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Alcide De Gasperi: il capo di una nazione europea

Supplemento al numero 5 di Fl
di Sergio Romano

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spec_cop2Il maggior rimprovero mosso a De Gasperi negli ultimi anni della sua vita fu quello di avere governato l'Italia con eccessiva prudenza conservatrice. «La sua figura» scrisse un giorno Togliatti, «ricorda per molte cose quella del notabile di zone agricole di montagna un po' arretrate, per natura sua ostile al movimento degli operai di città e dei braccianti di pianura, (...) portato a ridurre le questioni economiche al lato grettamente amministrativo, del dare e dell'avere di cassa». Era il giudizio di un nemico politico. Ma altri, pur appartenendo al suo partito, parlavano di lui negli stessi termini. Persino nel momento dei suoi maggiori successi De Gasperi fu rispettato e ammirato, mai veramente amato dalla maggioranza dei suoi connazionali. Per i nazionalisti e i fascisti era un vecchio «austriacante», per i liberali un «clericale», per la sinistra democristiana un «conservatore», per la sinistra comunista e massimalista un «servo dell'America», per l'intelligencija azionista e democratica l'uomo che impose, alla vigilia delle elezioni del 1953, una legge elettorale che fu definita «truffa». Per difenderlo i suoi estimatori e i suoi seguaci caddero talvolta nell'errore opposto: negarono le accuse, esaltarono i suoi meriti, procedettero a una sorta di canonizzazione civile e si dettero da fare per completare l'opera con una canonizzazione religiosa. Potremmo avere, di qui a qualche anno un Beato Alcide De Gasperi e più tardi, se gli sarà attribuito qualche miracolo, un Sant'Alcide. In realtà De Gasperi non fu mai un «santo», nel senso che l'espressione ha assunto nella storia della devozione. Fu un uomo pio, rispettoso del magistero della Chiesa e profondamente convinto della necessità di una politica «cristiana». Ma i suoi meriti maggiori furono uno straordinario realismo, una certa scaltrezza, un notevole intuito politico.
Considerato in questa prospettiva il primo dei dibattiti che si aprì sulla sua persona quando divenne ministro degli Esteri nel governo di Ferruccio Parri - austriacante o italiano ? - è assurdo e irrilevante. Non fu mai né l'uno né l'altro. In un bel profilo biografico del 1968 Piero Ottone scrisse che alla fine di ottobre del 1918, pochi giorni prima dell'armistizio, De Gasperi, allora deputato al Parlamento di Vienna e alla Dieta tirolese di Innsbruck, era «in Svizzera con altri due deputati trentini, Conci e Malfatti, per chiedere soccorsi per la sua regione. Il governo austriaco aveva concesso i passaporti e autorizzato il viaggio. Quando i tre parlamentari si trovavano sul suolo elvetico, l'ultima offensiva italiana sfondò il fronte, ed essi decisero di proseguire per l'Italia, muniti di un lasciapassare che il consigliere della nostra legazione, Paolucci de' Calboli, aveva rilasciato con procedura sommaria. I neo-irredenti fecero tappa a Milano, dove si affacciarono dal balcone del giornale La Sera davanti alla folla, e presero poi il treno per Roma dove si mostrarono al popolo da un altro balcone, quello di palazzo Braschi, fra Vittorio Emanuele Orlando e Ferdinando Martini».
Divenne italiano con naturalezza, per la forza delle cose e la volontà della Divina Provvidenza. Era cattolico, aveva rappresentato gli interessi della sua gente a Innsbruck e a Vienna, ne aveva difeso l'autonomia culturale e amministrativa negli anni in cui i movimenti pangermanici trattavano le minoranze nazionali con altera insofferenza, e fu imperiale fino a quando il «vecchio imperatore» dette prova per i «suoi trentini» di una affettuosa benevolenza. Quando l'impero si dissolse (una prospettiva per cui lui non si era mai adoperato) seguì il destino della sua diocesi e della sua regione al modo in cui il pastore segue il gregge quando il maltempo lo costringe a passare da una valle all'altra. Ma servì il suo nuovo Stato con lo stessa serietà e lealtà con cui aveva servito il vecchio.
Il passato austriaco ebbe comunque per l'Italia, quando De Gasperi divenne ministro degli Esteri, un inaspettato effetto benefico. Lo costrinse a raddoppiare di zelo per evitare che gli avversari lo accusassero di scarso patriottismo. Harold MacMillan, proconsole britannico in Italia negli anni dell'occupazione alleata, racconta nelle sue memorie di averlo invitato a colazione nella sua villa romana il 30 aprile del 1945 insieme ad altri uomini politici italiani (Bonomi, Togliatti, Brosio, Ruini). Il principale argomento della conversazione fu la fine delle ostilità al nord, dopo la resa firmata dalle forze tedesche a Caserta il giorno prima. Ma De Gasperi fu il solo, secondo MacMillan, che fece insistenti domande sulle sorti di Trieste dove le forze di Tito si sarebbero installate poche ore dopo. Con lo stesso spirito ottenne che l'Austria, nel settembre del 1946, accettasse la frontiera del Brennero. A molti, oggi, l'accordo De Gasperi-Gruber, con cui venne riconosciuta l'autonomia della provincia di Bolzano, può sembrare troppo generoso. Ma generoso, se mai, fu il «pacchetto» concordato con gli austriaci negli anni in cui l'Italia era governata da Aldo Moro. Allora, nel 1946, De Gasperi ebbe il merito di impedire che la questione venisse trattata dalle potenze vincitrici al tavolo del trattato di pace.
A dispetto della lealtà con cui servì la causa nazionale italiana non fu mai, tuttavia, «risorgimentale». Fu europeista perché la dimensione nazionale, a lui austro-ungarico e cattolico, dovette sembrare pericolosamente angusta. Una delle sue lettere più accorate fu quella che scrisse a Fanfani, allora segretario della Democrazia cristiana, nell'ultima fase della sua vita. Il problema più importante, in quel momento, era la Comunità europea di difesa, costituita a Parigi nel maggio del 1952. De Gasperi si era personalmente impegnato per fare della Ced il cuore di una Europa federale ed era riuscito a ottenere che l'Assemblea consultiva della Ceca divenisse, con l'occasione, una sorta di Costituente europea. Ma si accorse, dopo avere abbandonato la direzione del partito, che il problema della ratifica dell'accordo era finito nel ginepraio della politica nazionale e che qualcuno voleva farne materia di scambio per ottenere la modifica del trattato di pace. Gli sembrò pericoloso che il suo partito perdesse un'occasione storica e scrisse a Fanfani per esortarlo a dare prova di maggiore coraggio. Il trattato cadde, come noto, quando gollisti e comunisti si allearono, all'Assemblea nazionale francese, per impedirne la ratifica. Ma anche l'Italia ebbe, nel fallimento della Ced, qualche responsabilità.
Fu il leader di un partito di centro che guardava a sinistra, come lui stesso definì la Democrazia cristiana? O fu conservatore e moderato, secondo l'accusa delle sinistre e di alcuni compagni di partito? Non era un economista e non era afflitto da visioni preconcette sui problemi dello sviluppo economico. A Vienna, negli anni dell'università, era stato attratto dal cristianesimo sociale di Karl Lueger, borgomastro della città. Nel 1943, mentre la Democrazia cristiana si preparava al crollo del fascismo, sottoscrisse un programma economico dirigista e «interventista»: leggi speciali sui sovraprofitti di guerra e di regime, forte progressività della politica fiscale, diretta partecipazione dei lavoratori alle imprese, socializzazione dei monopoli, dei servizi pubblici e della grande industria. Ma era la vulgata economica corrente in anni in cui le idee prevalenti, al di fuori della sinistra comunista e massimalista, erano quelle di Keynes, del piano Beveridge e, in Italia, dei cattolici che avevano cercato di conciliare la «Rerum Novarum» con il corporativismo fascista.
In effetti, non appena divenne presidente del Consiglio, ebbe una sola preoccupazione: rimettere in moto, il più rapidamente possibile, la macchina dell'economia nazionale e dell'apparato statale. Affidò il governo della lira a Einaudi, riabilitò gli imprenditori che erano stati accusati di complicità col fascismo, chiuse il capitolo dell'epurazione e cercò soprattutto di sfamare il paese. Avrebbe dovuto approfittare della sua autorità per avviare quella «rigenerazione» dell'Italia che auspicavano allora, per esempio, i rappresentanti del partito d'Azione? Avrebbe dovuto istituzionalizzare i Comitati di liberazione nazionale e creare in tal modo uno Stato parallelo, destinato a sostituire il vecchio Stato monarchico e fascista? Chi pone il problema in questi termini dimentica quale fosse la situazione dell'Italia d'allora e che cosa stesse accadendo in quegli anni nei paesi invasi dall'Armata Rossa. Se il governo avesse drasticamente epurato la pubblica amministrazione e mandato a casa i funzionari dello «Stato monarchico-fascista», i loro posti sarebbero stati occupati da militanti politici, emersi dalla Resistenza e designati dai partiti. Ne avrebbe approfittato in particolare il partito più agguerrito e militante. Quale sarebbe stata la sorte dell'Italia se il Pc avesse avuto nelle sue mani due carte: una quinta colonna all'interno della pubblica amministrazione e un'organizzazione clandestina nel Paese?
Ma il governo era pur sempre, nononostante la presenza di Einaudi alla Banca d'Italia e al ministero del Bilancio, una sorta di Cln, vale a dire una coalizione fra partiti che avevano, sul futuro del Paese, posizioni divergenti. Per dare all'Italia una linea politica ed economica era necessario ciò che viene definito eufemisticamente un «chiarimento». Occorreva, in altre parole, passare dal blocco antifascista della Resistenza a un governo di maggioranza. Conviene quindi rovesciare l'interpretazione che le sinistre dettero per molto tempo del viaggio a Washington nel gennaio del 1947. De Gasperi non andò ad limina, per ricevere gli ordini del governo americano, e non si dimise in maggio per obbedire alle istruzioni ricevute. Andò a Washington per tastare il polso della politica americana (nessuno allora sapeva con esattezza sino a che punto Truman fosse disposto a lasciarsi coinvolgere nelle vicende europee) e per essere certo che gli Stati Uniti non gli avrebbero fatto mancare un sostegno politico e finanziario. Quando capì di poter contare sul loro aiuto aprì la crisi. Alla fine di aprile disse al Consiglio dei ministri che i tre grandi partiti di massa avrebbero governato il paese soltanto se avessero potuto contare sulla collaborazione del «quarto partito», quello delle classi medie e del mondo economico. Il 13 maggio presentò le dimissioni. Il 24, dopo il fallimento di Nitti, accettò l'incarico. Il 31 formò il suo quarto ministero composto da democristiani, liberali e qualche indipendente fra cui Carlo Sforza, Guido Corbellini e Cesare Merzagora. Einaudi, in quel momento, ebbe per qualche giorno, contemporaneamente, quattro incarichi: vice presidente del Consiglio, ministro del Tesoro e delle Finanze, governatore della Banca d'Italia. Più che di «governo De Gasperi» converrebbe quindi parlare di «governo De Gasperi-Einaudi».
Comincia dal 1947, grazie alla politica di Einaudi e al Piano Marshall, la ricostruzione economica del paese. E comincia da allora, beninteso, la preparazione del grande scontro elettorale che avrebbe avuto luogo il 18 aprile del 1948. De Gasperi vinse, in quella occasione, anche e soprattutto perché evitò di sollevare, nei mesi che precedettero il voto, il problema dell'allineamento internazionale del paese. Se lo avesse fatto, se avesse sostenuto che la guerra fredda imponeva all'Italia una scelta di campo, si sarebbe scontrato con un variopinto fronte di filosovietici, pacifisti, neutralisti, nazionalisti e teorici dell'«Italia farà da sé». Ma sapeva da tempo che il paese era troppo debole, vulnerabile e politicamente diviso per affrontare da solo le tempeste della politica internazionale. Cominciarono così, dopo le elezioni, i sondaggi e più tardi le trattative per l'adesione al Patto Atlantico che si negoziò a Washington tra la fine del 1948 e l'inizio del 1949. Lo scontro evitato nella primavera del 1948, scoppiò alla Camera il 12 marzo dell'anno seguente e durò sino alla fine del mese. I comunisti e i socialisti inscenarono manifestazioni, denunciarono il «cappio delle alleanze», come Nenni definì il patto di Washington, organizzarono un poderoso filibustering e s'impegnarono in una maratona oratoria che durò cinquantun ore. Ma le minacce più insidiose per De Gasperi vennero dalla sinistra del suo partito, vale a dire da Giuseppe Dossetti e dai suoi amici del «club del porcellino». Erano antiamericani, anticapitalisti, decisi a mantenere un rapporto di buona vicinanza con la sinistra social-comunista e convinti che un'Italia guelfa, libera da qualsiasi laccio internazionale, avrebbe avuto nel Mediterraneo una leadership politica e morale. De Gasperi riuscì a neutralizzarli sostenendo che il Patto Atlantico era in quel momento una manifestazione di solidarietà europea e un passaggio obbligato sulla via dell'integrazione fra i paesi del continente.
A dispetto della sua devozione e delle sue consuetudini religiose, De Gasperi non era guelfo. Quando conquistò la maggioranza assoluta, nelle elezioni del 1948, volle che il governo fosse composto, oltre che dalla Democrazia cristiana, dal Psli di Giuseppe Saragat (il gruppo riformista che si era staccato dal Psiup di Nenni nel gennaio del 1947) e dal Pri di Ugo La Malfa. Si apre in quel momento una fase nuova della politica italiana. Il paese ha una costituzione, firmata il 1 gennaio 1948, una coalizione di maggioranza, una linea politico-economica, un obiettivo di grande respiro (l'integrazione europea) e una precisa collocazione internazionale. Ma non appena la fase dell'emergenza appare terminata, il paese ricade nelle sue vecchie abitudini e diventa sempre più difficilmente governabile.
Fra il novembre del 1949 e le elezioni politiche del giugno 1953 De Gasperi dovette impiegare buona parte del suo tempo a tenere insieme una coalizione in cui ogni partito e ogni corrente tenevano d'occhio la riunificazione socialista e graduavano su quella prospettiva la loro maggiore o minore fedeltà al governo. Nel novembre del 1949 i socialdemocratici abbandonarono la coalizione e costrinsero De Gasperi a dimettersi due mesi dopo. Si formò alla fine di gennaio del 1950 un nuovo governo, composto da democristiani, repubblicani e socialdemocratici che durò sino al 1951 e fu sostituito a sua volta da un nuovo ministero nel luglio di quell'anno. Era il settimo governo De Gasperi e rimase in carica fino alle elezioni del 1953. Ma il quadro politico, ormai, era quello in cui l'Italia sarebbe vissuta sino a oggi: governi brevi e rissosi in cui ogni alleato aspira a distinguersi dai compagni di viaggio e il presidente del Consiglio deve continuamente ricucire gli strappi della coalizione. La carta costituzionale d'altro canto non prometteva nulla di buono. Era stata concepita contro un nemico inesistente, il fascismo, e sembrava fatta apposta per impedire al governo di esercitare le sue funzioni. De Gasperi fece del suo meglio in quegli anni per ritardare la nascita degli organi - Corte costituzionale, Consiglio superiore della magistratura, Regioni - che avrebbero ulteriormente ridotto le prerogative del governo.
È questo il clima politico in cui si fa strada in una parte della Democrazia cristiana la convinzione che occorra cambiare la legge elettorale e rendere il sistema politico, per quanto possibile, maggioritario. Quella proposta da De Gasperi prevedeva un premio di maggioranza per i partiti apparentati che raccolgono voti superiori al 50,01%. Comprensibilmente i comunisti e i socialisti cercarono d'impedirne l'approvazione. Molto meno comprensibile invece fu l'opposizione di alcui uomini politici democratici e di molti intellettuali (fra cui Piero Calamandrei, Epicarmo Corbino, Arturo Carlo Jemolo, Ferruccio Parri) a cui parve che De Gasperi commettesse in quella circostanza un reato di lesa democrazia. La legge, alla fine, fu faticosamente approvata, ma la maggioranza centrista di De Gasperi non riuscì a superare la soglia (mancarono 57.000 voti) e non ottenne il «premio». La Dc ebbe il 40,1%, i partiti di centro perdettero, rispetto alle elezioni precedenti, il 13%. Non sappiamo se quella legge, da sola, sarebbe bastata a curare il male della ingovernabilità italiana. Ma sappiamo che la parola «truffa» con cui fu da allora descritta è una delle definizione più ingiuste della storia politica italiana.
Benché una parte della Dc contestasse l'alto numero delle schede nulle e chiedesse la riapertura delle urne, De Gasperi accettò il risultato. Ebbe l'incarico di formare il governo democristiano, ma dovette rendersi conto che il vento soffiava contro di lui. Il 14 luglio, mentre andava al Quirinale per sciogliere la riserva, disse a Giorgio Tupini che voleva «rinunciare perché non gli sembrava dignitoso fare il cane pastore con i suoi, con le pecore che gli sfuggono di qua e di là ogni volta che crede di averle messe nell'ovile». Accetta, nonostante tutto, e forma un ministero eslusivamente democristiano, ma cade alla Camera dove viene abbandonato dai partiti di centro.
Il suo partito, dove la sinistra premeva per una svolta, ne approfittò per sbarazzarsi di lui. La mano passò a Piccioni e, dopo il fallimento del suo tentativo, a Pella. Comincia da allora una lunga marcia a sinistra fatta di ipocrisie, ripensamenti, piccoli passi, balzi in avanti e all'indietro, come il governo Tambroni dell'estate 1960. Alla fine di settembre del 1953 De Gasperi fu eletto alla segreteria del partito, ma con «una grandinata di schede bianche». Cercò di governare da piazza del Gesù, ma commise l'errore di prendere le distanze da Pella con una frase (il «governo amico») che entrò da allora nel lessico politico italiano. Nel maggio del 1954 ebbe un'ultima soddisfazione: la presidenza dell'Assemblea della Ceca. Ma in giugno, al V congresso nazionale della Dc, passò la segreteria a Fanfani e uscì di scena. Una delle ultime fotografie lo ritrae alla tribuna mentre pronuncia faticosamente il suo ultimo discorso. Sul volto smagrito il naso aquilino e le orecchie sembrano più grandi del solito. Morì a Selva di Valsugana il 19 agosto e fu sepolto a San Lorenzo fuori le Mura, nella stessa chiesa dove sono le tombe di Pio IX e Pio XII. Se ancora usasse riassumere sulla lastra tombale di un uomo politico la sua vita, l'epitaffio potrebbe essere questo. «Governò l'Italia dal 1945 al 1953 e fu responsabile di alcune fra le maggiori scelte politiche ed economiche degli ultimi cinquant'anni: il divorzio dal partito comunista, la ricostruzione economica, l'integrazione europea, il Patto Atlantico. Cercò inutilmente di risolvere il problema della governabilità italiana. I suoi successori hanno ereditato i suoi successi, non hanno ancora riparato la sua sconfitta».

articolo apparso su Fondazione liberal (n° 2 settembre-novembre 2000)

Sergio Romano 
 

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