
La relazione di Ferdinando Adornato suggerisce l'idea per un ulteriore passo avanti sulla via di questa nostra interminabile transizione: e lo suggerisce anche in modo molto ambizioso perché proteso a individuare un nuovo ordine politico e una nuova politica. La finalità che si deve raggiungere è esattamente questa, ma con la certezza che sul piano culturale e sul piano politico vi siano le condizioni per arrivare a un risultato concreto. Un nuovo «ordine politico» deve tener conto del nuovo orizzonte che ci sta davanti e sul quale bisogna fare ogni giorno una riflessione realistica: l'Europa. Perché l'Europa è il punto di riferimento vero per il quale dobbiamo finalizzare la nostra strategia politica. A differenza dell'Italia dove esiste un bipolarismo posticcio e soltanto elettorale, in Europa c'è, ed è vitale, un bipolarismo politico e anche culturale. In Europa si confrontano due culture, che hanno puntuali riferimenti nel Parlamento europeo: quella del Partito popolare europeo e quella del socialismo democratico, che costituisce l'alternativa. Un bipolarismo vero c'è dunque in Europa e noi perseguendo una semplificazione del quadro politico italiano possiamo contribuire a superare il nostro bipolarismo posticcio per un bipolarismo autentico che abbia significato politico.
Credo che la Casa delle libertà, che io considero più importante del vecchio Polo delle libertà, ha la possibilità di rifiutare la logica minore di un bipolarismo arrangiato. La Casa delle libertà è un punto di riferimento complessivo, plurale, che raccoglie le varie culture che hanno ispirato le politiche degli ultimi cinquant'anni del secolo scorso, che non si possono disperdere e che hanno una cassa di risonanza che le porta a essere un riferimento più completo. Il Polo costituiva una alleanza tra partiti un po' indistinta, sbrigativamente unificata solo sul piano elettorale; la Casa delle libertà è una coalizione più matura, più articolata. A mio avviso le elezioni del 1999 per il Parlamento europeo hanno caratterizzato Forza Italia come un partito di centro, come un partito che avendo fatto la scelta del popolarismo europeo si è insediato in un'area importante, nella tradizionale area del cattolicesimo democratico e cristiano. Questa ricchezza culturale che si propone di rinnovare antiche strategie e adeguarle ai nuovi tempi della politica, in collaborazione forte con gli altri partiti del centro e della destra, è quella che può rendere più semplice e più credibile un bipolarismo che pur non traendo ragione dalla presenza di due soli partiti, sappia dare soluzioni armoniose e unitarie agli interrogativi della società.
Noi ci proponiamo come punto di arrivo la sintesi tra il cattolicesimo liberale e il riformismo laico, in contrapposizione al socialismo, e credo che poniamo in una direttrice di marcia giusta le varie esperienze e le varie scelte politiche che in Italia ci sono e che oggi possono avere una più forte espressione complessiva. Con le elezioni regionali del 16 aprile, e prima ancora con le elezioni europee in Italia, si è determinato un blocco sociale uguale e diverso a quello che si era determinato all'indomani del 1948, auspice De Gasperi, attorno alla Dc del tempo. La politica di centro di De Gasperi che in qualche modo si discostava da quella di Sturzo, aveva aggregato in un interclassismo che negli anni del dopoguerra era il contrario della lotta di classe, larghi strati sociali moderati in collaborazione con i partiti laici e socialisti di sinistra. De Gasperi dando identità forte alla Democrazia cristiana, ai cattolici democratici italiani, aveva insediato il riferimento pluralistico del Paese in un'area moderata che era il centro aperto ai partiti con i quali si doveva collaborare per rafforzare la democrazia. E naturalmente in quel periodo De Gasperi guardava a sinistra, guidava una Dc di centro che marciava naturalmente a sinistra: questa frase negli anni giovanili l'abbiamo ripetuto varie volte. De Gasperi guardava a sinistra, e noi dicevamo in quegli anni che le masse popolari erano fuori dallo Stato, bisognava inserirle nello Stato completando l'opera di unità d'Italia che il Risorgimento aveva solo cominciato.
C'era appunto un interclassismo da costruire, il contrario della lotta di classe propugnata dai comunisti, c'era da allargare lo Stato, da completare il Risorgimento, da completare l'unità d'Italia: guardare a sinistra significava, certamente, far progredire la democrazia. Noi, uomini della vecchia Dc, abbiamo costruito e rafforzato la democrazia e abbiamo democratizzato gli altri partiti, Pci compreso, che democratici non erano. La preclusione a destra era forte, la contemplava anche la costituzione, ma De Gasperi naturalmente risentiva anche di tutte le politiche precedenti al fascismo e quindi la preclusione a destra era irreversibile, irrimediabile, vera. Ma la preclusione a sinistra era anche più forte perché il Frontismo del 1948 era più consistente e più pericoloso, e costituiva una minaccia: a differenza della destra avrebbe potuto essere vincente. Il Frontismo fu sconfitto e i partiti della sinistra furono divisi, ma tutti, sia pure con alterne vicende, sono diventati democratici.
Oggi chi invoca polemicamente una preclusione sia a destra che a sinistra, credo possa considerarsi soddisfatto perché tutti l'accettiamo e il Partito popolare europeo nel suo complesso conferma la stessa preclusione a destra e a sinistra. C'è una preclusione a destra per quel poco o quel tanto di fascismo che ancora c'è e che naturalmente non è in An, o quel tanto di comunismo che più che in Bertinotti, al quale possiamo anche attribuire una stravaganza liberal-pseudo-borghese, è in Cossutta, uomo della nomenclatura comunista al governo del nostro Paese. Naturalmente la presenza nel governo di ministri comunisti pone in Italia un problema delicato del quale si è discusso anche in sede europea. La preclusione a sinistra deve valere nei confronti dei partiti di centro che nell'ambito del centrosinistra hanno esteso la coalizione fino all'estrema sinistra. Quindi la preclusione a destra e a sinistra c'è come ai tempi di De Gasperi, e io credo che lo schema da lui tracciato - la via dello sviluppo del cattolicesimo democratico sul piano politico che presupponeva una distinzione e indicava un tracciato della politica che non poteva avere commistioni con la destra e con la sinistra - possa oggi essere riproposto. La politica degasperiana può essere riproposta negli stessi termini e si ritrova in quel blocco che si costruì nel dopoguerra attorno alla Democrazia cristiana e che ha caratterizzato l'evoluzione della società in questi anni.
Il nuovo blocco sociale che si è determinato all'inizio di questo nuovo millennio, come ho detto, dopo le elezioni europee del 1999 e le elezioni regionali della primavera scorsa attorno a Forza Italia come espressione del Popolarismo europeo, va interpretato culturalmente e va fatto maturare socialmente e politicamente per dare risposte ai nuovi bisogni e alle nuove esigenze della società. E allora l'itinerario per arrivare a un bipolarismo più politico, porta la Casa delle libertà e le espressioni politiche che in essa si possono ritrovare a costruire un nuovo ordine politico. Nel momento in cui i partiti che si ritrovano nell'Ulivo sono davvero alla ricerca di una identità, è necessario sottolineare una forte distinzione con la nostra cultura e con il nostro programma. Il Partito democratico della sinistra ha lasciato alle sue spalle allegramente, senza una critica adeguata, senza aver fatto i conti con la storia, il comunismo. Ma questo è pur sempre motivo di equivoco. I Ds cercano disperatamente un'identità e al congresso di Torino dell'inverno scorso, per colloquiare con la base del loro partito, hanno invocato tutte le culture possibili e immaginabili per identificarsi con esse ed essere credibili come partito democratico. Ma resta per loro la difficoltà reale nel dare risposte nuove che superino i modelli tipici della sinistra e recepiscano il nuovo che è maturato in questi anni. Rutelli come candidato premier è l'espressione di questa superficialità, di questa inconsistenza che naturalmente non rafforza nessuna linea politica e soprattutto non determina nessun blocco sociale.
Il governo dei problemi del nostro Paese sta esattamente fuori dalla sinistra. Io dico che la sinistra ha dato tutto quello che poteva dare per la sua immutabile e immobile cultura. Perché scandalizzarsi, perché criticare? Il governo della sinistra non poteva che fare quello che ha fatto, ed è già stato il massimo. La sua cultura non poteva che produrre la legislazione che è stata proposta per la sanità e per la scuola, ad esempio, che risentono dei vecchi programmi statalisti e dirigisti aderenti a una società che non c'è più. La sinistra è dunque una forza di conservazione e quindi pericolosa, che ingessa la società ed esalta la funzione dello Stato come unico riferimento. Altro che sussidiarietà!
Questa nuova Europa che dobbiamo costruire deve avere una forte consistenza liberale legata alle sue tradizioni e alle sue culture: un'Europa liberale che si contrapponga alla socialdemocrazia. E c'è qui da riflettere sul rapporto dei Ds con i socialisti europei: il partito democratico della sinistra, ancora di più in questa legislatura nel Parlamento europeo che in quella precedente, ha poco da spartire con i socialisti democratici che ci sono in Europa e che hanno altre origini e altre tradizioni. I socialisti europei non sono post-comunisti come i «socialisti» italiani e quindi mal si conciliano con essi. Il Pds ha una sorta di atipicità e quindi è ancora più lontano da quell'identità che cerca disperatamente in un vago partito democratico, in questo aiutato, ahimè scioccamente, da un partito che viene da una grande tradizione: il Partito popolare italiano. Dunque sta a noi operare questo rinnovamento, sta a noi unificare queste culture e guardare avanti: sta a noi rivolgerci a chi vuol superare la vecchia concezione dello statalismo in tutte le sue manifestazioni economiche, civili, sociali e far venire fuori un bipolarismo che sia, effettivamente, una competizione tra linee politiche.
Nella sua relazione Adornato afferma che se si accentuano i contrasti elettorali fino a criminalizzarsi reciprocamente, viene meno qualunque cultura, non solo di governo. Perché viene meno anche la capacità di competere, di stare insieme, di vivere civilmente in una società dove il cittadino sia protagonista; e la possibilità di raggiungere, sia pure da punti di partenza diversi, il bene comune in un ordinamento civile e politico che sia espressione di civiltà. Se questa è la diagnosi, credo sia necessario uscire dal chiuso di questa riflessione e immaginare di farsi portatori di una cultura di rinnovamento. Non dobbiamo rifare la Democrazia cristiana, certamente non è possibile fare una cosa che ha una sua collocazione storica e che non c'è più; le istanze nuove, le istanze di rinnovamento della società civile non si possono riportare a un partito così come era organizzato. È un'esperienza preziosa, sotto tanti aspetti incredibile, ma è una esperienza fatta e conclusa. Oggi, attraverso le unificazioni di queste nuove culture con riferimento a un'Europa tutta da costruire, va rafforzato il popolarismo europeo che si avvale della tradizione dei vari popolarismi nazionali dove, naturalmente, il popolarismo italiano risulta più consistente. Ma va costruito per trovare una sintesi in Europa che indichi i nuovi traguardi, che crei presupposti per una nuova costituzione che stabilisca le fondamenta di un vivere civile diverso.
Non credo che l'unificazione europea e la costituzione europea debbano far riferimento al modello degli Stati Uniti d'America. Credo piuttosto che gli Stati Uniti d'Europa debbano essere uniti in una sopranazionalità che ci faccia stare insieme per traguardi diversi, per un liberalismo diverso. Dobbiamo costruire l'Europa dall'Atlantico agli Urali, riportare unità e solidarietà in nuovi Paesi che sono legati all'Europa occidentale. I Paesi dell'Europa orientale chiedono fortemente di entrare in Europa, non solo per fatti economici ma per una ragione forte, civile e culturale: per abbandonare vecchi schemi nei quali quei Paesi orientali sono stati costretti a vivere e per aprirsi a istanze occidentali che sono istanze di libertà e di democrazia. Io credo in questi Stati Uniti d'Europa e penso dunque che la cultura del popolarismo europeo arricchita, fortificata in Italia e portata a traguardi di governo e a un ordine politico diverso, ci possano guidare nell'avventura dei prossimi mesi che saranno decisivi per il rinnovamento del Paese.
intervento al convegno della fondazione liberal Il liberismo sociale (Roma, 20 ottobre 2000)