
La generazione liberale cui appartengo conserva sugli scaffali il confronto a distanza fra Einaudi e Croce. Comunemente considerato un confronto fra liberismo economico e liberalismo etico, quel libro ingiallito contiene più propriamente il confronto fra due culture entrambe costitutive del liberalismo classico. Dal lato crociano l'idealismo storicistico, la storia delle lettere, la Critica; dal lato einaudiano il moralismo scozzese e francese, la storia delle finanze, la Riforma sociale. Il confronto fra i due sapienti trincerati nelle proprie smisurate biblioteche concerne solo per derivazione la distinzione fra liberalismo etico-politico e liberismo economico: quando nel 1944 il vecchio Croce si dedicò alla ricostituzione del partito liberale, incaricò di scriverne il programma economico appunto Einaudi.
Vero è invece che quello è il confronto fra due moralità: mentre la teoria crociana dei distinti separava la sfera morale dalla volizione dell'utile e quindi della sfera economica, il pensiero economico di Einaudi è tutto intessuto di valori morali quali sono l'etica del lavoro, del risparmio, dell'iniziativa, del profitto come premio del rischio, della redistribuzione intergenerazionale. Einaudi era un moralista prima che un economista, tant'è che i guadagni della terra dipendevano per lui prima che dal sistema dei prezzi dal «timore di Dio» termine che per i contadini piemontesi equivale alla sobrietà dei comportamenti.
Ora che il Novecento è consegnato alla storia, circa la modernità dei due contendenti non può esserci discussione perché Croce pensava la libertà come un eterno presente; Einaudi invece ne cercava i segni e gli effetti nella quotidianità delle scelte pubbliche e dei costumi sociali; con risultati, come si vedrà, di attualità tuttora sorprendente.
L'attualità di Einaudi risulta sorprendente anzitutto al paragone con il suo linguaggio. Sulla traccia di Beauregard Einaudi ci teneva a definirsi un homme d'autrefois. Il suo linguaggio mantiene, nell'analisi che ne fece Gianfranco Contini, una «velatura patriarcale», una «fedeltà al costume prosastico di fine Ottocento». Il lessico einaudiano indulge all'arcaismo linguistico fino all'affettazione che gli fu rimproverata dall'economista Umberto Ricci.
Ma al sussiego del linguaggio arcaico fa riscontro in Einaudi una propensione allo scandalo intellettuale che lo rendeva insofferente verso i luoghi comuni, le frasi fatte, le mode, le voghe, gli «andazzi»; e lo portava a riabilitare termini malintesi quali «profitto» oppure «speculatore». Al profitto teologicamente frainteso come nome del diavolo Einaudi opponeva la concezione (oggi riabilitata) del profitto come premio pagato dal consorzio sociale agli individui meglio intraprendenti, al fine dell'avanzamento materiale (ed egli aggiungeva, morale) della comunità.
Al tipo sociale dello speculatore inteso come affarista, Einaudi opponeva l'arte di «speculare» ossia guardare più lontano della visione corrente, aprendo la strada all'innovazione.
A questo punto, per valutare l'attualità di Einaudi si impone una precisazione sul liberismo, termine che nei suoi scritti ricorre non senza preveggenti riserve.
Nel linguaggio einaudiano anche il liberismo è vocabolo di derivazione ottocentesca, rievocativo delle battaglie antiprotezionistiche di Federico Bastiat e degli economisti inglesi che in Italia ebbero il più convinto seguace nel conte di Cavour.
Ammiratore di Cobden e antiprotezionista convinto, Cavour aveva peraltro governato il Piemonte preunitario con una politica di investimenti nelle opere pubbliche e di interventi infrastrutturali finanziati dallo Stato.
In continuità con la tradizione cavouriana, il liberismo di Einaudi qualifica ma non minimizza la funzione anche economica dello Stato. Ridotta nei termini più semplici in cui fu espressa da Einaudi quale ministro del Bilancio in un discorso alla Costituente, la teoria einaudiana circa gli interventi economici dello Stato era che lo Stato dovesse intervenire ogniqualvolta la sua azione producesse effetti migliori di quella dei privati, e non dovesse intervenire quando invece risultasse inutile o nociva.
C'è sul punto una coerenza costante dai primi agli ultimi scritti di Einaudi. Fin dal 1899, discorrendo sul programma economico del partito liberale, sosteneva che la prima condizione dello sviluppo economico fosse la mancanza di impedimenti e ostacoli frapposti dallo Stato, quali la tassazione irrazionale o vessatoria e il dirottamento dei capitali verso industrie protette. Oltre cinquant'anni dopo, gli scritti successivi al Settennato presidenziale rafforzavano la polemica contro l'invadenza statalistica in cui Einaudi ravvisava ancor prima che un colpevole dispendio di risorse, una inammissibile restrizione della libertà.
Quei connotati della teoria economica einaudiana sono noti quanto basta perché non occorra insistervi. Va però segnalato che l'antistatalista Einaudi non fu mai contro lo Stato: non solo lo Stato garante delle regole in cui deve inquadrarsi la libertà competitiva del mercato, ma anche lo Stato come elemento della combinazione ottimale dei fattori di produttività. «La teoria finanziaria» scriveva nel 1919, «afferma che in quella data combinazione entra anche lo Stato e quindi il pagamento di una data imposta, quella dimostrata più conveniente dall'esperienza, è condizione necessaria perché lo Stato intervenga nella misura più opportuna come fattore di quella combinazione complessa la quale dà luogo al massimo di produttività». Del resto, sono parimenti notissime le minuziose esemplificazioni con cui Einaudi descriveva gli interventi dello Stato sia nelle infrastrutture pubbliche utili all'incremento delle attività produttive, sia in altre opere («l'illuminazione, il piano regolatore, i giardini e gli edifici pubblici») che pur non aumentando direttamente il reddito possono costituire condizioni di benessere collettivo preferibili ai «godimenti superflui privati»; tanto che il più liberista dei suoi discepoli, Bruno Leoni, riconobbe in Einaudi la più compiuta teoria dei bisogni pubblici, intesi come bisogni indivisibili talmente costanti nella generalità degli individui da legittimare l'investimento pubblico ancor prima che si manifesti la domanda per ottenerli.
Tutto ciò differenzia notevolmente la concezione einaudiana dello Stato sia dalla letteratura liberale che considera lo Stato una sorta di male necessario, sia dalle teorie liberiste sullo Stato minimo.
In conclusione, il liberismo di Einaudi va collocato nella tradizione classica delle polemiche antiprotezioniste, antistataliste e antidirigiste; mentre sarebbe sbagliato associarlo alle accezioni odierne che intendono il liberismo come radicalismo libertario e individualismo integrale. In proposito Einaudi aveva messo per tempo le mani avanti, definendo una caricatura l'idea che «i singoli uomini urtandosi l'un l'altro finiscano per fare l'interesse proprio e quello generale»; e arrivò a sconfessare il termine stesso di liberismo se si pretendeva di tradurlo nella filosofia del «tutto è lecito».
In che termini il liberismo di Einaudi può dunque dirsi attuale? La risposta più facile si ritrova nella inversione culturale che dopo il crollo delle economie pianificate è avvenuta negli ultimi dieci anni.
La campagna antiprotezionista e antidirigista di Einaudi fu sostanzialmente minoritaria sia nell'Italia del giolittismo (sottoposto da Einaudi a una critica che storicamente si dimostrò, come egli stesso infine riconobbe, troppo severa); sia nell'Italia del corporativismo (confutato da Einaudi in sede scientifica e, con molte cautele, nelle corrispondenze anonime sull'Economist); sia nell'Italia repubblicana, tanto che per i suoi ultimi scritti Einaudi scelse il titolo autoironico di Prediche inutili. Adesso nella società globale il mercato è diventato il luogo di tutti, i trattati dell'unione europea sono fondati sull'economia di mercato e il liberismo (classico, non libertario) di Einaudi risulta anche in Italia generalmente condiviso.
Se nel campo economico le prediche di Einaudi non possono dunque più dirsi inutili, i suoi scritti restano una miniera di argomenti del tutto attuali proprio perché in Einaudi le leggi della scienza economica non erano mai disgiunte dalla sfera dei valori e quindi dallo studio dell'organizzazione sociale e delle istituzioni pubbliche. E infatti le idee in materia sociale e istituzionale di Einaudi contengono elementi di attualità di cui è agevole tracciare un sommario.
1) Occupazione. In polemica con La Pira, nell'Italia della ricostruzione Einaudi sosteneva che il primo compito dello Stato nella lotta contro la disoccupazione era quello di non contribuire a crearla con i lavori improduttivi e gli imponibili di manodopera.
2) Sindacalismo. Nel conflitto degli interessi fra le parti sociali Einaudi (come il suo allievo Gobetti) vedeva il luogo creativo delle élites naturali.
3) Ambiente. Quando la legislazione contro gli inquinamenti industriali era di là da venire, Einaudi invitava il governo a «far rimangiare il fumo a chi lo produce» riportando le esternalità ambientali dentro il calcolo dei costi di produzione.
4) Formazione. Einaudi contrapponeva al modello napoleonico quello anglosassone che non prevede il valore legale dei titoli di studio.
5) Ipertrofia legislativa. Einaudi sosteneva, con qualche concessione al paradosso, che le lungaggini parlamentari erano un filtro benefico per sfrondare l'eccesso normativo («la virtù dei Parlamenti non si misura dal numero di leggi approvate ma da quello delle proposte di legge abortite»).
6) Europeismo. Già durante la guerra Einaudi avvertiva il deperimento degli Stati sovrani e guardava alla federazione dei popoli europei; in un opuscolo clandestino del 1943 anticipava la «abolizione della sovranità dei singoli Stati in materia monetaria».
Il repertorio è soltanto parziale. Volendolo estendere oltre, si potrebbe immaginare una vocazione profetica nell'economista che dalle vigne di Dogliani intravedeva gli «stabilimenti senza operai, dove le macchine lavorano da sé sotto la sorveglianza di pochi tecnici». Ma l'attualità di Einaudi non ha nulla di profetico: essa risiede soltanto nella capacità di subordinare la scienza economica alla smithiana teoria dei sentimenti morali.
articolo apparso su Fondazione liberal (n° 2 settembre-novembre 2000)
Valerio Zanone