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La seconda ricostruzione italiana

Supplemento al numero 5 di Fl
di Calogero Mannino

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spec_cop2Siamo all'interno di una transizione molto lunga; in effetti dal 1992 il sistema politico italiano è stato destrutturato sul piano delle regole costituzionali ed elettorali. È ulteriormente cambiata la Costituzione, quella materiale: oggi non abbiamo più una Repubblica parlamentare ma non ancora una Repubblica presidenziale, non un governo parlamentare né un governo presidenziale. Confusa e incerta la separazione dei poteri, come condizione fondamentale delle libertà. Sempre più oscura l'indipendenza dell'ordine giudiziario. Ma anche l'indipendenza e quindi la piena sovranità del Parlamento. Nel regolamento della Camera dei deputati - e osservarlo mi ha fatto una forte impressione - c'è una norma che consente all'Ufficio di presidenza una sorta di sindacato sul testo delle interrogazioni, delle interpellanze e delle mozioni: che devono essere supportate da una specifica e comprovante documentazione che la presidenza della Camera può delibare a priori, ammettendo o no l'atto concreto dell'esercizio dell'attività ispettiva, e comunque nella migliore delle ipotesi, rallentandone la tempestiva pubblicazione. Una vera e propria censura dell'attività ispettiva, dell'attività di controllo, che è una delle forme più alte ed essenziali di un Parlamento libero in una democrazia che nel principio della separazione dei poteri e nella pienezza della sovranità popolare, quindi del Parlamento, ha cardini fondamentali.
Altro esempio impressionante: la recente sentenza della Corte di Cassazione sul caso Sofri. La Procura generale avanza una richiesta favorevole alla revisione. La Corte si richiama a una propria precedente sentenza adottata in una determinata fase della vita civile e politica del Paese, quella caratterizzata dall'ondata montante del giustizialismo, strumentalizzato e manovrato per impedire, in buona sostanza, la riconsiderazione del criterio e dei principi già affermati. Una vera e propria autocensura. Quindi una rottura, e nel caso del potere legislativo e del potere giudiziario, intestina, e a servizio di una precostituita posizione, ideologica e politica, che altera il principio dell'indipendenza e dell'autonomia di ciascun potere all'interno della carta costituzionale. Quindi non soltanto rottura dell'indipendenza di un potere dall'altro, ma anche rottura dell'indipendenza interna a ciascun potere.
Il nostro è ormai un Paese senza regole. Per ritrovarle occorre prima ancora che una revisione della carta costituzionale, laddove necessaria, un ristabilimento dei principi fondamentali che ogni ipotesi di revisione non deve rovesciare, ma perfezionare e aggiornare. Almeno se si vuole una Costituzione per un Paese libero e democratico. Per affrontare questo problema sono indispensabili la ridefinizione e la ricomposizione degli schieramenti politici, cioè il pieno recupero del primato della politica come fonte delle regole, e come strumento autentico dell'esercizio della sovranità popolare. Un sistema politico, schieramenti politici che siano in condizioni di progettare il riordino delle regole come fatto preliminare del governo del Paese. La destrutturazione del sistema politico italiano intervenuta tra il '92 e il '94 ha realizzato - per via della violenza giudiziaria - un'alternativa agli equilibri politici della cosiddetta Prima Repubblica. A un sistema politico Dc-centrico è seguito un sistema politico duocentrico: uno rappresentato dai Ds, l'altro da Forza Italia, con il taglio degli estremi. Bipolarismo, quindi, soltanto tendenziale e comunque molto lontano dal bipartitismo. Si ripropone una sorta di concezione centralizzante (vero e proprio centrismo) della funzione delle maggioranze, con il taglio netto delle estreme (Rauti da una parte, Bertinotti dall'altra).
Questa destrutturazione del sistema politico è avvenuta con la soppressione per via giudiziaria fondamentalmente di due partiti: la Dc e il Psi, il centro e il centrosinistra di quel sistema politico. Ed è da questo dato che si deve partire se oggi si vuole, com'è necessario, porre mano a un riordino del sistema costituzionale, a una ridefinizione del sistema politico (tutte le formazioni attuali hanno ancora il carattere dello statu nascenti). Non per invocare con nostalgia (personalmente non l'avvertirei) la riedizione del passato equilibrio e del sistema politico. Ma per coglierne appieno anche le motivazioni di crisi, onde pensarne compiutamente e concretamente i termini di superamento e revisione. Proponendo un tema che si va largamente affermando nel Paese: la necessità e la validità dell'incontro tra due grandi tradizioni politiche e civili, tra due importanti filoni della cultura italiana degli ultimi 150 anni: la tradizione cattolico-liberale differente da quella cristiano-sociale e le tradizioni liberaldemocratiche. In questo incontro-confronto si realizza il liberismo sociale.
Il corso storico d'Italia, l'unificazione nazionale e la questione romana non hanno permesso uno sviluppo pieno e completo del filone liberaldemocratico' dello spiritualismo italiano di Rosmini e Manzoni. I cattolici italiani congelati dal non-expedit ritrovarono la via all'impegno politico lentamente e faticosamente attraverso l'impegno sociale. Al culmine di questa esperienza nel 1919 con l'appello «ai liberi e forti» di Luigi Sturzo, fondarono il Partito popolare entrando nell'agone politico e parlamentare. La questione sociale non poteva esaurire le ragioni profonde e molteplici della loro ispirazione ideale, dello stesso sviluppo della dottrina sociale della Chiesa. L'impegno sociale si doveva incontrare e confrontare con l'impegno politico. La giustizia sociale non poteva non essere, come è, una questione di libertà e democrazia. Così la connotazone ideale e politica del Partito popolare di Sturzo nel 1919, e della Democrazia cristiana di De Gasperi nel 1943-46, è quella liberaldemocratica. Che pure ha fatto i conti con l'istanza socialdemocratica. Il confronto con il comunismo, da contrastare nel concreto della situazione storica dell'intero secondo dopoguerra, richiedeva la riforma sociale come mezzo succedaneo o alternativo alla rivoluzione. Questa è stata la premessa del Welfare-State. Il consenso politico attraverso l'allargamento delle basi dello Stato sociale. Lo sviluppo economico come base di processi redistributivi in testa allo Stato. L'acquisizione del consenso dei ceti sociali più deboli allo Stato democratico perché l'equilibrio politico italiano non cadesse nelle mani dei sovietici.
Oggi questo riconosciuto tratto della nostra storia dovrebbe essere il punto di partenza di ogni progetto politico-culturale di ricostruzione della democrazia italiana. La galleria degli antenati non è un omaggio iconologico. Non è un esercizio di proiezione nel presente delle ombre del passato. De Gasperi ed Einaudi, come La Malfa e Saragat rappresentano il nucleo di un'esperienza non esaurita ai loro giorni, ma capace di fecondare stimoli, esempi e sollecitazioni per il nostro presente, pur così diverso dal loro. C'è un nucleo forte di esperienze, principi e valori che legittimamente merita di sopravvivere in un tempo in cui sembra che la fortuna politica (vedi Machiavelli) sia esclusivamente riservata agli eredi epigonali del comunismo e del fascismo. Si contesta il diritto, il buon diritto di socialdemocratici, socialisti e democristiani di dire una parola con la quale si chiarisca il loro passato e più ancora si ambisca a proporre qualcosa che serva all'oggi. Anzi sembra che gli sconfitti della storia non debbano essere, come sono, gli eredi delle ideologie che hanno sconvolto il Ventesimo secolo con dittature guerre e violenze.
Nel 1994 il traguardo della vittoria di Occhetto e della sua gioiosa macchina da guerra fu sbarrato da Forza Italia di Berlusconi. Una vera e propria «reazione liberale». La possibile vittoria della sinistra fu percepita da una larga parte degli elettori come una minaccia alla democrazia e alle libertà. Su questo punto la sinistra diessina ancora oggi non ha fatto le opportune riflessioni per gli aggiustamenti di fondo. Ma non ha fatto un'adeguata riflessione neppure quella parte della Dc di un tempo - Castagnetti e Marini - che non potrebbe nascondere il proprio passato. E che dimentica che gli elettori moderati hanno sempre inteso il ruolo della Dc precipuamente come ruolo di garanzia democratica e liberale. Abbandonato il quale è come se i democristiani fossero fuggiti dall'area politica e sociale che li legittimava. Forza Italia ha occupato - e giustamente - quello spazio e quel ruolo. Ma basta una reazione liberale per governare un Paese così complesso come l'Italia, con problemi molteplici di riordino costituzionale, di ridefinizione del sistema politico, di riprogettazione del sistema Paese all'interno dell'Unione europea e in un mondo globalizzato? Credo che non basti. Da qui l'esigenza non soltanto di un catalogo programmatico, ma di un progetto sulla base dell'elaborazione e dell'approfondimento delle motivazioni culturali, delle ispirazioni ideali. Non un'operazione alchemica da alambicco, da affidare a esperti e professori, ma il risultato di un incontro vivo nel crogiuolo della storia e del momento politico tra le due tradizioni liberali, quella cattolica e quella laica, con un rapporto di reciprocità che le circostanze richiedono forte, oggi ancor più di ieri.
Dieci anni fa tutti scrivevano della vittoria del liberalismo sul comunismo. Della sconfitta del marxismo di fronte al capitalismo. Oggi sembra di assistere a una lenta ma risoluta voglia di rianimazione della critica - anche radicale - al liberalismo. Alain Touraine e Immanuel Wallenstein ne profetizzano una nuova fine. Segno che ancora il senso della libertà, con tutte le sue implicazioni non è affermato irreversibilmente. Del resto la storia riserva sempre delle sorprese. E quella delle idee ancor di più. Non semplici revival, ma attraverso percorsi anche carsici, antiche istanze si forgiano in guise nuove e muovono e motivano il pensiero e l'azione dell'uomo e della società. D'altra parte non è pensabile che il liberalesimo sia definito da una formula data una volta e per tutte. Resta affidata agli uomini la responsabilità di un ripensamento, di un aggiornamento anche rispetto alle diverse circostanze in cui si materializza il fluire della vita sociale, economica e politica. Ragionando sullo Stato sociale, sulla presenza dello Stato in economia, ci si chiede: le partecipazioni statali sono state sbaraccate? È stato sbaraccato il relativo ministero e gli istituti di riferimento? Sono state agevolate forme di privatizzazione che devono essere definite «corsare»? Quello che stenta ad affermarsi è un vero e proprio capitalismo di rischio, regolato non per l'intervento diretto nella produzione e nel mercato dello Stato, ma per il suo intervento come fonte di regole e criteri, coerenti alla ragione dello stesso capitalismo. E su questo argomento la provocazione non è teorica o non lo è soltanto, ma deve avere una ricaduta concretamente operativa. Per l'organizzazione sociale ed economica delle strutture del Paese la strada da compiere per recuperare il crisma dell'efficienza capitalistica è ancora lunga e impervia. La modernizzazione e l'europeizzazione come adeguamento a un livello e a uno standard più elevato di affrancamento da tutti i residui di tipo dirigistico, quando non propriamente di tipo socialistico, richiedono un lavoro politico amministrativo e di governo tutto da pensare e quindi realizzare.
La reazione liberale è su questo terreno che deve ancora giocare la propria partita. Non basta avere conseguito una porzione di potere, occorre procedere oltre con arditezza e prudenza, con fantasia e realismo. Sopratutto con generosità. Occorre mettersi in gioco per costruire un rapporto corretto tra riflessione culturale, progettazione politica e quindi azione politica. Se un movimento di reazione liberale vuole anche essere movimento di progetto e costruzione deve avere bene a mente alcune scelte di metodo. Infatti la politica richiede strumenti sempre adeguati al fine. Una politica liberale, cioè un fine liberale di affermazione delle libertà, non può prescindere dalla dotazione di strumenti democratici. Ogni politica liberale non può non essere politica democratica. La schizofrenia dell'attuale momento è invece proprio questa: lo scostamento tra il proclama del verbo liberale e la partecipazione democratica. La fascia di elettori che si astiene è in crescita. Non è certamente un buon segnale. Più i cittadini concorrono alle scelte fondamentali che si simbolizzano nel voto, più essi sono liberi. Lo scontro politico che c'è nel Paese lascia molti cittadini insoddisfatti ed estranei. Questo è un punto non irrilevante della crisi politica. C'è qualcuno che giustifica tutto ciò con l'esempio di alcune democrazie occidentali ritenute molto avanzate. Non credo proprio che lo siano. La democrazia esemplare rimane quella della polis greca. La democrazia moderna ha dimensioni totalmente diverse. Ma non può prescindere dalla regola della diretta - fin dove possibile - partecipazione di tutti i cittadini almeno alle scelte di fondo che la società nazionale deve compiere. Il compito di una moderna forza liberale, allora, deve essere quella di una moderna proposta di democrazia. Testimoniata nel vivo della propria esperienza. Perciò non può non pensare a organizzare un movimento che sia riflessivo dell'intera società, di tutti i suoi segmenti, ceti e classi. E oggi dovrebbe cogliersi il valore politico della scelta di Sergio D'Antoni: il superamento dell'unità sindacale datata 1968, con la possibilità dell'affermazione di un pluralismo sindacale non egemonizzato dal sindacato di radice comunista, soggetto di negoziati non condizionati dalla necessità della cinghia di trasmissione politica. Pluralismo sindacale, come pluralismo politico, mezzi di un autentico liberalismo. E al tempo stesso ricollocandosi politicamente fuori dal centrosinistra, D'Antoni concorre a qualificare in senso interclassista l'attuale schieramento di centrodestra.
Chi oggi intende ripensare l'esperienza di De Gasperi come un modello di valori e di principi politici non può non ricordare che De Gasperi pensò la Democrazia cristiana come soggetto dell'alleanza centrista in un rapporto di integrazione tra esperienze e forze che si riconducevano a matrici ideali e culturali diverse ma che convergevano nel progetto politico della salvaguardia della libertà, della democrazia e nella preservazione dell'unità nazionale degli italiani. Il centrismo non fu soltanto un'alleanza parlamentare ma fu una politica per il Paese. Una politica di riforme come l'intervento straordinario per il Mezzogiorno, la riforma agraria, la ricostruzione e l'industrializzazione del Paese. E questa politica consentì il raggiungimento dei livelli che oggi rendono l'Italia, pur con i suoi attuali problemi, uno dei Paesi più avanzati del mondo. Allora capire la «logica politica» che collegò in un medesimo progetto uomini dalle origini e dalle storie così diverse come furono De Gasperi ed Einaudi non è un guardare al passato per un esercizio teorico o per una piega dell'anima alla nostalgia. Del resto si prova nostalgia per qualcosa che manca, e in Italia oggi manca una grande politica dall'ampio respiro liberaldemocratico. Questa logica può ancora essere utile per tentare di dare soluzione alla crisi politica e istituzionale. Il merito più grande della tradizione democristiana e cioè dei cattolici impegnati, in quanto tali, in politica, non è stato tanto quello di aver contribuito ad affrontare la questione sociale - pur dovendo rendere omaggio ai valori impersonati dalla testimonianza di La Pira - quanto quello di essersi attestata su posizioni di garanzia della libertà e della democrazia. È stato fatto più di un riferimento a La Pira e alla presumibile eredità da lui ricevuta dalla sinistra dc. Mi limito a ricordare che La Pira fu più fanfaniano che dossettiano. E sulla linea del dossettismo la più larga parte della sinistra dc ha finito con il riconoscere la propria residua funzione nel confronto con il comunismo. Pensando alla «terza fase» indicata da Moro soltanto come alla fase della confluenza nella sinistra, sino a perdere le proprie originarie motivazioni che non potevano rimanere che quelle degasperiane della garanzia di libertà nella forma dell'alternatività alla sinistra: ieri comunista, oggi post, o diessina. Pensare che il cattolicesimo politico abbia solo un ruolo suffraganeo a sinistra in un servizio da rendere al postcomunismo (inverando la previsione di Gramsci), o a destra in un contributo elettorale con il semplice «voto del cielo» per usare la parafrasi del libro di Massimo Franco, è un privare il confronto e l'articolarsi del sistema politico di un contributo di grande spessore e livello.
Al riguardo la riflessione non può non condurre alla proposizione in termini nuovi di questo impegno di radice cattolica liberaldemocratica. Al riconoscimento delle ragioni di quelle acque carsiche che da Manzoni e Rosmini hanno condotto a Sturzo fino a De Gasperi e a quei tratti del pensiero e dell'azione democristiana rivolti a organizzare e governare uno Stato liberale, democratico pluralista. E' ancora valida e pressante, l'esigenza di lavorare alla valorizzazione di questo filone. In modo colloquiale con altre tradizioni liberali di stampo laico, rivolto a un'integrazione dialettica, cioè a una convergenza e comunanza di programmi politici, sulla cui base guidare il Paese in una fase così interessante della vita politica. Il senso di questa convergenza e collaborazione è dato da un'affermazione di Hannah Arendt: «Dopo l'antichità nessuno ha più pensato che il senso della politica sia la libertà». Il vero tema dell'attuale momento politico in Italia e in Europa è proprio questo: le forme nuove della libertà dei cittadini del nostro tempo.

intervento al convegno della fondazione liberal Il liberismo sociale (Roma, 20 ottobre 2000)
 

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