
Ugo La Malfa e Ernesto Rossi rappresentano nella politica e nella cultura italiane del Novecento due figure fortemente anomale. Distanti per storia personale, formazione e carattere, hanno svolto ruoli molto diversi e spesso i contrasti fra loro sono stati più forti dei punti di accordo. Il primo, pur essendo il rappresentante di una piccola minoranza di elettorato, quella che si esprimeva attraverso il Partito repubblicano, è stato un politico, uno statista che Denis Mack Smith nella sua Storia d'Italia non esita a collocare accanto a Cavour, Minghetti, Crispi, Giovanni Giolitti e De Gasperi. Un politico, va aggiunto, dalla collaborazione governativa pressoché ininterrotta con la Dc. Il secondo - dopo gli anni dell'azione antifascista durante i quali fu, sono sempre giudizi di Mack Smith, uno degli uomini «più rispettati per il loro coraggio e la loro integrità» - è stato un polemista quasi solitario, un intellettuale che faceva politica soprattutto attraverso i libri e il giornalismo, di quel giornalismo eccezionale che fu Il Mondo, di Pannunzio e di Rossi, con le sue inchieste e i suoi convegni. Ed è stato anche uno dei più continui contestatori del sistema costruito attorno alla Dc.
Eppure La Malfa e Rossi furono uniti da importanti tratti comuni. Entrambi sono stati costanti critici dei poteri esistenti. Entrambi hanno avuto come bersagli paralleli e contemporanei l'interpretazione marxista del mondo e un capitalismo al tempo stesso prepotente e assistito dalla Stato. Entrambi sono stati uomini di sinistra, una sinistra esigua, democratica e profondamente modernizzatrice e hanno rappresentato il motore intellettuale e politico del riformismo laico e liberale. Entrambi sono usciti sconfitti dai loro tempi, al punto che di essi sono rimaste scarse tracce nella cultura politica italiana. Dell'opera del primo, dopo una lunga rimozione, si è tornati a parlare l'anno scorso nel ventennale della morte, soprattutto quando il maggior partito della sinistra storica - i Ds - ha cercato di impadronirsi della sua memoria iscrivendolo un po' arbitrariamente nel suo album di famiglia, nonostante i costanti contrasti che ebbe con i veri padri dell'ex Pci, da Togliatti a Ingrao, da Amendola a Berlinguer. Contrasti non da poco, visto che toccarono tutte le grandi scelte di quasi un quarantennio. Del secondo - lo ha ricordato Piero Ignazi - «da tempo, non è praticamente rimasta traccia nell'editoria italiana», i suoi scritti «sono sepolti nelle biblioteche» e lo stesso suo nome sarebbe quasi dimenticato se qualche anno fa Giuseppe Fiori non ne avesse scritto una brillante biografia e se il suo volto non figurasse di tanto in tanto in qualche manifesto radicale.
Allora perché, dopo essere stato così profondamente dimenticato per tanti anni, dovrebbe tornare oggi di attualità il riformismo laico di Ugo La Malfa e di Ernesto Rossi? Perché dovrebbe tornare in primo piano il progetto di una stagione, che è difficile non avvertire molto lontana? Parlo della lunga stagione in cui quel progetto alternò successi e sconfitte e si misurò spesso con una duplice ostilità, quella di parte del mondo industriale abituato alle protezioni statali e quella della sinistra, sovente preoccupata di far coincidere gli interessi del lavoro dipendente con la tutela delle imprese dai rischi di un mercato più aperto.
È, ad esempio, la stagione della liberalizzazione degli scambi, considerata una delle riforme più lungimiranti dell'azione di governo nei primi della Repubblica, grazie alla quale furono messe in moto importanti operazioni di investimento su scala europea, oltre che nazionale. Lo stesso La Malfa - come ricorda Paul J. Cook - la spiegò così: «Fui mosso da due convincimenti: la visione merdionalista, ossia l'idea di stimolare con la concorrenza il sistema economico, favorendo il Mezzogiorno, e una certa intuizione della capacità nazionale di andare sui mercati, della possibilità di dare finalmente respiro, sprigionare energie compresse. Considerando l'autarchia fascista come qualcosa che aveva compresso la società, mi pare, si doveva passare poi a liberalizzare». È la complessità di una stagione - poi spesso riletta con eccessive semplificazioni - in cui l'Italia era radicalmente diversa da quella di adesso, in tutti i suoi risvolti, e che Enzo Forcella aveva descritto con queste parole proprio rievocando cosa fossero i convegni del Mondo che di quel progetto furono uno degli strumenti e che per tanto tempo hanno visto insieme non solo La Malfa e Rossi, ma anche altri importanti protagonisti di un riformismo incompiuto, da Bruno Visentini a Riccardo Lombardi: «Lo schematismo ideologico, l'arretratezza culturale che permeavano la politica italiana e, di rimbalzo, i giornali, la radio, la appena nata televisione - aveva scritto Forcella - erano assolutamente dominanti. E allora, porre risolutamente sul tappeto in questo clima il problema dei monopoli, oppure denunciare le mafie dei macelli comunali e dei mercati generali... Oppure denunciare i disastri della speculazione edilizia, l'asservimento degli strumenti dell'informazione al potere politico ed economico, in quella atmosfera, ebbero l'effetto di altrettante sassate, di una sorta di duplice provocazione. Da una parte, per la destra, una destra che si estendeva senza apprezzabili soluzioni di continuità sino al centro governativo, questi «liberali rossi» come li definivano per l'appunto gli organi della Confindustria, erano dei guastatori, che avrebbero voluto «disgregare e polverizzare la struttura industriale italiana per raggiungere quei fini di dissolvimento della borghesia produttrice, che soli stanno a cuore ai funzionari di Mosca. A sinistra, d'altra parte, risultava pressocché incomprensibile, inaccettabile, che ci si proponesse di combattere i monopoli, le speculazioni, lo sfruttamento alle risorse pubbliche per fini privati e si dichiarasse al tempo stesso la propria solidarietà con il sistema capitalistico, o, peggio ancora, che si fosse convinti dell'utilità dell'alleanza con le democrazie occidentali».
Era la stessa stagione poi proseguita negli anni Sessanta, con il primo centrosinistra e con il conflitto aperto tra, da una parte, gli obiettivi di modernizzazione contenuti nella «Programmazione», espressione più vistosa dell'allargamento dell'alleanza riformatrice, e dall'altra le resistenze conservatrici soprattutto nel mondo industriale e finanziario che finirono con il prevalere e che segnarono la conclusione di quel ciclo - Fabrizio Barca lo ha definito «il compromesso senza riforme» - in cui lo sviluppo di quello che si chiamava neo-capitalismo venne sempre più condizionato dalla presenza della politica attraverso il ruolo crescente dei partiti di governo, dall'espansione del settore pubblico e dalla crescente protezione accordata dallo Stato.
Dicevo che si tratta di una stagione lontana, che forse appartiene alla preistoria, anche se a ben guardare, al di là delle grandi differenze economiche e sociali, già si intravede negli insuccessi di allora del riformismo laico l'origine di alcuni dei grandi problemi irrisolti ancora oggi, in questa transizione italiana che sembra non finire mai. In primo luogo c'è già il grande problema che investe il ruolo delle classi dirigenti e la loro capacità di governare innovazione e trasformazione, liberando lo Stato dal peso paralizzante della sua funzione assistenziale, sia nello scambio con i governati, troppo spesso visti soprattutto come corpo elettorale, sia nel rapporto con i maggiori poteri della produzione e della finanza. Qui continua a essere presente uno dei più pesanti e paralizzanti fattori di continuità del sistema italiano, continuità che risale agli anni del fascismo e che solo gli avvertimenti della globalizzazione hanno contribuito a incrinare.
Parlare di Ugo La Malfa e di Ernesto Rossi oggi quindi significa in primo luogo riproporre un problema preciso: la discontinuità delle scelte e la liquidazione dell'impianto consociativo che ha finito per paralizzare lo sviluppo e per provocare l'implosione del sistema politico a cavallo dei decenni Ottanta e Novanta. Significa, in altre parole, riproporre al di là delle scelte di politica economica e finanziaria la capacità delle classi dirigenti italiane di misurarsi con i grandi dilemmi della modernizzazione del Paese, soprattutto in rapporto con l'Europa e con tutto ciò che determina i fenomeni di globalizzazione. Per tornare a dare uno sguardo sul passato, c'è poi una domanda: è un caso che Ernesto Rossi sia stato uno dei promotori del «Manifesto di Ventotene» e quindi di una delle più importanti visioni italiane dell'europeismo? È un caso che Ugo La Malfa non abbia avuto dubbi, all'inizio della Repubblica, circa l'adesione al Patto atlantico né, per arrivare alla fine della sua vita, circa quel sistema monetario europeo che per il Pci di Enrico Berlinguer - è opportuno ricordarlo - fu il motivo dichiarato di rottura della «solidarietà nazionale». È un caso, cioè, che sia toccato al riformismo laico, costante espressione di una minoranza politica e culturale promuovere e sostenere «scelte di campo» che, anche se spesso in modo contraddittorio, hanno favorito l'inserimento dell'Italia nei grandi contesti internazionali e quindi incoraggiato la sua modernizzazione, spesso anche contro le sue forze politiche e i suoi sindacati?
Sono domande che ne suggeriscono altre due. La prima è questa, è vecchia, ma sempre riproposta: perché il riformismo laico non ha mai assunto un ruolo decisivo nell'azione di governo? Antonio Giolitti ha offerto una risposta largamente convincente. «È vero che la Resistenza aveva segnato l'inizio, o la speranza, di una nuova storia con nuovi partiti. E allora, perché l'insuccesso del Partito d'azione? Perché il coraggioso tentativo d'innovazione era fin troppo ardito, quel partito era fin troppo nuovo e non riuscì a trovare un suo spazio nell'elettorato, che nella sua grande maggioranza andava alla ricerca di un sicuro rifugio o di una speranza esaltante. Dc e Pci furono capaci di offrire, rispettivamente, l'uno e l'altra, compiendo un arduo e riuscito sforzo di sintesi tra conservazione e innovazione, mentre il Psi stentava a far emergere una propria autonoma e attraente identità».
La seconda domanda riguarda la cultura espressione di questa vera e propria ossessione riformatrice ed è questa: perché non è mai diventata dominante? Piero Ignazi offre una risposta articolata: «L'impasse in cui si trova la componente laica, stretta tra l'impossibilità a operare come classe dirigente - nonostante disponga di tutte le qualità necessarie - a causa della pochezza dei numeri, dei consensi elettorali e la difficoltà a farsi capire da vastissimi strati dell'elettorato, si trasferisce anche sul piano culturale? Si può cioè sostenere che la cultura laica sia del tutto ininfluente, schiacciata e marginalizzata dall'egemonia marxista? Questa valutazione - sono sempre parole di Ignazi - non vale indistintamente per tutto il periodo repubblicano ma va periodizzata tenendo fermi due momenti di passaggio: il «mitico '68» e gli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Nel primo periodo, fino alla fine degli anni Sessanta la cultura laica è tutt'altro che succube e incapace di reagire all'egemonia culturale marxista e al contraltare clericale. Solo dopo l'incendio ideologico innescato dalla contestazione studentesca la cultura laica venne spazzata via e, fino agli anni Ottanta, rimase relegata in pochissimi fortilizi».
A questi giudizi di Ignazi si può provare ad aggiungere qualcosa. Probabilmente anche nel laicismo esasperato - che in Ernesto Rossi giunse ad assumere quasi le forme di un rinnovato anticlericalismo risorgimentale - va cercato uno dei limiti maggiori di quella esperienza. Non solo perché si è scontrato frontalmente con il deterrente anche indiretto che la cultura cattolica ha continuato a far pesare sullo spirito pubblico italiano, ma anche perché lungo quel fronte si riproduceva e si rialimentava la contrapposizione tra cattolicesimo e liberalismo che, dalla breccia di Porta Pia in poi, ha costituito la grande anomalia italiana. Con il risultato che un po' meno il rigore laico di La Malfa e un po' più l'anticlericalismo di Rossi anziché costituire un problema per la Dc o per la Chiesa - ed era soprattutto la Chiesa preconciliare - hanno costituito un problema proprio per il riformismo laico, contribuendo a isolarlo e a marginalizzarlo. E quel problema ora sembra restare ancora aperto - forse anche davanti alla Chiesa quando è posta di fronte a scelte di principio e di valore che investono la libertà dell'individuo - ma certamente davanti agli eredi di La Malfa e di Rossi, quando si trovano davanti a scelte politiche dirimenti.
E veniamo all'oggi. Ora dopo la caduta delle contrapposizioni ideologiche, dopo lo sbriciolamento dei muri cosa resta davvero di quella cultura? Cosa può servire, non per costruire un album di famiglia a sinistra o destra, anche se questo è un esercizio praticato essenzialmente all'ombra della Quercia, ma per cercare di capire come oggi il riformismo laico possa essere parte decisiva di una cultura di governo che sappia introdurre reali fattori di discontinuità con il passato? Dello spirito laicista abbiamo detto. Delle polemiche con quello che spesso fu un vero e proprio dogmatismo illiberale delle sinistre, contro il mercato e la libera iniziativa, resta il problema che riguarda gli eredi del Pci e chi governa con loro di un elettorato che ha nel suo dna quei tratti di origine, che certamente non lo rendono vicino alla storia di Ugo La Malfa. Della spinta a far uscire il capitalismo e la borghesia dagli accomodanti agi della protezione statale resta un avvertimento che forse dovrebbe suonare più spesso, in un Paese dove l'arretratezza delle classi dirigenti è diventato un problema apparentemente irrisovilbile, anche per un ceto politico che ha teso in questi dieci anni a seguire il cattivo esempio spesso dato dalla società civile.
Quanto alla critica costante ai poteri, che è stato un tratto costante del riformismo laico, questa potrebbe essere l'occasione per rompere un clima culturale di subalternità, quello che si chiama conformismo. Se «la democrazia non è tanto il regime della sovranità popolare, quanto il regime del controllo sulla classe governante» - sono parole di Ernesto Rossi - si può capire che accettarne lo spirito potrebbe equivalere già a introdurre la riforma più autentica, quella della responsabilità del potere, che nella storia d'Italia è stata invece troppo spesso impalpabile. Del resto, uno dei tratti caratteristici della fragilità italiana deriva dalla debolezza storica della sua «borghesia» (se si vuole usiamo le virgolette), dalla difficoltà che essa ha avuto - unico caso nel mondo capitalistico-democratico - di trovare una rappresentanza politica piena. Il vuoto riformatore o, a essere più precisi, il ritardo e l'incompiutezza delle politiche riformatrici è stato una costante dell'Italia repubblicana, in quasi tutte le sue stagioni. Senza adeguate riforme è stata la stagione del primo centrosinistra. Senza riforme anticipatrici è stata la stagione della solidarietà nazionale. Incompiuta è stata l'azione riformatrice degli anni Ottanta... Gli anni Novanta li abbiamo sotto gli occhi e sappiamo che l'unica riforma è stata quella prodotta dall'obbligato aggancio all'Europa.
Riproporre oggi una riflessione sul riformismo laico e sul posto che avrebbe potuto avere nella storia d'Italia può significare limitarsi a un semplice promemoria o, al contrario, pensare a uno scatto di modernizzazione. Ha avuto fortuna in questi anni un giudizio di Raffaele Mattioli, quando parlò della storia dell'Italia unitaria come di un periodo segnato da «una serie di occasioni e di tentativi diretti a dar finalmente vita a una classe dirigente adeguata». Il problema oggi è di capire se al termine di questa transizione, l'anomalia prodotta dal vuoto riformatore sarà risolta e chi la risolverà. Per il momento una cosa è certa, la sinistra ha fallito.
relazione al convegno della fondazione liberal Il liberismo sociale (Roma, 20 ottobre 2000)
Renzo Foa