
Non sono né un filosofo né un teologo, ma semplicemente un modesto economista. Da economista, quello che attira di più la mia attenzione in questo incontro è la parola "globalizzazione". E sempre da economista vedo nella globalizzazione la pura estensione al mondo intero di un principio ben conosciuto sin dal Diciottesimo secolo: il libero scambio, artefice dell’arricchimento delle nazioni. Questa estensione è stata resa possibile dalla nascita di un nuovo ambiente istituzionale: dal 1945 con la Carta di Havana e con la creazione del Gatt, ma ancor di più dal 1989 con la caduta del muro di Berlino, con la quale le frontiere economiche erette dagli Stati si sono abbassate e in alcuni casi sono addirittura sparite. La globalizzazione indica innanzitutto un mondo senza frontiere. Questa definizione può sembrare semplicistica, tuttavia ha il merito di eliminare due errori molto comuni. Il primo: la globalizzazione non è il risultato di una rivoluzione tecnologica, non è il riscatto della net economy o della new economy, così come la rivoluzione industriale non è scaturita dallo sviluppo dei macchinari. Il progresso tecnologico è dovuto ai cambiamenti dei comportamenti umani, essi stessi accompagnati da cambiamenti istituzionali. Il secondo: la globalizzazione non è organizzata dagli Stati, manipolati a loro volta dalle forze oscure del "grande capitale", poiché al contrario essa rappresenta un duro colpo inferto alla sovranità degli Stati, mette gli stessi Stati in concorrenza e li obbliga a liberare i propri cittadini invece di asservirli (con il pretesto di proteggerli).
Vorrei però esaminare le reazioni che la globalizzazione suscita. Spesso si tratta di reazioni di rifiuto o di paura. E coloro che rifiutano la globalizzazione, sfruttano la paura. Il rifiuto è sostenuto dai partigiani di Lenin e di Malthus. I leninisti vedono nella globalizzazione una nuova forma di imperialismo capitalista, più precisamente di imperialismo americano. Probabilmente dopo Lenin e Rosa Luxembourg hanno rinnovato il loro vocabolario. Oggi parlano piuttosto di giustizia sociale, di comunitarismo o di protezionismo culturale. Ma lo spirito è sempre lo stesso. La legge del profitto concentra il potere nelle mani di una minoranza capitalista. Quanto ai sostenitori di Malthus, questi agitano lo spettro di un’apocalisse demografica e ambientale: le risorse naturali minacciate dal commercio, le generazioni future condannate dalla sovrapproduzione e dal consumismo attuali. Basti pensare che questi eccessi incoscienti sono molto seguiti nei Paesi del Nord, a discapito di quelli del Sud. I sostenitori di Lenin e di Malthus si riuniscono infatti in una lotta comune a Rio, a Seattle o a Genova. Le reazioni di paura, anche se vengono sfruttate da quegli anti-global che ho appena citato, sono di natura diversa. Queste traducono diversi sentimenti, ad esempio l’avversione al rischio, al cambiamento, all’incertezza (come sarà il nostro domani?), ma anche il timore che la globalizzazione possa minacciare i valori morali e spirituali, le loro religioni, o meglio: le religioni. Dio verrà dimenticato dagli uomini? Al centro del villaggio mondiale ci sarà ancora posto per una chiesa, per un tempio, per una sinagoga o per una moschea? Questo è secondo me l’oggetto di questo nostro incontro, e vorrei proporre qualche elemento di riflessione che possa ridurre questi timori.
Procederò secondo il metodo della scienza economica moderna che, diversamente dalle altre scienze sociali, non propone un’analisi in termini di categorie umane, di civiltà, di culture o di religioni, quanto piuttosto in termini di comportamenti individuali. Oggi gli economisti diffidano degli approcci globali, olistici, che sono alla base dell’individualità in un insieme che si suppone omogeneo e dotato di una volontà autonoma, essi infatti pongono al centro delle loro analisi l’azione umana. Quello che oggi chiamiamo "individualismo metodologico" sta conquistando sempre maggiore seguito. Da questo punto di vista io ho apprezzato moltissimo la relazione del professor Belardinelli. Per noi, dietro alle civiltà, alle culture, alle religioni ci sono gli esseri umani che a dispetto delle loro diversità culturali rappresentano una singolarità, quella di un essere unico e ineguagliabile, come ha detto Giovanni Paolo II. Evoco il Papa poiché credo che egli venga in soccorso alla scienza economica per ricordare gli imperativi di libertà e di dignità della persona umana, ma anche per dire agli uomini del nostro tempo, e in particolare ai giovani: "Non abbiate paura!". Come ho scritto nel numero monografico di liberal bimestrale dedicato al pensiero filosofico di Karol Wojtyla, io ritengo esista una convergenza problematica ma fortunata fra le analisi della scienza economica come vengono presentate dalla scuola austriaca e il pensiero filosofico del Papa. Vi invito a condurre insieme questa riflessione rispondendo alle seguenti due domande: Cosa ci dice la scienza economica? Cosa ci dice il Papa filosofo?
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Per comprendere la globalizzazione del mercato, bisogna cominciare a capire il mercato. A tal proposito gli economisti parlano di "mano invisibile", di catallassia e di ordine spontaneo. Se la maggior parte dei nostri contemporanei non capiscono né come funziona il mercato, né perché il mercato conduce all’armonia piuttosto che al disordine, essi hanno molto da scusarsi per la loro ignoranza. Da una parte sono sottomessi alla propaganda permanente e efficace che li vuole convincere che mercato significa sfruttamento, che capitalismo significa inferno, che gli Stati Uniti rappresentano il male. D’altronde essi sono abituati a vivere in economie miste che chiamiamo abusivamente economie di mercato, ma che sono in realtà ampiamente dominate dallo Stato, dalle decisioni politiche, dai gruppi di pressione e dalle corporazioni. Ogni nemico del mercato è desideroso di mantenere lo status quo contro ogni passo della concorrenza, che minaccia i loro privilegi e le loro rendite. Ci troviamo nella confusione più completa.
Vorrei soffermarmi sull’inizio del Diciannovesimo secolo, più precisamente su Frédéric Bastiat, quel grande economista francese morto a Roma nel 1850, le cui opere sono state tradotte in italiano già dal 1848, ottenendo un considerevole successo. Nella sua opera dal titolo Armonie economiche, ha spiegato meglio di chiunque altro la filosofia soggiacente alla teoria del mercato:
1) L’uomo può soddisfare i suoi bisogni solo attraverso lo scambio.
2) Lo scambio consiste nel rendersi servizio reciprocamente.
3) Per offrire i servizi attesi dalla comunità, gli uomini trasformano la natura, creando quindi il progresso.
4) La creazione, testimonianza delle capacità personali, viene stimolata dalla proprietà.
5) Sopprimere la proprietà, la creatività, gli scambi, significa arrecare danno alla dignità della persona umana, a dei diritti fondamentali che nessuna legge umana può violare.
6) Il diritto naturale s’impone agli uomini dello Stato, anche se questi sono tentati di emanare delle leggi e di operare dei trasferimenti per attirare e ingannare gli elettori.
Ecco come nascono, in Bastiat, le Armonie economiche.
Questa idea si è trasmessa senza discontinuità nella teoria economica dagli Scolastici agli Austriaci passando per David Hume, Ferguson, Adam Smith e Fréderic Bastiat: ed è l’idea della "mano invisibile". Friedrich von Hayek parla dell’"ordine spontaneo", cioè dei processi spontanei di coordinamento delle azioni umane e attualmente Israel Kirzner definisce l’economia "la scienza della coordinazione". La teoria della mano invisibile esprime il fatto che le azioni individuali, che in apparenza procedono dalla decisione sovrana di una moltitudine di esseri umani, giungono a coordinarsi grazie alle semplici proprietà dello scambio mercantile. In termini meno rigorosi ma più noti: gli interessi privati si armonizzano per sfociare nell’interesse generale. Ma come si compie questo passaggio dall’azione umana alla azione sociale? Qui interviene il concetto di catallassia. La parola e il concetto di catallassia sono stati riproposti da Ludwig von Mises. Tale concetto descrive ciò che accade tra due individui che interagiscono attraverso l’atto dello scambio. In questo genere di azione, c’è ben di più che un semplice scambio: c’è la scoperta dell’altro e nel contempo la scoperta di se stessi. Lo scambio, semplicemente perché ognuno è costretto a tenere conto dell’altro, modifica il comportamento e l’opinione che coloro che scambiano si faranno, e concilia punti di vista e interessi che sembravano contrapposti. "Esso trasforma un nemico in amico": è il senso profondo di katallaktein. Il fatto di tener conto della catallassia spiega in qual modo lo scambio tenda all’armonia. Scambiare, infatti, significa prima di tutto cercare di servire gli altri, condizione che all’essere umano è indispensabile per sposare i sentimenti degli altri. Ben più dell’utilità o dell’efficacia, è questo sentimento che spiega lo scambio. Andando più lontano e più in profondità nell’analisi economica del valore, Frédéric Bastiat ha stabilito che il valore di un bene non può nascere che dallo scambio di servizi: ciascuno può ottenere i servizi di un altro soltanto rendendogli servizio a sua volta. La "ricchezza", quindi, non consiste nell’accumulare denaro o addirittura nel fabbricare oggetti. È semplicemente una risposta a bisogni che si esprimono. Creare ricchezze non significa null’altro che dare soddisfazione agli altri. Il "gioco economico" non è altro che questa incessante ricerca e questa incessante scoperta di quel che può soddisfare gli altri, la comunità di tutte le persone da cui ci aspettiamo, a nostra volta, che ci permettano di soddisfare i nostri propri bisogni.
Ma come in tutti i giochi, anche il gioco dell’economia ha le sue regole. Affinché il processo catallatico agisca, è inoltre necessario che i contratti possano essere stipulati liberamente, che i mercati possano organizzarsi spontaneamente tra gli individui coinvolti. Le regole del gioco sociale, le istituzioni, devono consentire agli individui la duplice libertà d’intraprendere e di scambiare. Intraprendere significa creare ricchezze migliorando la sorte degli altri, proponendo una nuova disposizione di ciò che esiste (l’innovazione risponde quindi ai bisogni, li soddisfa meglio). La capacità creativa dell’essere umano si esprime nell’azione imprenditoriale. La libertà d’intraprendere contiene la libertà di scambiare. La libertà di comprare, di vendere, di trasportare, di trasformare, d’informare permetterà l’incontro dell’offerta e della domanda, della creazione e della soddisfazione. La forma che tale libertà assume è la concorrenza, cioè la possibilità, che viene data a ciascuno, di proporre soluzioni alternative. Questa possibilità può non essere sfruttata, per ragioni tanto tecniche quanto economiche: in tal caso ci troviamo in una situazione di monopolio. Ogni innovazione è un monopolio, poiché soltanto l’innovatore propone una soluzione sinora sconosciuta. Per questo non si deve giudicare la concorrenza secondo il criterio del numero di partecipanti (è questo, ahimè, il costume di molti economisti che hanno proposto il diritto della concorrenza), bensì secondo quello dell’apertura della competizione, a prescindere del numero attuale dei competitori.
Qualunque sia il peso della libertà d’intraprendere e di scambiare in un mercato concorrenziale, niente è possibile senza l’istituzione cardinale del diritto di proprietà. Tale diritto è senza dubbio contenuto per intero nella natura dell’uomo, come ricorda con insistenza la dottrina sociale della Chiesa. Ma questa inerenza è in rapporto con un altra specificità dell’essere umano: la sua disposizione a creare, il suo genio creativo. Infatti la personalità dell’uomo, ciò che lo definisce e lo individualizza rispetto agli altri, è la dimostrazione della sua capacità. Creare, certo, ma sentirsi responsabile della propria creazione, fare di essa la propria peculiarità, in breve una proprietà che sia solo sua. Israel Kirzner spiega che il segreto delle prestazioni della libera impresa risiede in ciò: l’uomo sarà tanto più creatore quanto più potrà appropriarsi della sua creazione.
Naturalmente si potrà vedere in questo fatto l’espressione di un egoismo fondamentale. Ma ciò equivarrebbe a dimenticare che non esiste, per definizione, nessuna creazione senza servizio all’altro, poiché la fonte di ogni valore è il servizio reso, la soddisfazione data agli altri. Si ha dunque un’anteriorità del servizio rispetto alla proprietà: questa non è concepibile senza quello. In tal modo si trovano a essere articolati in modo naturale due principi che vengono contrapposti con eccessiva leggerezza: da un lato la destinazione universale dei beni e dall’altro la proprietà privata. Infatti, seppure implica l’esclusività, cioè l’esclusione degli altri, la proprietà privata trae la propria ragion d’essere dal servizio prestato alla comunità. Rispetto a ciò, i sistemi che non riconoscono la proprietà privata (individuale o plurale) non hanno prodotto altro che rovina economica e decadenza morale della società. E, d’altronde, come scambiare senza diritto di proprietà? Una società priva di proprietà può essere coordinata soltanto da un’autorità superiore che si sostituisce agli individui nell’organizzazione dei rapporti sociali. Quest’ordine creato (Hayek) è contrario alla libertà delle azioni, e non impiega molto tempo a dimenticare la dignità delle persone. In tal modo è possibile comprendere l’importanza delle istituzioni della libertà affinché lo scambio catallattico riceva senso e slancio: proprietà privata, libertà d’intraprendere, concorrenza. Possiamo notare incidentalmente che queste istituzioni - la storia e l’analisi economica lo confermano - sono emerse dall’esperienza vissuta dagli uomini e sembrano integrarsi poco a poco in un ordine naturale, il cui carattere etico è fondamentale. È dunque fuor di dubbio che nell’opera degli economisti austriaci del Ventesimo secolo (Mises, Hayek, Kirzner) come in quella di alcuni classici liberali (Smith, Turgot, Say, Bastiat), la libertà è al centro dell’economia. A creare e intraprendere è l’uomo libero. È tra gli uomini liberi di scambiare che si tesse la rete dei servizi reciproci. È una società basata sulle libertà a riconoscere i diritti fondamentali - in particolare il diritto di proprietà, il diritto di contrattare e il diritto di entrare in concorrenza - e a proteggerli. Tutto sommato è la qualità dell’essere umano (o, per adoperare l’espressione consacrata, se non barbarica, il valore del capitale umano) a trovarsi alla base dello sviluppo economico e del progresso sociale, e la società più competitiva e armoniosa è quella che libera e protegge il valore delle persone. Attraverso le sue istituzioni più umane, una società è più economica.
I conoscitori del pensiero di Giovanni Paolo II non troveranno alcuna difficoltà a riconoscere in ciò che precede la maggior parte degli elementi che costituiscono la sua teoria della libertà allorché si riferisce ai problemi sociali ed economici.
Interroghiamo innanzitutto Karol Wojtyla in Persona e azione in cui egli espone la sua filosofia della libertà. Le fonti intellettuali cui Karol Wojtyla ha attinto sono ben note. Da una parte si tratta del tomismo - il che non è affatto sorprendente per un filosofo cristiano, e dall’altra della fenomenologia di Scheler - il che costituisce l’originalità dell’opera di Wojtyla. Il tomismo, che è esso stesso un’emendazione dell’aristotelismo, ci insegna che l’essere umano, creato a immagine di Dio, ha come essenza, come ragion d’essere, "una sostanza individuale di natura razionale". L’uomo è una sostanza fatta di materia e d’intelligenza, di carne e di spirito, in modo consustanziale, come pensava Aristotele, e contrariamente al dualismo cartesiano (corpo/spirito) o kantiano (noumeno/fenomeno). Tale sostanza identifica l’essere umano: ognuno è unico e insostituibile. Il destino dell’uomo è individuale. E l’uomo è egli stesso artefice (se non padrone) del proprio destino perché è autonomo e guidato dalla propria ragione nel suo comportamento. Nondimeno la razionalità umana è limitata, o critica: gli permette di prendere coscienza del senso dei suoi atti, di identificare il Bene e il Male, ma non gli permette di accedere alla perfezione né alla verità. Perché l’essere umano si avvicini alla propria perfezione e la realizzi c’è bisogno dell’aiuto della grazia divina e della fede.
La fenomenologia completa il tomismo insistendo sul processo mediante il quale l’essere umano avanza sul suo cammino. Se Aristotele e San Tommaso avevano concepito la capacità creativa dell’uomo, che gli ordina e gli permette di "dominare la terra", non avevano però prestato attenzione al fatto che l’uomo crea se stesso attraverso la propria azione. Agendo, il loro uomo esprimeva la sua personalità attraverso la sua azione, ma essa era soltanto un riflesso. La fenomenologia, inaugurata da Husserl e sviluppata dal suo discepolo Scheler, insiste sulla capacità dell’azione di marcare la personalità. Attraverso l’esperienza che ha, la persona si perfeziona (o si degrada). Dopo aver agito, l’essere umano non è più lo stesso di prima dell’azione. La persona si integra pienamente nell’azione. È alla luce di queste premesse filosofiche che si può comprendere la concezione della libertà in Karol Wojtyla. Non ci si sorprenderà se si sottolinea che la libertà, in Karol Wojtyla, è ontologica. Ma noteremo che, a dispetto del suo carattere ontologico, la libertà è anche personale, e si esercita secondo la volontà di un individuo autonomo e responsabile. Tale contrasto potrebbe passare per una contraddizione, se non fosse null’altro che il prolungamento della misteriosa alchimia che intercorre fra universalità e singolarità. Tutti gli uomini partecipano della stessa natura, ma ciascuno di essi è se stesso. Ontologica, "la libertà è subordinata alla verità". È la ricerca della verità a fornirle la sua legittimità che la rende "di diritto naturale", ma che determina anche il suo esercizio: non si può fare della libertà ciò che si vuole (si può essere schiavi della propria libertà). Ma se la libertà è ontologica, legata alla vocazione e alla dignità dell’essere umano, essa è tuttavia anche una libertà personale, una libertà vissuta attraverso gli atti di una persona autonoma e responsabile.
Così l’individuo sfugge a ogni determinismo e la sua azione discende dalla volontà che gli è propria. Certo l’azione umana è per lo più provocata dall’ambiente, che sino a un certo punto la condiziona. Ma resta comunque autodeterminata. Il fatto che ogni essere umano sia "unico e irripetibile" non impedisce che egli non sia mai isolato. L’uomo è un essere sociale, e la sua azione può essere condotta soltanto "in comune, con gli altri". Karol Wojtyla, evidentemente, ha condannato il collettivismo e tutto ciò che può sminuire l’autonomia della persona. Ma insiste sul legame tra autonomia e responsabilità nei confronti degli altri. In modo assai opportuno, distingue l’atto e l’azione (si dovrebbe dire l’agire). L’atto, infatti, è quel che vi è di soggettivo, di personale, di volontario nel comportamento individuale, mentre l’azione indica la dimensione sociale dell’atto, ciò che esso diviene nella dinamica delle interdipendenze, quando l’atto viene compiuto insieme con gli altri, si rivolge agli altri, si riflette negli altri. Per Karol Wojtyla la libertà è simultaneamente personale e personalizzante. In quanto personale, consente a ogni essere umano di segnare la propria differenza, di trovare il suo proprio itinerario. In quanto personalizzante, attira ogni essere umano verso il suo progresso, verso la sua vocazione, l’accompagna e la guida verso la verità, permettendole di avvicinarsi a essa attraverso la propria azione. La libertà si colloca dunque nel punto d’incontro tra il destino umano e la volontà umana: è davvero ontologica e personale al tempo stesso. Tale approccio alla libertà permetterà a Karol Wojtyla di veder chiaro nei problemi dell’ordine sociale, e quindi di ricollegarsi agli sviluppi più recenti della scienza economica, in particolare a quelli che troviamo nei lavori della scuola austriaca.
Tutti gli elementi che costituiscono la scienza economica (rinnovata dagli Austriaci) sono ben presenti in questi documenti: l’uomo creatore e l’iniziativa privata all’origine di ogni attività economica, l’uomo imprenditore e il necessario coordinamento delle iniziative private, coordinamento che consente all’uomo di essere un servitore della comunità, l’uomo responsabile e motivato grazie alla proprietà, il che presuppone istituzioni che siano quelle del capitalismo ben compreso. L’uomo creatore è all’origine di ogni ricchezza. L’economia moderna dell’impresa comporta alcuni aspetti positivi la cui origine è la libertà della persona, che si esprime nella sfera economica come in molti altri ambiti. Oggi il fattore decisivo è in misura sempre maggiore l’uomo stesso, cioè la sua capacità di conoscere che appare nel sapere scientifico, la sua capacità di organizzazione e la sua capacità di cogliere e di soddisfare i bisogni degli altri. Ma non si deve mai perdere di vista il fatto che questa libertà della persona è inscritta nella natura dell’essere umano e costituisce un diritto fondamentale. "Ciascuno ha il diritto d’iniziativa economica, ciascuno impiegherà i propri talenti per contribuire a un’abbondanza che vada a vantaggio di tutti, e per raccogliere i giusti frutti dei propri sforzi" (dall'enciclica Centesimus Annus n.32-34). Poiché l’uomo creatore non è altro che l’uomo servitore. "Lo sviluppo delle attività umane e la crescita della produzione sono destinati a provvedere ai bisogni degli esseri umani. La vita economica non mira soltanto a moltiplicare i beni prodotti e ad aumentare il profitto o la potenza; essa è in primo luogo consacrata al servizio delle persone, dell’uomo nella sua interezza e di tutta la comunità umana" (Catechismo della Chiesa cattolica). L’uomo servitore si trasforma necessariamente in uomo imprenditore, poiché l’impresa consiste nell’avvicinare produzione e consumo. "L’uomo lavora con gli altri uomini, prendendo parte a un lavoro sociale che si espande in cerchi sempre più ampi. Ora, la capacità di conoscere in tempo utile i bisogni degli altri uomini e l’insieme dei fattori di produzione più adatti a soddisfarli, è per l’appunto, nella società moderna, un’altra fonte di ricchezza. In tal modo il ruolo del lavoro umano padroneggiato e creativo e, come parte essenziale di questo lavoro, il ruolo della capacità d’iniziativa e d’intrapresa, diviene sempre più evidente e determinante" (Centesimus Annus, n. 32). Giovanni Paolo II, come gli economisti citati, insiste sul carattere estroverso dell’azione economica, ricordando che non si produce e non s’intraprende per sé, bensì per gli altri. Senza clientela, niente profitto; senza scambio di servizi, niente valore. Ecco ciò che lo induce a chiarire i rapporti fra proprietà privata e destinazione universale dei beni, rapporti spesso mal compresi, a tal punto che alcuni vi scorgevano un paradosso. "L’uomo si sviluppa per mezzo della sua intelligenza e della sua libertà, e, così facendo, prende come oggetto e come strumento gli elementi del mondo e se ne appropria. Il fondamento del diritto d’iniziativa e di proprietà individuale risiede in questa natura della sua azione. Mediante il suo lavoro, l’uomo si prodiga non soltanto per se stesso, ma anche per gli altri e con gli altri: ciascuno collabora al lavoro e al bene altrui. L’uomo lavora per provvedere ai bisogni della sua famiglia, della comunità alla quale appartiene, della nazione e, in definitiva, dell’umanità intera" (Laborem Exercens n. 10). Collabora al lavoro delle altre persone che esercitano la propria attività all’interno della stessa impresa, così come al lavoro del fornitore e al consumo dei clienti, in una catena di solidarietà che si estende progressivamente. Giovanni Paolo II si riferisce alla Quadrigesimo Anno per ricordare "il duplice aspetto, individuale e sociale, che si connette alla proprietà, a seconda del caso che sia al servizio dell’interesse particolare o si volga al bene comune": "dunque è dalla natura e dal Creatore che gli uomini hanno ricevuto il diritto alla proprietà privata, affinché ciascuno possa provvedere alla propria sussistenza e a quella dei suoi e, nel contempo, affinché grazie a questa istituzione, i beni che il Creatore ha messo al servizio dell’umanità adempiano effettivamente la loro destinazione; e questo può essere realizzato soltanto dal mantenimento di un ordine certo e ben definito".
Ecco dunque apparire la necessità, per una società, di un ordine certo e ben definito, e di dotarsi di istituzioni propizie alla libertà. Non è sempre così. È necessario notare che nel mondo odierno, insieme ad altri diritti, il diritto all’iniziativa è spesso soffocato. L’esperienza ci dimostra che la negazione di tale diritto o la sua limitazione nel nome di una pretesa uguaglianza di tutti all’interno della società riduce, quand’anche in realtà non lo distrugga, lo spirito d’iniziativa, cioè la capacità creativa del cittadino. Giovanni Paolo II esorta i responsabili politici, così come gli attori della vita economica, a stabilire le regole del gioco sociale preoccupandosi della libertà personale per il bene di ogni uomo e dell’uomo nella sua globalità. È evidentemente un’istituzione cardinale, quella del diritto di proprietà: come la persona si realizza pienamente nel libero dono di sé, così la proprietà si giustifica moralmente con la creazione di possibilità d’impiego e di sviluppo umano per tutti. I regimi politici che sopprimono la proprietà privata o che la limitano, generalmente ispirati dal socialismo, commettono un errore di carattere antropologico. In tal modo l’uomo viene ridotto a un complesso di relazioni sociali, ed è in questo caso che scompare il concetto di persona come soggetto autonomo di decisione morale che costruisce l’ordine sociale per mezzo di tale decisione. Da questa concezione erronea della persona discendono tanto la deformazione del diritto che definisce la sfera di esercizio della libertà quanto il rifiuto della proprietà privata. Dopo aver dunque condannato da un secolo a questa parte il socialismo come intrinsecamente perverso, Giovanni Paolo II riabilita il buon capitalismo.
Il capitalismo dev’essere forse proposto come modello sociale? Se, con il nome di capitalismo designiamo un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata, nonché della responsabilità che essa implica rispetto ai mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore economico, la risposta è positiva, anche se sarebbe più appropriato parlare di economia d’impresa, di economia di mercato, o semplicemente di economia libera. C’è però anche un cattivo capitalismo, che alcuni chiamano selvaggio perché la libertà nella sfera economica non è inquadrata in un contesto giuridico certo che lo ponga al servizio della libertà umana integrale e lo consideri una dimensione particolare di quest’ultima, il cui asse è di ordine etico. Questa precisazione è decisiva per gli economisti liberali austriaci (come pure nella tradizione francese). Troppo spesso, infatti, i sostenitori della libertà economica ne fanno al tempo stesso un assoluto e una semplice ricetta di efficienza: è l’approccio utilitaristico, che troviamo in molti neoclassici che vogliono lasciare l’etica fuori della porta della scienza economica. La vera apologia della libertà economica dovrebbe al contrario essere fatta sul terreno dei valori morali e spirituali, e nel nome di una determinata visione dell’uomo e della sua dignità. La libertà degli atti non può essere concepita che nella prospettiva della dignità delle persone.
Jacques Garello insegna economia all’univrsità di Aix Marseille III
(traduzione dal francese di Filippo Scarpelli)