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Luigi Einaudi: la verità del profitto

Supplemento al numero 5 di Fl
di Angelo M.Petroni

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spec_cop2Einaudi fu liberale e liberista. Come ci si può attendere da un uomo nato nel 1874 e morto nel 1961, il suo liberalismo e il suo liberismo vennero declinati in modo diverso nelle diverse circostanze storiche nelle quali egli visse. E, come spesso avviene nel «ciclo di vita» intellettuale, alla giovanile ricerca di nuove idee e nuove forme sociali - donde la sua simpatia per molti aspetti del nascente movimento operaio - si sostituì progressivamente un pensiero maggiormente fondato sulla continuità della tradizione politica ed economica del liberalismo, e più sistematico. Un'evoluzione che dovette molto al fatto che fu soltanto nel secondo dopoguerra che egli ebbe responsabilità politiche e di governo. È quindi nell'Einaudi della maturità intellettuale che si può con miglior ragione individuare l'eredità che egli ha lasciato al liberalismo italiano.
Forse il punto archimedeo della eredità intellettuale di Einaudi sta in quanto egli scrisse nella celebre polemica con Benedetto Croce sui rapporti tra liberalismo e liberismo, dove sostenne la necessità della libertà economica per una qualsiasi società libera, e insieme per la ricchezza delle Nazioni. La base della sua tesi voleva essere eminentemente scientifica. Il libero mercato, nel duplice senso di mercato interno e di apertura al commercio internazionale, aveva dimostrato la propria superiorità sul piano teorico e su quello storico. In uno scritto della vecchiaia, egli tessé l'elogio del profitto, con parole che oggi sembrano quasi profetiche, come fondamento della prosperità generale: «in un mondo nel quale le invenzioni si succedono alle invenzioni, nel quale si parla di stabilimenti senza operai, dove le macchine lavorano da sé, sotto la sorveglianza di pochi tecnici, la tendenza degli uomini a chiedere soprattutto sicurezza e sottrarsi al rischio appare uno dei massimi pericoli che minacciano l'umanità». Per Einaudi «l'alternativa è chiara. Gli onorari liberamente pattuiti e pagati in compenso di un servizio reso dal professionista, i guadagni incerti degli artigiani e dei commercianti, e i profitti aleatori degli imprenditori debbono continuare a esistere, se il sistema economico voglia sentirsi elastico, atto a subire l'urto delle variazioni continue della tecnica, delle invenzioni industriali; se si vuole che la società umana muti e cresca. Il profitto è il prezzo che si deve pagare perché il pensiero possa liberamente avanzare alla conquista della verità, perché gli innovatori mettano alla prova le loro scoperte, perché gli uomini intraprendenti possano continuamente recuperare le frontiera del noto, del già sperimentato, e muovere verso l'ignoto, verso il mondo ancora aperto all'avanzamento materiale e morale dell'umanità».
Il profitto è quindi essenziale per quell'«avanzamento materiale e morale dell'umanità» che rimase l'obiettivo politico e ideologico di Einaudi sin dagli anni della sua giovinezza. La scienza economica rispecchia la tendenza naturale dell'uomo all'autointeresse, ed esprime le leggi che governano la produzione e lo scambio. Ma per Einaudi autointeresse e necessità andavano sempre visti in connessione con l'elemento morale, che pone l'individuo e le sue facoltà come fine del sistema economico. In questo, egli era tributario ai filosofi dell'Illuminismo scozzese, e in particolare ad Adam Smith.
Neanche nei periodi di imperante positivismo Einaudi aderì alla lettura che rendeva la Ricchezza delle nazioni luogo di esaltazione di un egoismo individualistico. Per Einaudi era una «invenzione» degli antiliberisti, «si chiamassero o si chiamino essi protezionisti o socialisti o pianificatori» la tesi secondo la quale «i singoli uomini urtandosi l'un l'altro finiscono per fare l'interesse proprio e quello generale». Einaudi insomma non dimenticherà mai che il fondatore della economia politica fu lo stesso autore della Teoria dei sentimenti morali. I fenomeni economici non trovano spiegazione senza riferirsi alle credenze morali degli individui, e a quei valori che non sono riconducibili alla ricerca del benessere materiale.
È in questa visione che si comprende appieno la critica che egli fece di John Maynard Keynes riguardo alle cause della crisi economica dei primi anni Trenta. Per Einaudi essa fu innanzitutto una crisi morale, e pertanto non poteva essere risolta con gli strumenti monetari e di bilancio indicati dall'economista inglese: «Come si può pretendere che la crisi sia un incanto, e che col manovrare qualche commutatore cartaceo l'incanto svanisca, quando tuttodì, anche ad avere gli occhi mediocremente aperti, si è testimoni della verità del contrario? Si osservano, è vero, casi di disgrazia incolpevoli, di imprese sane travolte dalla bufera. Ma quanti e quanti esempi di meritata punizione. Ogni volta che, cadendo qualche edificio, si appurano i fatti, questi ci parlano di amministratori e imprenditori, o avventati, o disonesti. Le imprese dirette da gente competente e prudente passano attraverso momenti duri, ma resistono. Gran fracasso di rovine invece attorno a chi fece in grande furia di debiti, a chi progettò colossi, dominazioni, controlli e consorzi; a chi, per sostenere l'edificio di carta, fabbrica altra carta e vendette carta a mezzo mondo; a chi invece di frustare l'intelletto per inventare e applicare congegni tecnici nuovi o metodi perfetti di lavorazione e di organizzazione, riscosse plauso e profitti inventando catene di società, propine ad amministratori-comparse, rivalutazioni eleganti di enti patrimoniali».
Un mercato funzionante ha bisogno di istituzioni, di norme di comportamento, il cui orizzonte funzionale e temporale oltrepassa i singoli interessi individuali. Di qui il ruolo che egli attribuiva allo Stato, pur nella forte adesione ai principi liberisti, per i quali lo Stato medesimo rappresentava una perenne fonte di pericoli. Lo espresse chiaramente nel 1899, nel delineare il programma di un partito liberale: «la principale condizione affinché la ricchezza possa aumentare è la mancanza di ostacoli e di impedimenti posti dallo Stato a questo sviluppo e a questo incremento. In Italia lo Stato è uno dei più efficaci strumenti per comprimere lo slancio della iniziativa individuale sotto il peso di imposte irrazionali e vessatorie e per divergere gli scarsi capitali delle industrie che sarebbero naturalmente feconde, per avviarli alle industrie che diventano produttive grazie soltanto ai premi, ai dazi protettivi, alle estorsioni esercitate in guise svariate a danno dei contribuenti».
La medesima posizione la manterrà negli anni Cinquanta, esprimendo il suo pessimismo per «l'irrigidimento della società economica» causato dal proliferare di «municipalizzatori, statizzatori, socializzatori». Einaudi giunse a teorizzare l'esistenza di un «punto critico» di non ritorno, diverso per ogni diversa società, eppure esistente per ognuna di esse, oltrepassato il quale il prevalere dello spirito egualitaristico e del dirigismo economico mettevano in pericolo «l'esistenza medesima della libertà dell'uomo». Concordando con le tesi, coeve, di un suo eminente amico e collega, Friedrich von Hayek, sulla «via della servitù» nella quale si erano messe le democrazie occidentali avendo accettato i principi della pianificazione economica, Einaudi affermò che quel «punto critico» fosse già stato toccato dall'Italia degli anni Cinquanta. Nette furono le sue critiche, negli anni Cinquanta, della onnipervasività dell'ideologia della «giustizia sociale» propugnata dai socialisti e dalla sinistra cattolica, in base alla quale veniva rivendicata una crescente eguaglianza materiale svincolata da ogni considerazione sull'apporto dato dagli individui al benessere degli altri, e sui loro meriti morali.
Questa opposizione alle ideologie egualitariste non significa che Einaudi fosse insensibile a quella che, nel periodo della sua gioventù, veniva chiamata «la questione sociale». Il giovane Einaudi ebbe in grande favore le leghe operaie, e la loro funzione di «riscatto» delle classi più povere. Ma per tutta la sua vita Einaudi, pur nella diversità dei toni e delle circostanze, ebbe sempre chiara la distinzione tra la diffusione del benessere e della sicurezza sociale da un lato, e le ideologie egualitariste dall'altro. Einaudi ebbe gran simpatia per le leghe operaie perché esse esprimevano la concreta volontà delle classi più umili di elevare la propria posizione attraverso l'etica del sacrificio e del risparmio. Un'etica - che tanto lo avvicinò a Piero Gobetti - che si distanziò sempre nettamente dalle ideologie redistributive della socialdemocrazia sin dai suoi albori.
Ma Einaudi non fu mai contro lo Stato. Non lo fu per ragioni fondate sulla scienza economica. Come egli scrisse nel 1919, «il massimo di produttività è uno solo e questo si raggiunge con una data combinazione dei vari fattori, quella che l'esperienza dimostra la più conveniente. La teoria economica finanziaria afferma che in quella data combinazione entra anche lo Stato e che quindi il pagamento di una data imposta, quella dimostrata più conveniente dall'esperienza, è condizione necessaria perché lo Stato intervenga nella misura più opportuna, come fattore di quella combinazione complessa, la quale dà luogo al massimo di produttività».
Non era incoerente che egli, «appartenente alla schiera degli economisti detti volgarmente "liberisti"», attribuisse questo ruolo allo Stato, «essendo caratteristica degli economisti dichiarare preferibili certe azioni non perché compiute dagli individui, ma perché più economiche, più feconde, a parità di costi, di altre, sia che esse siano compiute dagli individui o dallo Stato. Questa è la sola e aurea norma di condotta economica. Affermare che gli economisti sono contrari allo Stato è dir cosa altrettanto insensata come chi dicesse che certi astronomi sono nemici del sole, della luna o delle nuvole».
Lo Stato, e solo lo Stato, poteva fare cose quali «l'illuminazione, il piano regolatore, i giardini e gli edifici pubblici». Queste «danno luogo a imposte pagate volentieri, perché i contribuenti sentono il vantaggio della spesa pubblica maggiore dei godimenti superflui privati a cui si è dovuto rinunciare», sebbene non concorrano direttamente alla formazione del reddito individuale. Ma lo Stato ha anche una funzione direttamente produttiva: ferrovie, magazzini generali, ponti, canali di irrigazione, sono infatti indispensabili per la ricchezza di una nazione.
Attribuire un ruolo produttivo allo Stato non significava affatto che Einaudi fosse a favore della sua espansione nella sfera economica. Da liberale, per lui vi era una netta differenza tra ciò che era di pubblica utilità, e ciò che non lo era. Sedendo sui banchi del governo, così egli replicava nel giugno del 1947 a coloro che vedevano nell'espansione dello Stato imprenditore la soluzione allo sviluppo economico del Paese: «Se l'Iri possiede alberghi, aree fabbricabili, case di affitto, terreni, ghiacciaie e altre imprese di siffatta natura, che non presentano nessun interesse pubblico, non vedo ragione perché l'Iri non abbia gradatamente a spogliarsene, vendendo ai prezzi più alti possibili, facendo oggi buoni affari, in confronto ai prezzi di acquisto; non vedo perché l'Iri non possa, con buoni risultati finanziari, alienare quelle imprese che non rappresentano nessun interesse dal punto di vista pubblico, per facilitare la vita delle altre sue imprese, e cioè per fornire, contribuire a fornire mezzi finanziari alle altre sue imprese le quali abbino veramente interesse pubblico».
Einaudi fu antieconomicista nel negare che la vita sociale e politica possa essere interamente ricondotta alla produzione e alla distribuzione economica. Lo fu nel duplice senso di opporsi alle tesi marxiste nelle loro diverse versioni, e nel negare che il benessere generale fosse la pura somma degli interessi individuali. Gli interessi individuali sono resi compatibili dall'esistenza dello Stato, il quale non è «una mera società per azioni». Ma lo Stato che Einaudi reputava così necessario era cosa ben diversa dallo Stato come esso si era venuto affermando dalla fine della Belle époque, si era strutturato nel ventennio fascista, ed era trapassato nell'Italia del dopoguerra: lo Stato neocorporativo. Egli considerava come esiziale il fatto di riconoscere uno statuto politico alle rappresentanze degli interessi: sindacati, ordini professionali, associazioni di categoria. Lo Stato neocorporativo era il regresso al Medioevo. Ma proprio dalla fine della società e dell'economia corporativa si erano originati i parlamenti, e con essi la libertà politica, di intrapresa e di mercato.
Costante rimase in Einaudi l'idea della irriducibilità della dimensione politica all'accordo corporativo da un lato, e alla gestione tecnocratica della cosa pubblica dall'altro. Riferendosi alle tendenze già evidenti nell'età giolittiana, ovvero di trasferire la legiferazione agli esperti, spesso utilizzando lo strumento dei decreti-legge, questa era la sua posizione: «diciamolo alto e forte, senza falsi pudori e senza arrossire: la potestà legislativa deve spettare esclusivamente al corpo "generico". Alla Camera presa nel suo complesso, anche se incompetente nelle singole questioni e nei singoli suoi membri. Legiferare vuol dire stabilire dei principii e delle regole di condotta. A farlo non sono competenti gli specialisti e i "competenti". Costoro hanno un ben diverso compito: quello dell'esecuzione. A legiferare essi sono disadatti, perché guardano a un solo aspetto della questione; mentre, anche nelle questioni minime, bisogna guardare al complesso. Per gli esperti, per la burocrazia, il Paese è materia da manipolare, è carne da macello; non anima da plasmare e da educare».
Nella mitologia della fondazione dello Stato repubblicano, a Einaudi è stata attribuita la figura del «buon amministratore», che guidò con saggezza e rigore la moneta e il bilancio nei primi anni della ricostruzione. Allo statista che rivendicò sempre con orgoglio le sue radici piemontesi, e che faceva suo il motto «gouvernè bin», «che nel genuino piemontese della nostra provincia di Cuneo [significa] "amministrare" con tatto, con sapienza, con competenza», questo ruolo non sarebbe certo dispiaciuto. Ma esso non rende adeguatamente conto del fatto che il liberalismo di Einaudi non fu, come si pretende, una vaga ideologia - talmente vaga che da diverso tempo non è raro sentire politici e intellettuali post e neocomunisti che si proclamano eredi dell'economista piemontese.
Il liberismo di Einaudi venne ridicolizzato a suo tempo da Mussolini, che portava gli ideologi del New Deal come prova del definitivo tramonto del liberismo, e della bontà del corporativismo. Il suo monetarismo e la sua opposizione all'espansione della mano pubblica in economia vennero poi considerati un ferro vecchio da tutta la generazione degli economisti italiani formatisi negli anni Cinquanta a Cambridge - o magari semplicemente all'Università Cattolica di Milano. Il segno più evidente di questa volontà di escludere Einaudi dalla formazione della «ideologia italiana» è che le sue opere sono quasi introvabili. L'editore Giulio Einaudi non ritenne opportuno né portare a termine la pubblicazione dell'opera completa secondo il piano al quale aveva pensato Luigi, né rendere disponibili la gran parte dei volumi pubblicati e oramai esauriti. Il meritorio lavoro della Fondazione Einaudi di Roma, che ha raccolto ed edito la quasi totalità degli scritti di Einaudi in forma elettronica, non ha potuto trovare una diffusione commerciale.
La questione einaudiana, oggi, non consiste certo nell'elenco delle esclusioni e degli inutili riferimenti di circostanza. Nell'Italia che è così fortemente ostacolata nel suo sviluppo verso la modernità dal permanere di una struttura sociale ed economica corporativistica, di un'ideologia egualitaristica («solidarismo», come piace dire oggi), e da uno Stato che non riesce ad abbandonare il «vizio di origine» di essere nato per imitazione del modello centralistico francese, il liberalismo di Einaudi rappresenta un riferimento importante. Lo rappresenta anche, e forse soprattutto, perché esso è costituito da un metodo critico della realtà più che da una teorizzazione sistematica, nella quale Einaudi non eccelse, e che del resto poco gli interessava come studioso.
Gli anni Novanta hanno visto la rinascita di interesse in Italia per il liberalismo. Questa rinascita è quasi completamente avvenuta grazie alla diffusione del pensiero di giganti come Popper, Mises, Hayek. Un ruolo del tutto secondario è stato svolto dalla riconsiderazione della tradizione liberale che mette appunto capo a Einaudi, e che comprende pensatori come Ferrara, Pantaleoni, De Viti De Marco. È questo un peccato, perché inevitabilmente le ritrovate idee liberali si sono diffuse nella forma di argomentazioni e principi generali, staccati dall'analisi e dalla critica della specifica realtà storica italiana.
Tra queste specificità vi è senz'altro il peso che la religione e la tradizione cattolica hanno avuto e hanno tuttora nel formare l'opinione degli italiani a proposito del capitalismo e del mercato. La posizione di Einaudi (che era credente, e lo affermò sempre chiaramente, seppure senza ostentazioni strumentali) era che cattolicesimo e liberismo non fossero affatto inconciliabili, e che la principale ragione di tanta opposizione della chiesa al capitalismo e al mercato fosse la semplice ignoranza da parte dei sacerdoti dei concetti fondamentali dell'economia. Un concetto sul quale meditare anche dopo la Centesimus annus, se si considera quanto poco riflesso essa abbia avuto nella predicazione e nelle posizioni politiche assunte dal mondo cattolico italiano.
Un liberalismo che miri a cambiare la società italiana deve riuscire a coniugare l'universalità dei propri principi con la specificità della nostra realtà nazionale. Le ragioni per leggere Einaudi nell'era di internet stanno tutte qui.

articolo apparso su Fondazione liberal (n° 2 settembre-novembre 2000)

Angelo M. Petroni 
 

web agency Done Communication