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L'enigma dell'identità europea

Supplemento al numero 9 di Fl
di Enst Nolte

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mini_spec9Il concetto di "identità" viene usato in molti contesti: si parla per esempio dell’identità di un popolo, dell’identità di una cultura, dell’identità di un partito, e per lo più, in modo conscio o inconscio, è in gioco anche il concetto di "perdita di identità". Questo concetto incontra però anche una critica di fondo, e infatti oggi nell’ambito scientifico o giornalistico si parla spesso, per lo più con un accento negativo, di "essenzialismo". L’"identità" viene equiparata all’"essenza", e l’"essenza", in quanto medesimezza perenne, viene concepita come concetto che si oppone al potere del tempo e delle circostanze naturali e storiche, come astrazione fissante che fa violenza al flusso temporale e al divenire, non diversamente dalle "idee" platoniche. Queste, secondo la concezione di Platone, sono origini cosmiche, "pensieri di Dio", ma in verità, così si dice, rappresentano soltanto costruzioni della ragione umana, che cerca di rendere intuibile e utilizzabile l’incomprensibile molteplicità del mondo. Quanto però può essere distante una generazione da quella precedente, sebbene nei geni o nel "sangue" siano presenti inconfondibili continuità; quanto possono essere estranei l’un l’altro i diversi strati di un popolo, sebbene usino tutti la medesima lingua.
Queste difficoltà trovano un’esemplificazione particolarmente efficace, così sembra, nel concetto di "Europa". Cos’hanno in comune il cavaliere predone del Sedicesimo secolo e l’intellettuale dell’epoca presente? Cos’ha in comune Erasmo da Rotterdam con il vichingo Erik il Rosso? Se il Kaiser Ottone il Grande e lo statista Georges Clemenceau si incontrassero e potessero dialogare insieme, troverebbero qualche elemento di omogeneità? Per il concetto di "identità europea" non deve forse valere ciò che vale per quello di "identità asiatica", e cioè che le differenze religiose, geografiche e statali sono assai più profonde di quanto un concetto comune sia in grado di riassumerle e di coprirle? E inoltre, pur accettando con qualche riserva il concetto, con la parola "Europa" si deve intendere l’Occidente latino-cattolico o essa include anche la Russia ortodossa e l’Oriente romano-bizantino? "Europa" equivale a "cristianità" o ha a che vedere piuttosto con "Occidente", con il "mondo occidentale" che abbraccia anche gli Stati Uniti d’America?
Ma questi dubbi sono di secondaria importanza, se si considera che questa Europa ha molti nemici che la criticano nel modo più duro e in tutte le sue versioni: nemici che dal 1945 sono diventati più numerosi e più radicali di quanto lo siano mai stati in precedenza; nemici che provengono solo parzialmente dall’esterno e, quindi, prevalentemente dall’interno. I campioni della "rivoluzione sessuale" criticano l’ostilità verso la natura e la repressione degli istinti, da cui la tradizione ebraico-cristiana sarebbe stata caratterizzata fin dai suoi inizi; i difensori della natura accusano il comandamento biblico "sottomettete a voi la Terra" di essere l’inizio della distruzione della natura; le femministe attaccano il "patriarcalismo" che risale all’Antico Testamento e l’oppressione del sesso femminile che ne è scaturita; i musulmani ricordano l’orribile carneficina durante la conquista di Gerusalemme da parte dei crociati cristiani; gli indios riprendono le accuse che Bartolomé de Las Casas aveva rivolto al genocidio di milioni di uomini perpetrato dagli spagnoli e dai portoghesi nell’America meridionale e centrale; i neri americani esigono un risarcimento per la tratta degli schiavi che strappò molte centinaia di migliaia di loro antenati dalla madrepatria africana, trasportandoli in condizioni indescrivibili nel "nuovo mondo" per usarli in strazianti lavori; la sinistra antioccidentalista, nel Terzo mondo e in Europa stessa, concorda ampiamente con la sinistra anticapitalistica nella dura critica al colonialismo e all’imperialismo delle potenze europee del Diciannovesimo secolo, tanto che una sostenitrice del terzomondismo, con una ulteriore estensione del concetto di "Europa", ha articolato una critica e un odio particolarmente aspri: la razza bianca sarebbe il cancro del mondo. Ma già negli anni Venti l’ebreo tedesco Theodor Lessing, pieno di odio per se stesso, si era espresso in modo analogo, tanto che Alfred Rosenberg, durante un congresso del partito nazionalsocialista, aveva potuto fare riferimento con un tono pieno di sdegno alle sue affermazioni. Da tutto ciò bisogna dedurre che un’"identità storica dell’Europa", per quanto sia difficile avvicinarsi alla sua definizione, dev’esserci o per lo meno dev’esserci stata, perché altrimenti l’aspra critica di così tanti avversari e nemici avrebbe di mira soltanto il vuoto. Ma questa identità viene concepita come del tutto negativa.
Un altro carattere dell’identità europea viene alla luce se si prende a confronto il mondo islamico. Anche in quest’ultimo si possono mostrare non poche differenze: la sunna è diversa dalla shiah, i caridsciti non vanno confusi con i sufi. Sulle guerre intraislamiche si possono scrivere voluminosi libri di storia. E tuttavia a qualsiasi osservatore balza agli occhi l’identità: rispetto al punto temporale rappresentato dall’anno Mille del calendario cristiano, nell’anno Duemila non si vede più nessuna differenza molto profonda. Cinque volte al giorno il muezzin chiama dai minareti delle moschee i fedeli alla preghiera, e questa preghiera non presuppone la semplice flessione delle ginocchia, ma la prostrazione dinanzi ad Allah, all’unico Dio. Nessuna "Chiesa" affianca lo Stato, ma la Chiesa stessa è lo Stato, da quando Maometto e i suoi immediati successori fecero dei loro seguaci i signori di una considerevole parte della Terra abitata. La pluralità degli Stati islamici viene considerata come un fatto meramente casuale, che nella realtà non inficia l’unità della "nazione islamica". All’interno di questi "Stati-Chiesa", che tuttavia a eccezione degli sciiti non presentano un proprio clero, si pratica la tolleranza nei confronti dei fedeli di altre religioni, cristiani ed ebrei, fintanto che essi si accontentano dello status di dhimmis, di protetti, e non avanzano alcuna pretesa di emancipazione politica. Le dottrine del Corano, semplici e prive di misteri, determinano la vita dei musulmani dalle prime luci dell’alba fino a notte fonda e dalla prima infanzia fino alla tarda vecchiaia. Nessun osservatore può affermare che non ci sia un’identità islamica. Ma questa identità non è statale o sociale, bensì religiosa. Se facciamo un confronto con il cristianesimo, ricaviamo la seguente tesi: l’identità europea fu a malapena religiosa in un senso altrettanto pervasivo come quella islamica, e attualmente essa deve apparire a qualsiasi musulmano, come per altri aspetti pure a ogni buddista, come una realtà completamente irreligiosa.
È tuttavia indispensabile, dopo le interpretazioni negative degli avversari e dopo la raffigurazione di una radicale diversità, dare la parola anche alla comprensione, consolidatasi nel tempo, che l’Europa ha di se stessa. Cercando di sintetizzare nel modo più stretto, questa autocomprensione può essere espressa nei seguenti termini: l’Europa, chiaramente diversa dall’Asia già dal punto di vista geografico in virtù della sua ricca articolazione, è sorta come prodotto storico dalla sintesi fra la civiltà greco-romana dell’antichità, la religione cristiana proveniente dalla radice ebraica e la più recente forza vitale delle tribù germaniche, che nell’età della migrazione dei popoli si impossessarono della parte occidentale dell’Impero romano. L’Europa nasce dunque da una sintesi ricca di feconde tensioni, come per esempio quella fra l’antica religione dell’ebraismo e la più giovane religione del cristianesimo, oppure quella fra l’immanenza mondana dell’antichità e l’orientamento cristiano verso la trascendenza. Da questa sintesi scaturirono il Sacro romano impero della nazione tedesca medievale, ma anche i primi Stati nazionali come la Francia, l’Inghilterra e la Spagna, e, in un processo che diede vita a qualcosa come la "storia universale", si compì quell’"europeizzazione" di grandi zone del mondo da cui nacque la "modernità". Da questa concezione si possono facilmente ricavare le risposte alle accuse dei sopracitati avversari. Non solo per Hegel, ma anche per Marx, l’ascetico atteggiamento "ostile ai sensi" caratteristico del cristianesimo degli inizi e di quello medievale fu il necessario presupposto per il successivo predominio della ragione, proprio come la lotta dei predicatori e dei profeti di Israele contro i culti orgiastico-naturali dei cananei era stata una precondizione per la nascita del cristianesimo. La conquista dell’America da parte di spagnoli, portoghesi e inglesi significò, nonostante le deplorevoli circostanze che l’avevano accompagnata, l’apertura e l’inclusione di una grande porzione di mondo in contesti più ampi, e lo stesso vale per il colonialismo, come pure per l’imperialismo delle potenze europee nel Diciannovesimo secolo, che agli abitanti delle colonie e dei territori dipendenti arrecarono tanti vantaggi quanti svantaggi.
In virtù di questa interpretazione che ha predominato per lungo tempo, sia la Russia che l’Oriente romano bizantino furono esclusi dall’Europa, poiché non c’era laggiù alcun collegamento con l’antichità classica. Ma la versione più antica di questa interpretazione, quella cattolica, tendeva addirittura a espellere o stigmatizzare la Riforma e le sue conseguenze come fenomeni della "secolarizzazione", mentre la versione più recente, quella liberaldemocratica, solo con estrema fatica riesce a instaurare un legame con il "buio Medioevo". In tutte le sue figure, l’interpretazione consolidata propende per una glorificazione dell’Europa, ma essa si è venuta tanto più a trovare in una posizione difensiva quanto più ha dovuto ammettere che l’autocritica fu fin dall’inizio una peculiarità caratteristica dell’Europa e che, riguardo sia alle guerre mondiali partite dall’Europa sia al nazionalsocialismo, una tale autocritica era proprio inevitabile. In questo modo, dopo un breve momento di successo, la rigida contrapposizione fra "Occidente" e "nazionalsocialismo anticristiano" si rivelò inattendibile già a partire dal 1955 circa, e la tesi ostile portata fino all’estremo, che cioè nel nazionalsocialismo e nel suo antisemitismo culminato con "Auschwitz" si sia manifestata non tanto una peculiarità tedesca, quanto un tratto fondamentale dell’Europa, questa tesi incontrò prevalentemente soltanto il silenzio. Nelle seguenti considerazioni tenterò di tracciare una prospettiva che permetta di assumere una posizione che si situi al di là sia del rifiuto sia della glorificazione dell’Europa.
Anche per l’Europa la religione è stata di importanza fondamentale, non meno di quanto lo sia stata per il mondo islamico e per gli Stati buddisti del Sudest asiatico, ma si è trattato di una religione di tipo particolare e fortemente delimitato. In quanto religione fondata sul mistero di Cristo, Dio fattosi uomo, e della Trinità di Dio, e in virtù della dottrina dell’immortalità dell’anima individuale, il cristianesimo si differenzia nel modo più netto sia dall’assenza di mistero della religione rigidamente monoteistica ebraica e islamica, sia dall’ostilità verso l’individualità che caratterizza il buddismo e l’induismo. Gli uomini che, come il padre della Chiesa Tertulliano, della loro fede devono dire che al giudizio razionale tale fede sembra assurda e che proprio su ciò essa fonda una speranza che travalica tutte le speranze conosciute, la credente certezza cioè dell’immortalità individuale, tanto un’immortalità beata in paradiso quanto una dannata nell’inferno, questi uomini assumono una posizione rispetto al mondo che è completamente diversa da quella di coloro che sono convinti di poter sfuggire, per mezzo dell’ascesi e della preghiera, al mostro mondano del samsara spegnendosi nel nirvana. La speranza nell’immortalità individuale era estranea all’ebraismo originario, e anche successivamente restò un’idea secondaria nei confronti della rigida regolamentazione della vita terrena nell’attesa del regno terreno del Messia, e lo stesso, nonostante tutte le meravigliose descrizioni del cielo e tutte le minacce con le pene dell’inferno, vale anche per l’Islam. La differenza fondamentale nella visione del mondo non impedisce che cristiani, ebrei e buddisti possano interagire e commerciare, ma già lo stupefacente sviluppo del commercio e dell’industria avrà sempre per i fedeli cristiani, ebrei, musulmani e buddisti, un’importanza meramente secondaria.
Agli occhi del cristiano credente è sempre di importanza secondaria se non addirittura negativa il fatto che dalla fede nell’immortalità individuale nasca un "individualismo" quotidiano e orientato in senso mondano, perché ciò non può accadere senza un processo generale di "secolarizzazione" e di "modernizzazione". Questo processo appunto non scaturisce dal cristianesimo in quanto religione, ma dalla società cristiana. Diversamente rispetto all’Islam, ma anche rispetto all’Oriente romano bizantino, nel Medioevo occidentale la Chiesa e lo Stato, il Papa e l’Imperatore non sono identici l’un l’altro, e accanto alle due potenze principali si sviluppano subito sia Stati autonomi sia città autoamministrate, per lo più non dalla nobiltà, e determinate dalla "cittadinanza", che si pongono in continuità con l’idea di città del mondo antico. Pertanto già la società medievale europea rivela, nella sostanza, la caratteristica del "sistema liberale", e va perciò definita come una società "poligonale" o multipolare. Ma, nonostante tutte le lotte fra Imperatore e Papa, nonostante il grande scisma d’Occidente, nonostante la secolare guerra tra Francia e Inghilterra, cioè tra due dinastie per il dominio su questi due Paesi, nonostante i movimenti eretici e la loro sanguinosa repressione, l’Europa medievale resta non meno segnata dalla religione cristiana di quanto il Nordafrica e alcune parti del Medio Oriente, perfino la Spagna, siano state segnate dall’Islam; e fino al Sedicesimo secolo nella cultura materiale si può a malapena parlare di una predominanza dell’Europa.
Una differenza qualitativa si instaura soltanto con la Riforma: da quel momento in poi si produce nel cristianesimo una lacerazione che ha anche significato dogmatico, diversamente dalla separazione fra sunna e shiah nell’Islam. Sia la Chiesa papale, che continua a definirsi "cattolica", sia le nuove Chiese dei riformatori, avanzano la pretesa di essere la Chiesa universale, ma non la possono imporre e devono quindi accettare la loro differenza, probabilmente duratura, già intorno alla metà del Sedicesimo secolo e poi definitivamente con la pace di Westfalia del 1648. La whig-history inglese tendeva a equiparare protestantesimo e modernità, ma Lutero e Calvino erano tutt’altro che "uomini moderni", al punto che assai più corretta potrebbe essere la tesi seguente: cattolicesimo e protestantesimo, nonostante la loro ostilità, rimasero strettamente legati l’un l’altro, e le loro opposte pretese di possesso della verità assoluta poterono essere reciprocamente confrontate e, grazie a ciò, "relativizzate", in modo che, per così dire negli interstizi, potessero nascere una filosofia e una scienza autonome.
Gli esempi di Pierre Bayle e di John Locke mostrano in modo molto evidente questo processo. Poiché le guerre di religione del Sedicesimo e Diciassettesimo secolo in Francia e Germania avevano portato il conflitto a un livello insostenibile, gli sforzi di appianamento e di conciliazione fra le confessioni, come per esempio quello intrapreso da Leibniz, divennero addirittura urgenti. Va detto pertanto che da quella lotta fra elementi non moderni resa possibile dalla struttura del "sistema liberale" nacque la modernità, e che insieme a ciò trovò compimento quel processo di secolarizzazione che sottrasse alle varie confessioni della religione dominante la loro posizione eminente, nel tentativo di porre in primo piano una religione "deistica" o "naturale". Con l’inizio dell’illuminismo, che al suo interno non fu affatto monolitico, fu possibile una nuova definizione dell’identità europea: il sistema liberale europeo era costituito dalla società che modernizzava se stessa, dalla società che secolarizzava e quindi superava se stessa. Pertanto, dal concetto di "Europa" non può essere espunto né il liberalismo, che iniziò con la vittoriosa lotta della nobiltà inglese contro l’assolutismo, per certi aspetti più moderno, degli Stuart, né l’illuminismo, né, nonostante il grado di casualità che la caratterizza, la rivoluzione francese, né la comparsa del socialismo. Il grande avversario del "filosofismo" illuministico, Joseph de Maistre, presupponeva infattiuna concezione troppo ristretta, quando nel 1821, poco prima della sua morte, disse: "Io muoio con l’Europa".
La "rivoluzione industriale" che ebbe inizio intorno al 1760 aveva certamente cause molteplici e anche "materiali", ma tuttavia non è separabile dall’affannosa ricerca di autoaffermazione dei nonconformists. A partire da Turgot e Condorcet "il progresso", per il quale fino a quel momento non c’era mai stato un concetto riconosciuto, diventò un’idea del tutto centrale e direttrice, che con il liberalismo radicale e con il socialismo si trasformò in ideologie che, pur non negando le origini religiose del concetto di Europa, ne prevedevano un lento "decesso". In nessuna parte del mondo c’era stata un’altra forma di società che si modernizzava e si secolarizzava da sé, tanto meno all’interno dell’Islam, che rivelava invece un legame molto più diretto, non mediato cioè dalla fede in un mistero, tra religione e "mondo", al punto da non poter essere "secolarizzato". Così, in quanto "continente del progresso", come si potrebbe dire, l’Europa è diventata la dominatrice del mondo, e molti dei suoi protagonisti hanno guardato con superiorità e disprezzo a quelle zone "non moderne" del mondo che in gran parte erano già state sottomesse e che ora si voleva "civilizzare". Per primi i saint-simonisti e poi le altre scuole del socialismo previdero una situazione mondiale in cui il progresso verso l’uguaglianza e il benessere, in quanto autentica identità dell’Europa, avrebbe trasformato tutta la Terra in un paradiso senza Stati e senza classi. Dalla parte opposta, la più antica ma già completamente marginalizzata interpretazione dell’Europa, l’interpretazione cattolica, propendeva per la tesi che l’identità dell’Europa secolarizzata e "progredita" fosse addirittura la sua non-identità o la sua autodistruzione.
E tuttavia ancora all’inizio del Ventesimo secolo l’Europa era in gran parte non così secolarizzata e modernizzata come Jeremy Bentham e Karl Marx avevano previsto per un futuro molto vicino. Quando negli anni tra il 1894 e il 1896 il sultano turco Abdul Hamid, ordinando massacri di proporzioni enormi, cercò di reprimere i primi tentativi, appoggiati dalle potenze europee, degli armeni cristiani che vivevano in Turchia di ottenere un’emancipazione anche politica, di eliminare cioè il loro status di "protetti", l’ambasciatore tedesco scrisse in un resoconto al ministero degli Esteri che a Costantinopoli, negli ambienti più elevati, circolava il pregiudizio che gli armeni dovevano essere neutralizzati per sempre. E il Kaiser Guglielmo II annotò a margine: "Cioè, che tutti i cristiani devono essere uccisi. E le potenze cristiane devono stare tranquillamente a guardare tutto ciò? Vergogna a noi tutti". E quando, vent’anni più tardi, gli armeni sopravvissuti al primo grande sterminio di massa del Ventesimo secolo, quei cinquemila uomini che si erano rifugiati in Cilicia sul monte Mussa Dagh, sulle coste del Mediterraneo, furono accolti dalla marina militare francese, la parola d’ordine di quell’azione era, come ha descritto in modo molto chiaro Franz Werfel nel suo romanzo, "i cristiani salvano i cristiani".
Anche l’Europa dell’anno 1913 si concepiva ancora come "Europa cristiana"; l’esortazione di Voltaire: "Schiacciate l’infame" non era stata eseguita; il sistema europeo si era dimostrato non solo progressista ma anche conservatore, un sistema che comprimeva certo i suoi elementi più vecchi, ma non li annientava. Solo in questo modo poté resistere una struttura poligonale piena di tensioni potenzialmente pericolose ma anche potenzialmente feconde. L’antica ed estrema tesi dell’autoannientamento era rimasta altrettanto distante dalla realtà quanto lo era la nuova ed estrema idea del necessario passaggio armonico, malgrado una pausa intermedia probabilmente rivoluzionaria, a una società universale omogenea ed egualitaria.
La prima guerra mondiale produsse una situazione completamente nuova, non da ultimo perché la si poteva considerare come una "guerra cristiana", o quanto meno come una guerra che il cristianesimo non era riuscito a impedire. La critica anteguerra all’Europa doveva dunque rafforzarsi molto, e la più ricca di prospettive era quella dei partiti socialisti che sia in Germania sia in Francia, poco prima dello scoppio della guerra, avevano ottenuto significative vittorie elettorali. La questione era se essi, in linea con il loro programma, avrebbero semplicemente afferrato "il" potere politico oppure avrebbero agito "in chiave europea" e, quindi, rinunciando spontaneamente o forzatamente ad annientare i loro avversari, avrebbero conservato la struttura del sistema in ogni sua trasformazione. La prima decisione preliminare coincise col fatto che essi, contrariamente all’ideologia marxista, si erano schierati quasi senza eccezioni dalla parte degli Stati belligeranti e avevano stipulato con i partiti "borghesi" una "pace civile". La seconda di queste decisioni risultò dal fatto che la maggioranza dei loro dirigenti e militanti reagì in modo negativo alla presa del potere da parte di quell’unico partito socialista, cioè i bolscevichi russi, che aveva rifiutato di approvare i crediti di guerra e aveva sostenuto la trasformazione della guerra di popolo in guerra civile. In linea di principio i socialisti radicali, i bolscevichi, si orientavano, come Marx, in base all’idea hegeliana della "realizzazione": essi non volevano distruggere la "civiltà europea", ma darle compimento, cioè smascherare le sue promesse non mantenute, ossia le promesse della teoria "borghese" del progresso. Ma il più intimo nucleo del loro intento, un nucleo che tra l’altro non aveva la sua primogenitura nel marxismo, era la sostituzione dell’economia di scambio o di mercato, che cercava il profitto, con un’economia pianificata che sarebbe servita a soddisfare i bisogni. Pertanto i bolscevichi dovevano prefiggersi, come loro primo scopo, l’eliminazione dei "capitalisti", cioè degli imprenditori, e insieme con i "borghesi" dovevano essere tolti di mezzo anche i loro alleati: la nobiltà, la Chiesa, i contadini proprietari. In questo modo, nonostante le simpatie che perfino nei Paesi alleati si mostravano al partito che si opponeva alla guerra, si diffuse rapidamente in Russia e in tutta Europa un orrore senza pari, perché nel giro di pochi anni il partito bolscevico si rivelò, e non certo esclusivamente a causa della guerra civile da esso provocata, come la più grande forza di sterminio sociale mai comparsa in Europa dopo gli accenni visti durante la rivoluzione francese. Le "classi nemiche" furono "liquidate": in teoria con la loro inclusione nell’uguaglianza generale, in realtà con una dura oppressione e un sanguinoso terrore. Con l’eliminazione di elementi essenziali del sistema liberale - che in Russia si trovava certamente ancora a uno stadio embrionale -, il processo di fondo del respingimento fu sostituito da quello dell’annientamento; ed era pienamente comprensibile che, nell’Europa non-russa, il bolscevismo venisse considerato come un fenomeno "antieuropeo", un fenomeno "asiatico" per il quale venne usato ben presto il concetto di "totalitarismo". In quanto Stato di un illimitato dominio monopartitico privo di imprenditori e contadini autonomi, in quanto cittadella di un "movimento senza Dio" e della sua instancabile propaganda, in quanto Stato di un’aspirazione alla rivoluzione mondiale che al di là dei suoi confini possedeva, per lo meno in Germania, numerosi adepti, l’Unione Sovietica era la prima grande minaccia che si scagliava contro l’intera Europa e contro l’ordine sociale europeo.
Una cosa molto verosimile era dunque la nascita, in molte parti del continente, di contromovimenti antibolscevichi militanti, che conducessero la lotta politica interna contro il movimento comunista planetario con maggiore energia di quanto stava facendo lo Stato liberale del sistema pluralistico dei partiti. Già nel 1922, in Italia, il primo movimento di questo tipo giunse al potere, sotto la guida di quell’uomo che prima della guerra era stato un socialista radicale e, in un certo senso, il fondatore del comunismo italiano - è evidente infatti che non si trattava di una mera trasformazione delle tendenze conservatrici o reazionarie dell’epoca prebellica. Sia di Hitler che di Mussolini ci sono giunte espressioni del loro primo periodo nelle quali la difesa della "civiltà cristiana" veniva dichiarata come il fine del loro movimento. Tuttavia agli osservatori non sfuggiva il fatto che Hitler apparteneva alla tradizione dell’idea nietzschiana della sollevazione delle masse piene di risentimento risultante dall’ebraismo e dal cristianesimo, e dell’avvicinarsi della "degenerazione totale dell’umanità". In questo modo si poté rapidamente capire che il nazionalsocialismo radicale e antibolscevico contrapponeva al nemico un diverso concetto di sterminio, e che, proprio in quanto anch’esso fenomeno "antieuropeo", in fondo concordava con il nemico. Questo concetto di annientamento mirava, com’è noto, all’ebraismo, ma in ultima analisi anche al suo supposto prodotto, il cristianesimo. Anche l’ebraismo era una componente essenziale del sistema liberale: per un millennio nelle vesti della religione più antica, in concordia e in competizione con il cristianesimo, e poi dall’inizio dell’Ottocento come lo strato più intellettuale e non completamente assimilato della popolazione. Hitler manteneva la stima tradizionale per l’antichità classica e a maggior ragione quella per il germanesimo, ma a causa dell’arcaismo delle idee di "spazio vitale" e di originarietà della guerra non era neanche una storpiata civiltà europea quella che egli voleva difendere. Poiché in Germania non c’era stata una guerra civile in senso proprio, l’"antisemitismo" nazionalsocialista non assunse subito, come invece accadde all’anticapitalismo bolscevico, il carattere di sanguinoso sterminio, ma fino alla seconda guerra mondiale si limitò al tentativo di completa espulsione. Ma con la guerra di aggressione contro l’Unione Sovietica caddero poi le ultime barriere, e alla fine anche il nazionalsocialismo si dimostrò come una realtà di annientamento, addirittura di sterminio biologico anziché di mero sterminio sociale.
Per queste ragioni si può dire che nel 1945 fu sconfitto un regime antieuropeo, ma da un altro sistema antieuropeo con la collaborazione decisiva di una forma ristretta e semplificata di "Europa", cioè quella americana, che allora era "antirazzista" soltanto nell’ideologia predominante, ma non nella realtà quotidiana. I Paesi dell’area occidentale del continente, del nucleo cioè dell’Europa, si erano ora indeboliti sia esteriormente che interiormente, tuttavia con l’aiuto degli Usa e in buona parte sotto la guida dei partiti cristiano-democratici potevano provvisoriamente ricostituirsi, ed è stata una delle più autentiche vittorie dell’Europa il fatto che nei Paesi sovietizzati dell’Europa orientale a partire dagli anni Settanta si siano osservate tendenze che si prefiggevano un "ritorno all’Europa": è evidente che l’Europa non fu avvertita dovunque come un’appendice "americanizzata" degli Usa.
Non è stata infatti esclusivamente la politica di grande riarmo del presidente Reagan a produrre tra il 1989 e il 1991 il crollo dei regimi comunisti nell’Europa orientale e in Unione sovietica. Nessuno potrebbe mettere in dubbio che la tenace resistenza della Chiesa polacca aveva avuto grande importanza, e forse perfino l’elezione a Papa nel 1978 di un cardinale polacco, Karol Wojtyla, ebbe un influsso decisivo. Nell’Ucraina diventata indipendente, secondo informazioni attendibili, il 90 per cento della popolazione si dichiarò cristiano-ortodosso, mentre prima del 1991 si era dichiarato ateo. Nel turbinio di giubilo degli anni 1989-1991 si poteva effettivamente credere che l’identità europea si fosse affermata contro le grandi teorie totalitarie di sterminio del Novecento, e che si fosse così, pur in forma modificata, garantita almeno per il futuro prossimo. Nei progressi dell’unificazione europea, che trovarono il loro apice nella decisione di introdurre una moneta unica, si è potuto vedere un segno pieno di promesse, nonostante la crescita di una gigantesca burocrazia a Bruxelles, ma d’altra parte poteva suscitare qualche perplessità anche la penetrazione di quella pseudo-religione che, negando o rimuovendo i contesti storici, dichiarava il nazionalsocialismo come il "male assoluto", extrastorico.
Ma ben presto diventò chiaro che si stava affacciando un totalitarismo completamente nuovo, che sembrava essere proprio l’opposto dei totalitarismi precedenti: vale a dire il dominio unico del mercato mondiale libero da qualsiasi vincolo, la "globalizzazione" o il "turbocapitalismo", secondo la definizione che si tentò di dare a questa nuova realtà. Ciò che fino a quel punto era stata l’autentica rivoluzione planetaria, cioè l’antagonismo e la collaborazione di innumerevoli individui e numerose aziende, che coinvolge settori sempre più ampi e che produce sia nuova cooperazione sia nuovi conflitti, si dimostrò sempre più come una tempesta che non avrebbe lasciato intatta alcuna forma di vita tradizionale, che avrebbe demolito i confini precedenti e modificato gli individui emancipati di una società liberistica accordandoli con l’esigenza di flessibilità rispetto ai bisogni della società. La società concorrenziale tecnico-scientifica che coinvolge l’intero pianeta sembrava ora realizzare tutte le visioni di Condorcet e di Comte: mai si era avuto prima nella storia universale un numero così grande di uomini che gode di uno standard di vita con così tante possibilità di intrattenimento, e nonostante la frustrante esplosione demografica del Terzo mondo che riannulla subito tutti i progressi economici, sul medio periodo l’allineamento verso l’alto sembra garantito. La differenziazione e specializzazione di quasi tutte le attività aveva raggiunto un grado tale che, nonostante l’incalcolabile produzione di nuove élites funzionali, gli strati sociali nel senso tradizionale come la borghesia e la classe operaia persero i tratti che fino a quel momento li caratterizzavano. Anche la differenza fra le lingue, a causa dei giganteschi flussi di informazioni che si muovevano ogni giorno e in ogni momento intorno all’intero pianeta, in un certo senso fin sulla Luna e su Marte, doveva apparire come un fastidioso ostacolo, che sarebbe stato superato nel migliore dei modi introducendo una lingua universale, sia essa l’inglese o l’esperanto. La civiltà mondiale che ne stava scaturendo, che si sarebbe lasciata alle spalle quei caratteri principali della storia come la grande guerra e le culture ristrette, questa civiltà, nelle vesti del nuovo totalitarismo che essa rappresentava, nelle vesti cioè del "pensiero unico", non avrebbe rinchiuso nessuno in campo di concentramento né l’avrebbe liquidato con un colpo alla nuca a causa delle sue opinioni o atteggiamenti devianti, e tuttavia non avrebbe ammesso nessuna alterità minimamente impegnativa, e così facendo essa, nata dalla storia dell’Europa, avrebbe preparato il tramonto definitivo dell’"identità europea". Ma all’apice di questa concezione del progresso viene a mancare proprio quello che era il tratto principale della "religione del progresso", cioè l’ottimismo, la fiducia nei confronti del futuro.
Perfino dalla realtà quotidiana nascono bisogni e paure. È vero che quei "mercati" che sembrano aver preso il posto del "destino" non sono riconducibili, come in modo semplicistico si faceva nei tempi passati, alle manovre avide di profitto di alcuni multimiliardari, ma ci sono giganteschi fondi-pensione che giocano un grande ruolo, e se crollassero, molti milioni di persone normali in tutto il mondo ne sarebbero colpite nella maniera più dura. Ma ciò nonostante il sistema è fragile, perché, malgrado i grandi numeri, si tratta pur sempre di una minoranza, e le minoranze si trovano potenzialmente in una posizione opposta rispetto all’idea democratica. La via più vicina per l’alleggerimento immediato della sorte della maggioranza della popolazione mondiale sembra consistere nella migrazione di massa nei "Paesi ricchi", ma questi Paesi, tra i quali l’Europa, si vedono posti dinanzi a un fondamentale dilemma: da un lato essi perderanno la loro identità, intesa in un senso particolarmente profondo, se si lasceranno guidare dall’idea della giustizia intesa in chiave egualitaria e cederanno alle richieste radicali di "apertura delle frontiere"; dall’altro entreranno in contraddizione con se stessi, se chiuderanno completamente questi confini e si struttureranno come fortezze. Tuttavia si possono sempre affrontare questi pericoli in modo concreto e tangibile: un enorme sforzo per aumentare gli aiuti allo sviluppo, connesso con un’efficace propaganda presso le donne del Terzo mondo per diminuire la natalità, può ridurre considerevolmente la pressione. Inoltre, la globalizzazione economica non va vista come un processo naturale, poiché anche un’economista del rango di Milton Friedman, differenziandosi in questo assai poco dai cosidetti "avversari della globalizzazione", ritiene dannoso l’intervento del Fondo monetario internazionale e necessario un cambiamento fondamentale.
Ma c’è anche una minaccia di altro tipo. Quelle società del mondo islamico e buddistico che dalla prospettiva europea tanto spesso furono sottovalutate come "non moderne", rivelano una peculiare forza, che esse possono eventualmente riversare in una condizione permanentemente predisposta al combattimento. Queste società hanno ancora la consapevolezza che la sessualità è in grado di soddisfare il suo scopo generativo soltanto se è delimitata e regolata, e che la liberazione della sessualità nelle società liberistico-edonistiche europee e nordamericane abbasserà sempre più il numero della loro popolazione, al punto che in tempi non troppo lontani esse avranno perduto non solo la loro identità, ma anche la loro esistenza. E oggi non ci sono forse grandi partiti che in tutta franchezza hanno trasformato la tesi marxista dell’abolizione della proprietà privata, sostenendo la necessità di abolire la "proprietà privata" che le nazioni hanno del suolo che esse abitano?
E tuttavia c’è un motivo ancor più profondo di angoscia. Quello che soltanto mezzo secolo fa era inimmaginabile, ha fatto oggi irruzione nella sfera della possibilità reale: che cioè l’impulso non più semplicemente ateistico ma antiteistico della civilizzazione planetaria restringa sempre più l’ambito di ciò di cui non si può disporre, l’ambito di ciò che inerisce al destino e quindi l’ambito del "divino", oltrepassando alla fine la natura umana stessa, al punto da dover parlare di un annientamento dell’essenza umana mediante l’intelligenza emancipata che si è autonomizzata nella forma dei computers intelligenti, anche se gli uomini presenti dovessero essere in grado di vivere comodamente la loro esistenza sulla Terra come una forma di rimasuglio indifferente a tutto.
Ma l’uomo, così si potrà dire, non può mai esaurirsi nella molteplicità degli individui, apparentemente autonomi ma in realtà sottomessi alle più svariate costrizioni, all’interno di una gigantesca macchina. Egli non è soltanto un collaboratore di quel processo di impossessamento della Terra a favore del genere umano che è definibile come "trascendenza pratica", ma prima ancora e più originariamente egli è costituito, in quanto essere che si commuove e che pensa, da quel diverso rapporto con il mondo che, per mezzo della "trascendenza teoretica", lo apre alla totalità del mondo in una maniera che non ha paragone in nessuna astronomia e in nessun viaggio interplanetario. Nessuna scienza potrà mai dirgli se egli si vede dinanzi a un mondo mostruoso o a un "cosmo", dinanzi a Dio o al nulla, e come egli si deve comportare in questo orizzonte che è quello della trascendenza teoretica, cioè, oggi, delle grandi teologie e filosofie. Ma nell’"identità europea" alcune di esse erano raccolte in un modo che non ha mai avuto uguali in nessun’altra parte nel mondo. Ora, ritengo che l’identità europea possa continuare a esistere su diversi piani ed essere difesa. Il piano supremo è quello del rapporto religioso con il mondo, e qui tale piano può diventare modello e prefigurazione di un "ecumenismo" che ha come presupposto tanto il livellamento quanto l’autoaffermazione, una duplicità che con il pontificato di Papa Giovanni Paolo II si manifesta paradigmaticamente nel riconoscimento dell’ebraismo come la religione più antica e quella più fraterna che il cristianesimo ha, un riconoscimento che tuttavia non significa qualcosa come una "ri-ebraizzazione" del cristianesimo, che conserva immutato il suo carattere di religione del mistero di Dio fattosi uomo. Ma se l’Islam è esposto al pericolo di restare bloccato nella sua pretesa di assolutezza, la volontà di una cristianizzazione del mondo ha perso ormai qualsiasi prospettiva. Le confessioni cristiane, ma anche le "visioni del mondo" non-cristiane, nella misura in cui sono in grado di plasmare la vita umana, sopravviveranno soltanto in una sorta di isole in Europa e negli Stati Uniti d’America. Ma appunto così esse riusciranno a conservare quella pluralità essenziale che era uno dei segni caratteristici principali dell’identità europea e che è il presupposto affinché la civilizzazione universale resti criticabile e possa mantenere quella distanza rispetto a se stessa, senza la quale non sarà possibile una vita "umana" in mezzo allo sconcertante caos di informazioni della panmissia di meri individui. Soltanto in questo modo per gli europei e per i loro "fratelli minori", gli americani, sarà possibile far propria e recuperare su un piano superiore di riflessione l’enigmatica "identità europea", quell’identità che tende sempre ad autosuperarsi e ad autodissolversi.

Ernst Nolte è uno tra i massimi storici contemporanei. Professore emerito dell'Università di Berlino, insegna Storia moderna all'Università di Marburgo


(traduzione dal tedesco di Renato Cristin)

 
 

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