interno della politica. Ma prima di parlare della politica, voglio proporvi esplicitamente il tema dei fondamentalismi e della difficoltà di affrontarli. C’è una domanda, che ci poniamo da anni e che rivolgo in primo luogo alla professoressa Grami. In molti Paesi del mondo, soprattutto nel mondo musulmano, è in corso una lotta, combattuta non solo con gli strumenti della cultura e della politica, ma anche con mezzi militari. Ora anche in Occidente questa lotta ha assunto i caratteri di una guerra. Parlo ovviamente del fondamentalismo islamico, che si sta presentando con una serie di peculiarità rispetto agli altri fondamentalismi: ha una pericolosità reale e si esprime attraverso una serie di rifiuti che in altre religioni non ci sono o non sono così rilevanti, a cominciare dall’inconciliabilità con la democrazia, dallo spirito di intolleranza visibile attraverso il rifiuto dell’altro e il rifiuto del ruolo della donna. Ecco allora la domanda più semplice: quali possono essere gli strumenti per una lotta più efficace al fondamentalismo islamico?
Amel Grami. Il pensiero islamico è oggi spesso usato come confronto dialettico nel dibattito sui compiti della religione. La ragione è che quelli che definirei conservatori rappresentano piuttosto delle forze di resistenza; si oppongono alla lettura e alla rilettura del testo sacro al quale non si riesce, quindi, ad accedere in modo diretto. Queste forze di resistenza denunciano forme moderne di alienazione economica, politica e culturale e quindi si oppongono a tutte le scienze moderne. Per questo motivo è difficile applicare i nuovi concetti delle scienze umane, come la cosiddetta deconstruction, alla storia dell’Islam, cioè la messa a nudo della realtà delle società islamiche. Questi concetti non si possono applicare alla tradizione islamica del testo. Come combattere, allora? Io sono convinta che il futuro sia nelle mani delle nuove generazioni. È proprio attraverso il dialogo, un reciproco ascolto, le conferenze e anche attraverso i temi che si scelgono per l’insegnamento nelle facoltà che si può instaurare questa educazione al rispetto dell’altro. Un’educazione basata essenzialmente sulla conoscenza dell’altro. Abbiamo dunque solo la ragione e la fede per lottare contro questo accecamento e contro questo pericolo. Foa ha appena evocato il problema della donna musulmana. Certo la donna musulmana incontra molti problemi, ne posso citare uno, visto che il momento mi consente di farlo. Parlo del caso che conosco molto bene: parlare in nome dell’Islam per una donna musulmana è diventato sempre più complicato e molto pericoloso, perché ci è stato vietato di farlo. È possibile provarci quando si è coperte dal velo, ma parlare invece in nome dell’Islam a viso scoperto questo sì che pone dei problemi. Da questo deriva il divieto alla donna moderna di accedere liberamente alla lettura del testo sacro e alla sua interpretazione. Quindi io non posso affermare che la donna goda della libertà di esercitare il suo diritto alla riflessione.
Renzo Foa. Forse il rabbino Rosen ha in serbo una replica a monsignor Caffarra. Però vorrei coinvolgerlo anche in un altro tema, un tema collegato alla voce "fondamentalismi". Parlo della difficoltà crescente, direi quasi dell’impossibilità di coabitare che coinvolge israeliani e palestinesi. Quanto pesa la politica e quanto la religione? Qual è il suo giudizio, visto che prima ha parlato della responsabilità delle leadership, sulle responsabilità della leadership palestinese, la leadership di Arafat, e di quella israeliana - parlo in primo luogo di Sharon - in questa crisi che appare senza sbocco?
Jeremy Rosen. Comincerò col ribadire quanto io rispetti monsignor Caffarra, tuttavia è interessante notare come, pur venendo entrambi da religioni rivelate, le nostre attitudini verso la rivelazione siano così essenzialmente diverse. E qui torniamo al problema relativo all’affermazione del proprio punto di vista. Anche su qualcosa di così basilare come la constatazione che non ci troviamo concordi... Perché, tuttavia, lo siamo; concordiamo infatti sull’idea di Dio, sull’idea dell’umanità e sull’idea di amore. Riguardo al fondamentalismo mi sembra sia ingiusto parlare dell’Islam. I membri dell’Ira non erano islamici, tuttavia erano preparati a uccidere persone innocenti, non erano preparati a instaurare un dialogo, e nessuno vescovo, né cattolico né anglicano, prese alcuna posizione in proposito prima del 1974. Nemmeno i giovani ribelli responsabili dell’attentato alla stazione di Bologna provenivano da background poveri. Quindi dire che il fondamentalismo, o questa forma di terrorismo, sia un prodotto esclusivo dell’Islam, a mio parere rinnega e ignora la natura della nostra società. Certo, esistono dei problemi sociali e politici che occorre affrontare. Partiamo da quelli politici, piuttosto interessanti. L’ebraismo non sostiene che "noi abbiamo ragione e tutti gli altri hanno torto". Infatti l’ebraismo prevede che in un tribunale ebreo si possa prestare giuramento su Allah. Teologicamente è molto interessante il discorso sull’ortodossia, che di per sé è molto complesso. C’è un enorme differenza infatti tra l’ortodosso che porta la barba nera e quello che porta il cappello nero, e ancora maggiore rispetto agli ortodossi di Kyriat che sono soggetti alle regole di un’ortodossia nazionalista e ideologica. Coloro che fanno parte di queste comunità non hanno intenzione di rinunciare al territorio, sebbene siano numericamente maggiori quegli ortodossi che credono che la rinuncia al territorio sia indispensabile per la pace. E questi ultimi non sono politicizzati, sono semplicemente più interessati ai valori. Io non credo perciò si tratti essenzialmente di un problema religioso. Certamente i politici usano la religione ogni volta che ne hanno bisogno; per cui troveremo un capo religioso che dice "Dio ha detto di non muovere un dito", mentre un altro sostiene "Dio ha detto di rinunciare a tutto"... Povero Dio, nemmeno io riesco a capire da che parte sta. Quindi occorre fare una differenziazione tra politica, religione e il ruolo svolto dalla politica. Penso che da una prospettiva ebraica ci sia una soluzione al problema del Medio Oriente, ma d’altro canto considero anche l’idea che il Medio Oriente, e Israele, siano causa del terrorismo islamico. Mi riferisco, ad esempio, ai musulmani e ai cristiani che combattono in Nigeria a causa di Israele, o a quello che succede in Indonesia… Da liberale, voglio che in Israele si instauri un governo liberale, mi piace l’idea di democrazia, voglio che si trovi un accordo, che i territori occupati siano liberati e consegnati ai palestinesi, e che a questi siano riconsegnati nuovamente i loro affari... Ma quello che non voglio è che si diffami Israele. Israele è diffamata e condannata assolutamente per tutto. Naturalmente la responsabilità di arrivare a una soluzione di pace è sia di Arafat che di Sharon. Ed è la stessa possibilità che è stata data a Barak e a Peres e a tutti i loro predecessori. Gli ebrei non hanno nessun altro posto dove andare a vivere, è per questo che perseguono saldamente il diritto di Israele all’esistenza, ma la stragrande maggioranza tra loro vuole la pace, è disposta rinunciare ai riconoscimenti ottenuti, ed è pronta a farlo. C’è da chiedersi se si riuscirà ad arrivare a un accordo politico tra le due parti interessate.
Renzo Foa. Partiamo pure dal presupposto che non è solo religiosa la natura del conflitto che si è aperto. È utile accettare questo punto di partenza, perché se si deve parlare della natura politica di questo conflitto è difficile non arrivare subito al problema dei problemi: la democrazia nel mondo. E allora qual è la ridefinizione delle religioni davanti alla difficoltà della democrazia politica, davanti alla difficoltà dell’uso della democrazia come strumento di soluzione dei problemi dell’umanità?
Carlo Caffarra. Questa è una domanda eccezionalmente importante. Credo che tutti ci rendiamo conto ogni giorno della grave crisi che sta attraversando la democrazia occidentale e quindi sorge la domanda "a che cosa è dovuta questa crisi?". Personalmente sono sempre più convinto che sia dovuta a una concezione indivudualistica della persona umana. A me sembra che la grande idea che ha generato la democrazia moderna sia l’idea di persona. Però questa percezione della verità della persona è stata progressivamente ridotta all’idea di individuo. La vera metastasi che sta distruggendo le nostre democrazie è proprio questa. Per uscire da questa situazione di individualismo, secondo il quale non è possibile nessuna società umana che non sia il fortuito e fragile miracolo di convergenze di opposti interessi, o una regolamentata coesistenza di opposti egoismi, è necessario recuperare il vero senso della persona, ciò che è la persona umana. La fede cristiana ha da questo punto di vista un ruolo fondamentale, se di ruolo si può parlare. Perché nella storia umana è successo un fatto incredibile. È successo che tre o quattro poveri pastori, e sappiamo come i pastori fossero trattati nella società ebraica del tempo, si sentono dire che Dio li ama fino al punto di essere a qualche centinaio di metri lì presente, in mezzo a loro, nelle campagne di Betlemme. In quel momento nel cuore dell’uomo, per la prima volta è stato generato lo stupore, lo stupore per la propria dignità: "Se Dio mi ama tanto, come posso non essere infinitamente prezioso?". Questa è la grandezza della persona, ed è su questa consapevolezza che la crisi delle democrazie può essere superata, non sull’affermazione esasperata di un individualismo al quale poi si ha l’illusione di rispondere attraverso una continua, progressiva creazione di regole... Una grave illusione, perché si pensa di poter indicare il cammino senza conoscere la meta.
Amel Grami. Vorrei aggiungere due punti. Il primo, come ha già spiegato monsignor Caffarra, riguarda l’autonomia dell’uomo che va sempre più affermandosi mentre lo Stato ne preserva i diritti. Quindi di fronte a questo problema occorre lottare insieme, perché la sicurezza del mondo non si può concepire senza l’altro, l’altro che è il diverso e che, allo stesso tempo, è la mia immagine. La religione deve quindi attivarsi, aprirsi alla pluralità, deve fare un passo avanti perché in questo momento ripiegarsi su se stessa, per ogni religione, sarebbe come prendere della morfina e morire con tutta tranquillità. Questo è il messaggio che mi sento di propagare attraverso questi incontri, ogni volta che vi partecipo lo ripeto: dobbiamo lottare insieme contro tutte le forme di chiusura di spirito. Ognuno dal canto suo, attraverso le sue conoscenze e i suoi strumenti, deve promuovere il tentativo di recuperare l’uomo e instaurare i suoi valori spirituali.
Jeremy Rosen. Mi rendo conto che per tutta la mattinata non ho fatto altro che avanzare paradossi. In verità i paradossi mi piacciono più delle certezze, come avrete capito... Sicuramente ho proposto molti temi che hanno davvero bisogno di essere approfonditi maggiormente, dal punto di vista filosofico, storico, sociale e teologico. Io credo essenzialmente nell’idea che all’interno delle società in cui viviamo ci debba essere impegno nella discussione, nel dialogo: esiste una tesi, un’antitesi e una sintesi, questa è la dialettica. Ed è per questo che considero l’impegno della Fondazione liberal molto importante, proprio perché assicura questo processo dialettico. Dopo tutto, anche due persone come me e come monsignor Caffarra, che vivono entrambe in società democratiche, che sono entrambe impegnate religiosamente, hanno discusso su moltissimi, interessanti argomenti. Per esempio, riguardo all’ultima affermazione che ha fatto il vescovo di Ferrara - "sappiamo come fossero trattati i pastori" - io dico allora: "no, non lo sappiamo". La storia la scrivono solo i vincitori, quindi noi non lo possiamo sapere, allo stesso modo in cui non possiamo sapere come è stato creato l’universo. Trovo interessanti alcune teorie sull’evoluzione, anche se non tutte mi convincono, ad esempio il creazionismo. Credo che dovremmo impegnarci in un processo di scoperta. Questo è ciò che sento rispetto alla natura della religiosità nella nostra società. Non posso affermare di avere tutte le risposte, posso solo dire con forza che occorre affrontare questo problema, che è un problema di tolleranza, di comprensione, di sofferenza e dolore umani, per cui dobbiamo assolutamente trovare il modo di affrontarlo. Quindi, la soluzione poco soddisfacente che suggerisco è che dobbiamo continuare a impegnarci. Qualsiasi cosa facciamo, non dobbiamo mai smettere. Nelle nostre società è l’ala che si vuole impegnare quella che parla, mentre quella populista e fondamentalista tace. Questo è uno dei problemi dell’ebraismo: come riuscire a far dialogare gli ultraortodossi con coloro che ortodossi non sono? Non solo non accettano il dialogo con le altre religioni, ma nemmeno il dialogo con gli ebrei non ortodossi. Se questo riguarda gli ebrei, naturalmente riguarda anche l’Islam e non solo, riguarda tutti. È per questo che tutti dobbiamo perseverare nel tentativo. Da predicatore dico: "Non demordiamo".
Renzo Foa. Siamo alla fine di questo dibattito. Ma monsignor Caffarra ha una postilla…
Carlo Caffarra. Sì, direttamente per il rabbino Rosen. La terrazza del Palazzo del vescovo a Ferrara sporge su una piccola via dove sono assai numerosi i bar e i pub, come li chiamano ora. Quella via, il venerdì sera soprattutto, è stracolma di giovani, nella mano hanno grossi bicchieri di vino o di birra, nell’altra la sigaretta. Una sera sono sceso in mezzo a loro e abbiamo parlato. Uno mi ha detto: "Padre, perché ci volete impedire di dimenticare almeno per qualche ora alla settimana che dobbiamo vivere?". Al che ho detto: "Ma ci si dimentica delle disgrazie". "E infatti - ha detto un altro - vivere è una disgrazia". Se a questi ragazzi vado a intimare la norma morale "impegnatevi", loro mi rispondono: "E perché? Per che cosa? Un mondo migliore? E chi se ne frega". La legge non ha mai salvato nessuno ma ciò che salva l’uomo è un incontro con una persona, un incontro che faccia avvertire a questa persona una possibilità di vivere. Non in teoria... Una possibilità reale di esistere, un’esistenza di cui il suo cuore sente in fondo un gran desiderio. Questo è l’annuncio cristiano.
Jeremy Rosen. Credo che l’individualità goda di una cattiva reputazione... Perché oggi si può abusare di ogni cosa, ma alla fine noi, in quanto individui, dobbiamo scegliere se accettare o no Dio, e di conseguenza se intendiamo portare la religione nelle nostre vite, nelle nostre tradizioni. L’individualità non va con i diritti ma con le responsabilità, ed è ora che ognuno si assuma le proprie. Voglio concludere con un aneddoto. Questa mattina, per arrivare qui, ho fatto un viaggio splendido nella macchina di monsignor Caffarra: d’altronde si dice che si viene in Italia per le donne, per il panorama, per il mare e anche per gli automobilisti. C’era un giovane prete alla guida che serpeggiava con estrema disinvoltura in mezzo al traffico... Un fenomeno! Striscia continua singola, striscia continua doppia, assolutamente non facevano differenza per lui, e procedeva. Davvero un ottimo guidatore, non farò nomi, ma stava contravvenendo alla legge. Aveva forse un obbligo verso la legge dell’uomo o verso la legge di Dio? È chiaro che confidava in Dio, e credetemi, lo stesso facevo io!
Renzo Foa. Anche la professoressa Grami ha una parola conclusiva…
Amel Grami. Spero che questo dialogo ci permetterà di svegliare le coscienze e termino con una citazione del filosofo Hikber che dice: "Il nostro obiettivo è sempre quello di svegliare nell’uomo una coscienza più alta rispetto al suo rapporto con Dio e con l’universo".
Carlo Caffarra è arcivescovo della diocesi di Ferrara. Amel Grami è docente di storia e studi islamici all'università di Tunisi. Geremi Rosen è rabbino a Londra.