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Frédéric Bastiat: il papà di Hayek

Supplemento al numero 5 di Fl
di Carlo Lottieri

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spec_cop2Nato il 29 giugno 1801 nella Francia sud-occidentale (a Mugron) e morto a Roma il 24 dicembre 1850, Frédéric Bastiat è uno tra i protagonisti di quel liberalismo francese a cui appartengono anche Turgot e Say, Dunoyer e Molinari: una corrente intellettuale certo minoritaria, ma quanto mai coraggiosa e radicale, portata ad assumere posizioni innovatrici le quali hanno anticipato molte analisi contemporanee (e non è un caso se Murray N. Rothbard dedicherà, a questo gruppo di autori francesi, pagine tanto ammirate e riconoscenti). Giudice di pace nel proprio cantone e assiduo frequentatore di un circolo di studi economici (oltre che appassionato cultore d'arte), Bastiat è un intellettuale di estrazione piccolo borghese che trascorre la maggior parte della propria esistenza lontano dai dibattiti della capitale e dall'intellighenzia alla moda. Egli inizia la propria militanza a favore della libertà quando scopre l'esistenza delle battaglie libero-scambiste condotte da Cobden, da Bright e dalla «Anti-Corns Law League». Dà inizio in tal modo a un apostolato militante che non durerà più di sei anni e sarà interrotto dalla morte. Con brillanti articoli e ponderosi volumi, egli conduce una battaglia politica su più fronti: contro i socialisti, favorevoli a una crescente collettivizzazione dell'economia, e allo stesso tempo contro il conservatorismo e il nazionalismo protezionista di chi condivide con i primi l'opposizione al laisser faire.
Va anche precisato come i primi anni Quaranta, durante i quali l'economista inizia a scrivere i propri saggi e pamphlet, siano stati uno tra i momenti più inquieti e confusi della storia europea e soprattutto francese. Mentre a Parigi regna Luigi Filippo d'Orléans e il governo è nelle mani di François Guizot (ispirato da una concezione tutta pragmatica della vita politica), negli ambienti intellettuali si diffondono a macchia d'olio le idee socialiste. Il culmine di tale processo si ha nel 1848, un anno che in tutto il continente sarà segnato da moti e rivoluzioni. D'altra parte, è proprio nel pieno infuriare di sommosse che hanno a Parigi il proprio epicentro che Karl Marx e Friedrich Engels pubblicano il Manifesto del partito comunista, con il quale i padri fondatori del materialismo storico-dialettico intendono inaugurare un'epoca nuova. Da quel crogiolo di confuse utopie che era stato il pensiero socialista della prima metà del Diciannovesimo secolo esce infatti il marxismo, dottrina destinata più di ogni altra a promuovere lo statalismo e a ispirare alcuni tra i regimi maggiormente criminali e liberticidi della storia: dall'Unione Sovietica alla Cuba castrista, dalla Cina popolare alla Cambogia dei khmer rossi. In questa stessa Parigi rivoluzionaria di metà Ottocento, che entusiasma Marx e che è dominata dai discepoli di Saint-Simon e Fourier, vi è però anche Bastiat e il piccolo gruppo di suoi amici che con lui danno vita al Journal des Économistes, rivista sulla quale appaiono testi di straordinario interesse e che conservano ancora oggi, a quasi un secolo e mezzo di distanza, una notevole attualità (basti pensare al saggio del 1849 di Gustave de Molinari sulla «produzione privata della sicurezza»: profetica anticipazione di argomenti libertari che solo adesso iniziano a farsi strada nella filosofia politica occidentale).
Se il Journal rappresenta certamente il punto di incontro dei difensori della proprietà e del libero mercato, il protagonista assoluto di tale orientamento culturale è proprio Bastiat, il quale impegna tutto se stesso in tale difesa dei valori di libertà: muovendosi sia sul piano intellettuale che nel campo della militanza politica attiva. Come si è detto, il periodo durante il quale Bastiat si consacra allo studio della società è piuttosto breve (meno di una decina di anni). Eppure, in questo limitato arco di tempo, l'economista francese riesce a profondere una straordinaria energia creativa al servizio dei propri ideali, realizzando un'opera intellettuale non solo di qualità, ma anche di notevoli dimensioni: da Cobden et la ligue a Les Harmonies économiques (di cui porterà a termine solo il primo volume), dai Sophismes économiques ai Petits pamphlets. Brillante polemista, egli scrive pure articoli ancora oggi godibilissimi. Uno tra i suoi migliori è l'umoristica petizione dei produttori francesi di candele, esasperati dalla concorrenza «straniera» del sole, la cui colpa sarebbe quella di impedire a tale industria di svilupparsi pienamente. Ma ugualmente arguto e divertente è lo scritto in cui egli mostra come i dati statistici sulle importazioni e le esportazioni di un Paese servano ben poco a chi voglia comprendere davvero la vita economica. In questo suo scritto, egli immagina un produttore francese di vino il quale parta per l'Inghilterra con il proprio carico. Quando questi riesce a vendere bene e a comprare anche meglio (cedendo il vino a un prezzo ben più alto di quanto non sperasse), la bilancia commerciale risulta passiva; se, al contrario, egli non riesce a portare in patria alcunché (ad esempio a causa di un naufragio), l'effetto surreale è che gli indici «macroeconomici» descriveranno un attivo della bilancia commerciale, poiché si è esportato ben più di quanto si sia importato.
Fondatore e animatore - dal 1846 - dell'Association du libre échange, nel momento in cui scoppia la Rivoluzione di febbraio Bastiat accoglie favorevolmente il differente clima politico, ma presto è costretto a constatare che anche nella nuova situazione non sembra esserci buona accoglienza per le sue tesi. Eletto prima alla Costituente e poi alla Legislativa, egli siederà a sinistra - come Alexis de Tocqueville - ma sarà chiamato a impegnarsi in una dura lotta politica su più fronti. Nella situazione in cui la Francia si è venuta a trovare dopo la deposizione di Luigi Filippo e prima dell'ascesa al potere di Napoleone III, l'economista liberale è obbligato infatti a combattere contro molti avversari e differenti ideologie, che ai suoi occhi, però, si possono ricondurre a un elemento comune: da una parte, infatti, egli contrasta il dirigismo pianificatore e ugualitario di coloro che, come i socialisti di Louis Blanc, auspicano una crescente collettivizzazione della vita economica; dall'altra, e soprattutto dopo le «giornate di giugno», egli attacca ugualmente il conservatorismo anti-liberale di quanti, come Thiers, condividono con i socialisti l'interventismo economico e l'opposizione alle politiche di laisser faire. La sua tesi - ancora oggi attualissima - è che il protezionismo imposto dai grandi industriali prepari il terreno al comunismo. Il dirigismo assistenzialista voluto per favorire i capitalisti e i proprietari terrieri pone infatti le premesse per una collettivizzazione forzata dell'intera società. Tesi molto simili saranno riproposte nel 1944 da Hayek, che in The Road to Serfdom ribadirà concetti analoghi quando sosterrà che il Welfare State e la socialdemocrazia contengono in sé, fin dall'inizio, i germi della dittatura e del totalitarismo più illiberali. Per Bastiat, d'altra parte, i diritti individuali sono diritti naturali assoluti e dunque non devono essere violati, perché preesistenti a ogni ordinamento positivo. Quei libertari contemporanei che auspicano una radicale riduzione del potere pubblico non saprebbero dire di meglio rispetto a quanto possiamo leggere nelle opere di tale autore del secolo scorso, che subordina lo Stato ai singoli individui. Il primo, d'altra parte, è solo un'astrazione e uno strumento, mentre i secondi sono entità morali e metafisiche, oltre che presenze in carne e ossa.
Va poi rilevata la forte intonazione spirituale di tali scritti. Per il cattolicissimo Bastiat, il buon funzionamento del mercato - che moltiplica le ricchezze e migliora le condizioni di vita - non è altro che la provvidenziale conseguenza di un ordine giuridico giusto, che si limiti a tutelare i diritti senza pretendere d'imporre una fittizia e coatta solidarietà. Ai suoi occhi il nemico è uno solo: l'invadenza statale nella vita economica e sociale. I poteri pubblici, in effetti, sovvertono l'ordine armonico che emerge spontaneamente in una società dove i diritti di proprietà risultino correttamente definiti ed efficacemente tutelati. Per questo intellettuale tanto liberale come cattolico nessuno può intralciare le leggi economiche, fissate dalla Provvidenza divina. Lo Stato che vuole imporre la fraternità, in questo senso, prosciuga la fonte stessa della moralità personale, calpesta i diritti individuali, introduce la costrizione là dove è indispensabile che vi sia la generosità, la liberalità, la volontaria ricerca di ciò che è buono e salutare per chi è meno fortunato. Uno Stato che legifera in materia di solidarietà, in particolare, non soltanto lede i diritti dei proprietari, ma finisce per danneggiare gli stessi ceti più deboli. E questo perché una società dominata dall'assistenzialismo è destinata a impoverirsi e immiserirsi progressivamente (a scapito, in primo luogo, dei soggetti meno fortunati). In Bastiat, allora, non è facile distinguere la scienza dall'etica, poiché la ricerca intellettuale si sforza di dare risposte all'ansia di giustizia che ne anima la passione civile. Anche quando l'argomento può sembrare puramente speculativo, le convinzioni morali di Bastiat emergono con forza nel mezzo della riflessione teorica.
Per questo motivo, la lettura delle sue pagine consacrate a condannare il protezionismo sarebbe da consigliare a tutti coloro che armati di buone e oneste intenzioni continuano a propugnare (ad esempio) non l'Europa del libero mercato (dei produttori e dei consumatori, della concorrenza e della collaborazione tra imprese, della circolazione delle idee e dei capitali), ma l'Europa della politica e del sociale: un'Europa-Stato sempre più politicizzata e centralista, ripiegata su stessa e consegnata nelle mani di burocrati e uomini di partito determinati a mettere in piedi ogni genere di misura «armonizzatrice» e a mantenere quelle norme illiberali che rischiano di isolare il nostro continente dal resto del mondo. Magari con il pretesto di difendere la cinematografia, l'agricoltura o la siderurgia, oppure con la scusa di tutelarci dalla presunta minaccia di Internet e delle biotecnologie. Leggere con attenzione le pagine di Bastiat, in questo senso, significa acquisire consapevolezza dei guasti causati dalla politicizzazione della società, da chi sta contribuendo a edificare un sistema dirigistico e distributivo di livello continentale che non soltanto spoglia i contribuenti e i consumatori europei, ma ostacola e ritarda sempre più la crescita e lo sviluppo delle popolazioni più povere dell'Africa, dell'Europa dell'est e dell'Asia. L'autore francese, per giunta, rigettò sempre e con forza ogni centralizzazione dei poteri. In materia fiscale, egli era favorevole a un sistema tributario basato sulle comunità locali, convinto che «una contribuzione unica, proporzionale alla proprietà realizzata, prelevata in famiglia e senza spese all'interno dei consigli comunali, può bastare». Qualcosa di non troppo dissimile a tutto questo, verrebbe da aggiungere, esiste in alcuni Paesi federali (la Svizzera e in parte anche gli Stati Uniti), dove l'autonomia fiscale e gestionale degli enti locali favorisce una concorrenza verso il basso dei tributi comunali o cantonali.
Dopo il 1850, però, del pensiero di Bastiat si sono quasi perse le tracce (anche se il giovane Vilfredo Pareto, tanto per fare un nome, fu molto influenzato dalle tesi liberali dell'economista). Spesso liquidato con giudizi sommari dagli storici del pensiero economico e delle dottrine politiche (memorabile, in tal senso, l'opinione negativa espressa da Joseph Schumpeter), lo studioso è stato «reimportato» in Europa a seguito dell'enorme successo conosciuto negli Stati Uniti. Oltre Atlantico, in effetti, la versione in lingua inglese di La loi è stata ristampata innumerevoli volte, tanto che nel corso del dopoguerra ha venduto circa mezzo milione di copie. Recentemente anche l'editoria italiana ha iniziato a valorizzare Bastiat. Nel 1994, in particolare, l'editore Liberilibri di Macerata ha dato alle stampe un'antologia (Contro lo statalismo) che oltre a un saggio di Gustave de Molinari include due tra i migliori pamphlet di Bastiat: Proprietà e legge e Giustizia e fraternità, entrambi del 1848 e molto utili ad avvicinare il pensiero dell'autore. La «Bastiat Renaissance» ha poi conosciuto un ultimo e significativo episodio un paio di anni fa, quando un'ottima antologia di scritti dell'economista francese - tra cui Lo Stato, spietata analisi dell'invadente apparato pubblico - è stata pubblicata dalle edizioni Guida sotto il titolo Il potere delle illusioni. Un altro segno che le idee valide, prima o poi, si fanno strada e vengono riconosciute.

articolo apparso su Fondazione liberal (n° 4 febbraio-marzo 2001)

Carlo Lottieri 
 

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