
Trieste con la sua amministrazione comunale ha ritenuto di offrire la sua disponibilità a ospitare questa manifestazione per accogliere una sfida che investe il futuro: il tema di questo convegno che indaga su Dio e le religioni nell’era della globalizzazione non è infatti dei più facili. Sostenendo questa iniziativa impegnativa e coraggiosa, l’amministrazione comunale rende così un buon servizio alla città, proiettandola, attraverso queste "Giornate internazionali della filosofia" - che saranno da ora in poi un appuntamento fisso a Trieste - nelle vette più alte della discussione e del pensiero. Sono del parere che le amministrazioni non debbano pensare soltanto alle feste carnevalesche e alle cose di piazza: possono e debbono invece rischiare qualche cosa di più e interrogarsi sui valori profondi, sul cammino dell’uomo, sul destino nostro, delle nazioni e delle nostre città. Da qui in avanti, Trieste apre dunque una finestra sul pensiero e sulla discussione filosofica. E non poteva essere luogo più adatto. Perché Trieste è un simbolo di ciò che popoli e religioni possono costruire concordemente insieme e perciò rappresenta un segno di speranza e di civiltà.
Parlare di religione e globalizzazione è terribilmente attuale: è terribile dopo che il mondo è stato messo di fronte, l’undici settembre, alla tragedia di New York, un atto di guerra che forse nelle intenzioni di chi l’ha commesso vuole essere di guerra "santa" contro l’"impero del male", ma che è solo il trionfo dell’intolleranza e della violenza, è la morte del pensiero. Le due Torri gemelle di Manhattan erano un simbolo, forse anche contraddittorio, della civiltà occidentale, stretta tra i valori della sua tradizione e le spinte dell’economia globalizzatrice. Una civiltà che, nel corso della sua storia, ha sempre affermato i valori dello spirito, delle religioni, di istituzioni naturali e necessarie come la famiglia, la proprietà privata, gli Stati nazionali. Ma oggi possono convivere la globalizzazione con le sue sfide e la religione? Come si pone l’Occidente di fronte alla globalizzazione, e come si dispone all’incontro con altre religioni, prima tra tutte quella islamica? Questa manifestazione, nell’intento di rispondere a questi e ad altri quesiti, ha il merito di aver radunato intorno allo stesso tavolo i rappresentanti delle maggiori religioni monoteiste del nostro bacino mediterraneo. Certamente ci hanno aiutato, insieme agli altri relatori, anche a valutare gli aspetti positivi e quelli negativi della globalizzazione. Che è a un tempo - specialmente per i Paesi più poveri - progresso economico, trasmissione di conoscenza, di tecnologia, di ricchezza, di cibo, e dunque superamento delle diffidenze, occasione d’incontro, veicolo di integrazione. Ma che, quando diviene progetto politico, rischia di mettere in atto un processo di dissoluzione delle identità nazionali, statuali e culturali dei popoli, nel tentativo di ricreare, magari sulle quelle macerie, una confusa repubblica universale.
È sintomatico che uno dei cattivi maestri degli anni più bui dell’Italia recente, Toni Negri, abbia sostenuto su Repubblica nei giorni dei fatti di Genova che la globalizzazione al contrario di quello che alcuni credono, è un fatto certamente positivo, da salutare con entusiasmo. La lotta - diceva - è contro il capitalismo globalizzato e non tanto contro la globalizzazione. Ecco l’impero del male colpito nelle Torri gemelle. Io credo però che il più moderno impero del male che abbiamo visto, caduto con il crollo del Muro di Berlino, sia stato sconfitto da due elementi: il valore della nazione e il valore della religione. L’impero sovietico ha tremato ed è caduto grazie agli uomini fieri delle Repubbliche baltiche che reclamavano la loro identità e la loro dignità nazionale. E grazie a un grande Papa, moderno eroe del Novecento appena concluso, quel Papa polacco venuto da lontano. Ed è per questo che voglio concludere con le parole che Giovanni Paolo II pronunciò alle Nazioni unite nel 1995, proprio accanto a quelle Torri gemelle che oggi non ci sono più: "Io sono qui pellegrino e testimone della speranza... Non dobbiamo avere timore del futuro, non dobbiamo avere paura dell’uomo. Ogni singola persona è stata creata a immagine e somiglianza di Colui che è origine di tutto ciò che esiste. Abbiamo in noi la capacità di sapienza e di virtù, con tali doni e con l’aiuto della grazia di Dio possiamo costruire nel secolo che sta per giungere una civiltà degna della persona umana, una vera cultura della libertà. Possiamo e dobbiamo farlo, e facendolo dobbiamo renderci conto che le lacrime di questo secolo hanno preparato il terreno a una nuova primavera dello spirito".
Roberto Menia è assessore alla Cultura del Comune di Trieste.